La “neo Chiesa” delle periferie

La totale inconsistenza teologica della neochiesa del gesuita Bergoglio: ma che cos’è questa “Chiesa delle periferie”? forse esiste una “Chiesa del centro”? Come nel caso dei “Preti di strada” la neolingua tradisce la neochiesa.

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Dialogo interreligioso contro Congresso eucaristico

Può un Vescovo di Roma preferire i falsi dei all’unico vero Dio, di cui è il Vicario in terra?

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Un pontificato per far emergere l’apostasia silenziosa

Anche sentendo l’aria che tirava al Sinodo straordinario sulla famiglia, c’è da chiedersi: ma siamo così accecati che non ci accorgiamo più di questa “apostasia silenziosa”, di questo “scisma sommerso” che ha intaccato il cattolicesimo? Forse è questa la missione di Papa Francesco: far emergere questo male nascosto.

di P. Enrico Cattaneo S.J.

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Socci preannunciava “purghe” e Andrea Riccardi oggi su Vatican Insider…

Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio, “cattolico adulto” di primo livello, sostiene che “è emersa la necessità di riformare il governo centrale della Chiesa. Alla guida dei dicasteri papa Francesco deve avere persone in sintonia con lui”. Ovvero: mandare al confino chi non si adegua alla “primavera sinodale”.

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Elezioni, quel connubio improprio tra Monti e Chiesa

di Sandro Magister (19/02/2013)

L’operazione capeggiata da Mario Monti è stata una delle nuove offerte politiche di questa campagna elettorale. Ma nuovo è stato anche il modo con cui il premier uscente si è collegato con la Chiesa. Nuovo e strano.

La novità sta nel fatto che proprio mentre la gerarchia della Chiesa si ritraeva dalla mischia politica e rinunciava a scommettere sull’uno o sull’altro dei partiti in lizza, lui, Monti, si è mosso nella direzione contraria. Non solo in poco più di un anno è riuscito a incontrare il papa ben otto volte, l’ultima sabato scorso, polverizzando ogni record. Soprattutto ha voluto accanto a sé come ispiratore, stratega e selezionatore di candidati il fondatore e leader di un’associazione religiosa di primissimo piano, Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, con i suoi fedelissimi in Vaticano e fuori. “È il mio polo magnetico”, ha detto di lui qualche giorno fa a Napoli, mentre si faceva accompagnare in visita pastorale nella “Casa di Tonia” e in altre opere assistenziali promosse dalla Comunità.

La stranezza sta nel fatto che se il calcolo di Monti era di attrarre la Chiesa dalla sua parte e con la Chiesa i grandi numeri del voto cattolico, l’effetto è parso essere opposto. Il momento magico di fine dicembre, quando “L’Osservatore Romano” uscì con un articolo del suo notista politico Marco Bellizi inneggiante a Monti, alla sua “politica alta” e al “successo” che gli si prevedeva, ha lasciato rapidamente il passo al ritiro di qualsiasi benedizione vera o immaginaria alla sua lista, da parte della gerarchia.

In Vaticano, quell’articolo scatenò le ire del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che né l’aveva visto in anticipo né tanto meno autorizzato. Fu un’idea solitaria del direttore del giornale, Giovanni Maria Vian, che in un’intervista a formiche.net non ha nascosto la sua prossimità a Riccardi: “Per me è un amico da oltre un quarantennio, oltre a essere uno studioso che stimo”. Sta di fatto che da quel giorno, per ordine superiore, “L’Osservatore Romano” non ha più dedicato una riga agli sviluppi della campagna elettorale in Italia. E un parallelo richiamo all’ordine c’è stato per l’altro giornale cattolico, “Avvenire”, di proprietà della conferenza episcopale italiana. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, ha ingiunto al direttore del giornale Marco Tarquinio di raffreddare i suoi bollori a favore di Monti e del suo alleato Pierferdinando Casini.

Ai vertici della CEI l’accoppiata elettorale tra Monti e Casini ricorda un’altra accoppiata dall’esito più che infausto: quella del 1994 tra Mario Segni, presunto “uomo nuovo” dell’epoca, e Mino Martinazzoli, ultimo erede di quello che era stato il grande partito della Democrazia cristiana. Allora la sconfitta fu su tutta la linea, anche per i vescovi che vi avevano tutto puntato. E oggi la CEI non vuole certo infilarsi in un altro fallimento, tanto più architettato da un leader cattolico come Riccardi, del quale diffida.

Il fondatore di Sant’Egidio entrò in politica nell’autunno del 2011 come ministro del neonato governo “tecnico” di Monti non perché raccomandato dai cardinali Bagnasco o Bertone, ma solo perché chiamato dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano, al quale era legatissimo. Anche Napolitano ha avuto frequenti e felici incontri con Benedetto XVI, ma alla CEI non gli perdonano la firma che egli negò nel 2009 al decreto del governo di Silvio Berlusconi che avrebbe impedito di infliggere la morte a Eluana Englaro. Su eutanasia, aborto, matrimoni omosessuali e altre questioni “non negoziabili” ieri il cardinale Camillo Ruini e oggi il cardinale Bagnasco hanno impegnato una vera e propria battaglia di civiltà. Ma queste sono anche le questioni sulle quali Monti ha idee piuttosto distanti da quelle della Chiesa, e lascia ai suoi libertà di coscienza. Cioè se ne lava le mani. Esattamente come il suo consigliere Riccardi, che dai principi “non negoziabili” si è sempre tenuto alla larga, ritenendoli un ostacolo al pieno di consensi a cui ambisce, non per la Chiesa ma per sé, per il suo futuro di ministro o di sindaco di Roma.

Cristianesimo Cattolico: Gli ambigui sponsor di Mario Monti

cristianesimocattolico:

di Danilo Quinto (20/02013)

Quanto vale l’incontro di commiato, di amicizia speciale, tra Benedetto XVI e Mario Monti? Dal punto di vista economico, è come se la Lista Civica di cui il Presidente del Consiglio è leader, avesse risparmiato qualche milione di euro di spot televisivi. Rispetto ai…

Cristianesimo Cattolico: Gli ambigui sponsor di Mario Monti

Cristianesimo Cattolico: Mons. Paglia e le coppie gay: molto rumore per nulla (oppure no?)

cristianesimocattolico:

di Marco Mancini, da Campari e de Maistre (05/02/2013)

Confesso che ieri, leggendo la notizia su Repubblica.it – è uno dei primi siti che apro la mattina, tanto per rovinarmi la giornata – ho avuto un colpo al cuore. “La Chiesa apre ai diritti delle coppie gay”, era più o meno il titolo….

Cristianesimo Cattolico: Mons. Paglia e le coppie gay: molto rumore per nulla (oppure no?)

Tra Roma e Dakar, i machiavelli di Sant’Egidio

Le manovre elettorali di Andrea Riccardi in Italia. L’incidente diplomatico in Senegal, ai danni del Vaticano. I premi elargiti in curia a fini di carriera.

di Sandro Magister, da www.chiesa (05/02/2013)

Venerdì 1 febbraio, proprio mentre a Roma il segretario della conferenza episcopale italiana Mariano Crociata avvertiva di “non farsi ingannare da imbonitori di qualsiasi sorta”, in vista delle prossime elezioni in Italia, a Napoli il premier uscente e candidato premier Mario Monti additava in Andrea Riccardi, che sorrideva al suo fianco, nientemeno che il suo “polo magnetico”, colui che più di tutti aveva determinato e guidato la sua entrata in politica. Faceva gli onori di casa l’arcivescovo della città, il cardinale Crescenzio Sepe, anche lui grande fan del fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Quel cardinale Sepe che nel consiglio permanente della CEI dei giorni precedenti, nel rivolgersi al collega di consiglio Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e membro della Comunità, l’aveva chiamato, per sbaglio ma non troppo, Montezemolo, tra l’ilarità generale. Luca Cordero di Montezemolo, famoso capitano d’industria e presidente della Ferrari oltre che parente del cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, è il fondatore e leader del movimento politico Italia Futura, che ha lanciato assieme a Riccardi la candidatura di Monti alla guida del governo italiano. Per Riccardi e seguaci non c’è però solo il teatro politico italiano, con le sue incerte fortune. È di questi giorni anche l’ultimo incidente – ultimo di una serie – capitato tra la Comunità di Sant’Egidio e la diplomazia vaticana, che in effetti ha sempre giudicato più di ostacolo che di aiuto l’attivismo geopolitico della cosiddetta “ONU di Trastevere”. L’incidente ha avuto luogo in Senegal. Lì la Comunità di Sant’Egidio è intervenuta più volte, a partire dal 1998, per “facilitare” un accordo tra il governo di Dakar e le formazioni indipendentiste della regione della Casamance. L’ultima volta, pochi mesi fa, su richiesta del leader di una delle fazioni in lotta, Salif Sadio. I negoziati tra emissari delle due parti si sono svolti a Roma, nella sede della Comunità. Ingenerando in Senegal l’impressione che il Vaticano fosse il reale tessitore dell’operazione. Ma l’apparente intervento della Santa Sede in un conflitto interno che le autorità senegalesi non intendono in alcun modo internazionalizzare ha messo in serio allarme queste stesse autorità. Di conseguenza la Santa Sede ha dovuto intervenire per chiarire il suo ruolo. E l’ha fatto tramite il suo nunzio in Senegal, l’arcivescovo Luis Mariano Montemayor. Il 31 gennaio, al termine di una visita alla diocesi di Ziguinchor in Casamance e dopo aver incontrato anche i capi delle locali comunità musulmane ed animiste, Montemayor ha dichiarato: “Non bisogna fare confusione. La Comunità di Sant’Egidio è autonoma e la Chiesa non si oppone a che intervenga nella crisi. Ma se il Senegal come Stato sovrano non domanda alla Santa Sede un arbitraggio, la Santa Sede non interviene. Questo è un affare interno che può creare un incidente diplomatico. Il governo del Senegal ha come politica di non internazionalizzare il conflitto in Casamance e non ha mai chiesto alla Santa Sede di intervenire come ‘facilitatore’”. Il nunzio ha aggiunto che la crisi è acuita dalla presenza di numerose fazioni all’interno del movimento indipendentista della Casamance. Ha auspicato che l’accordo di disarmo preveda l’integrazione dei combattenti nelle forze armate nazionali. E soprattutto ha avvertito che “senza riconciliazione, senza pacificazione delle anime, senza reciproco perdono non vi sarà mai una pace definitiva”. Intanto, a Roma, la Comunità di Sant’Egidio ha conquistato una nuova postazione nell’organigramma della curia vaticana. Il 31 gennaio il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo, è stato nominato consultore del pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Impagliazzo insegna storia contemporanea presso l’Università per Stranieri di Perugia, ed è prorettore di questa stessa università. Il 15 febbraio del 2011, a Perugia, il segretario particolare di Benedetto XVI, Georg Gänswein, ricevette da questa università una laurea “honoris causa” in sistemi di comunicazione nelle relazioni internazionali. Nel corso della cerimonia Gänswein, che è specialista in diritto canonico, tenne una “lectio magistralis” sulle relazioni tra Chiesa e Stato in Italia. E fu Impagliazzo a pronunciare la “laudatio” in onore del premiato. Da quel giorno i contatti tra la Comunità di Sant’Egidio e Benedetto XVI, mediati dal segretario del papa e già solidi, si sono ancor più rafforzati. Con Andrea Riccardi in posizione preminente. La nomina di Vincenzo Paglia, membro della Comunità di Sant’Egidio e per molti anni suo assistente spirituale, a presidente del pontificio consiglio per la famiglia, è stato il frutto più cospicuo di questi contatti. La nomina è avvenuta il 26 giugno 2012. E nel frattempo Riccardi era diventato ministro della cooperazione internazionale nel governo “tecnico” presieduto da Mario Monti e fermamente voluto dal capo dello Stato italiano Giorgio NapolitanoIn stretti rapporti personali sia con Monti che con Napolitano, Riccardi non è sceso in lizza come candidato nelle elezioni politiche in programma in Italia il prossimo 24 febbraio. Ma è tra i più influenti consiglieri di Monti nella campagna elettorale. Calcola di essere chiamato come ministro in un futuro governo o di essere invocato come sindaco della città di Roma. Tornando alla nomina di Impagliazzo a consultore del pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, è curiosa la premiazione che l’ha preceduta di pochi giorni. Il 29 gennaio il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente di questo pontificio consiglio, ha ricevuto dal governo romeno l’onorificenza dell’Ordine Nazionale “Stella della Romania”, con il grado di commendatore. E dove si è svolta la premiazione? A Roma in piazza Sant’Egidio, nella sede della Comunità.

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Per saperne di più sul fondatore della Comunità di Sant’Egidio: > Tra matrimoni “gay” ed elezioni. Può il papa fidarsi di Andrea Riccardi? (10.1.2013)

E sugli attriti fra la diplomazia vaticana e la Comunità: > Diario Vaticano / Sant’Egidio in libertà vigilata (29.12.2011)

Liste, quando l’esclusione è un attentato alla vita

L’esclusione dalla Lista Monti di Luca Volontè, attuale capogruppo del Partito Popolare Europeo al Consiglio d’Europa, fa nascere molte perplessità: perché è stata tagliata l’unica presenza di peso che ha condotto battaglie per i principi non negoziabili. Disappunto della Santa Sede, ma nella scelta c’è lo zampino di Andrea Riccardi.

di Riccardo Cascioli (22-01-2013)

Ci sono diversi modi per attentare alla vita, alla famiglia e alla libertà di educazione. Uno di questi, visto che siamo in campagna elettorale, è escludere dalle liste chi ha dato prova di estrema dedicazione a questa causa. Ed è infatti puntualmente successo a Luca Volontè, 47 anni, di Saronno, deputato dell’Udc fino a questa legislatura, attualmente capogruppo del Partito Popolare Europeo all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Tale assemblea riunisce a Strasburgo i delegati dei parlamenti nazionali dei 47 paesi che compongono il Consiglio d’Europa (che non va confuso con l’Unione Europea) e vota risoluzioni e rapporti che, sebbene non siano vincolanti per gli Stati membri, costituiscono però un importante documento di indirizzo politico. 

Ebbene, Volontè è stato tagliato, caduto vittima della legge del “non più di 15 anni in Parlamento” che Mario Monti si è dato. Per le liste facenti a lui capo erano previste solo due eccezioni: per l’Udc se la sono ritagliata Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione. E per Volontè nulla da fare. “Dura lex, sed lex”, si dovrebbe dire, ma qualcosa non quadra.

In Italia Volontè non fa parlare molto di sé, ma in Europa in questi anni si è costruito un ruolo importante, unico: è diventato il punto di riferimento di un’ampia rete di organizzazioni pro life e pro family di tutti i paesi europei e di tutte le confessioni cristiane. Un vero ecumenismo pragmatico che ha portato a conseguire importanti successi in aula: si è cominciato con il rapporto del 2010 che ha riproposto la centralità della famiglia come fattore di coesione sociale e strada per uscire dalla crisi. Poi nell’ottobre 2010 ha guidato con successo la battaglia sull’obiezione di coscienza, sventando il tentativo  di mettere sullo stesso piano il diritto all’obiezione di coscienza e un fantomatico diritto all’aborto. Poi, ancora nel 2011 sulle dichiarazioni di fine vita, Volontè è riuscito a far votare ed approvare tre emendamenti che sanciscono il divieto assoluto dell’eutanasia e di procurata morte; la decisione in favore della vita come criterio di scelta da parte dei medici; laddove la legge preveda il testamento biologico che le dichiarazioni siano flessibili, ovvero che si possano cambiare a piacimento del paziente. E ancora, nell’ottobre 2012 il grande scontro (e vittoria) sulla libertà di educazione, con un rapporto che ribadisce il diritto dei genitori alla libertà di educazione.

Un lavoro molto apprezzato dalla segreteria di Stato vaticana e dalle conferenze episcopali europee, quello di Volontè. Non così ovviamente per i gruppi massonici – la cui espressione politica è il movimento umanista – e per finanzieri con progetti sociali per l’Europa quali George Soros, che hanno trovato in Volontè una pietra d’inciampo.

In ogni caso era stato Monti, all’inizio della formazione delle liste, a dire che non ci sarebbero stati tagli lineari, che si sarebbe guardato anche al merito. Ed ancora, Monti è stato sollecitato dal Ppe a “salire” in politica, lui stesso parla sempre di Europa. E allora come è possibile che abbia lasciato a piedi l’unico esponente del Centro con una esperienza europea senza paragoni e anche l’unico italiano a ricoprire un ruolo così importante in Europa come capogruppo del PPE?

Pensare che il taglio lineare sia stato un bel pretesto per eliminare un personaggio scomodo non è difficile. Ma stare a sentire i beni informati la responsabilità non sarebbe tanto del presidente del Consiglio quanto di chi ha concretamente guidato il lavoro della formazione delle liste. E i nomi che spuntano sono due: Andrea Romano e Andrea Riccardi. Il primo, figlio del famoso ambasciatore ed editorialista del Corriere della Sera Sergio Romano, è direttore di Italia Futura, il think tank creato da Luca Cordero di Montezemolo. Ma soprattutto viene considerato ammanicato con gli ambienti massonici europei e si può capire allora che non abbia mosso un dito per recuperare Volontè. 

Andrea Riccardi è invece il ben noto fondatore della Comunità di Sant’Egidio e sebbene sia considerato rappresentante del mondo cattolico e “uomo del Vaticano”, non ha mai mostrato alcun interesse per i princìpi non negoziabili, forse perché sono uno scomodo fardello per chi vuole far carriera in certi ambienti. Di certo si sa che dalla Santa Sede gli sono arrivati degli imput perché si adoperasse a sostegno della candidatura di Volontè, ma è altrettanto certo che non abbia mosso un dito, e se lo avesse mosso lo avrebbe fatto probabilmente dalla parte sbagliata. Il motivo lo si può intuire facilmente: un deputato “cattolico” come Volontè  è fastidioso per chi ha un approccio molto diverso alla politica e all’ecumenismo, decisamente più attento a stabilire relazioni di potere – per la maggiore gloria di Sant’Egidio – e ad abbracciare i fratelli separati cristiani senza comunicare nulla. Peraltro il successo diplomatico di un altro cattolico costituisce una scomoda pietra di paragone per chi – come la Comunità di Sant’Egidio – nel campo dei rapporti internazionali non vuole concorrenza.

Inoltre, se Volontè fosse restato a Strasburgo sarebbe stato più difficile mandarvi un altro cattolico, legato a Sant’Egidio. Così ora invece la strada è spianata e possiamo aspettarci che all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa sia delegato un uomo vicino a Riccardi, che così potrà estendere i suoi tentacoli nel Continente. Se poi all’attuale ministro della Cooperazione riuscisse di diventare ministro degli Esteri (il suo sogno) senza passare dalle elezioni, il cerchio si chiuderebbe. L’unico problema è che una tale presenza cattolica qualificata non si preoccuperebbe tanto di difendere la libertas ecclesiae quanto di estendere il potere di Sant’Egidio.

“Ecce Bombo”, aspirante ministro degli esteri

di Sandro Magister, da Settimo Cielo (20/01/2013)

Indovinello. Chi è quel tizio che “dopo essere stato a lungo tempo candidato praticamente a quasi tutte le cariche disponibili in Italia, dal papato al Quirinale”, all’improvviso si è tirato indietro e ora è un “non candidato” ma di gran lusso?

Troppo difficile? E allora rifacciamo la domanda. Chi è quel tizio che “dopo aver contribuito a convincere Mario Monti a scendere in campo e a rifiutare il ruolo di grande riserva della repubblica, e dopo aver promesso più volte di essere disposto a spendersi in prima persona, e a metterci la faccia, per tentare di realizzare il sogno di un grande centro, si è improvvisamente e misteriosamente smaterializzato, puf”?

La prosa è del notista politico Claudio Cerasa, in un’esauriente e godibilissima rassegna dell’élite dei “non candidati” alle prossime elezioni politiche, su “Il Foglio” di sabato 19 gennaio.

A questo punto è chiaro che la soluzione dell’indovinello è Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio, forse il più morettiano tra i “candidati non candidati” di questa campagna elettorale. Il Nanni Moretti di “Ecce Bombo” che filosofava: “Che dici: vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: dai, vieni di là con noi. E io: andate, andate, vi raggiungo dopo. Vengo, ci vediamo là. No, non vengo”.

Insomma, “dopo lunghe, drammatiche e sofferte valutazioni”, scrive Cerasa, Riccardi è uno di “quei candidati ombra che hanno infine deciso che li si nota molto di più non se vengono e se ne stanno in disparte, ma più semplicemente se in parlamento non ci vengono per niente”.

Tanto, in prima linea, come capolista a Roma alla camera, Riccardi ha spedito il fido Mario Marazziti, suo obbedientissimo doppio da una vita. Per sé, Riccardi ha in mente dell’altro e di più. Ambisce ad avere in dote quello che non riuscì ad ottenere nell’autunno del 2011, quando non il cardinale Tarcisio Bertone, non il cardinale Angelo Bagnasco, ma il presidente Giorgio Napolitano lo impose come ministro di un ministero confezionatogli “ad personam”, quello della cooperazione internazionale.

Quel mini-ministero Riccardi lo accettò obtorto collo, come un modesto premio di consolazione. Perché era agli esteri che lui puntava, dicendolo a destra e a manca.

Ed è agli esteri che adesso vuole finalmente arrivare. E ha calcolato che la chiamata potrà meglio venirgli se si terrà pronto non in parlamento, ma nel più nobile Olimpo degli ottimati.

Peccato che, come aspirante ministro degli esteri, Riccardi ha dato di sé una prova, a fine novembre al Cairo, che se Napolitano e Monti ne prendessero nota lo licenzierebbero sui due piedi, invece di promuoverlo a stratega della geopolitica del nuovo millennio.

Rileggere qui, per credere. E anche qui.

Col suo strampalato discorso al Cairo, Riccardi voleva assurgere a nuovo Obama. È rimasto a Nanni Moretti.