Don Scquizzato, (a)teologo che offende Dio

La televisione della CEI, Tv2000, ospita il teologo Scquizzato, secondo il quale l’atto di dolore non ha nulla di cristiano. Sotto accusa il solito riferimento al castigo. Bordate anche sul rapporto tra fede e religione cattolica e sul peccato che non sarebbe un’offesa a Dio, ma solo all’uomo. Speriamo che l’8 per mille non serva per finanziare trasmissioni devastanti come questa. L’editoriale di P. Barile e il video-commento di Cooperatores-Veritatis.org.

Che dolore l’atto di dolore della TV targata CEI

di P. Riccardo Barile OP (15-04-2019)

Confesso di coltivare un pessimo rapporto con i media. Per cui non seguivo Tv2000 sino all’altro ieri, quando la Bussola mi ha segnalato un’intervista a don Paolo Scquizzato sulla Quaresima dell’8 aprile u.s., reperibile dal minuto 32 in avanti del programma Ora solare.

Don Paolo è un prete del Cottolengo di Torino, che ha accettato la sfida di scrivere un libro “frizzante” sulla Quaresima. Mi astengo dal commentare il libro, ma parto dall’intervista, caratterizzata da una frase bomba sull’Atto di dolore e da una serie ininterrotta di frasi discutibili, ma proferite con disinvolta sicurezza e anche con una certa sincera ingenuità di chi cammina su di un campo minato senza accorgersene.

Don Paolo in fondo mi è simpatico perché sono nato a Torino a mezz’ora a piedi dal Cottolengo e prima che lui nascesse frequentavo Porta Palazzo e le vie del vicino Cottolengo. Non polemizzo con lui, ma vorrei mettere qualche pulce nell’orecchio a chi ha visto quel programma, dove non tutto ciò che era detto con sicurezza è altrettanto sicuro.

UN SCIVOLOSO APPROCCIO ERMENEUTICO

Don Paolo: «Credo che proprio noi come Chiesa oggi dobbiamo recuperare, ridare un senso alle parole, perché per molto tempo, per secoli, abbiamo spolpato di significato le parole (…). Molto di ciò che propone la Chiesa o ha ha proposto per secoli è stato qualcosa un po’ di proibito e un po’ di obbligatorio (…). Io credo che dobbiamo come cristiani soprattutto oggi tornare al vangelo autentico, a un vangelo sine glossa come direbbe san Francesco (…). Termini come sacrificio, come mortificazione, come fioretti, tutta questa cosa non è evangelica, non c’è nel vangelo».

Che qualcosa vada reinterpretato è ovvio, ma che sempre si debba reinterpretare insinua il dubbio che sino ad oggi la Chiesa ci ha ingannato. Se si aggiunge che la reinterpretazione va condotta a partire dal vangelo sine glossa (senza commento), ci si avvia verso il baratro. Infatti «La fede cristiana (…) non è una “religione del Libro”. Il cristianesimo è la religione della “Parola” di Dio, di una parola cioè che non è una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente» (CCC 108; concetto ribadito dalla Verbum Domini). Dunque non c’è il Libro con un vuoto ermeneutico da riempire, ma il Libro ci è dato dalla interpretazione della Tradizione; dunque il Cristo vivente nella Chiesa può dirci qualcosa che alla lettera non è contenuto nei vangeli. E san Francesco non può essere chiamato in causa più di tanto perché il suo sine glossa riguarda la Regola e il Testamento (FF 130, 1672, 1678, 2131, 2184, 2730), anche se osservò il Vangelo alla lettera in questioni di povertà (FF1622, 1682).

Venendo agli esempi addotti, la Chiesa proibendo e obbligando imita Dio (il primo peccato non è nato dopo una proibizione?) perché noi comprendiamo quando mettiamo in pratica, e non dopo le spiegazioni. Non mi fermo sul sacrificio perché è ovvio, ma affermando che la mortificazione non è evangelica ci si urta contro questa frase: «Il progresso spirituale comporta l’ascesi e la mortificazione, che gradatamente conducono a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini» (CCC 2015). Bisogna riscrivere il Catechismo?

LA FRASE BOMBA: L’ATTO DI DOLORE NON HA NULLA DI CRISTIANO

Don Paolo: «Noi, parlo di Chiesa, Chiesa ufficiale, la Chiesa dei preti, abbiamo credo infangato molto il termine e concetto di peccato; l’abbiamo pensato anzitutto come una trasgressione, come infrazione a una norma, a un comandamento e quindi come un’offesa fatta a Dio. Tutto questo è rimasto in quella tremenda preghiera che purtroppo viene ancora usata, so, da alcuni catechisti, che è l’Atto di dolore “perché con il peccato ho offeso te infinitamente buono e per questo merito i tuoi castighi”. È una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre».

L’Atto di dolore figura a p. 48 dell’edizione italiana del Rito della Penitenza e a p. 176 del Compendio del CCC: testi così autorevoli conterrebbero una preghiera che non ha nulla di cristiano? È vero che l’argomento va un po’ smorzato perché l’Atto di dolore non è l’unica formula possibile, perché l’edizione italiana riporta la formula precedente e non traduce alla lettera il latino del testo tipico dove non ci sono i castighi, che tuttavia sono stati reintrodotti nel testo latino del Compendio del CCC. Comunque la domanda resta: testi così autorevoli conterrebbero una preghiera che non ha nulla di cristiano?

Ma anche le motivazioni non reggono. Il peccato non sarebbe un’offesa a Dio? No, il CCC 1849 dice che è «una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana» (CCC 1849) e subito dopo continua: «Il peccato è un’offesa a Dio» (CCC 1850), «(…) il peccato è sempre un’offesa fatta a Dio» (CCC 431) e naturalmente «molti peccati recano offesa al prossimo» (CCC 1459).

Dio non castiga? La questione è complessa e vorrei intervenire prossimamente con più calma sulla Bussola. Comunque «(…) di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? (…). È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!» (Eb 10,29.31). Il Dio della Lettera agli Ebrei non sarebbe il Dio rivelato da Gesù? E poi la speranza è “anche” «il timore di offendere l’amore di Dio e di provocare il castigo» (CCC 2090). Bisogna riscrivere il Catechismo?

RELIGIONE E FEDE

Dice don Paolo: «Il cristianesimo non è una religione, il cristianesimo è una fede, questa è la grande rivelazione di Gesù (…). La religione è ancora in qualche modo un tentativo di raggiungere il cielo con il proprio sforzo, con la propria osservanza, e questo ci rende soltanto molto integralisti».

Dire che il cristianesimo è una fede e non una religione è una sirena alla quale è intellettualmente difficile resistere. Io stesso per due o tre anni in gioventù ne rimasi impigliato; ho trovato un testo relativamente giovanile di Caffarra in questo senso e anche il Biffi prima prete e cardinale poi vedeva bene tale interpretazione.

Una mezza verità se assolutizzata, diventa falsa. Il cristianesimo non è “solo e principalmente” una religione ma è “anche e necessariamente” una religione. Il CCC si muove sempre nella linea della integrazione e mai in quella della contrapposizione, perché togliere la religione alla fede è toglierle la necessaria radicazione umana, lasciandola disincarnata e aperta a tutte le stranezze intellettuali e pratiche. Così usa le espressioni «religione cristiana» (CCC 958), «religione divinamente rivelata» (CCC 2244), «la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo» (CCC 2105); stabilisce che la giustizia è una virtù morale e che «la giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”» (CCC 1807). Tutto questo è elevato ma non negato dalla grazia cristiana: il Battesimo «consacra il battezzato al culto della religione cristiana» (CCC 1280), la legge nuova «pratica gli atti della religione: l’elemosina, la preghiera e il digiuno, ordinandoli al Padre che vede nel segreto» (CCC 1969) e in particolare l’adorazione che «della virtù della religione è l’atto principale» (CCC 2096). Se «adorare Dio, pregarlo, rendergli il culto che a lui è dovuto, mantenere le promesse e i voti che a lui si sono fatti, sono atti della virtù della religione, che esprimono l’obbedienza al primo comandamento» (CCC 2135), anche «il secondo comandamento (…) deriva dalla virtù della religione» (CCC 2142), così come «il senso del sacro» (CCC 2144). Bisogna riscrivere il Catechismo?

Concludendo mi viene da sospirare come la donizettiana Lucia di Lammermoor nel celebre concertato: «Vorrei pianger, ma non posso… ah, mi manca il pianto ancor!» (II, scena VI). Ma mi viene anche in mente che lunedì prossimo ho l’appuntamento per la dichiarazione dei redditi. E dovrei devolvere un minimo 8×1000 per finanziare trasmissioni come questa? Non sarebbe meglio devolverlo alla Chiesa ortodossa? Poi però, siccome credo alla disciplina cattolica, come la rossiniana Amenaide nel Tancredi assicuro: «Compirò, non temete, il dover mio» (I, scena III). Sì, devolverò l’8×1000 alla CEI, ma nella speranza che sia usato per trasmissioni e interviste non devastanti come questa.

(fonte: lanuovabq.it)


ATTENZIONE GRAVISSIMO: peccare non offende Dio!!!

Evviva!! ce l’hanno fatta??? Non ancora, ma intanto la semina è devastante, l’Atto di dolore “non è più cristiano” E PECCARE NON OFFENDE DIO, tutto questo attraverso TV2000…
Cliccando qui avrete il testo del video ed altri link preziosi.

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2 pensieri riguardo “Don Scquizzato, (a)teologo che offende Dio

  1. Dire che “Dio non punisce” o “Dio non castiga” è chiaro segno di un’imbecillità per la quale chi lo afferma dovrebbe immediatamente essere esonerato dall’educare bambini e giovani o dalla catechesi cristiana. Il suo comportamento, in realtà, li diseduca. Il modo corretto di intendere i termini “punizione” e “castigo” non sta nell’attribuirgli il significato che gli diamo noi, applicandolo poi anche a Dio, ma, viceversa, è quello di comprendere il significato che gli attribuisce Dio assumendolo poi come nostro. Noi uomini castighiamo con animo irritato e con malizia, talvolta con cuore vendicativo. Dio invece castiga per amore, con cuore che ha perdonato e di conseguenza con l’intenzione di aiutarci a correggerci dal male che abbiamo compiuto. Un padre che perdona il proprio figlio ma non lo punisce, in realtà, si disinteressa di lui e non lo aiuta a ravvedersi. Un padre che ha perdonato il proprio figlio lo punisce amandolo e aiutandolo, anche soffrendo egli stesso, ad uscire dal suo errore. Il sacerdote di cui sopra è meglio se cambia mestiere, come fa pensare l’abbigliamento laico e l’anello matrimoniale al dito. Poi provveda a cambiare il suo modo distorto di pensare il cuore di Dio.

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  2. Semplicemente questo (don?) Paolo Scquizzato è uno che è entrato in seminario per sfangarla in qualche maniera, piuttosto che cercare una occupazione lavorativa più faticosa! Teologo del nulla! Ascoltarlo significa perdere tempo, e anche la fede…

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