Processare i gesuiti, riappropriarsi della Chiesa

Processare i gesuiti e riappropriarsi della Chiesa! Ciò che è avvenuto nella Chiesa cattolica a partire dal Concilio Vaticano II e che sta culminando con il pontificato del gesuita Jorge Mario Bergoglio è l’equivalente di un colpo di Stato.

di Francesco Lamendola (06-07-2018)

Ciò che è avvenuto nella Chiesa cattolica, a partire dal Concilio Vaticano II, e che sta culminando ai nostri giorni con il pontificato di Francesco, è l’equivalente di un colpo di Stato. Un ordine religioso potente, disciplinato, deciso, quello dei gesuiti, si è trasformato in una fazione, e questa fazione ha stabilito che era necessario prendere il controllo del vertice della Chiesa, per il suo bene e per la sua salvezza; ma, di fatto, capovolgendo la dottrina e stravolgendo la natura e la finalità della Chiesa stessa. I gesuiti hanno favorito l’instaurarsi di una nuova liturgia, di una nuova pastorale e perfino di una nuova teologia, e hanno così favorito il dilagare della medesima eresia anche negli altri ordini religiosi e nel clero secolare, così da creare una situazione di apostasia generalizzata e, se possibile, di “non ritorno”, tagliando i ponti col passato e inaugurando una nuova “stagione” che, di fatto, è la nascita di una nuova chiesa, quella che merita di essere chiamata neochiesa, per distinguerla dalla vera Chiesa cattolica, di cui si vuol far sparire, insieme alla prassi e alla dottrina, anche il ricordo. Si vuol fare in modo che i giovani cattolici, tutti quelli nati e vissuti dopo il Concilio, non sappiano cos’era, né com’era, la Chiesa di prima del 1962-65; bisogna stendere una fittissima cortina fumogena e avvolgere il passato in un alone di oscurità, dandone una versione tendenziosa e denigratoria. I papi che si sono succeduti dopo il conclave del 1958 hanno via, via esteso e sviluppato i temi e gli aspetti di novità creati con il fatto compiuto del Concilio, nel corso del quale venne operato un inganno e un tradimento rispetto alle aspettative del clero: perché tutti avevano pensato a un concilio breve, di tre mesi, che avrebbe rafforzato la fede, condannando gli errori del mondo moderno, mentre si ebbe un concilio di tre anni che non condannò niente e nessuno, anzi, gettò tutta una serie di ponti verso quegli errori, dando l’impressione che il peccato e l’eresia non esistano più e che un cattolico possa e debba adattarsi benissimo alle pratiche anticristiane della civiltà moderna.

C’erano stati dei segnali d’allarme. Il caso del gesuita Teilhard de Chardin era stato uno di questi: le sue balorde teorie pseudo teologiche, un pasticcio di evoluzionismo e di un personalissimo “cristocentrismo cosmico”, avevano seminato abbastanza scandalo e confusione; ma non si era voluto capire che tutto l’ordine dei gesuiti era infettato da tendenze ereticali. In realtà, era inevitabile che andasse a finire in questo modo: tutta la storia dei gesuiti è anomala. Nati da una situazione di emergenza, il dilagare della riforma protestante, e nati come una specie di milizia privata del papa, con tanto di ordinamento militare e disciplina assoluta, probabilmente essi si sono sempre considerati più come i fedelissimi del papa che come un ordine religioso fra gli altri. In altre parole, i gesuiti sono sempre stati prima gesuiti, e poi cattolici. Lo si è visto quando i loro missionari, attivissimi, instancabili, sono penetrati in India e in Cina: se l’autorità dei pontefici non fosse intervenuta a fermarli, avrebbero tenuto a battesimo un sincretismo cattolico-induista e cattolico-confuciano, gettando la Chiesa nell’apostasia e aprendo una fase post-cristiana, che avrebbe relegato la fede cattolica fra le anticaglie del passato. Quel che è accaduto a partire dall’elezione di Giovanni XXIII è la ripetizione di quella storia, ma con i gesuiti ormai abbastanza forti da imporre al papa e alla Chiesa la loro riforma, sempre in senso gnostico e sincretista. Il loro teorico è stato Karl Rahner, vero artefice della svolta conciliare in teologia; e adesso il loro uomo forte è Bergoglio, messo sulla cattedra di san Pietro per portare la manovra sino in fondo. E che sia un colpo di Stato risulta anche dal fatto che un gesuita non potrebbe essere eletto cardinale, né tanto meno, papa, e infatti nessun gesuita era mai stato fatto papa. I gesuiti sono nati per obbedire al papa, non per essere papi; però, sin dalle origini, si sono comportati come se la salvezza e il futuro della Chiesa dipendessero da loro. Nel corso del XX secolo si sono convinti, come nel XVI, che la Chiesa versa in pericolo mortale, e che loro soli possiedono la chiave per scongiurare la catastrofe. Per questo motivo hanno deciso di prendere il comando: a mali estremi, estremi rimedi.

La mafia di San Gallo, organizzata sotto la regia di un gesuita (cardinale, ma, almeno, fornito di apposita dispensa, a differenza di Bergoglio: Carlo Maria Martini) ha deciso di dare la spinta decisiva per affrettare una manovra che era già in corso, e questo fin dal conclave del 2005, che avrebbe dovuto eleggere Bergoglio; i gesuiti hanno pensato che la crisi della Chiesa era talmente grave che bisognava bruciare le tappe e mettere un loro uomo al comando. La loro eresia nasce da qui: dal sentirsi e ritenersi indispensabili: un peccato di superbia intellettuale. Da questo peccato nasce l’idea che soltanto loro possono salvare la Chiesa; e che, per salvarla, è necessario varare una serie di riforme sempre più precipitose, per non dire vertiginose. Per usare le parole di Martini, “la Chiesa è in ritardo di almeno 200 anni”, dunque bisogna recuperare il tempo perduto. In ritardo rispetto a che cosa? Ai processi della modernità. E siccome il primo di tali processi è stata l’eresia protestante, ecco che l’eresia protestante viene prosciolta, riabilitata, istituzionalizzata: non esistono altre spiegazioni per il modo in cui la neochiesa di Bergoglio ha “celebrato” i cinquecento anni dallo scisma di Lutero, definendolo, per bocca di monsignor Galantino, “un dono dello Spirito Santo”. Gli altri processi della modernità comprendono il principio della libertà religiosa, la democrazia liberale, il marxismo, il radicalismo, il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, la libertà di drogarsi, le unioni di fatto al posto del matrimonio e, da ultimo, i cosiddetti matrimoni omosessuali: e la neochiesa, nell’arco di soli cinque anni, cioè da quando è stato fatto papa Bergoglio, ha detto sì, o ha manifestato significative aperture, o, quanto meno, ha scelto un silenzio eloquente, rispetto a tutte queste cose. È inutile, ora, scandalizzarsi: tutto quel che sta accadendo fa parte di un’agenda precisa; Bergoglio è stato eletto per attuarla, e non si fermerà prima di averlo fatto. Per questo ha commissariato i Francescani dell’Immacolata, per questo ha aperto la strada alla comunione ai divorziati e alla comunione ai protestanti, per questo non ha risposto ai Dubia dei quattro cardinali, né alla Correctio filialis dei teologi e dei sacerdoti. Non gli interessa dialogare, beninteso all’interno della Chiesa; per lui, il dialogo è sacro solo con i non cattolici e con i non cristiani. Lui non è stato fatto papa per dialogare, ma per attuare il Concilio, vale a dire per accelerare e rendere irreversibile ciò che è stato incominciato con il colpo di Stato del 1962-65. Ritiene di avere non solo il diritto, ma il dovere di fare quel che sta facendo; di andare avanti a passo di carica, senza fermarsi, finché l’ultimo ostacolo sarà abbattuto e l’ultima resistenza sarà ridotta al silenzio. Con lui, e con quelli che lo hanno messo al potere, non è possibile alcuna mediazione, perché non farà prigionieri. Essendo un politico, non gl’importa della fede, tanto meno delle anime che getta nell’angoscia e nella sofferenza con i suoi modi di fare, con i suoi discorsi e le sue espressioni oltraggiose, blasfeme; gli importa solo di consolidare la sua popolarità, anche se essa è assai maggiore fra i non credenti che fra i credenti, fra i non cattolici che fra i cattolici. Ricordiamolo e teniamolo bene a mente: lo scopo di Bergoglio, e di quelli che lo hanno eletto, non è salvare la fede, ma salvare la chiesa; anche a costo di trasformarla in una neochiesa che non ha niente che fare con la vera Chiesa. Ad essi è sufficiente che si conservi la struttura esteriore della chiesa, che vescovi e cardinali conservino le loro cattedre, che l’otto per mille continui a fluire nelle casse della chiesa; a loro basta che in Vaticano ci sia un papa, non importa se non sarà più un papa cattolico. Sono massoni quasi tutti e il loro scopo non è preservare il cattolicesimo, ma distruggerlo. Si sono convinti che, per salvare la chiesa, bisogna che il cattolicesimo scompaia e sia sostituito dal modernismo. Ed è quello che stanno facendo, senza remore né scrupoli. Essendo massoni, non credono alla divinità di Gesù Cristo, né alla dottrina della grazia e del peccato, e nemmeno al giudizio, all’inferno e al paradiso, come la Chiesa ha sempre insegnato tali cose; e siccome non ci credono, per loro non è un sacrificio sbarazzarsene, ma un guadagno. Sono fieri di ciò che stanno facendo. È sommamente ingenuo chiedersi come mai essi non provino alcun disagio, vedendo quanta confusione e quanta amarezza stanno causando a una parte dei fedeli. Provava forse disagio padre Turoldo, quando spezzava in pubblico la corona del Rosario e gridava ai fedeli: Basta con queste superstizioni da Medioevo? Prova forse imbarazzo Bergoglio, alla notizia che il cardinale Caffarra è morto senza aver avuto da lui neppure una parola di risposta, benché lo abbia incontrato, ma per caso e per dovere d’ufficio, insieme ad altri, durante una visita pastorale, e ipocritamente lo abbia abbracciato, per la gioia dei fotografi? No, nessun imbarazzo: loro tirano dritto, hanno un lavoro da fare.

Se questa è la situazione, che fare? Per prima cosa, i gesuiti dovrebbero essere processati e disciolti: come si fece, al principio del XIV secolo, con i templari. Potremmo discutere fino a domani se le accuse rivolte ai cavalieri del Tempio erano fondate e legittime, oppure no; e quanta parte vi ebbe la politica, specie la volontà di Filippo il Bello d’impossessarsi dei loro ingenti beni. Ma la sola domanda che qui c’interessa è se erano fondate le accuse di natura religiosa: che essi disprezzassero Gesù Cristo, che sputassero sul crocefisso, che praticassero la sodomia e che adorassero un idolo chiamato Bafometto. Clemente V non ritenne assurde tali accuse, e, anche se non li condannò in maniera esplicita, li soppresse. Si è detto che quegli atti erano la simulazione di ciò che i templari avrebbero subito, se fossero caduti nelle mani dei musulmani: debole spiegazione, perché, quando il Tempio venne processato, era stato già espulso dalla Terra Santa e, di fatto, non era più un ordine combattente; in compenso si diceva, probabilmente con fondamento, che avesse contratto tendenze eretiche proprio dal contatto con gli islamici. Oggi un processo ecclesiastico dovrebbe stabilire se i gesuiti sono ancora cattolici o se sono diventati un ordine eretico; e se, per il bene della fede e della vera Chiesa, sarebbe meglio che venissero sciolti. Se si passano in rassegna i loro campioni più recenti, da Teilhard, a Rahner, Martini, Sosa Abascal, James, Bergoglio, e gli uomini e le donne di cui sono amici, e dei quali fanno il pubblico elogio, da Scalfari, a Pannella, a Bonino, risulta che il dubbio è più che giustificato, anzi, che è molto più di un dubbio.

Oggi i gesuiti sono diventati la centrale operativa della congiura anticattolica che sta portando la Chiesa in piena apostasia: se si vuole arrestare la deriva, bisogna fermarli. Se qualcuno non li ferma, essi non si fermeranno: sono pervasi da un delirio di onnipotenza, si credono indispensabili, non sanno cosa sia l’umiltà, e quel che è più grave di tutto, hanno perso la fede: lo dicono i loro atti e le loro parole. Può darsi che molti semplici gesuiti non se ne rendano conto, ma i loro capi sanno molto bene quel che stanno facendo. Perciò bisogna adottare la loro filosofia: a mali estremi, estremi rimedi; se si vuol salvare il cesto, bisogna eliminare le mele marce. Qualcuno penserà che tutto ciò è eccessivo. Bene: lasciate allora che citiamo le parole che Pio XII disse al suo confessore, gesuita anche lui, padre Entrich, nel 1954, già malato, quattro anni prima della morte, mostrandogli gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola (cit. in Antonio Spinosa, Pio XII. L’ultimo Papa, Milano, Mondadori, 1992, p. 385): «Qui dentro troviamo la Compagnia di Gesù come Noi l’amiamo. Lo spirito di disciplina della Compagnia si è affievolito, non è più come ai tempi in cui studiavamo all’Università Gregoriana. Con la disciplina ha salvato la fede, la fede, la fede. Lei ne conosce la storia. Così deve rimanere la Compagnia di Gesù, non altrimenti, non altrimenti. Noi siamo molto preoccupati dei gesuiti di oggi. Sentire “cum ecclesia” stimare la scolastica, e la sana dottrina, conservare il “depositum fidei”. Noi ci sentiamo responsabili, e ce ne rivolgiamo un rimprovero, di non esser intervenuti in modo più energico».

Questo pensava e diceva Pio XII, alcuni anni prima del Concilio: che penserebbe e direbbe oggi? Proviamo a riformulare le sue domande: i gesuiti mostrano di sentire cum ecclesia? Stimano la scolastica e la sana dottrina? Conservano il deposito della fede? Rispondere onestamente a tali domande significa trarre le implicite conclusioni. I gesuiti, oggi, sono un elemento di dissoluzione della fede, e i principali artefici della distruzione della vera Chiesa. Quella che Bergoglio lascerà al suo successore non sarà più tale: sarà una chiesa apostatica, ove i veri cattolici saranno perseguitati, come del resto sta accadendo già ora. Per questo è necessario agire, senza perdere altro tempo: i gesuiti sono fuori controllo, vanno fermati. Gli elementi sani che ancora esistono nella Chiesa devono insorgere. I laici devono protestare, far sentire la loro voce. Ogni volta che un prete indegno si serve della santa Messa per tenere arringhe politiche, per diffondere concetti non cattolici, come purtroppo avviene ormai ovunque, essi devono contestare quel prete. Quando don Olivero ha detto ai fedeli che non avrebbe fatto loro recitare il Credo, perché lui non ci crede, i fedeli avrebbero dovuto uscire dalla chiesa. Questi preti infedeli devono trovare la ferma opposizione dei cattolici, altrimenti la loro impudenza non avrà limiti. E l’osceno affresco del duomo di Terni, che celebra il peccato, va distrutto. E se Paglia esalta le virtù di Pannella, un coro di fischi lo deve sommergere…

(fonte: accademianuovaitalia.it)

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