Di (questa) sinodalità si può morire

La nuova Costituzione apostolica Episcopalis Communio sembra ratificare un grave equivoco sul significato dei Sinodi, ovvero che siano i sinodi a produrre la verità e non viceversa. Ma oggi il vero problema della Chiesa è l’episcopato, vale a dire la perdita del senso di cosa significhi essere successore degli Apostoli.

di Stefano Fontana (20-09-2018)

Bisogna chiedersi se di sinodalità si possa anche morire. C’è forse oggi un concetto più ambiguo di questo? Se la sinodalità vuol dire ascoltarsi, ascoltare insieme, camminare insieme, decidere insieme, con-venire … sfocia in situazioni vuote di senso o ambigue: ascoltare chi e cosa? Camminare insieme verso dove? Con-venire perché?

Sulla sinodalità incombe l’ombra del proceduralismo o, se vogliamo, del metodo senza i contenuti. La sinodalità vera è data dai contenuti non dai metodi. È la verità a fare la sinodalità e non viceversa. È la verità che ci fa camminare insieme, non siamo noi che, camminando insieme e solo per il fatto di camminare insieme, facciamo la verità. La verità non si fa, è essa che ci fa essere e che ci fa fare. Una Chiesa che convoca continuamente sinodi non è per questo più sinodale. Una Chiesa che intimamente e silenziosamente colloquia nello Spirito di Verità e nella dottrina della fede è più sinodale di una che produce questionari per ascoltare il “popolo di Dio” e che sforna in continuità documenti assembleari.

Quante sciocchezze si sentono negli incontri cosiddetti sinodali. Sciocchezze che non perdono tale loro caratteristica solo perché sono dette con sinodalità. Quante sciocchezze abbiamo sentito dire nei due sinodi del 2014 e 2015 che non hanno perso tale loro carattere per il fatto di essere state dette da dei Padri sinodali. Troppo facile chiamare in causa lo Spirito Santo solo per il carattere di apparente sinodalità delle nostre riunioni, se poi le nostre riunioni non esprimono la verità della dottrina cattolica.

Abbiamo assistito a sinodi diocesani da cui sono uscite bestialità dottrinali sulle quali l’ordinario del luogo non ha detto una parola per non opporsi allo Spirito che avrebbe soffiato sul quel sinodo. Assisteremo a sinodi universali sulle cui sciocchezze il Papa non dirà una parola per non intralciare il soffio dello Spirito che si sarebbe fatto sentire alle orecchie sensibili dei Padri Sinodali? Sinodi diversi potranno dire cose dottrinalmente diverse basandosi sulla propria sinodalità?

La sinodalità, si dice ora, deve nascere dal basso. Bisogna prima ascoltare il “popolo di Dio”. Mi chiedo: nel modo indecente con cui è stato ascoltato nella fase preparatoria dei sinodi del 2014 e 2015? Con dei questionari che, per la maggior parte dei casi, erano stati compilati dal parroco? E se fossero stati compilati dall’inner circle del parroco invece che dal parroco solo, avrebbero espresso il “popolo di Dio”? Eppoi chi è il “popolo di Dio” e cosa bisogna essere o fare per appartenervi ed essere consultati? La Chiesa discente è diventata Chiesa docente? Nessuna valorizzazione dei laici implica questo. Spero di non essere mai consultato in questa forma e per questi motivi. Se lo fossi mi rifiuterei.

Una cosa del genere non ha niente a che fare con il principio teologico del sensus fidei presente nei fedeli in virtù del battesimo, ha piuttosto a che fare con le indagini demoscopiche taroccate da chi le propone per far emergere i dati che egli desidera. Dovremmo ascoltare i consigli pastorali diocesani? Per farlo bisognerebbe non sapere come essi vengono composti e costituiti. Da dove dovrebbe derivare una loro presunta attitudine ad esprimere “il popolo di Dio”? Eppoi, c’è un popolo di Dio senza i pastori o prima dei pastori e senza una verità o dottrina della fede che è costitutiva della Chiesa stessa?

Nel 1972 Karl Rahner chiedeva una Chiesa “dal basso”, “democratica”, “declericalizzata”, una Chiesa “aperta”, ossia fondata sullo stare insieme più che sui contenuti di verità di questo stare insieme, una Chiesa “sinodale” con organismi di condivisione, ascolto e partecipazione formati dal basso e che non si limitassero a consigliare il Papa su determinati argomenti, lasciando poi a lui l’ultima parola, ma che avessero capacità deliberative in materia di dottrina e di morale e che fossero quindi ad ogni titolo “magistero”. La sinodalità è la via per realizzare questo progetto di nuova Chiesa nella quale prevale il processo del camminare insieme più che i contenuti veritativi?

Oggi il vero problema della Chiesa è l’episcopato, vale a dire la perdita del senso di cosa significhi essere successore degli Apostoli. Che non vuol dire produrre sinodalità ma dare testimonianza della Verità, il che poi produrrà anche unità nella Chiesa. Non vuol dire convocare assise sinodali e poi che dicano quello che vogliono, pensando che l’abbia ispirato lo Spirito Santo. Non vuol dire pronunciare una parola solo se gli altri vescovi della Conferenza episcopale regionale sono d’accordo, altrimenti non si procederebbe in sinodalità: l’episcopato non è una corporazione.

La sinodalità blocca la testimonianza della verità, prima di tutto da parte di tanti vescovi e abitua ad un positivismo sinodale: quanto è detto “insieme” è per ciò stesso vero. Quello che dice il singolo vescovo, se non assume il metodo sinodale, non è vero ed è guardato con sospetto. Per questo molti vescovi non dicono più niente. Per questo un vescovo non dirà mai che quanto dice un altro vescovo è sbagliato. La sinodalità spesso diventa omertà.

Ecco alcuni pensieri che mi sono venuti alla testa leggendo la Costituzione apostolica Episcopalis communio di Papa Francesco. Ma forse, anzi con ogni probabilità, sbaglio io, che non sono il Papa: nell’imminente week-end me la dovrò rileggere con attenzione.

(fonte:  lanuovabq.it)

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