Da Martini a Bergoglio. Verso un Concilio Vaticano III

Come il gesuita Carlo Maria Martini anche il confratello Jorge Mario Bergoglio batte e ribatte sullo “stile” con cui la Chiesa dovrebbe affrontare tali questioni. Uno “stile sinodale” permanente, ossia “un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà”.

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Vescovi di tutto il mondo “proclamano” l’ecoeresia

L’intero episcopato mondiale abbia sentito il bisogno di firmare un documento sul clima, una specie di appello affinché si prendano alcune misure per ridurre il riscaldamento climatico. Non un documento su una preghiera mondiale da innalzare al Cielo in questi tempi bui; non un appello alla conversione dei cuori e delle strutture a nostro signore Gesù Cristo, e nemmeno un richiamo alle autorità politiche perché difendano la vita o la famiglia … bensì un appello sul clima, in appoggio agli Accordi di Parigi. La cosa è tristemente stupefacente, sia per il tema scelto che per il linguaggio usato nel documento.

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Francesco, il papa che sfigura il Papato

Il Primato Romano sfigurato da un Successore di Pietro. E i vescovi tacciono.

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Di (questa) sinodalità si può morire

La nuova Costituzione apostolica Episcopalis Communio sembra ratificare un grave equivoco sul significato dei Sinodi, ovvero che siano i sinodi a produrre la verità e non viceversa. Ma oggi il vero problema della Chiesa è l’episcopato, vale a dire la perdita del senso di cosa significhi essere successore degli Apostoli.

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Il Concilio Vaticano I e il sinodo del 2014

di Roberto de Mattei

La fase storica che si apre dopo il Sinodo del 2014 esige da parte dei cattolici non solo la disponibilità alla polemica e alla lotta, ma anche un atteggiamento di prudente riflessione e studio dei nuovi problemi che sono sul tappeto.

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Molto accentratore e poco collegiale. I vescovi lo vedono così

A dispetto delle promesse di rafforzamento del loro ruolo, per le conferenze episcopali sono tempi difficili. Francesco decide di testa sua. Il gesuita De Lubac suo maestro di ecclesiologia. 

di Sandro Magister (18/12/2013)

Nell’intervista al vaticanista amico Andrea Tornielli, su “La Stampa” di tre giorni fa, papa Francesco è tornato su due punti della “Evangelii gaudium” che avevano suscitato animati commenti pro e contro.

Il primo punto è la comunione ai divorziati risposati. Il papa ha voluto precisare che non si riferiva ad essa, quando nell’esortazione apostolica parlava della comunione “come cibo spirituale, da considerare un rimedio e non un premio”.

Con ciò Francesco ha tenuto a distinguersi da coloro che avevano letto quelle sue parole come un’ennesima “apertura” e si erano espressi pubblicamente a favore della comunione. Tra i quali, da ultimi, il neosegretario generale del sinodo dei vescovi Lorenzo Baldisseri e il cardinale Walter Kasper.

La seconda puntualizzazione ha riguardato il suo rifiuto della teoria economica del “derrame” – espressione tradotta in italiano con “ricaduta favorevole” e in inglese con “trickle-down” – secondo cui “ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale”.

Papa Jorge Mario Bergoglio ha ribadito – “non da tecnico” – di non credere nella fondatezza di tale teoria. E con ciò ha respinto le critiche che gli erano state rivolte in particolare dal teologo neoconservatore americano Michael Novak, secondo cui la diffidenza del papa sarebbe comprensibile “in un sistema statico come l’Argentina, privo di ogni meccanismo di mobilità sociale”, ma non negli Stati Uniti e in altri paesi a capitalismo avanzato, dove “la ricchezza scaturisce dal basso” e la crescita economica – se confortata dalla tutela dei diritti primari e dalla cura dei poveri tipica della tradizione ebraico-cristiana – favorisce l’ascesa dei meno abbienti verso più alti livelli di vita.

Delle due precisazioni, la prima tocca uno dei punti cruciali della “Evangelii gaudium”, là dove Francesco promette più collegialità nel governo della Chiesa, con maggiori poteri attribuiti alle conferenze episcopali.

In un precedente servizio, www.chiesa ha messo in luce la novità di questo orientamento espresso da papa Bergoglio rispetto alla linea dei suoi predecessori Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, entrambi molto risoluti nel contrastare il rischio che la Chiesa diventi “una sorta di federazione di Chiese nazionali”:

> L’opzione federalista del vescovo di Roma

Alcuni ecclesiastici di primo piano si sono spinti anche al di là di quanto detto e non detto da Bergoglio. Ad esempio, l’arcivescovo Baldisseri – considerato un pupillo del papa – ha già dato per assodato che “Francesco vuole un sinodo dinamico e permanente, come osmosi tra il centro e la periferia”.

Il moltiplicarsi in Germania, da parte di vescovi e cardinali di peso, di pronunciamenti a sostegno della comunione ai divorziati risposati – che sarà appunto uno dei temi in discussione nel prossimo sinodo – sembra anch’esso avvalorare questa novità.

Ci sono però almeno due elementi, in papa Bergoglio, che sembrano orientarlo in direzione opposta.

Il primo è la forma monocratica, accentratrice, con cui Francesco sta di fatto governando la Chiesa.

Le nomine più significative di questo inizio di pontificato, sia in curia che fuori, sono tutte discese da scelte personali di papa Bergoglio, talora fatte saltando i normali processi di consultazione o trascurando le norme in vigore.

Ad esempio, nonostante le leggi fondamentali del governatorato della Città del Vaticano consentano che il segretario generale sia un laico, il papa non solo ha promosso a questo ruolo un ecclesiastico, il legionario di Cristo argentino Fernando Vérgez Alzaga, a lui legatissimo, ma lo ha anche consacrato vescovo e gli ha affidato la cura pastorale dei cittadini del piccolo Stato, sottraendola al cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica di San Pietro e vicario generale per la Città del Vaticano.

In altri casi Francesco ha nominato persone che sono la negazione vivente del suo programma di pulizia e di riforma della curia. E le ha mantenute al loro posto nonostante tutti gli avvertimenti ricevuti in contrario, anche da parte di ecclesiastici integerrimi e di sua sicura fiducia:

> Ricca e Chaouqui, due nemici in casa

Quanto alle conferenze episcopali, la loro autonomia e il loro peso non sono in crescita ma in declino. Tra quelle che si erano distinte nella fase finale del pontificato di Benedetto XVI, solo quella degli Stati Uniti prosegue sulla stessa rotta.

L’italiana, la più legata alla sede di Pietro, è allo sbando. Francesco ha esautorato il segretario generale Mariano Crociata e l’ha confinato a Latina, una diocesi di terza fila. Ha rimosso il presidente, il cardinale Angelo Bagnasco, dal ruolo di membro della congregazione per i vescovi, promuovendovi al suo posto l’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, uno dei tre vicepresidenti della CEI, che risulta essere invece nelle grazie dell’attuale papa. E ora si appresta a nominare il nuovo segretario, che diventerà di fatto il numero uno della conferenza, alle sue dirette dipendenze.

Nel frattempo, Bergoglio ha chiesto alla CEI di decidere se intende eleggere essa stessa il futuro presidente oppure se preferisce lasciare la nomina al papa, come avviene da sempre.

Nel 1983, nell’unica loro precedente consultazione in materia, i vescovi italiani si dissero in maggioranza favorevoli all’elezione.

Ma questa volta, dagli umori che circolano, sembra che i più preferiscano lasciare a papa Bergoglio l’incombenza, pur di evitare il rischio di entrare in collisione con lui.

Nel conclave dello scorso marzo i vertici della CEI si spesero a sostegno del cardinale Angelo Scola. E poco dopo l‘“habemus papam” diffusero per errore un comunicato di plauso per l’avvenuta elezione… dell’arcivescovo di Milano.

Tuttora temono che il vero eletto non gliel’abbia perdonata.

Il secondo elemento che sembra trattenere papa Francesco da un rafforzamento delle conferenze episcopali, in funzione di un governo della Chiesa più “collegiale”, ha a che fare con l’ecclesiologia.

“La Chiesa universale non può essere concepita come la somma delle Chiese particolari né come una federazione di Chiese particolari. Essa non è il risultato della loro comunione, ma, nel suo essenziale mistero, è una realtà ontologicamente e temporalmente previa ad ogni singola Chiesa particolare”.

Così si sono espressi Giovanni Paolo II e l’allora cardinale Ratzinger in una lettera del 1992 della congregazione per la dottrina della fede, dal titolo “Communionis notio”.

La lettera era indirizzata ai vescovi e così proseguiva:

“Infatti, ontologicamente, la Chiesa-mistero, la Chiesa una ed unica secondo i Padri, precede la creazione, e partorisce le Chiese particolari come figlie, si esprime in esse, è madre e non prodotto delle Chiese particolari. Inoltre, temporalmente, la Chiesa si manifesta nel giorno di Pentecoste nella comunità dei centoventi riuniti attorno a Maria e ai dodici Apostoli, rappresentanti dell’unica Chiesa e futuri fondatori delle Chiese locali, che hanno una missione orientata al mondo: già allora la Chiesa parla tutte le lingue.

“Da essa, originata e manifestatasi universale, hanno preso origine le diverse Chiese locali, come realizzazioni particolari dell’una ed unica Chiesa di Gesù Cristo. Nascendo nella e dalla Chiesa universale, in essa e da essa hanno la loro ecclesialità. Perciò, la formula del Concilio Vaticano II: ‘La Chiesa nelle e a partire dalle Chiese’ (Ecclesia in et ex Ecclesiis) è inseparabile da quest’altra: “Le Chiese nella e a partire dalla Chiesa” (Ecclesiae in et ex Ecclesia). È evidente la natura misterica di questo rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari, che non è paragonabile a quello tra il tutto e le parti in qualsiasi gruppo o società puramente umana”.

La lettera dava veste ufficiale alla tesi sostenuta da Ratzinger nella disputa che lo opponeva al collega teologo tedesco, poi cardinale, Walter Kasper.

Kasper sosteneva la simultaneità originaria della Chiesa universale e delle Chiese particolari e vedeva all’opera in Ratzinger “un tentativo di restaurazione teologica del centralismo romano”. Mentre Ratzinger rimproverava a Kasper di ridurre la Chiesa a una costruzione sociologica, mettendo in pericolo l’unità della Chiesa e in particolare il ministero del papa.

La disputa tra i due cardinali teologi è proseguita fino al 2001, con un ultimo scambio di stoccate sulla rivista dei gesuiti di New York, “America”.

Ma divenuto papa, Ratzinger è tornato a ribadire la sua tesi nell’esortazione apostolica postsinodale “Ecclesia in Medio Oriente” del 2012:

“La Chiesa universale è una realtà preliminare alle Chiese particolari, che nascono nella e dalla Chiesa universale. Questa verità riflette fedelmente la dottrina cattolica e particolarmente quella del Concilio Vaticano II. Introduce alla comprensione della dimensione gerarchica della comunione ecclesiale e permette alla diversità ricca e legittima delle Chiese particolari di articolarsi sempre nell’unità, luogo nel quale i doni particolari diventano un’autentica ricchezza per l’universalità della Chiesa”.

E Bergoglio? Eletto lui alla cattedra di Pietro, diede subito l’impressione di volere un governo della Chiesa più collegiale.

E nel suo primo Angelus in piazza San Pietro, il 17 marzo, raccontò alla folla d’aver letto con profitto un libro del cardinale Kasper, “un teologo in gamba, un buon teologo”.

Alcuni associarono le due cose e conclusero che papa Francesco sposasse le posizioni di Kasper nel rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali.

Ma non era così. Il libro di Kasper letto dal papa non riguardava l’ecclesiologia, ma la misericordia di Dio.

E quanto all’ecclesiologia, il teologo da sempre più ammirato e citato da Bergoglio è Henri De Lubac (1896-1991), gesuita e infine cardinale, autore nel 1971 di un saggio dal titolo “Les Églises particulières dans l’Église universelle” che sosteneva con vent’anni d’anticipo e quasi con le stesse parole le tesi di Ratzinger e della “Communionis notio”.

A giudizio di De Lubac “la Chiesa universale non risulta in un secondo momento per un’addizione di Chiese particolari o per una loro federazione”. Né la collegialità episcopale deve tradursi in “nazionalismi ecclesiali che si accompagnano solitamente a un altrettanto nefasto pluralismo dottrinale” e a una sottrazione al papa della sua autorità.

Nel capitolo quinto di “Les Églises particulières dans l’Église universelle” De Lubac applica l’analisi alle conferenze episcopali e attribuisce loro un fondamento non dottrinale ma semplicemente pragmatico, non di diritto divino ma di solo diritto ecclesiastico:

“La costituzione conciliare ‘Lumen gentium’ è la più chiara possibile, a questo proposito. Non riconosce alcuna mediazione di ordine dottrinale tra la Chiesa particolare e la Chiesa universale”.

Papa Bergoglio non è teologo. Ma questi sono i suoi maestri.

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L’intervista di papa Francesco ad Andrea Tornielli, uscita su “La Stampa” del 15 dicembre: > “Mai avere paura della tenerezza”

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La lettera del 1992 della congregazione per la dottrina della fede ai vescovi, sul rapporto tra la Chiesa universale e le Chiese particolari: > Communionis notio

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Una precisa ricostruzione della disputa tra Joseph Ratzinger e Walter Kasper, ad opera dell’archimandrita e teologo greco ortodosso Amphilochios Miltos, pubblicata su “Istina” 58 (2013) 1, 23-39 e su “Il Regno-Documenti” 17 (2013), 568-576: > Le Chiese locali e la Chiesa universale

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© www.chiesa

Anche per oggi, niente happy end

“Tenendosi per mano al mondo, senza assegnarsi più il compito di insegnare ma solo quello di accompagnare, la Chiesa prosegue senza freni nel processo di liquefazione”.

di Alessandro Gnocchi & Mario Palmaro (12/12/2013)

Se l’urticante “Questo Papa non ci piace” fosse stato l’incipit di un feuilleton per amanti di talari e vecchi merletti con un tocco mondano che piace anche al cattolico che piace, ora potrebbe trovare epilogo in un gagliardissimo “vissero a lungo felici e contenti”. Dopo tanto vociare, giungerebbe puntuale un travolgente happy end per protagonisti, antagonisti, comprimari e comparse, perché il mondo cattolico d’oggi è fatto così: non ama nulla tanto follemente quanto l’unità. Erede, e se non fosse per la fede incrollabile nel divino “non praevalebunt” verrebbe da dire capolinea, di una storia cresciuta rigogliosa nel sangue dei martiri, non vuole percepire neanche l’eco del conflitto. Brama l’unità, non importa in che cosa e per far cosa, purché nessuno turbi l’acqua cheta in riva alla quale stanno tutti a godersi il pallido sole della pentecoste secolare.

Anche i villani malcreati si vorrebbe tenerli nel recinto, persino quelli che, invece di sdraiarsi sul salvettione in riva allo stagno, non riescono a trattenersi dal tirarci il sasso. Così, nel bel mezzo della polemica, quelle canaglie a prescindere che criticavano Papa Francesco, si son sentite suggerire di accomodare la questione con uno scritto su tutto il bello del pontificato in corso. Per non cadere in tentazioni scismatiche, sarebbe bastato incontrarsi a metà strada come al mercato del bestiame, dove ogni sensale stringe sorridendo la mano all’altro, convinto di averlo fregato. Oppure, a dar retta ad altri, sarebbe stata una gran cosa seguire la massima eterna e perbenino del si fa ma non si dice, opportunamente declinata nel clerical-intellettuale si pensa ma non si scrive. E per altri ancora, secondo cui fino a ieri bisognava adottare lo stile razionale e accademico di Ratzinger, oggi sarebbe meglio essere un po’ gesuiti e un po’ tangueri e domani chissà. Tutto, naturaliter, a maggior gloria di quella benedetta unità.

Come se si trattasse di una questione politica: e invece si tratta di una questione di fede. Come se si trattasse di ritirare una mozione al congresso del partito: e invece si tratta di chiarirsi in famiglia. Qui non si fa la conta delle tessere, si mettono a nudo le anime per amore di Nostro Signore, della sua croce, della Chiesa che è il suo Corpo mistico e del suo Vicario che ora si chiama Francesco. Mettere pubblicamente in questione parole e gesti dell’autorità, specie se è tuo padre, è un atto che scuote fin nelle radici dell’anima, anche quando lo si fa in nome di una verità e di una casa di cui lui è il servus servorum.

A un padre si può dire sì per amore, per obbedienza, per riverenza, per convinzione, per convenienza e anche per debolezza o per codardia. Ma gli si dice un no cristiano e virile solo per amore. Dire sì, a volte, può essere doloroso, dire no lo è sempre. Dire sì può costare l’incomprensione si chi sta fuori dalla casa, dire di no costa sempre l’incomprensione anche di chi sta dentro. Dire di no al padre in nome del tesoro di cui è custode non è un atto di ribellione orgogliosa, ma premessa a momenti di solitudine e di dubbio in cui consola soltanto il sentirsi comunque dentro casa.

Onorare l’impegno di viri christiani assunto con il battesimo non è privo di spine. E se le spine sono sempre le stesse, invece che creare abitudine e assuefazione, producono un dolore sempre più penetrante e acuto perché sempre più consapevole e gradito. Può darsi che sia questa la prova affidata oggigiorno ai piccoli di casa che si baloccano con le storie di famiglia fatte di insegnamenti tramandati nei secoli, di riti, di preghiere e di ammonimenti. A questi bambini fa male ma non fa scandalo che il padre non si curi delle loro piccole pene e li chiami, ancora una volta, “profeti di sventura”. Continuano a mostrare le loro spine, anche se sanno di infastidire i grandi, perché questo è tutto ciò che sono capaci di fare.

I bambini sono fatti così, non fa niente se si torna ogni volta da capo e ricomincia la solita storia: «Il Concilio Vaticano II», dice Papa Francesco nella sua esortazione apostolica, «ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono “portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente”. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria».

Qui giunti, riesce difficile non correre con la mente a certi passi della Sacrosanctum Concilium, la Costituzione del Vaticano II in cui l’autorità liturgica di Roma è stata minata con maliziose infiltrazioni di desistenza a beneficio delle esigenze locali. Si ribadiva l’uso del latino, per esempio, e subito dopo si concedeva mano libera all’introduzione del vernacolo e degli usi regionali. Ma, in tal modo, si ponevano le basi teoriche di una creatività che risponde alle esigenze della latitudine e dell’estro personale invece che alle leggi di Dio. La conseguente deriva subita in questi ultimi cinquant’anni dalla lex orandi non sembra un buon viatico per la lex credendi data in pasto alle Conferenze episcopali.

Le assemblee nazionali e regionali dei vescovi si sono trasformate in veri e propri centri di potere ecclesiale che sottraggono autorità e peso a Roma dopo aver annichilito il ruolo del singolo pastore. Aumentarne il peso in campo dottrinale implicherebbe un vulnus irreparabile per la tradizionale trasmissione della fede dal Papa al vescovo nella sua diocesi fino ai parroci e ai fedeli. Interrotta questa catena, che è a servizio della verità e quindi di ogni uomo, si sta assistendo a una sorta di nazionalizzazione del cattolicesimo: un vero e proprio ossimoro religioso, se si pensa che nazionale significa particolare e cattolico significa universale. Ogni Paese, sui temi più disparati, esprime una sua dottrina: talvolta opposta a quella di altri Paesi, non di rado diversa.

Dietro il paravento dell’inculturazione e della legittima attenzione a stili e culture, prende corpo una sorta di federalismo dottrinale. È difficile pensare a un progetto diverso quando si legge: «Sebbene sia vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, il messaggio rivelato non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale». Ma sul legame inscindibile tra cultura biblica e pensiero greco non la pensavano allo stesso modo Giovanni Paolo II nella Fides et ratio e Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona.

Il virtuoso adagio che vuole la lex credendi accompagnarsi alla lex orandi, di questi tempi ne fa due spine che non possono stare separate. Se nella dottrina sono stati oscurati il rigore della ragione e l’asprezza del dogma, nella liturgia sono stati censurati l’esigenza del sacrificio e lo scandalo brutale della croce. Nel pregare, come nel credere, il protagonista è diventato l’uomo, che è andato a sostituire la centralità di Dio.

Così, mentre nella Messa preconciliare centrata sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario, l’uomo è chiamato a partecipare alla passione di Cristo per meritare, anche se indegno, di essere glorificato con Lui, in quella postconciliare diviene commensale di Dio al banchetto in cui celebra la propria gloria fondata sulla libertà. Nel primo caso il cristiano è chiamato a compatire con Gesù, nel secondo è invitato a collaborare con Dio. Se prima adorava, chiedeva perdono e offriva il proprio nulla davanti al Figlio di Dio sacrificato, ora si limita a rendere grazie della libertà che lo rende somigliante a Dio.

Non è un caso se, tra le molte parti della Messa antica eliminate nel nuovo messale, c’è quella in cui prima di salire all’altare il sacerdote si inchina a chiedere perdono come il pubblicano della parabola del Vangelo di San Luca. Lui, che presta il suo corpo a Cristo, confessa a Dio Onnipotente, alla Beata Maria sempre Vergine, al beato Miche Arcangelo, al beato Giovanni Battista, ai Santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i Santi, al chierichetto inginocchiato al suo fianco, al sacrestano che ha preparato l’altare e a tutti i fedeli compresi i più barabba che ha molto peccato in pensieri, parole e opere “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”. E ha l’umiltà di farsi confortare anche dall’ultimo dei barabba che gli risponde: “Il Signore abbia misericordia di te e, rimessi i tuoi peccati, ti conduca alla vita eterna”. Se questi, secondo i nuovi canoni, sono farisei che “dicono preghiere”, viene da chiedersi cosa sia il cristiano d’oggi, privo del senso del peccato e indotto dal nuovo rito a considerare compiaciuto: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano”.

Poi, una volta uscito di chiesa, il fariseo felice di non essere come gli altri peccatori si avvia a patteggiare con lo spirito mondano: sufficiente e orgoglioso al punto giusto. Questa spina, che i cattolici infanti hanno colto sulla pianta del Vaticano II, ha ridefinito l’antico rapporto Chiesa-mondo. Fino al Concilio, la Chiesa sapeva di dover insegnare una dottrina ostica al vasto campo dell’umanità, che una scrittrice cattolica come Flannery O’Connor chiamava significativamente il territorio del diavolo. Era il mondo come spazio da evangelizzare, ma anche come nemico dichiarato della Chiesa, pericoloso perché impegnato da sempre a combatterla. Lo schema evocava naturalmente la militanza come categoria feriale e ineluttabile del cattolico fervente. Era un modello semplice e lineare, durato quasi duemila anni: la Chiesa insegna, il mondo in parte accoglie, in parte respinge, e così fino alla fine dei tempi. Oggi le posizioni si sono capovolte. La Chiesa si dichiara “in ascolto” del mondo, benigna al cospetto delle sue istanze, bisognosa di imparare, di capire, di comprendere, di cambiare pelle pur di seguire la mondanità in tutte le sue evoluzioni. Scopre di possedere lo stesso sguardo, di avere lo stesso sangue e, fatalmente, si accontenta di fare un po’ di strada insieme.

Così, tenendosi per mano al mondo, senza assegnarsi più il compito di insegnare ma solo quello di accompagnare, la Chiesa prosegue senza freni nel processo di liquefazione. Intimidita da ciò che sta fuori le mura, risulta completamente inerme anche al cospetto dei tradimenti interni. Una vittima perfetta per la collaudata strategia modernista descritta da San Pio X, che non aggredisce frontalmente la dottrina, ma la erode attraverso la tecnica della diluizione. Le verità morali o dogmatiche vengono lasciate decadere e sottaciute, svuotate di significato oggettivo, svaniscono sullo sfondo in dissolvenza, mentre pastori e teologi parlano, parlano, parlano: parlano d’altro e parlano in altro modo. Diffondono il niente sostenuto da un linguaggio approssimativo, evocativo, emozionale che ha esautorato il tradizionale e faticoso linguaggio definitorio, didattico, assertivo. Nulla è dimenticato, ma in realtà tutto è tradito in un limbo un po’ pelagiano e un po’ luterano senza essere mai veramente cattolico.

Spine come questa non sono spuntate improvvisamente con il pontificato di Papa Francesco, ma sarebbe ingenuo tacere che troppi oggi le colgono come fossero i primi fiori di un’altra primavera promessa. In un libro di quarant’anni fa, Jean Madiran definiva fin dal titolo questo fenomeno come “L’eresia del XX secolo”. Una debacle teologica che «si basa sull’immaginario. È una mitologia. Non parte da una concezione falsa di natura e grazia ma da un disconoscimento radicale dell’ordine naturale, il quale porta con sé anche un disconoscimento dell’ordine sovrannaturale. Non si fonda su un aspetto della realtà svalorizzandone o sfigurandone altri aspetti: essa si trova tutta intera fuori da ogni realtà, sta in un limbo ideologico verbale. Non disconosce la realtà naturale e non si inganna: la respinge, distoglie da essa le anime per indirizzarle altrove, verso il nulla».

Il modernismo e i suoi derivati, pur dichiarando l’obiettivo prossimo di una nuova teologia, in realtà, come ha mostrato Karl Rahner, mirano all’impossibilità della teologia. Se attaccano il termine “consustanziale” del simbolo di Nicea non lo fanno per affermare un’altra teologia della Trinità, ma per negarla e sprofondare di conseguenza in un vortice nichilista negando l’intelligibilità del reale. Se i concetti di natura, sostanza e persona cambiano a seconda delle mode filosofiche, la legge naturale finirà per non avere alcuna consistenza immutabile, diventerà espressione della coscienza collettiva. E il cerchio anticristico si sarà chiuso: niente più discorso su Dio e, di conseguenza, niente più discorso sull’uomo e niente più ordine nel mondo. Il programma della rivoluzione.

«La filosofia moderna», dice Madiran, «non è in essenza una filosofia, è un atteggiamento religioso al livello della religione naturale, una contro-religione naturale, l’opposto dei primi quattro comandamenti del Decalogo. Essa contesta ogni dipendenza del soggetto pensante e lo stabilisce in una aseità e in una autarchia. E se la filosofia moderna si è sempre più sviluppata nel senso di una prassi, è che non si trattava soltanto di credere o di pretendere, ma, mostruosamente, di “far sì” che il soggetto pensante si facesse autonomo e indipendente. (…) la praxis moderna equivale a dire che le cose dovrebbero essere solo ciò che il soggetto pensante vuole che siano».

Prima ancora dei fedeli, le vittime di una tale deriva della coscienza nelle lande dell’autonomia sono stati i sacerdoti. Gettati in pasto al mondo senza poterlo abbracciare del tutto per quel Tu es sacerdos in aeternum, quel carattere sacramentale impresso una volta per sempre, si sono trovati improvvisamente fuori posto. Fuori sincrono finanche nell’abbigliamento che è andato scimmiottando quello secolare mantenendo un che di clericale che si percepisce anche a occhio laico. Da qui discende la crisi drammatica, fatta di copiosi abbandoni, di gravi e diffusi problemi morali, di crollo verticale delle vocazioni, di smarrimento di identità e di passione.

Non sarà certo impregnandosi dello stesso odore delle pecore che i pastori riprenderanno a guidare il gregge e a difenderlo dai lupi. Il pastore che sa di pecora, al più, può essere un onest’uomo. Ma i fedeli non possono accontentarsi di parroci che siano solo onest’uomini. L’abate Giovanni Battista Chautard in aureo libretto intitolato «L’anima di ogni apostolato», diceva impietosamente: «A sacerdote santo, si dice, corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio».

Anche per oggi, niente happy end. Ma non fa niente, i bambini ci riprovano, sono fatti così.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

L’opzione federalista del vescovo di Roma

Più autonomia alle conferenze episcopali nazionali. E più spazio alle diverse culture. I due punti su cui la “Evangelii gaudium” maggiormente si distingue dal magistero dei precedenti papi.

di Sandro Magister (03/12/2013)

Nella fluviale esortazione apostolica Evangelii gaudium resa pubblica una settimana fa, papa Francesco ha fatto capire di volersi distinguere su almeno due punti dai papi che l’hanno preceduto. Il primo di questi punti è anche quello che ha avuto più risonanza sui media. E riguarda sia l’esercizio del primato del papa, sia i poteri delle conferenze episcopali.

Il secondo punto riguarda il rapporto tra il cristianesimo e le culture.

1. SUL PAPATO E LE CHIESE NAZIONALI

Circa il ruolo del papa, Jorge Mario Bergoglio riconosce a Giovanni Paolo II il merito di aver aperto la strada verso una nuova forma di esercizio del primato. Ma lamenta che “siamo avanzati poco in questo senso” e promette di voler procedere con più slancio verso una forma di papato “più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”. Ma più che sul ruolo del papa – dove Francesco resta sul vago ed anzi ha finora operato concentrando in sé il massimo delle decisioni – è sui poteri delle conferenze episcopali che la “Evangelii gaudium” fa presagire una svolta.

Scrive il papa, nel paragrafo 32 del documento:

“Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono ‘portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente’. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria”.

In nota, Francesco rinvia a un motu proprio di Giovanni Paolo II del 1998, riguardante proprio “la natura teologica e giuridica delle conferenze episcopali”:

> Apostolos suos

Ma se si va a leggere quel documento, si scopre che esso riconosce alle conferenze episcopali nazionali una funzione esclusivamente pratica, cooperativa, di semplice corpo ausiliare intermedio tra il collegio di tutti i vescovi del mondo assieme al papa da un lato – unica “collegialità” dichiarata teologicamente fondata – e il singolo vescovo con autorità sulla sua diocesi dall’altro.

Soprattutto, il motu proprio “Apostolos suos” limita fortemente quella “autentica autorità dottrinale” che papa Francesco dice di voler concedere alle conferenze episcopali. Prescrive che se proprio vogliono emettere delle dichiarazioni dottrinali, lo devono fare con approvazione unanime e in comunione col papa e l’insieme della Chiesa, o almeno “a maggioranza qualificata” con il previo controllo e autorizzazione della Santa Sede.

Un pericolo da cui il motu proprio “Apostolos suos” mette in guardia è che le conferenze episcopali emettano dichiarazioni dottrinali in contrasto tra loro e con il magistero universale della Chiesa.

Un altro rischio che vuole scongiurare è che si creino separazioni e antagonismi tra singole Chiese nazionali e Roma, come avvenne in passato in Francia con il “gallicanesimo” e come avviene tra gli ortodossi con alcune Chiese nazionali autocefale.

Quel motu proprio porta la firma di Giovanni Paolo II, ma deve il suo impianto a colui che era il suo fidatissimo prefetto della dottrina, il cardinale Joseph Ratzinger.

E Ratzinger – si sapeva – era da tempo molto critico dei superpoteri che alcune conferenze episcopali si erano attribuite, soprattutto in alcuni paesi tra i quali la sua Germania.

Nella sua intervista-bomba del 1985, edita col titolo “Rapporto sulla fede”, Ratzinger si era opposto risolutamente a che la Chiesa cattolica diventasse “una sorta di federazione di Chiese nazionali”.

Invece che “un deciso rilancio del ruolo del vescovo” come voluto dal Concilio Vaticano II, le conferenze episcopali nazionali – accusava – hanno “soffocato” i vescovi con le loro pesanti strutture burocratiche.

E ancora:

“Sembra molto bello decidere sempre insieme”, ma “la verità non può essere creata come risultato di votazioni”, sia perché “lo spirito di gruppo, magari la volontà di quieto vivere o addirittura il conformismo trascinano la maggioranza ad accettare le posizioni di minoranze intraprendenti, determinate ad andare verso direzioni precise”, sia perché “la ricerca del punto di incontro tra le varie tendenze e lo sforzo di mediazione danno luogo spesso a documenti appiattiti, smorti”.

Giovanni Paolo II e dopo di lui Benedetto XVI giudicavano modesta la qualità media dei vescovi del mondo e della gran parte conferenze episcopali. E agirono di conseguenza. Facendo essi stessi da guida e da modello e in alcuni casi – come in Italia – intervenendo risolutamente per mutare le leadership e le direzioni di marcia.

Con Francesco le conferenze episcopali potrebbero invece vedersi riconosciuta un’autonomia maggiore. Con i prevedibili contraccolpi di cui è fresco esempio la Germania, dove vescovi e cardinali di primo piano si stanno pubblicamente scontrando sulle questioni più varie, dai criteri di amministrazione delle diocesi alla comunione ai divorziati risposati, in quest’ultimo caso anticipando e forzando soluzioni su cui è stato chiamato a dibattere e decidere il doppio sinodo dei vescovi del 2014 e del 2015.

2. SUL CRISTIANESIMO E LE CULTURE

Quanto all’incontro tra il cristianesimo e le culture, papa Francesco ha molto insistito, nei paragrafi 115-118 della “Evangelii gaudium”, sulla tesi che “il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale” ma fin dalle origini “si incarna nei popoli della terra, ciascuno dei quali ha la sua cultura”.

In altre parole:

“La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve”.

Con questo corollario:

“Sebbene sia vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, il messaggio rivelato non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale”.

Dicendo ciò, papa Bergoglio sembra andare incontro a chi sostiene che l’annuncio del Vangelo abbia una sua purezza originaria rispetto a qualsiasi contaminazione culturale. Una purezza che dovrebbe essergli restituita, liberandolo principalmente dai suoi rivestimenti “occidentali” di ieri e di oggi, per consentirgli ogni volta di “inculturarsi” in nuove sintesi con altre culture.

Ma posto in questi termini, questo rapporto tra il cristianesimo e le culture trascura quel nesso inscindibile tra fede e ragione, tra rivelazione biblica e cultura greca, tra Gerusalemme e Atene, al quale Giovanni Paolo II ha dedicato l’enciclica “Fides et ratio” e sul quale Benedetto XVI ha focalizzato il suo memorabile discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006:

> Fede, ragione e università

Per papa Ratzinger il legame tra la fede biblica e il filosofare greco è “una necessità intrinseca” che si manifesta non solo nel folgorante prologo del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Logos”, ma già nell’Antico Testamento, nel misterioso “Io sono” di Dio nel roveto ardente: “una contestazione nei confronti del mito con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso”.

Questo incontro “tra spirito greco e spirito cristiano” – sosteneva Benedetto XVI – “si è realizzato in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo”.

Ed è una sintesi – argomentava ancora papa Benedetto – che va difesa da tutti gli attacchi che nel corso dei secoli, fino ai giorni nostri, hanno mirato a romperla, in nome della “deellenizzazione del cristianesimo”.

Ai giorni nostri – faceva notare Ratzinger a Ratisbona – questo attacco si produce “in considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture”:

“Si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata, è grossolana ed imprecisa. […] Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura”.

Su questo tema capitale, la Evangelii gaudium non necessariamente contraddice il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ma sicuramente ne è distante.

Anche qui con una evidente simpatia per una pluralità di forme di Chiesa, modellate sulle rispettive culture locali.

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Sinodo o collegio? Il traduttore corregge il Papa

di Sandro Magister (30/06/2013)

Nella terza e ultima parte dell’omelia pronunciata nella festa dei santi Pietro e Paolo, alla presenza di rappresentanti del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, Francesco ha citato tre volte la “Lumen gentium”, la costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa.

La prima citazione era tratta dal paragrafo 18, che “come oggetto certo di fede” ripropone “la dottrina della istituzione, della perpetuità, del valore e della natura del sacro primato del romano pontefice e del suo infallibile magistero”.

La seconda era tratta dal paragrafo 19, che ricorda come Gesù costituì gli apostoli “dando loro la forma di collegio, cioè di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro”.

La terza era tratta dal paragrafo 22, che ribadisce che “il collegio o corpo episcopale non ha autorità, se non lo si concepisce unito al pontefice romano, successore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli”.

Nell’intera costituzione “Lumen gentium” non si fa menzione dell’istituzione denominata sinodo dei vescovi. Anzi, la stessa parola “sinodo” quasi neppure c’è. Vi ricorre una sola volta, come sinonimo del concilio ecumenico stesso.

Del sinodo dei vescovi, in tutti i documenti del Vaticano II si parla brevemente: soltanto nel paragrafo 5 del decreto “Christus Dominus” sulla missione pastorale dei vescovi. Dove si legge:

“Una più efficace collaborazione al supremo pastore della Chiesa la possono prestare, nei modi dallo stesso romano pontefice stabiliti o da stabilirsi, i vescovi scelti da diverse regioni del mondo, riuniti nel consiglio propriamente chiamato sinodo dei vescovi. Tale sinodo, rappresentando tutto l’episcopato cattolico, è un segno che tutti i vescovi sono partecipi in gerarchica comunione della sollecitudine della Chiesa universale”.

È accaduto però che papa Francesco, nel pronunciare la terza parte della sua omelia, sia sia distaccato in tre punti dal testo scritto. E abbia preferito dire “sinodo dei vescovi” invece che “collegio dei vescovi”, e “sinodalità” invece che “collegialità”.

Ecco qui di seguito la trascrizione integrale di questa terza parte dell’omelia, con sottolineate le aggiunte orali al testo scritto:

“Confermare nell’unità. Qui mi soffermo sul gesto che abbiamo compiuto. Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, ‘principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione’ (Conc. Ecum Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 18). E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore ‘costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro’ (ibid., 19). Confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E il Concilio continua: ‘questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio’ (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenze: non c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il Pallio, se è segno della comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei Vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione”.

Non è la prima volta che papa Jorge Mario Bergoglio fa capire d’essere intenzionato a rafforzare il ruolo del sinodo dei vescovi.

Ma questa volta si è espresso oralmente in una forma che – se messa per iscritto in anticipo – avrebbe fatto alzare il sopracciglio a qualche revisore della congregazione per la dottrina della fede. Perché un sinodo dei vescovi, istituto parziale e transeunte, non è la stessa cosa del collegio episcopale universale, costitutivo da sempre e per sempre della struttura della Chiesa.

Così, quando il traduttore ufficiale in francese dell’omelia di papa Francesco, arrivato all’ultima riga della terza parte si è imbattuto in questa approssimazione, gli è scappato di… correggere il papa, mettendo tra parentesi la traduzione letterale accompagnata da un punto interrogativo:

“… avec le Collège (Synode?) des évêques…”.

Ai giornalisti accreditati presso la sala stampa vaticana, la prima versione in francese dell’omelia del papa è arrivata così come sopra, poco dopo la fine della celebrazione.

Solo più tardi, quando l’omelia è comparsa nel sito del Vaticano, la versione francese è apparsa pulita, senza più la glossa del traduttore.

“… avec le Synode des évêques…”.

Continuità e rinnovamento nel Primato di Pietro

cristianesimocattolico:

INOS BIFFI

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Gesù Cristo ha affidato il governo della sua Chiesa a tutto il Collegio degli Apostoli, costituendo in essa Pietro quale roccia e fondamento.

Non per volontà di Pietro la Chiesa è apostolica; allo stesso modo non per la decisione dei Dodici Pietro detiene il primato: esso, infatti, non consegue a un loro accordo di eleggere Simone come primo tra di loro e come loro rappresentante; deriva invece da una esclusiva e precisa determinazione di Gesù, che sempre singolarmente a Simone ha affidato l’ufficio di Pastore, con il mandato il pascere il suo gregge.

Una Chiesa che non fosse apostolica non sarebbe la Chiesa di Cristo, come non lo sarebbe una Chiesa dove non vi fosse il primato di Pietro.

L’ha ricordato ancora Papa Francesco, nella festa dei santi Pietro e Paolo, spiegando che il Vescovo di Roma deve «confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato» e con il suo «servizio». Per una chiara disposizione di Gesù Cristo la Chiesa è apostolica e petrina.

Ed esattamente con questa essenziale identità e configurazione la ritroviamo nella Tradizione. In virtù del sacramento dell’episcopato, al Collegio apostolico è succeduto il Collegio dei Vescovi, come a Pietro è succeduto il suo vicario, cioè il Vescovo di Roma.

Il Vaticano II ripropone la dottrina di fede del Vaticano I: rimane cioè intatto quanto dichiarava la costituzione Pastor Aeternus a proposito del Romano Pontefice, che ha «la piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa», potestà «ordinaria e immediata», «sia su tutte e su ciascuna delle Chiese sia su tutti e su ciascuno de! i pastori» (Denzinger, 3064).

Con la conseguenza dell’infallibilità – la stessa «di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua Chiesa» –, nel caso in cui il Romano Pontefice parli «ex cathedra», cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica definisce che una dottrina riguardante la fede o i costumi dev’essere ritenuta da tutta la Chiesa».

Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della Chiesa.

Lo stesso Vaticano I non mancava di ricordare il collegio dei Vescovi, e citava le parole di Gregorio Magno: «Mio onore è l’onore della Chiesa universale. Mio onore è il solido vigore dei miei fratelli. Allora io mi sento veramente onorato, quando ad ognuno di essi non si nega l’onore dovuto».

Il Vaticano II, tuttavia, con la dottrina relativa al Collegio dei Vescovi, completa ed esplicita ampiamente la dottrina del Vaticano I, in particolare rilevando che essi sono preposti al governo della Chiesa universale per istituzione divina, quindi per la potestà ricevuta immediatamente da Cristo e con un «potere loro proprio» (Lumen gentium, n.22). Riconosciuto questo, non è fuori luogo osservare, sulla scia della storia, che la maniera concreta di esercizio del primato può mutare, assumendo, per esempio, una forma maggiormente collegiale.

Già il Concilio di fatto ha istituito il Sinodo dei Vescovi; allo stesso modo può essere diverso, quasi meno “giuridico”, il linguaggio con cui tale primato viene espresso. Occorre, in ogni caso, che resti invariato e si riconosca imprescindibile il suo contenuto dogmatico, dovuto all’istituzione di Cristo, per la quale non esiste Collegio dei Vescovi in cui non sia presente e operante quale Capo il Vicario di Pietro (cum Petro et sub Petro).

Ecco perché – di là dagli orientamenti o preferenze di scuole teologiche (se così si possono chiamare) o dalle simpatie e dalle buone intenzioni – non è affatto conforme con la dottrina di fede, riproposta dal Vaticano II, parlare, secondo un uso che si va diffondendo, del Sommo Pontefice semplicemente come di un «primo tra pari (primus inter pares)», proprio perché il Vicario di Pietro non è “pari”. 

E, ugualmente, non è consono al dogma riconoscergli un primato solo d’onore, dovuto all’origine petrina e paolina della Sede romana, restando indubbio che la sostanza di quel presiedere e governare del successore di Pietro consiste nell’amare e nel servire.

D’altronde, la Chiesa è una realtà unica e originale; una realtà di grazia, che non ha modelli di paragone tra i vari generi di società umana, e che si può comprendere e accogliere unicamente per fede.

© Copyright Avvenire, 30 giugno 2013