Sempre fedeli alla Chiesa. Sì, ma a quale?

Fedeli alla Chiesa sempre: ma quale? Che cosa è la Chiesa cattolica, apostolica e romana? Non avremmo mai creduto di doverci porre questa domanda per cercar di fare un po’ di ordine nel caos nel quale ci siamo venuti a trovare.

di Francesco Lamendola (21-08-2017)

Che cosa è la Chiesa cattolica, apostolica e romana? Non avremmo mai creduto di doverci porre questa domanda, per cercar di fare un po’ di ordine nel caos nel quale, da cattolici, ci siamo venuti a trovare, senza averlo voluto, senza avervi partecipato, senza avervi, soprattutto, in alcun modo assentito. Che cosa sia la Chiesa, credevamo di saperlo, di averlo sempre saputo; davamo per scontato quale fosse la risposta. È come quando si ama una persona: si crede di conoscerla, di sapere tutto di lei, dopo tanti anni che le si vive accanto; e poi, un giorno, ci si accorge che non è così, che quella persona è un enigma, una perfetta estranea, che noi non sappiamo nulla di lei, e non abbiamo mai saputo nulla, abbiamo solo creduto di saperlo: chi sia quella persona, ce lo domandiamo per la prima volta, con sgomento, magari dopo vent’anni, dopo trent’anni che abbiamo vissuto insieme a lei. Ebbene, la stessa cosa è capitato a noi e, crediamo, a parecchi milioni di persone: cattolici battezzati, cresciuti nella Chiesa, accompagnati dai Sacramenti, magari con qualche periodo di dubbio, di sbandamento, d’incredulità, poi di nuovo pacificati con Dio e coi fratelli, di nuovo nel grembo della Sposa di Cristo. Oppure no? Oppure è stato tutto un abbaglio, è stata solo un’illusione, una specie di sogno a occhi aperti? Succede, a certi mariti, di scoprire, magari dopo parecchi anni di matrimonio, che la loro moglie li ha traditi; non una volta, non occasionalmente, ma sistematicamente, magari anche con quelli che lui credeva i suoi migliori amici. E non avevano mai sospettato nulla, intuito nulla; non erano mai stati sfiorati da un sospetto. Lavoravano, non le facevano mancare niente; ed ecco che la benda è caduta loro dagli occhi, la realtà si rivela completamente diversa da come pareva e quella unione così solida va in pezzi da un giorno all’altro. Ecco: è così che si sentono, oggi, milioni e milioni di cattolici: ingannati e traditi, e proprio da colei che ritenevano al di sopra di ogni sospetto, da colei che aveva promesso di essere loro sempre al fianco, sempre fedele, nella buona e nella cattiva sorte; colei che ha dato loro dei figli, che li ha amati, che li ha cresciuti. Ma come è stato possibile, in nome del Cielo? Sì, forse il paragone è un po’ rozzo, non rende l’idea in tutte le sfumature e soprattutto si presta solo in parte a rendere la dinamica che si è creata fra i cattolici e la loro Chiesa: perché nella Chiesa, come essi credono fermamente, non c’è solo l’elemento umano, che, come tale, è fallibile, ma anche e soprattutto quello divino, la presenza dello Spirito Santo, la Presenza Reale di Gesù Cristo nella santa Eucarestia: per cui il paragone con il matrimonio non è del tutto soddisfacente; eppure, bisogna tener presente che il matrimonio cattolico è comunque un Sacramento e non – qualcuno, forse, se l’è dimenticato – una faccenda puramente umana, un contratto fra un uomo e una donna, ma una unione fra tre persone, non due: l’uomo, la donna e Dio Padre.

Un giorno, dunque, ci siamo guardati attorno e abbiamo visto, abbiamo sentito, abbiamo capito che la chiesa non era più la Chiesa; non perché non fosse più la nostra in senso affettivo e sentimentale, ma perché non rispecchiava più nulla di ciò che, da sempre, ci era stato insegnato in essa e da essa; non erano cambiate solo le forme, a cominciare dalla liturgia – per quanto, sbaglierebbe e di molto colui che credesse la liturgia una specie di vestito che si può indossare, levare e cambiare a capriccio, secondo l’umore del momento storico che si sta attraversando; no, non era solo questo, benché fosse anche questo, cioè un senso si spaesamento, di estraneità, di totale differenza. Era anche qualcos’altro, qualcosa di più e perfino di peggio: era la chiarissima comprensione che questa chiesa, che si fa ancora chiamare cattolica, non è più cattolica, e probabilmente non è più Chiesa: non con la lettera maiuscola, in ogni caso; non come fondata, ispirata e guidata da Dio, dal Dio che ci ha insegnato e mostrato Gesù Cristo – e con buona pace di papa Francesco, il quale non esita a dire, con scandalo gravissimo dei fedeli, che Dio non è cattolico. Ma certo che lo è: nel senso che il Dio che i cattolici riconoscono, è il Dio insegnato da Gesù, mediante la divina Rivelazione; e la sua interpretazione, Scritture e Tradizione insieme, è appunto quella della Chiesa cattolica, della vera Chiesa cattolica, non di questa contraffazione, di questa pessima copia che il clero modernista spaccia come autentica. Ma se un papa, se il papa, parla così, è evidente che c’è qualcosa che non va. E si fosse limitato a dire solo questo! Non passa giorno, da quando è stato eletto, che non sferri una nuova picconata alla dottrina; ridotta, questa, a uno straccio che si usa e si getta quando non serve più, ad esempio quando ha l’orribile difetto di dividere. Ma come! Si capisce che una dottrina divide: deve farlo; altrimenti, che razza di dottrina sarà mai? Una dottrina che piace a tutti, che va bene per tutti, che incontra il consenso di tutti, non è una dottrina, tanto meno la dottrina cattolica: è un riflesso di ciò che il mondo pensa, sente, desidera. Vale a dire, l’esatto opposto di quel che la Chiesa dovrebbe pensare, sentire e affermare. Non c’è mediazione possibile fra le due cose: o si sta con la Chiesa, o si sta con il mondo. Ma la Chiesa, da un po’ di tempo, vuole piacere al mondo; vuole andare d’accordo col mondo; il papa fa il piacione, vuol riuscire simpatico al mondo, alla stampa, alla televisione, alle folle, e specialmente alla stampa, alle televisioni e alla folle non cattoliche, o anticattoliche, o atee: e se ne compiace, perché questo gli sembra la prova del fatto che lui non è clericale, cosa che giudica come il male più grande della Chiesa, il che, diciamolo pure e senza peli sulla lingua, è semplicemente scandaloso. Pure i vescovi, i preti, fanno i piacioni, fanno i buffoni, fanno i generosi all’ingrosso: applicano, con cinquant’anni di ritardo, il folle slogan del 1968: proibito proibire, e infatti non proibiscono più nulla, non parlano più della colpa, del peccato, del giudizio, della vita eterna e dell’inferno che attende ciascun uom che Dio non teme, come dice Dante; perdonano chiunque, anche senza vero pentimento, chiudono un occhio, o anche tutti e due, e, così facendo, buttano via il Corpo e il Sangue di Cristo, profanandoli in una eucarestia che non è più l’Eucarestia, in una messa che non è più la santa Messa, in una chiesa che non è affatto la vera Chiesa. Si comportano come se la Chiesa, la Messa, l’Eucarestia, fossero cose loro, di loro proprietà; come se avessero tutto il diritto di cambiare, di stravolgere, di ribaltare ciò che la Chiesa, la Messa e l’Eucarestia sono sempre stati, e ciò che devono essere, per essere veri e benedetti da Dio; altrimenti, non sono che blasfeme imitazioni, simili alla moneta contraffatta che il falsario stampa di nascosto e poi mette in circolazione, con cinismo e sfrontatezza, convinto che gli altri non si accorgeranno di nulla, che il suo imbroglio passerà inosservato e che resterà impunito, perché è giusto che i più furbi abbiano la meglio e che s’impongano sulla massa dei pecoroni. Codesti membri del clero modernista, però, non si sentono dei falsari, al contrario, si sentono ispirati e pieni di zelo; ma allora perché agiscono come ladri nella notte, e introducono ogni giorno delle novità sconcertanti, inaudite, scandalose, che nessuno ha mai visto prima, che non stanno scritte da nessuna parte, e nemmeno nei documenti del tanto celebrato (da loro) Concilio Vaticano II?

Siamo certi che chi vuol capire quel che stiamo dicendo, lo capisce benissimo, anche se schiuma di rabbia davanti a tanta ottusità, a tanto conservatorismo, a tanta incomprensione delle loro buone anzi, ottime intenzioni, e vanno in estasi davanti alla popolarità del papa, dei vescovi e dei preti di strada; e non riflettono che proprio tutta quella popolarità dovrebbe essere, di per se stessa, sospetta. Quando mai il cristiano, che dice la Verità del Vangelo, nuda e cruda, riceve solamente sorrisi, applausi e complimenti? Quando mai i nemici di Cristo e della Chiesa gli vanno incontro festosi, lo acclamano, lo alzano in trionfo, come se fosse uno dei loro? Non viene in mente a costoro che, se ciò accade, ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato nel loro modo di porgere il Vangelo, nel loro modo di viverlo, di sentirlo, di amarlo, di tradurlo in opere? A noi risulta (a Sosa Abascal, non sappiamo) che Gesù non facesse per nulla il piacione; che non blandisse i vizi e le debolezze degli uomini, ma che li esortasse, con parole molto forti, a rispettare la legge di Dio: e se un occhio ti dà scandalo, strappatelo; e se una mano o un piede ti sono di scandalo, tagliateli! Così parlava Gesù Cristo, e diceva “sì, sì”, e “no, no”, perché il resto viene dal diavolo. Perciò, quando gli hanno chiesto se sia lecito il divorzio, Egli ha risposto che non lo è, perché l’uomo non ha il diritto di dividere quel che Dio ha unito; e non ha parlato, come fa il papa Francesco con la Amoris laetitia, di discernimento, di singoli casi da valutare, di situazioni oggettivamente complesse, che vanno capite e “accompagnate”. Ma che vuol dire “accompagnare”, in nome di Dio? Accompagnate verso la redenzione o verso l’ostinazione e l’indurimento nel peccato? Accompagnate nel ritorno a Dio o accompagnate verso l’inferno? Parliamoci chiaro: far credere agli uomini che il peccato non è più peccato, che il male è diventato bene, o quasi bene, o insomma qualche cosa di non poi tanto grave, significa ingannarli; e ingannare gli uomini in materia di peccato, significa dare loro il viatico per l’inferno. Si rendono conto, questi preti, vescovi e cardinali modernisti e progressisti, della responsabilità immensa di cui si stanno caricando la coscienza, e di cui dovranno un dì rispondere davanti a Dio, per aver sospinto le pecorelle che dovevano custodire. verso il fuoco eterno della dannazione? Sta di fatto che Gesù Cristo cercava così poco di piacere alle masse, che alla fine è stato messo in croce, e la folla ha preferito che venisse liberato al posto suo, Barabba, un assassino; mentre papa Francesco raccoglie applausi ovunque, ma, ripetiamo, specie da quelli che detestano la Chiesa, non credono in Gesù Cristo e vorrebbero vedere la Croce calpestata e seppellita per sempre: i massoni, i radicali, gli abortisti, gli omosessualisti, i relativisti, i sincretisti, i naturalisti e i panteisti. Oh, sì: a tutti costoro piace la chiesa di Bergoglio, piace lo stile di Bergoglio, e non fanno altro che dire: “Ah, che grand’uomo è papa Francesco! Che magnifica cosa sarebbe, se tutti i preti fossero come lui!”. Di Dio, su Dio, neanche una parola; di Gesù Cristo, su Gesù Cristo, niente di niente: sono diventati dei dettagli trascurabili, delle anticaglie di un tempo remoto. L’importante è lodare il papa, i vescovi e i preti di strada, i teologi della liberazione e della svolta antropologica. Quella sì, che è gente meritevole; quelli sì, i cardinali massoni come Martini, i preti marxisti come don Gallo, amici di Luxuria e dei travestiti, degl’invertiti, degli adulteri, delle prostitute e dei prostituti. Ma anche Gesù, sono pronti a dire costoro, frequentava quel tipo di persone. Niente affatto! Quando Gesù parlava ai peccatori e alle peccatrici, lo faceva per far comprendere loro la gravità dei loro peccati e per invitarli al pentimento e alla conversione; e l’atteggiamento di quelle persone, così come lo riferisce il Vangelo (con buona pace di padre Sosa, il quale sostiene che non sappiamo cosa disse e fece davvero Gesù) era più che eloquente. Le loro lacrime, i loro gesti di contrizione parlavano più di cento, di mille parole: avevano compreso, si vergognavano dei loro peccati, erano decisi a cambiar vita. Se i preti di strada frequentassero i peccatori con il vero spirito di Cristo, non ci sarebbe nulla di male, tutt’altro; ma accade tutto il contrario; dicono loro che non fanno niente di male, che l’importante è amare, e che se c’è l’amore, c’è anche Dio, dunque stiano sereni e tranquilli, sono già perdonati, ammesso che ci sia qualcosa da perdonare nella loro vita.

L’anno scorso ha fatto rumore la notizia che due suore, di ritorno dalla missione in Africa, avendo scoperto di essersi innamorate l’una dell’altra, avevano deciso di amarsi liberamente e di sposarsi, in municipio per intanto, e un domani, se possibile, in Chiesa. Aveva fatto rumore, perché è stato il primo caso, almeno in Italia; ma altri stanno seguendo, come quando un mattone della diga cede, e tutta l’acqua fangosa si precipita nella falla, la allarga, fa saltare la diga e irrompe come un’onda inarrestabile nella valle. Ora, quel che colpisce in casi del genere, non è il fatto che avvengano: la natura umana è fragile, è esposta alle tentazioni; si sa che può cadere, si sa che può peccare. La notizia non è che sia accaduto un fatto del genere, ma come le due donne lo hanno vissuto. Non hanno ritenuto di riflettere in silenzio, e di trarre in silenzio le loro conclusioni; non hanno ritenuto giusto osservare il riserbo, lasciare il convento senza scandalo: hanno voluto rendere nota a tutti la loro storia d’amore, poi sposarsi in municipio, a bandiere spiegate, con interviste a destra e a manca; e, soprattutto, hanno voluto fare la morale, anzi, la contro-morale al popolo cattolico: Dio non vuole che noi reprimiamo le nostre passioni, Dio vuole che siamo felici, che amiamo; dunque, bisogna fare come loro, avere “coraggio”, rifiutare l’”ipocrisia”, e gridare dai tetti le proprie passioni disordinate. Ecco, questa è la vera novità: il capovolgimento della dottrina e della morale cattoliche, da parte di coloro che avevano solennemente promesso di osservarle e di difenderle. Se un militante di un partito politico, a un certo punto della sua vita, cambia idea e decide che lì non è più il suo posto, chi gl’impedisce di andarsene? Ma, dichiarando che così è giusto, e intanto fare tutto l’opposto di quel che lo statuto del partito prevede, è cosa disonesta, abietta, inqualificabile. Va contro ogni codice di lealtà e di umana decenza. E spacciare questo voltafaccia per “coraggio” e rifiuto dell’“ipocrisia”, è la più raffinata delle viltà e delle ipocrisie.

Ecco: questa è la chiesa che non riconosciamo più, che non è più la nostra. Se la tengano: son degni di essa. Noi, senza crederci migliori di alcuno, sappiamo, però, il significato della parola fedeltà…

(fonte: accademianuovaitalia.it)

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