Il vescovo di Bruxelles sfratta anche i monaci di Gerusalemme

Per quindici anni la Fraternità monastica di Gerusalemme è stata, nel quartiere popolare di Saint Gilles, “fonte di irraggiamento pastorale nel semplice dialogo della vita”. La riforma della diocesi ha indotto la Fraternità a ritirarsi da Bruxelles. È la seconda volta che succede, in un anno, dopo il triste caso della Fraternità dei Santi Apostoli.

di Marco Tosatti (23-02-2017)

Dopo la triste e penosa vicenda della Fraternità dei Santi Apostoli, da Bruxelles vengono di nuovo cattive notizie per la Chiesa, in cui di nuovo è chiamata in causa la responsabilità del neo-arcivescovo e neo-cardinale Jozef De Kesel. Questa volta tocca alla Fraternità monastica di Gerusalemme, che a Roma è presente a Trinità dei Monti e a San Sebastiano al Palatino. La Fraternità è giunta a Bruxelles, chiamata dall’allora arcivescovo Danneels, nel 2001. Una presenza che, come raccontano in una lettera i responsabili femminile e maschile della Fraternità, è stata preparata per vent’anni, e ha trovato il suo luogo nella chiesa parrocchiale di Saint-Gilles.

“Il carisma della nostra Fraternità si è adattato a questo quartiere popolare e multiculturale, e tutta una rete di fedeli viene a pregare regolarmente a Saint-Gilles”, scrivono Sœur Violaine e frere Jean-Christophe. Le attività sono di diverso tipo; c’è una Fraternità evangelica Fuoco e luce, c’è un catecumenato per gli adulti, una Fraternità di Veglianti Adoratori, e un gruppo biblico, Teofilo. “Sono un segno di vitalità suscitato dalla presenza dei fratelli e delle sorelle. La loro prossimità agli abitanti del quartiere è fonte di irraggiamento pastorale nel semplice dialogo della vita”. Non è stato un inserimento semplice; la coabitazione con diverse realtà parrocchiali sul medesimo territorio non ha avuto luogo senza tensioni, a dispetto della buona volontà di tutti. Ma l’equilibrio raggiunto ha portato risultati fruttuosi.

Poi la diocesi ha deciso di mettere in atto una riforma delle “unità pastorali”, chiudendo chiese, accorpandone altre e rimaneggiando un po’ tutto. Un’iniziativa che ha suscitato non poche proteste. Saint-Gilles doveva diventare un “campanile emergente” in cui si concentrava l’insieme delle attività parrocchiali, e di conseguenza il Vicariato ha informato la Fraternità di Gerusalemme che “la presenza monastica a Saint-Gilles non era più prevedibile”. E’ stata avanzata una proposta di trasferimento in un’altra chiesa della città, in cui si calcolava anche un periodo di due anni in cui lo status quo sarebbe stato rispettato.

Jozef De Kesel
Jozef De Kesel

“Abbiamo accettato con fiducia la proposta fatta dall’arcivescovado di collaborare a un gruppo di esplorazione composto da rappresentanti delle nostre Fraternità del Vicariato e dell’Arcidiocesi, allo scopo di vedere se fosse possibile fare un’altra installazione a Bruxelles”. Ma è apparso subito evidente che un progetto del genere avrebbe richiesto ben più di due anni di preparazione, e che non sarebbe stato un semplice trasloco, in particolare dopo quindici anni di vita a Saint-Gilles. La decisione relativa a Saint-Gilles, cioè la trasformazione in un “campanile emergente”, e la fine della vita monastica, sono state però confermate dal Vicariato. E alla fine, dopo aver discusso con il cardinale De Kesel e con la delegata alla vita consacrata, scrivono i responsabili delle Fraternità di Gerusalemme, “abbiamo deciso di ritirarci da Bruxelles”. Si avverte un senso di amaro, nel comunicato, in cui si esprime tutta la riconoscenza “ai numerosi laici che hanno frequentato Saint-Gilles durante questi quindici anni… siamo profondamente riconoscenti per tutto quello che abbiamo ricevuto da loro e per i legami fraterni intessuti nel corso degli anni”, dicono Sœur Violaine et frere Jean-Christophe. E parlano di questo momento come di una “tappa pasquale”, da affidare alla preghiera di tutti. “L’avvenire appartiene a Dio. Se vuole che le nostre Fraternità tornino un giorno in Belgio, ne saremmo profondamente felici”.

Questo è quanto. Ma una domanda sorge spontanea. Era proprio necessario sfrattare una comunità monastica dai frutti copiosi in una città – e un Paese – che si avviano a una scristianizzazione travolgente? Colpisce, e stupisce, l’analogia con la Fraternità dei Santi Apostoli dissolta a dispetto dell’appoggio di centinaia di laici che la sostenevano. E come in quel caso, ci si chiede: ma perché la Chiesa decide di farsi del male da sola? Non bastano gli altri? Sono episodi che fanno pensare che la Chiesa, o almeno qualcuno in essa, soffra di pulsioni autolesionistiche. Combinate però a impulsi di potere centralizzante…

(fonte: lanuovabq.it)

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