I “catto-progressisti”: Francesco non ci basta.

Può essere interessante piluccare tra i molti commenti di parte catto-progressista (quella storica naturalmente) al terzo anniversario dell’elezione di papa Francesco. Oltre ad alcuni passi dei documenti di Noi siamo Chiesa e dell’Associazione Viandanti proponiamo anche qualche considerazione di Marco Politi, Luigi Sandri e Luis Badilla.

di Giuseppe Rusconi (15-03-2016)

In occasione del terzo compleanno di Francesco papa era da attendersi una lunga serie di riflessioni su quanto è accaduto nella Chiesa da quel 13 marzo 2013. Non meraviglia che in larga parte i commenti pubblicati riflettano un atteggiamento positivo verso l’azione del pontefice argentino e gesuita; si deve infatti notare che tra i cattolici critici per un verso o per l’altro del magistero di Jorge Mario Bergoglio l’anniversario non è stato certo ricordato in pompa magna (anzi in genere, salvo poche anche se robuste eccezioni, neanche evocato). L’anniversario è stato evidenziato dunque soprattutto – con l’attesa sovrapproduzione di incenso – dai turiferari (quelli che si sono riverniciati di gran fretta dopo il 13 marzo 2013) e dai cattolici storicamente “progressisti”. È dal grappolo di questi ultimi (sostanzialmente positivi, ma a volte con alcune riserve su tal o tal altro aspetto del magistero papale e soprattutto con attese “messianiche”) che abbiamo piluccato qualche acino, che chi ci legge potrà assaporare.

PAROLE E SILENZI

Incominciamo con Marco Politi, catto-progressista d’antico pelo, autore di una riflessione su La solitudine del maratoneta (Il Fatto quotidiano del 13 marzo). Nel commento scrive tra l’altro Politi: “Tre anni dopo l’elezione più che domandarsi a che punto è il Papa, bisogna domandarsi dove sta la Chiesa cattolica. I cantieri aperti da Bergoglio sono sotto gli occhi di tutti e hanno avuto l’effetto di scuotere equilibri centenari (…) Ma il fatto che salta agli occhi mentre inizia il quarto anno del suo pontificato è l’enorme resistenza che l’apparato ecclesiastico gli oppone non solo nella Curia romana, ma nella massa degli episcopati sparsi per il mondo”.

Un altro cattolico di salde e conclamate radici progressiste è Luigi Sandri di cui sul sito delle Comunità cristiane di base appare proprio il 13 marzo (difficile sia un puro caso) un commento dal titolo Scelte, parole e silenzi del Papa in Messico. Scrive tra l’altro Sandri, riferendosi alle “tensioni” esistenti tra Francesco e parte dell’episcopato messicano: “Il primo motivo di tensione, durante la programmazione del viaggio, è stata la decisione del Papa di includere San Cristóbal de Las Casas, la storica città, di origine coloniale, del Chiapas, lo Stato del Messico a maggior concentrazione india e cuore della rivolta zapatista. Molti vescovi non desideravano questa tappa, perché inevitabilmente riportava alla memoria don Samuel Ruiz che, titolare di quella diocesi dal 1960 al 2000, aveva dedicato la sua vita non solo al riscatto sociale degli autoctoni ma, anche, all’elaborazione di una Chiesa e teologia india. Per questi motivi, già in vita era divenuto insopportabile a gran parte dei confratelli vescovi; e, essendo egli morto solo nel 2011, tali prelati non volevano che, andando a San Cristóbal, il pontefice richiamasse alla memoria un nome, secondo loro, da dimenticare”. Annota allora Sandri che “forse è stata questa permanente ostilità episcopale (oltre che governativa) che ha portato il Papa ad una scelta incredibile: non nominare assolutamente don Samuel nell’omelia della messa, il 15 febbraio, celebrata di fronte a migliaia di autoctoni. Francesco ha fatto, nell’occasione, gesti importanti (…) ma il nome del vescovo difensore degli indigeni non lo ha fatto. E, ancora più sorprendente, il papa non ha ricordato nemmeno Bartolomé de Las Casas, il difensore degli indios nel Cinquecento, e primo vescovo di quella città che ancora porta il suo nome”. Conclude Sandri: sono “silenzi che pesano”.

“Desde el hondo crisol de la patria, se levanta el clamor popular/ ya se anuncia la nuova alborada, todo Chile comienza a cantar…venceremos, venceremos”… Un inno cileno famoso questo, che suscitava gli entusiasmi dei sessantottini di ogni provenienza negli Anni Settanta. Abbiamo l’impressione che, con gli sviluppi assunti dal pontificato di Francesco, Luis Badilla lo senta riemergere sempre più prepotentemente dentro di sé. Il direttore del Sismografo – il noto blog internazionale prodotto dentro Radio vaticana – è stato infatti dirigente giovanile della DC cilena per poi passare con altri compagni all’Izquierda cristiana, formazione che entrò a far parte del fronte allendista di Unitad popular. Insomma: abbiamo a che fare con un cattolico di profonde radici progressiste, certamente mai rinnegate. Ebbene, in un suo commento del 13 marzo, Luis Badilla cita nel suo blog, lodandolo, un commento apparso sulla Gazzetta di Santa Marta (nomen omen, rubrica del mensile catto-progressista Jesus) in cui tra l’altro si legge: “Chi pensa che quella di Bergoglio sia una rivoluzione rischia di essere accomunato con chi lo sospetta di marketing dall’inconsapevolezza di quanto è profonda la sua riforma, commisurata alla crisi che ha portato alla sua elezione. Per incamminare la Chiesa su una «lunga strada» di rinnovamento Jorge Mario Bergoglio ha innescato un «lungo processo», di respiro ben più ampio di una presa del potere vaticano che durerebbe il tempo di un pontificato”. Rileva Badilla, senza rinunciare all’ormai abituale scarica di pallottole di carta: “Si tratta di un pensiero e di un’analisi non solo perspicace e intelligente, da condividere in pieno, ma ci sembra anche una risposta ai molti che in questi giorni del terzo anniversario del pontificato si pongono domande sul successo e sul fallimento di papa Francesco. Successo e fallimento – in questi interrogativi onesti, sani e positivi – che nulla hanno a che fare con il killeraggio di pochi, che ogni mattina si guardano allo specchio e mentre si sistemano la barba ruminano cosa trovare per attaccare il Papa”.

CONTRASTARE LE FORTI RESISTENZE A FRANCESCO

Veniamo a un movimento anch’esso storicamente molto profilato in senso progressista: Noi siamo Chiesa (filiale dell’austro-tedesca Wir sind Kirche, che, sviluppatasi nel mondo, ora è conosciuta come International Movement We are Church). Il documento comune per il terzo anniversario di Francesco si intitola significativamente: “Un cambiamento epocale è stato avviato, ma è ancora ben lontano dall’essere terminato”. Qualche punto della premessa del documento.

Subito un invito pressante: “We are Church invita tutti i leaders della Chiesa a sostenere con tutte le loro forze le riforme nella linea del Concilio Vaticano II e a contrastare le forti resistenze che esse incontrano nella Chiesa”. Grande dunque la preoccupazione del movimento catto-progressista per tale situazione potenzialmente esplosiva e dovuta anche a un fatto preciso: “I trentacinque anni del doppio pontificato polacco-tedesco sono ancora influenti e ostacolano il nuovo corso nella vita della Chiesa”. Ecco un movimento che almeno dice quello che pensa in modo chiaro, non rifugiandosi in mille (ipocriti) distinguo come è tipico dei turiferari che invece pubblicamente insistono su una presunta continuità tra gli ultimi Pontefici. Noi siamo Chiesa espone poi una serie di osservazioni su punti precisi. Eccone alcune.

— Sinodo dei Vescovi: “I due Sinodi del 2014 e del 2015 hanno aperto un nuovo capitolo nella storia della Chiesa, nonostante i loro deludenti risultati”. Perché? “I Sinodi hanno mostrato come la tradizione sinodale può essere ripresa all’interno della Chiesa cattolica, ma ora speriamo e ci aspettiamo che il popolo di Dio diventi diretto protagonista di questa strada sinodale”. Perciò “la composizione del Sinodo dev’essere modificata”. Inoltre il movimento ha “aspettative alte” per l’esortazione post-sinodale che il Papa firmerà il giorno di san Giuseppe: “Speriamo che essa cambi la condizione dei divorziati-risposati mediante un accompagnamento pastorale che affidi ogni decisione alla loro responsabilità personale davanti a Dio”.

— Lotta alla pedofilia: “Ci dovranno essere ulteriori dimissioni al più alto livello (Ndr: evidente l’allusione al card. George Pell) come conseguenza di quanto papa Francesco ha detto nel volo di ritorno dal Messico: Un vescovo che ha un prete in una parrocchia, se questo è noto come pedofilo, la cosa migliore che può fare è chiedere le sue dimissioni!”.

— Contraccezione: “Più interventi di papa Francesco dimostrano apertura alla possibilità della contraccezione dopo il viris Zyka, ritenendo che anche sulle questioni etiche uno sviluppo dell’insegnamento della Chiesa è possibile e necessario”.

— Celibato: “Sulla questione del celibato e della privazione della celebrazione eucaristica per molte comunità papa Francesco aspetta dalle Conferenze episcopali proposte concrete per risolvere situazioni di emergenza”.

— Donne: “Per le donne, ci sono solo vaghi cenni di una nuova era di apertura. Francesco è a favore di donne in posizione di leadership, ma mantiene la posizione di Giovanni Paolo II. La porta per l’ordinazione delle donne è ancora chiusa”.

NUOVO CAMMINO DA SOSTENERE CONTRO LE MORMORAZIONI

Nell’arcipelago storicamente catto-progressista troviamo anche l’Associazione Viandanti, che – insieme con la Conférence catholique des baptisé-e-s francophones e il Forum Européen des Comités Nationaux des Laïcs – ha pure prodotto un suo testo per il terzo anniversario: anch’essi subito “si rammaricano per le ininterrotte critiche mosse all’azione e alla persona del Vescovo di Roma”. Dal documento comune estrapoliamo alcuni punti.

— 13 marzo 2013: “Dal 13 marzo 2013 il cammino (NdR: della Chiesa) è iniziato su sentieri nuovi e, a volte, difficili”.

— Concilio Vaticano II: “Ascoltiamo l’invito di papa Francesco a proseguire il processo, iniziato dal Concilio Vaticano II, per mettere il mistero della Chiesa in dialogo con il mondo contemporaneo. (…) Il compito è enorme e non può essere portato a termine senza la piena collaborazione di tutti i battezzati”.

— Pastorale: “Accogliamo con favore l’avvento di una pastorale adeguata ai problemi del nostro tempo. Siamo lieti per la forte ripresa del tema della misericordia di Dio, presente in tutta la Bibbia”.

— Riforma: “Accogliamo con grande speranza l’ampio lavoro di riforma della Chiesa per una maggiore sinodalità -che è il camminare insieme dei laici, dei pastori e del Vescovo di Roma- e per la decentralizzazione “riguardante le competenze concrete ed accresciute delle Conferenze episcopali”.

— Popolo di Dio: “Prendiamo atto con soddisfazione del ritorno alla centralità del popolo di Dio (…) e dell’uso di un nuovo linguaggio nel quale dominano i riferimenti evangelici che fondano la fede, piuttosto che le ingiunzioni moralistiche”.

— Due preoccupazioni “importanti”. La prima: “L’estrema lentezza con cui viene affrontata la questione del ruolo delle donne nella Chiesa. Fino ad oggi, nulla di decisivo è stato ancora realizzato. (…) Se le donne sono assenti, l’annuncio della Buona Novella è in pericolo”. La seconda: “Riguarda certi mormorii ininterrotti contro il Papa, che non possono essere ridotti alla semplice espressione di divergenze, ma che utilizzano, purtroppo anche all’interno della gerarchia, uno stile che prende a prestito i modi della stampa scandalistica e della fronda politica, fino a ipotizzare il rischio di uno scisma. (…) In questa fronda c’è un’apologia di modelli religiosi superati e non evangelici”.

Le associazioni firmatarie del documento ribadiscono infine la loro volontà di valorizzare al massimo i tre verbi utilizzati da Francesco, già nell’omelia del 14 marzo 2013 ai cardinali riuniti nella Cappella Sistina: camminare, costruire (edificare), confessare”.

FONTE: rossoporpora.org

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