Ma quale riforma? La Curia romana procede con il solito caos calmo. Qualche domanda sul C9

Il C9 dei cardinali deputato a studiare la Riforma della Curia Romana ha compiuto la sua diciottesima riunione, ma il suo lavoro procede lentamente: poca chiarezza nelle competenze dei nuovi uffici accorpati, conflitti di attribuzioni e nessuna linea guida sulle mission dei nuovi dicasteri, Segreteria di Stato intoccabile. E alcune decisioni prese sulle frequenze radio fanno irritare molti vescovi africani.

di Marco Tosatti (30-05-2017)

Il C9, il comitato dei nove cardinali di tutto il mondo deputato a studiare e riformare la Curia Romana ha compiuto a metà del febbraio scorso la sua diciottesima riunione. Diciotto riunioni non sono poche; anche perché indubbiamente hanno un costo, dal momento che a parte il cardinale Bertello, presidente del Governatorato, e il cardinale George Pell, titolare della Segreteria dell’Economia e delle Finanze, e il Segretario di Stato, Parolin, tutti gli altri devono venire da luoghi più o meno lontani del pianeta.

Non mancano mai, dopo ogni riunione, commenti entusiastici da parte di qualche membro sull’importanza e la grandezza del lavoro svolto dal gruppo, il cui coordinatore è l’arcivescovo di Tegucigalpa, Andrés Oscar Rodríguez Maradiaga.

C’è da chiedersi però se a questo sforzo, e alle dichiarazioni successive, corrispondano realmente risultati equivalenti. E qui forse il cammino si fa un poco più accidentato. Qualche voce perplessa deve essere giunta anche alle orecchie dell’estroverso cardinale honduregno, se in una recente intervista ha dichiarato: “A volte ci chiedono ‘ma cosa fa questo Consiglio di cardinali? Non vediamo risultati’. I risultati ci sono, ma non si vedono solo perché non fanno rumore”. “Tra i nodi da affrontare, un numero eccessivo di dicasteri”, diceva Maradiaga, per cui “si è proceduto ad accorpare alcuni consigli in dicasteri, non per dare più importanza ad alcuni, ma per semplificare la burocrazia e lavorare più agilmente. Non un accentrare, ma uno snellire”.

I critici fanno notare che non ci voleva la sapienza curiale di un Pio XII o di un Paolo VI per unificare qualche Pontificio Consiglio in un organismo unico. Ma il problema è – al di là delle etichette – farli funzionare. Facciamo un esempio. Il 1 settembre 2016 i Consigli dei laici, della Famiglia e della Vita sono stati soppressi, e sostituiti da un unico dicastero. Come Prefetto è stato nominato il cardinale Kevin Joseph Farrell. Ottimo. E lì siamo ancora, a fine maggio 2017. Vale a dire che non sono stati nominati né il Segretario del Dicastero, né il Sottosegretario, personaggi fondamentali per la vita reale di una qualsiasi struttura. E, in realtà, non sembra cambiato nulla. I responsabili di prima sono sempre lì, delegati, in attesa di qualche cosa che deve succedere. Vanno, come sempre, nel loro ufficio anche persone che in realtà sarebbero scadute; ma occupano il posto. “E’ un caos calmo”, ci dice sorridendo un veterano dei Sacri Palazzi, e di piazza San Calisto in particolare, la dipendenza vaticana dove hanno sede quei dicasteri.

Una situazione appena più strutturata la troviamo al Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che ha riunito gli scomparsi i pontifici consigli della giustizia e della pace, Cor Unum, della pastorale per i migranti e gli itineranti e quello della pastorale per gli operatori sanitari. Qui Segretario e sottosegretari sono stati nominati; anche se come alla Famiglia, i protagonisti dell’era precedente continuano a recarsi nei vecchi uffici, e non è chiarissimo che cosa – in concreto – debba fare il neo-Dicastero. Non sembra che sia molto chiaro neanche al suo responsabile, il ghanese cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, uno stimato biblista e studioso.

E non possiamo non registrare – su questi accorpamenti la battuta che abbiamo rubato con le orecchie in uno scambio off records fra un cardinale di Curia e un suo amico, arcivescovo ben esperto dei Sacri Palazzi: “Una riforma così l’avremmo potuta farla anche noi, sedendoci a un tavolo una mattina”.

Di sicuro è ben più impegnativa la riforma dei sistemi di comunicazione, che nel corso degli anni si sono sviluppati ciascuno per la propria strada. C’è molto fermento, in quel campo, il cui artefice è mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto del dicastero e professore alla Lateranense. All’ultimo C9 ha svolto la sua relazione: “Ha parlato dell’accorpamento della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano; ha parlato degli incontri di lavoro che hanno avuto con la Segreteria di Stato, con la Segreteria per l’Economia, con l’Apsa, con l’Ulsa, per accompagnare questa nuova fase della riforma. Inoltre, mons. Dario Viganò ha presentato il piano per ristrutturare le frequenze radio, le nuove policy per il mondo dei social network. Ha parlato anche del futuro della Lev, la Libreria Editrice Vaticana”, ha raccontato ai giornalisti Paloma Ovejero, la N.2 della Sala Stampa della Santa Sede. Ma anche qui le spine ci sono; in particolare la soppressione delle trasmissioni a onde corte. E’ una decisione che ha già provocato le proteste di alcuni vescovi africani, nei cui Paesi le onde corte della Radio Vaticana hanno un ruolo informativo importante. E perplessità più generali. Oltre al fatto che le Onde Corte hanno costituito per decenni – e ancora lo sono – un sistema per raggiungere i fedeli in zone di dittatura e oppressione, questa scelta giungerebbe proprio nel momento in cui alcune tra le più potenti emittenti radiofoniche, come la BBC e la giapponese NHK, stanno potenziando questo settore. Tanto che la NHK ha chiesto alla Radio Vaticana di utilizzare gli impianti di Santa Maria di Galeria perché il centro di trasmissione situato in Madagascar non riesce più ad assolvere al carico maggiore di lavoro.

E parlando di Riforma, non si può non ricordare che cosa è successo con l’economia. Nel 2014 un Motu Proprio stabiliva che “tenendo conto di quanto stabilito dal Consiglio per l’Economia, la Segreteria risponde direttamente al Santo Padre e attua il controllo economico e la vigilanza sugli Enti di cui al punto 1, come pure le politiche e le procedure relative agli acquisti e all’adeguata allocazione delle risorse umane, nel rispetto delle competenze proprie di ciascun Ente. La competenza della Segreteria si estende pertanto a tutto ciò che in qualunque maniera rientra nell’ambito in oggetto”. In pratica la Segreteria per l’Economia avrebbe dovuto avere competenza su tutto. E in particolare sui patrimoni, cospicui, non solo di Propaganda Fide, ma dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e del Governatorato, e della Segreteria di Stato. A poco a poco, per mezzo di rescritti e correzioni varie ottenuti dal Pontefice i titolari degli enti “espropriati” sulla carta sono tornati in pieno possesso dei loro averi, e la Segreteria dell’Economia si è vista ridotta a poco più di un ruolo di semplice controllo a posteriori. Tanto che solo qualche settimana fa ha dovuto rintuzzare, con una lettera secca e irritata, una comunicazione con cui l’Apsa consigliava una certa società di revisione contabile a tutti i dicasteri vaticani…

Il C9 procede lentamente. E affronta sempre nuovi problemi. Attualmente sembra che si stia lavorando su un’idea fissa del cardinale Maradiaga (di cui però il Pontefice non appare entusiasta), e cioè unificare in nome della “Diaconia della Giustizia” i tribunali: Penitenzieria, Rota Romana e Segnatura Apostolica. E’ un’idea che sembra un po’ bizzarra: che c’entrano le indulgenze con le nullità matrimoniali? E posto che la Segnatura ha un ruolo di secondo grado di giustizia rispetto anche alla Rota Romana, unificandola si avrebbe la piccola mostruosità giuridica di un unico ente che deve eventualmente in secondo grado correggere se stesso e le decisioni prese magari in primo grado dalle stesse persone. Vediamo come si svilupperà il progetto del cardinale honduregno.

In attesa che si affrontino le parti della Riforma chieste durante le sessioni cardinalizie del pre-conclave: e cioè, soprattutto, quella della Segreteria di Stato, e della sua sostanziale onnipotenza. Ma visti i rapporti strettissimi del Pontefice con i diplomatici è difficile attendersi rivoluzioni in quel settore.

(fonte: lanuovabq.it)


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