Kasper “corregge” Ratzinger. Martinetti ricorregge Kasper

di Sandro Magister (23/05/2014)

Riguardo alla comunione ai divorziati risposati, il precedente post finiva citando ciò che Benedetto XVI aveva detto in proposito, a Milano, il 2 giugno 2012, durante l’incontro mondiale delle famiglie.

Papa Joseph Ratzinger metteva lì in luce il valore, per i divorziati risposati, di una comunione non sacramentale ma “spirituale”. Cioè una comunione che si identifica con quella che il missionario Carlo Buzzi – intervenendo su www.chiesa – ha chiamato “di desiderio”.

Anche il cardinale Walter Kasper, nell’introdurre il concistoro dello scorso febbraio, citò le parole di Benedetto XVI del 2012 a Milano, secondo cui “i divorziati risposati non possono ricevere la comunione sacramentale ma possono ricevere quella spirituale”.

Ma poi Kasper così proseguì: “Molti saranno grati per questa apertura. Essa solleva però diverse domande. Infatti, chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. […] Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale? […] Alcuni sostengono che proprio la non partecipazione alla comunione è un segno della sacralità del sacramento. La domanda che si pone in risposta è: non è forse una strumentalizzazione della persona che soffre e chiede aiuto se ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? La lasciamo sacramentalmente morire di fame perché altri vivano?”.

La relazione di Kasper è stata contestata da numerosi cardinali, sia durante il concistoro che dopo. Ma questa sua equiparazione tra comunione spirituale e sacramentale è stata poco toccata dalle critiche, che si sono concentrate su altri punti della relazione.

Ma è proprio questa equiparazione che viene qui criticata come “fallace” da Alessandro Martinetti, con un “Post Scriptum” alle osservazioni da lui dedicate all’intervento di padre Carlo Buzzi, nel precedente post.

Scrive Martinetti: “Nel dibattito che si è acceso sulla comunione ai divorziati risposati, mi sembra che non si sia posta abbastanza in risalto la differenza che corre tra comunione eucaristica e comunione spirituale. Occorre badare a non favorire che prenda piede nella coscienza del fedele la convinzione fallace secondo cui la comunione sacramentale dell’eucaristia e la comunione spirituale siano sostanzialmente la stessa cosa.

“La convinzione della sostanziale identità tra comunione eucaristica e comunione spirituale condurrebbe infatti il fedele ad assuefarsi alla condizione di peccato grave abituale che gli impedisce la ricezione della comunione eucaristica, mettendo a repentaglio la salvezza della sua anima.

“Da una catechesi e da una pastorale che non siano limpide al riguardo il fedele potrebbe essere infatti indotto ad avvalorare il ragionamento seguente: la comunione spirituale produce i medesimi effetti della comunione eucaristica, non c’è differenza tra l’una e l’altra nel grado di unione a Cristo che realizzano, quindi il peccato grave che mi impedisce di ricevere la comunione eucaristica non è tale da interdirmi la medesima unione con Cristo che conseguirei con la recezione dell’Eucaristia. Conclusione: questo peccato grave (se ha ancora senso chiamarlo tale) non produce effetti così gravi da giustificare che io mi adoperi per emendarmene.

“Non mi pare inutile pertanto rimarcare che la comunione spirituale con Cristo da parte di chi, versando in situazione di peccato grave abituale, non può accostarsi alla comunione eucaristica, è dono largito dall’amore misericordioso di Cristo, che non vuole la morte del peccatore, ma incessantemente opera perché si converta e giunga a una perfetta comunione con Lui.

“La comunione spirituale deve pertanto essere vissuta (e i pastori debbono curare che sia intesa e praticata correttamente così) non come esauriente surrogato della comunione eucaristica ma come dono con il quale Cristo si unisce spiritualmente al fedele per infiammarlo di sempre più fervente desiderio di unirsi perfettamente a Lui, purificandosi dal peccato per poter accedere all’assoluzione sacramentale e alla comunione eucaristica. In questo senso, non è quindi improprio, anzi, chiamare questa comunione spirituale ‘comunione di desiderio’.

“Non per nulla, una delle preghiere più adoperate per la comunione spirituale suona così: ‘Gesù mio […] ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore’.

“Da qui traspare che la venuta spirituale di Gesù si attua in un cuore che arde del desiderio trascinante, dell’incontenibile urgenza di ricevere Cristo non solo spiritualmente ma sacramentalmente”.

© SETTIMO CIELO

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