Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.

Apocalisse di San Giovanni (3,15-16)

Vi sono cristiani più che soddisfatti e senza la minima inquietudine di fronte alla nostra attuale situazione. Ma la loro soddisfazione non è secondo il volere di Cristo. Essa deriva da un compromesso con il mondo, da un rifiuto di guardarlo in faccia per paura di riconoscervi l’opera del demonio e di doversi ricordare della Croce di Cristo.

Padre Roger-Thomas Calmel, OP

Un Gesù che sia d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura. Una concezione del “vangelo” dove non esista più la serietà dell’ira di Dio, non ha niente a che fare con la vangelo biblico. Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”. Il perdono è esigente e chiede ad entrambi – a chi lo riceve ed a chi lo dona – una presa di posizione che concerne l’intero loro essere. Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c’è bisogno del dolore della croce per guarire l’uomo. Ed effettivamente la croce viene sempre più estromessa dalla teologia e falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico. La croce come espiazione, come “forma” del perdono e della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno. Solo quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica. Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell’essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccato. Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio.

Da Joseph Ratzinger, “Guardare a Cristo“, pag. 76, Jaca Book 1986

Occorre distinguere tra lussuoso e prezioso. A Dio offriamo le cose più belle, preziose, mostrandoci umili nell’indossarle, riconoscendo che la loro preziosità non è per la nostra vanità ma per la maggior gloria di Dio. Ci si umilia nell’indossare delle vesti preziose di cui non siamo degni, per rivestirci di Cristo. Non c’è umiltà nell’indossare dei paramenti sciatti, nell’offrire al Signore delle cose brutte. La cosa si traduce in una mancanza d’amore. Lo stesso San Francesco d’Assisi insegna come i monaci devono vivere nella totale austerità, ma senza badare a spese per il culto.

Massimo Nemus (via cristianesimocattolico)

«TERZA MASSIMA: rimanere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio riguardo alla Chiesa di Gesú Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di Dio.

1. Gesú Cristo ha la potestà su tutte le cose, in cielo come in terra, e si è meritato di diventare Signore unico di tutti gli uomini. Per questo egli è anche l’unico che regola tutti gli avvenimenti con sapienza, potenza e bontà inenarrabile, secondo il suo beneplacito divino, per il maggior bene dei suoi eletti che formano la sua diletta sposa, la Chiesa.

2. Perciò il cristiano, per quanto gli avvenimenti possano sembrare contrari al bene della stessa Chiesa, deve godere una perfetta tranquillità e conservare una gioia piena, riposando interamente nel suo Signore. Tuttavia non deve smettere di gemere e di supplicare che avvenga la volontà del Signore come in cielo cosí in terra: cioè che gli uomini pratichino sulla terra la sua santa legge di carità come i santi la vivono in cielo.

3. Il cristiano, dunque, deve bandire dal proprio cuore l’inquietudine e ogni specie di ansietà e di preoccupazione: anche quella che sembra talvolta avere per scopo il solo bene della Chiesa di Gesú Cristo. Molto meno ancora egli deve temerariamente lusingarsi di poter mettere riparo a questi mali prima di vedere chiara la volontà del Signore a loro riguardo. Deve aver presente che solo Gesú Cristo governa la sua Chiesa, e che la cosa che piú gli dispiace ed è piú indegna del suo discepolo, è la temerità di quanti, dominati da cecità di mente e da nascosto orgoglio, senza essere chiamati e mossi da lui, presumono di fare di propria iniziativa qualche bene, anche minimo, nella Chiesa. Come se il divin Redentore avesse bisogno della loro miserabile cooperazione o di quella di chiunque altro. Nessuno è necessario al divin Redentore per la glorificazione della sua Chiesa. Essa consiste nella redenzione dalla schiavitú del peccato, in cui tutti gli uomini si trovano. Solamente per la sua gratuita misericordia egli assume fra i redenti quelli che gli piace elevare a tale onore. Di solito, poi, per le opere piú grandi, egli si serve di ciò che è piú infermo e piú spregevole agli occhi del mondo».

ANTONIO ROSMINI, Massime di perfezione cristiana, lez. IV (via cristianesimocattolico)

Come diceva Carl Schmitt, quando si comincia a parlare di «valori», si accetta il concetto di quotazione. I valori sono, originariamente, quelli della borsa-valori, e sono per eccellenza «negoziabili». La Chiesa proponeva «verità», merce antiquata. Oggi propone «valori», e pur sacrosanti: matrimonio, figli, no all’aborto e all’eutanasia. Come valori, purtroppo, hanno attualmente poco mercato… Chissà, se ricordasse che chi fa certe cose si gioca l’eterna dannazione, magari… O magari no. Questo popolo si contenta del suo destino zoologico.

Maurizio Blondet (via cristianesimocattolico)

Non si tratta di compiacersi delle tinte fosche, ma di prendere atto della gravità delle conseguenze del peccato operanti nella Storia con impeto crescente in proporzione dell’infedeltà dell’uomo. E oggi questo sprofondamento degli stessi valori umani è avallato perfino da una teologia ed ecclesiasticità permissiva (non oso parlare di una Chiesa permissiva, perché il Supremo Magistero ha ripetutamente chiarito i punti fermi del dogma e della morale) le cui aperte concessioni farebbero arrossire gli epicurei e i libertini di tutti i tempi. Non siamo sotto molti aspetti già ai tempi dell’infedeltà generale e del dominio della bestia descritti dall’Apocalisse?

Padre Cornelio Fabro, L’avventura della teologia progressista, Rusconi, Milano, 1974