Cristianesimo Cattolico: Brunero Gherardini, «Conversione»

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Su “L’Osservatore Romano” del 30 dic. 2011, a p. 8, lessi che si sarebbe oggi di fronte al “passaggio da una Chiesa prevalentemente di tradizione ad una Chiesa prevalentemente di conversione”.

La frase mi colpì e m’indusse a pensare. Oggi, alla distanza di molti mesi, ci penso ancora e mi…

Cristianesimo Cattolico: Brunero Gherardini, «Conversione»

Le oscillanti tesi sulla Tradizione nei documenti del Concilio Vaticano II

Orientare l’ermeneutica della continuità alla puntuale, solenne verifica della continuità e della rottura nei singoli documenti del Vaticano II e dei suoi pronunciamenti.

di Piero Vassallo

Per la fede illuminata, per la benigna profondità del pensiero, per la stupefacente erudizione e per l’obbedienza al sommo Pontefice, monsignor Brunero Gherardini è ritenuto universalmente legittimo erede e continuatore della prestigiosa scuola teologica romana e sicura guida alla corretta lettura dei non sempre univoci documenti del Vaticano II.

Nel numero 3/2012 dell’autorevole rivista Divinitas, monsignor Gherardini pubblica un saggio di ermeneutica della continuità, un testo magistrale, che finalmente dirada le nebbie, fatte scendere dall’immotivata euforia degli scolarchi modernizzanti sull’antica, indeclinabile dottrina, che contempla le due fonti della Verità cattolica, la Tradizione e la Sacra Scrittura.

La finalità dello scritto inteso a far chiarezza, dopo tanti fraintendimenti, sul concetto di Tradizione, è ristabilire l’unità cattolica, oggi insidiata dalle aspre dispute intorno all’ermeneutica della continuità o all’ermeneutica della rottura.

Afferma monsignor Gherardini: «C’è un valore di fondo, cui di necessità si richiama l’ermeneutica della continuità, sistematicamente infranto, però, da quella della rottura: la Tradizione. Se si riesce ad impostarne correttamente l’argomento, i lamentati litigi fra le due ermeneutiche non avranno più motivo né occasione d’insorgere, anzi, non potranno più esserci due ermeneutiche. Dal canto loro pastori, teologi, studiosi e lettori del Vaticano II troveranno, in questo stesso valore, la chiave di volta per un’obiettiva e corretta interpretazione conciliare».

Correttamente l’Autore avvia il suo ragionamento stabilendo l’esatto significato della parola Tradizione: «La spiegazione etimologica di tradizione descrive un arco linguistico che, con radici nel lontano ebraico/aramaico, risale attraverso il greco e il latino e si riproduce come un calco dell’espressione latina nella lingua italiana, così come in altre lingue e sempre con lo stesso significato di trasmissione-consegna».

Stabilito che la comunicazione orale è lo strumento della Tradizione e che la Tradizione emerge come fonte della Fede e della Verità rivelata, l’Autore rammenta che gli Apostoli hanno derivato il loro concetto di Tradizione molto più dal mondo giudaico che da quello ellenistico: «Stando al pensiero di J. Raft, si tratta sempre e comunque d’una tecnica di trasmissione e comunicazione orale della verità rivelata, della qual cosa fa fede lo stesso Paolo, il quale trasmette, secondo il modello della scuola rabbinica cui appartiene, quanto ha egli pure ricevuto. Con lui ne fanno fede le comunità cristiane che accolgono il messaggio degliA come quello stesso di Cristo».

In tal modo è dimostrato che la Tradizione «è la vita stessa della Chiesa, oltre che la sua Fede e la sua prassi, solo se è apostolica». La Tradizione ovviamente non la Sacra Scrittura, che «trova anzi in questa la sua fondazione. È essa stessa evangelo o lieta notizia come lo è la scrittura, pur non essendo unum et idem né qualitativamente né quantitativamente, con essa».

Il riconoscimento delle due fonti della Fede cattolica – «la teoria delle due fonti, una indipendente dall’altra ma ambedue collegate insieme dal Magistero ecclesiastico nell’unità di un’unica e medesima Fede» – allontana la tentazione di menomare alcune verità di Fede, ad esempio i dogmi mariani, dedotti dalla Tradizione e non dalla Sacra Scrittura. Una tendenza rovinosa, che si è impadronita del pensiero degli ermeneuti della discontinuità, suggestionati e infatuati dall’errore intorno alla sola scriptura dettato dalla rabbia antiromana a Martin Lutero.

Opportunamente l’Autore cita l’insegnamento solenne del Concilio Tridentino e del Vaticano I, che conferma la dottrina sulle due fonti della Fede. E ai teologi che insistono sul fatto che il Tridentino non cita espressamente le due fonti replica umoristicamente: «Se il Tridentino non parla di due fonti, è solo perché confida nella capacità dei suoi destinatari d’arrivare a due sommando uno-più-uno e d’ammettere come incontestabile la decisione infallibile del Concilio circa l’esistenza di tradizioni non scritte, distinte in quanto tali dalla tradizione biblica».

Rassicurato e sostenuto infine da incontestabili argomenti, l’Autore può ignorare la temeraria opinione dei teologi che giudicano ereticale la qualunque flebile obiezione ai testi del Vaticano II e affrontare la delicata e tormentata questione della continuità della Costituzione dogmatica Dei Verbum con la Tradizione cattolica e, in special modo, con il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I.

Al proposito è citato il paragrafo 7 della Dei Verbum, in cui il messaggio cristiano «vien subito allacciato a due distinti tipi di comunicazione: quello orale della predicazione stessa e quello scritto in cui la predicazione si travasa come annuncio della salvezza».

È dunque stabilito che alcuni punti della Dei Verbum sono in linea con l’insegnamento del Tridentino. L’Autore elenca la predicazione apostolica come contenuto della Tradizione, la sua durata fino alla fine dei tempi, il suo progresso relativo mediante un’ulteriore comprensione e spiegazione più profonda della rivelazione, la sua aperta professione di fede nell’azione dello Spirito Santo, la sua distinzione dal testo scritto.

Di seguito l’Autore rammenta che in Dei Verbum la fedeltà al Tridentino e al Vaticano I è indebolita e diluita: «Circa il rapporto fra Tradizione e Sacra Scrittura le congiunge entrambe in base alla medesima sorgente divina dalla quale scaturiscono e le congiunge a tal punto da farne in certo qual modo una cosa sola». [vedi articolo Chiesa e post Concilio]

È evidente che una tale variazione esige un chiarimento. Si manifesta infatti l’ineludibile necessità di stabilire «se il Vaticano II debba considerarsi l’ultima effervescenza sul tronco sempre vivo della Tradizione oppure – come sostengono i bolognesi – l’inizio di un Cristianesimo nuovo e di una nuova coscienza della Chiesa».

L’Autore propone di orientare l’ermeneutica della continuità alla puntuale, solenne verifica della continuità e della rottura nei singoli documenti del Vaticano II e dei suoi pronunciamenti. Ultimamente la richiesta ha per oggetto «un voltafaccia nei confronti di un post-concilio che ha fatto della tautologia l’unico criterio della sua presunta analisi critica: ha spiegato ripetendo alla lettera tutto quello che intendeva spiegare».

Benedetto XVI ha iniziato l’opera del voltafaccia (eretico secondo l’opinione del cabaret teologizzante) dimostrando che nella Gaudium et Spes si propone il dialogo con il mondo moderno ma non si formula una credibile definizione di esso. Il tabù del Concilio bolognese è infranto. La via indicata da monsignor Gherardini è finalmente percorribile.

La Tradizione è realista, il modernismo è ideologico

Editoriale di “Radicati nella fede” n° 12 dicembre 2012

Il Modernismo è ideologico, la Tradizione, questa no, è realista.

È il Modernismo che partendo da concetti astratti, assunti dalla cultura imperante, ha preteso di trasformare il pensiero e la vita cattolica. Partendo dalla filosofia moderna, dall’Idealismo, dal Personalismo e dalla psicologia ideologica della modernità, ha voluto disgraziatamente adattare le verità di fede e la vita concreta dei cristiani: così facendo ha distrutto tutto, ha reso prima falsa e poi impossibile e inutile la vita cristiana.

Nasce tutto, nel Modernismo, dall’ideologia: si prendono acriticamente per buone le elucubrazioni dei pensatori atei e agnostici contemporanei e si vuole obbligare il pensiero cattolico ad adattarvisi, per non restare “fuori dalla storia”. È un continuo volersi mettere al passo con i tempi, perché il cristianesimo non resti vecchio. È l’ideologia: non è la realtà che comanda, ma le idee degli intellettuali.

La Tradizione parte invece dalla realtà.

La realtà di Dio che si rivela, che si fa conoscere, e la realtà dell’uomo, povero peccatore, che ha bisogno di una salvezza che non può darsi da sé. Sono il realismo e la semplicità cristiana. Quando uno accosta il mondo della Tradizione cattolica sente la bellezza di questa semplicità, di questo realismo. L’uomo semplice di cuore, non rovinato dall’orgoglio degli intellettuali da salotto, gusta questo realismo semplice che gli rende possibile affrontare l’esistenza e agire con efficacia. Sente che tutto torna chiaro nella vita.

L’orgoglio fa sragionare l’uomo; gli fa complicare la semplicità di Dio e gli fa perdere la via della salvezza. L’orgoglio, la superbia dell’intelligenza e del cuore, gli impedisce di ragionare, e gli fa complicare tutto… e “il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”.

Occorre però vigilare sempre.

Anche nella Tradizione può “rientrare” questa superbia che rovina tutto. La Tradizione va vissuta con semplicità e non con orgoglio. Tutto in essa va vissuto con un deciso realismo: la Messa di sempre va celebrata e assistita perché salva il mondo dall’abisso, non va vissuta invece come pura dimostrazione “politica” di una propria posizione contro la modernità. Un pellegrinaggio, vissuto tradizionalmente con la Messa di sempre, va fatto non come dimostrazione di forza, per far vedere che i conservatori sono più bravi dei modernisti nel fare queste cose, ma come urgente domanda di perdono e di grazia fatta al Signore per l’intercessione della Beata Vergine Maria e dei Santi. Così, ad esempio, abbiamo voluto vivere il secondo pellegrinaggio ad Oropa, che fa parte della grande novena di nove anni in attesa del centenario dell’Incoronazione della Madonna.

È questione di vita o di morte: se si cade nell’inganno dell’ideologia, si porta la Tradizione su un binario morto. Si faranno, qua e là, delle manifestazioni tradizionali, forse anche solenni, ma queste non toccheranno i cuori, non comunicheranno veramente la grazia, non cambieranno la vita. Noi vogliamo restare dentro quel popolo semplice e grande che da secoli sta in ginocchio di fronte al Signore, sentendosi bisognoso di tutto. Un popolo umile, perché fatto di anime che domandano veramente perdono per i loro peccati. Un popolo coraggiosamente deciso, perché sulle verità di fede, sulla forma della Messa tradizionale, sulla dottrina cattolica non cede nemmeno di una virgola, perché queste sono date dal Signore per la nostra salvezza e non sono nostra proprietà.

L’intellettuale invece, che per conservatorismo, ama la Messa tradizionale, da un lato vuole momenti pubblici per affermare il suo gusto dell’antico, e nello stesso tempo diventa debole nella battaglia contro l’eresia per paura di restare escluso dal consesso pubblico di oggi o, peggio ancora, dalla vita pubblica della Chiesa: viene a patti con l’errore o le ambiguità della Chiesa ammodernata per il bisogno umano di vincere nel tempo – non si fida del Signore e vuole assicurarsi una vittoria che è tutta umana. Dobbiamo pregare molto, dobbiamo assistere molto alla Messa della Tradizione, se possibile quotidianamente, dobbiamo frequentare i Sacramenti, dobbiamo amare la dottrina cattolica, per restare realisticamente e umilmente attaccati al Signore. E il Signore darà la grazia, anche dopo la notte più oscura, anche dopo la più tremenda crisi della Chiesa.

Che la Beata Vergine ci conservi un cuore puro, e ci liberi dall’orgoglio intellettuale. Così sarà veramente Natale.

L’ultimo libro di Gnocchi e Palmaro

di Fabrizio Cannone, da Corrispondenza Romana (28/11/2012)

Taluni associano la difesa della Chiesa, della sua dottrina e della sua divina Tradizione ad uno spirito chiuso, serioso, bacchettone e antiquato. Non v’è crediamo smentita più flagrante di tale opinione che la già ricca produzione dell’avvincente duo Gnocchi-Palmaro, entrambi valentissimi apologeti cattolici, che dopo molte opere a dir poco esilaranti, ma anche profonde, hanno appena pubblicato un ennesimo saggio di battaglia, pur farcito con ironia e sagacia (cfr. Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro, Ci salveranno le vecchie zie. Una certa idea della Tradizione, Fede & Cultura, Verona 2012, pp. 180, € 15).

Oggi la crisi economico-sociale ha in qualche modo generalizzato e perfino banalizzato il concetto di crisi, in realtà estendibile a cose ben più importanti e serie che l’economia, la finanza e lo spread: viviamo, almeno da mezzo secolo, una crisi di fede inaudita e apparentemente insuperabile; una crisi epocale della famiglia e di tutti quei “valori non negoziabili” su cui deve necessariamente fondarsi ogni società e ogni Stato secondo giustizia.

In questo contesto, in cui perfino larga parte del clero e del mondo politico cattolico sembra prendere lucciole per lanterne, chi ci salverà?

«Ci salveranno le vecchie zie. Oppure i vecchi preti e i vecchi sindaci di Guareschi, i vecchi maestri di Peguy, il vecchio uomo comune di Chesterton, i vecchi hobbit di Tolkien… Insomma, ci salverà qualcuno che venga da un mondo immune dall’infezione propagata dalla modernità e del suo cadavere putrescente che va sotto il nome di post-modernità. Qualcuno che non ha bisogno di perdere tempo spiegando che cosa sia la Tradizione per il semplice fatto che la vive sino nelle pieghe minuziose della sua vita quotidiana» (p. 5). Insomma i due noti giornalisti lombardi mostrano e confutano, come al loro solito (cf. Catholic Pride, Io speriamo che resto cattolico, la Bella addormentata, etc.), le mille aberrazioni della fanta-teologia progressista, nominando esplicitamente le gravi deviazioni teologiche del cardinal Martini (requiescat in pace), del priore di Bose, di mons. Tonino Bello, di Vito Mancuso e degli altri pseudo profeti del nulla. «Il panorama attuale è simile a quello immediatamente successivo a una catastrofe nucleare» (p. 17). Ma tutto questo senza saccenteria o pedanteria, e collocandosi volontariamente dalla parte del cattolico comune, a volte confuso certo, ma più spesso ingannato senza sua colpa da pastori che non pascolano affatto…

In questo libretto poi, i due autori hanno qua e là delle sante bordate anche contro certi “tradizionalisti” che si auto-incensano come gli auto-nominati Custodi della verità, non senza «disprezzare coloro che hanno compiuto solo il primo passo sulla strada giusta» (p. 18). Certo non bisogna cedere in nulla nei principi, come insegnano Palmaro e Gnocchi in tutto il loro pregevole saggio, ma gli uomini non sono principi, sono uomini e come tali vanno presi: senza compiacenza per i loro errori, ma con cuore e pietà per le loro debolezze, oggi derivanti in larga parte dal caos generalizzato più che da cattiva volontà.

In fondo le “vecchie zie” a cui Gnocchi-Palmaro affidano il compito di risollevare una Chiesa desolata e quasi ferita a morte, sono le persone semplici e come tali fedeli, semplicemente, alla Tradizione e al Vangelo tutto intero. Ma già da subito, in attesa del ricambio generazionale, tutti i “giovani nipoti” quali noi siamo, dobbiamo formarci a quello spirito di lotta e di martirio che è lo spirito puro e vergine che brilla nella vita del Maestro, dei Santi e dei nostri tantissimi Padri nella fede. 

IL VATICANO II RILETTO ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE

di Piero Vassallo, da Riscossa Cristiana (30/11/2012)

Iniziata dalla strabiliante lezione di Alexandr Kojève sulla radice nichilistica/thanatofila della filosofia di Hegel, accelerata dall’interpretazione accademica (heideggeriana) del furente dionisismo di Nietzsche e perfezionata dal mostruoso e sbalorditivo influsso della teologia nazista nella scolastica francofortese, la rivolta del pensiero moderno contro se stesso è ormai al punto di non ritorno.

Avvertita da Benedetto XVI, tale evidenza  pone la necessità inderogabile di correggere le tesi  dei cattolici modernizzanti intorno alla possibile riconciliazione con un universo teoretico irrimediabilmente segnato dalla schizofrenia post-illuminista, ovvero dalla guerra della cometa jettatoria contro i pensieri della cometa trionfalista.

I moderni apostati, invece di correggere i loro errori, hanno incrementato la loro ostilità nei confronti della vera fede e la loro refrattarietà ai princìpi di ragione, smentendo le tesi che animavano  l’indulgenza dei nuovi teologi e deludendo il generoso apprezzamento della loro inclinazione all’autocritica formulato da Giovanni XXIII nell’allocuzione inaugurale del Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia.

L’ottimismo mordeva i freni della cautela: “Lo spirito della modernità e la Chiesa, ha scritto di recente Benedetto XVI, non si guardavano più con ostilità, ma camminavano l’uno verso l’altro. Il Vaticano II era cominciato in questo clima ottimistico della riconciliazione finalmente possibile fra epoca moderna e fede; la volontà di riforma dei suoi padri ne era plasmata. Ma già durante il concilio questo contesto cominciò a mutare”.

Di qui l’urgenza, di aggiornare la definizione dell’errore moderno e di scoprire e neutralizzare, fra le righe del Concilio Vaticano II e del para-concilio, le orme della benevolenza tradita e dell’ottimismo deluso.

L’anacronistica ostinazione dei teologi modernizzanti, in quelle orme crede, infatti, di leggere l’intenzione di dialogare con il mondo assumendo “la filosofia prevalente nella modernità, agnostica e scettica quanto al mistero, dubbiosa e formalmente fenomenica”.

Padre Serafino Lanzetta, giovane e brillante studioso, all’avanguardia nella corrente dei teologi fedeli alla Tradizione e obbedienti al Papa, sostiene che la Chiesa è turbata da un accecamento storicista, incapace di comprendere che “il Vaticano II non si identifica con la Tradizione della Chiesa, non è il suo fine: questa è più grande, mentre il Concilio ne è un momento espressivo e solenne, si dimentica poi il suo carattere magisteriale ordinario, sebbene espresso in forma solenne dall’Assise conciliare, per sé non infallibile; si dimentica infine, che i documenti del Vaticano II – a differenza di Trento e del Vaticano I – sono distinti in Costituzioni, Dichiarazioni e Decreti e pertanto non hanno tutti il medesimo valore dottrinale, rimanendo pur sempre chiara e fontale l’attitudine generale del Concilio, di insegnare in modo autentico ordinario” (Cfr. Iuxta modum Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa, Cantagalli, Siena 2012).

Padre Lanzetta afferma risolutamente che “la Chiesa trascende il Concilio e ogni sua manifestazione” quindi stabilisce la necessità “di far ritornare il Concilio Vaticano II nell’alveo della Chiesa: prima la Chiesa e poi i suoi concili”.

È tuttavia da respingere la pretesa di correggere il Vaticano II, “utopia di chi vuole riscrivere la storia che più non c’è o di chi vuole semplicemente abolire ciò che non gli piace”.  Il compito che incombe all’autorità cattolica è interpretare correttamente il Vaticano, “rispettando la sua posizione magisteriale di Concilio ecumenico con un taglio eminentemente pastorale, più pastorale che dottrinale”.

Opportunamente padre Lanzetta cita il giudizio comunicato confidenzialmente a Vinicio Catturelli da un cardinale sudamericano: “Un errore forse è stato quello di dar troppa importanza al Concilio. … È necessario sgonfiare il pallone del Super-Concilio, o forse si sta già sgonfiando”.

Il regnante pontefice, quasi assolvendo l’auspicio dei teologi fedeli alla Tradizione, ha avviato la critica di alcune ingenue e abbagliate concessioni al moderno che si leggono nella Gaudium et Spes dimostrandone la dipendenza da un equivoco intorno alla realtà dei nuovi tempi: “Dietro l’espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello Schema XIII”.

Il male che tormenta la Cristianità non è l’eresia ma la banalità del consenso tributato dai teologi di giornata a un oggetto conosciuto superficialmente.

“Il concilio è vivo se unito alla tradizione della Chiesa”

Colloquio con Roberto de Matte, docente di Storia della Chiesa e Storia Moderna all’Università Europea di Roma ed è autore di “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai” scritta (Lindau 2011).

di Luca Rolandi, da Vatican Insider (02/11/2012)

A cinquant’anni dalla sua apertura il concilio cosa ha lasciato in eredità alla chiesa di oggi? Celebrare o vivere il Vaticano II?

La Chiesa di oggi vive uno dei momenti più difficili della sua storia, tanto che Benedetto XVI ha sentito la necessità di indire un Anno per la fede, per riproporre il messaggio perenne del Vangelo, non solo alla società secolarizzata occidentale, ma alla Chiesa stessa. Si tratta di capire quali sono le cause di questa crisi della Chiesa e in che misura sono legate al Concilio Vaticano II. Io credo che le radici della crisi religiosa e morale contemporanea preesistano al concilio, ma in esso abbiano avuto un indubbio momento di deflagrazione. Sotto questo aspetto il concilio ci ha lasciato una pesante eredità. È giunta l’ora, mi sembra, di prender atto del fallimento del metodo pastorale del Vaticano II.

Le interpretazioni storiche, le ermeneutiche, rottura, discontinuità o riforma i tempi lunghi della recezione. Una sua valutazione?

C’è il rischio di perdersi in discussioni inutili. Benedetto XVI, nel suo discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, ha dichiarato che all’ermeneutica della discontinuità non si oppone un’ermeneutica della continuità tout court, ma un’”ermeneutica della riforma” la cui vera natura consiste in un “insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi”. Tutti accettano l’esistenza di livelli diversi di continuità e di discontinuità del Concilio Vaticano II nei confronti della Chiesa precedente. Si tratta però di capire su quali piani ci si muove. Io ritengo che sia importante distinguere l’evento storico dai documenti, e prima di leggere e valutare i documenti, sia necessario ricostruire la verità storica di ciò che è accaduto a Roma tra il 1962 e il 1965. Qualcuno mi rimprovera di utilizzare lo stesso metodo della scuola di Bologna, mentre c’è una differenza di fondo. La scuola progressista di Bologna trasforma  la storia in un locus theologicus, affidando allo storico il ruolo del teologo. Io, al contrario, affermo la distinzione dei ruoli e credo che l’interpretazione dei testi non spetti allo storico, ma al Magistero della Chiesa,

Un concilio ecumenico, quali sono state le grandi novità che hanno cambiato il mondo di essere della Chiesa, soprattutto per i nativi conciliari e per coloro che del Vaticano II hanno sentito solo parlare. Quando i testimoni saranno scomparsi cosa resterà?

Sarei tentato di rispondere che resteranno le rovine. Le rovine degli altari devastati, delle chiese spopolate, dei seminari abbandonati e soprattutto le rovine della diserzione, ovvero l’abbandono di quelle trincee in cui la “Chiesa pre-conciliare” combatteva il mondo per evangelizzarlo. Il nuovo metodo della “mano tesa” non ha convertito il mondo, ma lo ha reso più aggressivo. I nemici della Chiesa, che ci sono sempre stati e non mancheranno mai, dimostrano nei confronti della Chiesa dialogante una intolleranza molto maggiore di quanta non ne nutrissero verso la Chiesa “intransigente”. Quando i testimoni saranno scomparsi rimarrà la domanda di fondo: perché è accaduto tutto questo?

Incontro universale della Chiesa, prospettiva pastorale, riconciliazione con il mondo e la modernità, rispetto della tradizione aggiornata ai segni dei tempi. Concetti espressi più volte che molti faticano a comprendere oggi.

Il Concilio Vaticano II è stato il primo concilio della Chiesa che si è autoproclamato pastorale. Tutti i venti Concili precedenti avevano espresso in termini pastorali adeguati al mondo del loro tempo i dogmi e i canoni disciplinari che avevano promulgato. Nel Vaticano II, l’”aggiornamento” elevò la “pastoralità” a principio alternativo alla “dogmaticità. La dimensione pastorale, per sé accidentale e secondaria rispetto a quella dottrinale, divenne nei fatti prioritaria, operando una rivoluzione nel linguaggio e nella mentalità. Ma esprimersi in termini diversi dal passato, significa compiere una trasformazione culturale più profonda di quanto possa sembrare.. Secondo il padre John O’Malley, il Vaticano II fu soprattutto un “evento linguistico”. La novità linguistica secondo i progressisti era in realtà dottrinale, perché, per essi, il modo in cui si parla ed agisce è dottrina che si fa prassi.

Il vissuto della Chiesa e il concilio. Più delle dispute storiche e teologiche valgono le esperienze delle comunità, la testimonianza di laici e religiosi, uomini che il concilio l’hanno applicato nella loro vita.

Molti degli uomini che il concilio lo hanno applicato nella loro vita hanno abbandonato la Chiesa. Si pensi, ad esempio, all’ex-abate di San Paolo Giovanni Franzoni, uno degli ultimi padri conciliari italiani viventi, tuttora punto di riferimento per la teologia progressista. Franzoni si distinse come animatore della “Comunità di base” neo marxista dell’abbazia di San Paolo, prese apertamente posizione per il divorzio, aderì alla teologia della liberazione in America Latina, si sposò con rito civile con una giornalista giapponese. Altri protagonisti del concilio, come Hans Kueng, uno degli ultimi “esperti” teologici del concilio sopravvissuti, non si sono sposati e rimangono all’interno della Chiesa, celebrando regolarmente Messa, ma non professano più la fede cattolica. Laddove invece si è voltato le spalle al metodo pastorale del concilio e si è fatta l’esperienza della Tradizione, la fede rinasce, fioriscono le vocazioni religiose e crescono numerose e stabili le famiglie. Questo è il “vissuto” della Chiesa che io conosco.

Si accende il dibattito sulle “vecchie zie”

di Giovanni Zenone, da La Voce di Don Camillo (01/11/2012)

L’amico Langone, Schumacher in lettura veloce, appena uscito il libro Ci salveranno le vecchie zie, di Gnocchi e Palmaro, si direbbe l’abbia già letto tutto. Sennonché questa volta “piscia fuori dal vaso”. Si è limitato a leggere il titolo e la sinossi, altrimenti le critiche a casaccio e fuori tema non le avrebbe fatte. Ma agli amici si perdona questo ed altro. Soprattutto quando questo serve a far parlare di un libro che mette ordine in casa cattolica troppo affetta da quel “cattoprotestantesimo” che Langone stesso stra-giustamente critica. Bravo, Camillo, che sei il primo a parlarne, ma – gentilmente – torna a scrivere sul tema dopo aver letto da cima a fondo il libro. Se vuoi te lo mando in eBook, così lo leggi ancora più in fretta.

Solo la Tradizione ci salverà

Pubblichiamo un’anticipazione del libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro “Ci salveranno le vecchie zie – Una certa idea della Tradizione”, in libreria da sabato 27 ottobre 2012 per i tipi delle edizioni Fede & Cultura.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro su “Il Foglio” del 26-10-2012

Il progressivo oscuramento della Tradizione nell’ambito dottrinale e in quello della pratica quotidiana ha fatalmente portato alla frammentazione del mondo cattolico refrattario al progressismo. Un danno enorme, se si pensa che, in tal modo, non è stato possibile tenere unite le forze che avrebbero potuto opporsi alla deriva neomodernista seguita al Concilio Vaticano II.

Per decenni il mondo antiprogressista è stato percorso da singoli esponenti, da gruppi, da associazioni convinti, ognuno per conto proprio, di essere l’unico, vero e integro tradizionalista dell’Orbe cattolico. Per quanto, singolarmente, ognuno abbia avuto il merito di tenere vivo l’attaccamento alla Tradizione, la tendenza alla scomunica incrociata ha finito per generare una confusione che ha presto assunto i toni, metodi e, infine, i contenuti dello scontro politico. Senza volerlo, buona parte del mondo della Tradizione ha finito per adottare lo schema che il progressismo aveva invece teorizzato e praticato: cambiare la Chiesa attraverso le categorie della politica.

Da questo punto di vista conta poco il contenuto, poiché il metodo è di per se stesso merito. Una volta adottate tali categorie, prettamente moderne, anche l’agire tradizionale è caduto nel grande inganno del monopartitismo imperfetto: il dominio di due partiti che, pur manifestandosi come opposti, in realtà hanno la stessa radice, due estremi che si riducono a uno, che ha come punto di riferimento il Concilio Vaticano II. (…) Bisogna armarsi di santa pazienza Giunti a questo punto, bisogna fuggire il vecchio e democristianissimo adagio secondo cui, dati due errori estremi, la verità sta nel centro.

La verità, secondo l’insegnamento di G.K. Chesterton, si trova sempre all’estremo opposto rispetto all’errore. Per esempio, a fronte del modernismo, la verità non sta in un modernismo moderato, ma nel cattolicesimo, che è l’esatto contrario. E, siccome nel caso in esame i due estremi in realtà sono uno solo, è evidente il vero va cercato sul versante opposto.

Stabilito che sedevacantismo, tesismo e neoconservatorismo, alla radice, sono lo stesso errore, la posizione corretta sta nel loro contrario, vale a dire la Tradizione, la quale è sinonimo di salute spirituale e mentale. Ma si fa presto a dire Tradizione. Il lavoro per ricostruirne il senso comune nella quotidianità, il sensus Traditionis, e per ridarle splendore nella riflessione teologica e dottrinale sarà lungo e dovrà, soprattutto, essere paziente.

Da questo punto di vista, il panorama attuale è simile quello immediatamente successivo a una catastrofe nucleare. In un orizzonte devastato dal neomodernismo, spuntano monconi di vestigia tradizionali che vanno recuperate e ricostruite con amorevole pazienza. Vi sono sicuramente luoghi e persone in cui la Tradizione è stata riparata con più cura e si propongono come naturale punto di riferimento. Ma vi sono anche luoghi e persone in cui il sensus Traditionis è visibile solo impercettibilmente, ed è proprio qui che ci si deve chinare con più amore e con più attenzione.

Senza giudicare con malanimo e senza spazientirsi perché quelle minime tracce di Tradizione sono magari mescolate a pensieri, parole e opere discutibili. Sapientemente curata, questa fonte della fede tornerà a zampillare anche là dove non lo si sarebbe mai sospettato, perché l’opera della Provvidenza è sempre più longanime di quella tra il migliore degli uomini. Tradizionalisti senza Tradizione.

Se ordinariamente è temerario ritenersi i depositari della Tradizione tutta intera e disprezzare coloro che hanno compiuto solo il primo passo sulla strada giusta, nella situazione attuale è anche autolesionista. Per fare un solo esempio, non si può condannare chi è di sentimenti tradizionali e, per i motivi più diversi, non può, non riesce o non sa frequentare la Messa in rito antico.

Forse conviene incoraggiare quel senso naturaliter cattolico per la liturgia che ancora conserva nel suo cuore e ricondurlo pazientemente a casa. L’arroganza non è figlia di un cattivo carattere, ma di un cattivo uso del proprio carattere che discende dal peccato di intellettualismo. È proprio questo il tarlo che rode l’anima e il cervello di troppi tradizionalisti convinti di incarnare perfettamente la Tradizione per il solo fatto che ne parlano più di altri.

A questo proposito, vale la pena di ricordare quanto Charles Peguy, nel 1913, scriveva in quello straordinario saggio che è Il denaro: “Noi siamo cresciuti in un mondo del tutto diverso. Si può affermare, nel senso più rigoroso dell’espressione, che un bambino allevato in una città come Orléans fra il 1873 e il 1880 ha toccato la vecchia Francia, il vecchio popolo: diciamo semplicemente il popolo. Egli ha letteralmente fatto parte della vecchia Francia, del popolo. Si potrebbe dire anzi che ne è stato sino in fondo partecipe, perché la vecchia Francia era ancora integra, e inviolata.

Lo sfacelo è seguito, per così dire, tutto d’un pezzo, nel giro di pochi anni. Proveremo a dirlo. Noi abbiamo conosciuto, noi abbiamo vissuto la vecchia Francia e l’abbiamo conosciuta intatta, Noi siamo stati suoi figli. Noi abbiamo conosciuto un popolo, lo abbiamo toccato, ne siamo stati parte, quando ancora ce n’era uno. L’ultimo operaio di quei tempi era un uomo della vecchia Francia, mentre oggi il più oltranzista tra i seguaci del signor Maurras non è nemmeno per un atomo un uomo della vecchia Francia”.

Se a “vecchia Francia” si sostituisce “Tradizione”, che nel discorrere di Peguy sono equivalenti, si ottiene una perfetta diagnosi della situazione in cui versa buona parte del tradizionalismo contemporaneo. Con l’aggravante che, rispetto ai tempi descritti dallo scrittore francese, è trascorso un secolo: purtroppo non invano per tutti, tradizionalisti compresi.

La felicità di arrivare ultimi

Forse, bisogna smetterla di “fare il tradizionalista” bello e impossibile e tornare a frequentare la Tradizione quotidiana in compagnia di un numero sempre maggiore di buoni cattolici, magari senza pedigree ma sinceri. Come spesso accade quando intellettuali, teologi e pastori perdono la testa, l’ancora più salda diventa il sensus fidei

dei fedeli ordinari. E si può star certi che, dove è sopravvissuto il vero senso della fede, cova anche il sensus Traditionis. In che cosa consista il senso della Tradizione è abbastanza semplice da definire: nella felicità di arrivare ultimi. Niente di più evangelico nella sua paradossalità.

In un mondo, compreso quello cattolico, dove tutti sono presi dalla fregola di arrivare primi non importa dove basta che non vi sia stato nessun altro, il cristiano dotato di sensus Traditionis, da buon povero delle Beatitudini, è felice di arrivare ultimo. Liberato dalla tensione luciferina verso la novità, può pensare con più letizia e più vigore alla propria salvezza seguendo l’esempio di Nostro Signore, della Vergine Immacolata e di una teoria interminabile santi. “Tradizione”, spiega Chesterton in Ortodossia, “significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi.

È la democrazia dei morti. La tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che per caso si trovano ad andare attorno perché sono vivi. I democratici respingono l’idea che uno debba essere squalificato per il caso fortuito della sua nascita; la tradizione rifiuta la squalifica per il fatto accidentale della morte. La democrazia ci insegna a non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è il nostro servitore, la tradizione ci chiede di non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è nostro padre”.

Difendere i legami invisibili

Il primo passo da fare è quello di ricostruire con generosità i legami nel tempo per essere altrettanto generosi nel presente. La pratica quotidiana della Tradizione richiede fatica e lungimiranza, esige capacità di vedere ciò che il mondo moderno, econ esso gran parte dei suoi stessi oppositori, non vede più. “Non si muore per delle pecore, né per delle capre, né per delle case, né per delle montagne”, dice Antoine de Saint-Exupéry in Cittadella, “poiché gli oggetti sussistono senza che nulla sia loro significato. Ma si muore per salvare il nodo invisibile che li unisce li trasforma in proprietà, in impero, in volto riconoscibile e familiare”.

La Tradizione quotidiana è questa familiarità tra gli uomini di ogni tempo che si trasmette attraverso il riflesso celeste dei riti, ma anche grazie al permanere della bellezza e della schiettezza del vivere feriale. Ha la voce del contadino toscano che recita memoria Dante senza invidiarne la genialità. Ha il profilo angoloso di certe popolane che, senza saperlo, paiono Madonne o principesse dipinte da Zurbarán. Ha la geometria delle case padronali della Brianza, con le finestre piccole, appena poco più alte e solitarie dell’ordinario come quelle dei vecchi conventi.

Ha l’odore di umido mescolato all’incenso di certe cappelle rustiche in cui un colletto romano dona compostezza al sacerdote di campagna come a un cardinale in San Pietro. Ma tutto con naturalezza, con soavità, senza mostra di uno sforzo che, fatalmente, renderebbe falsi ogni gesto e ogni immagine. L’uomo della Tradizione è come i “gentiluominidi Balzac” descritti da Cristina Campo, che non avevano nulla di nuovo né di vecchio “in cui nulla brillava, ma tutto attraeva lo sguardo, la cui distinzione d’oggi era quella di ieri e sarebbe stata quella di domani”.

O come gli operai delle vecchie generazioni ammirati da Peguy: “Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene”.

Quando la Tradizione era apertamente operante e praticata, non serviva discorrerne, traspariva dal semplice vivere di uomini che Peguy ascrive a una “razza”. Per quanto questo termine possa piacere poco, non ve n’è uno più calzante spiegare che il meno tradizionale dei gentiluomini di Balzac o degli operai di Peguy era più impregnato di sensus Traditionis del più tradizionalista dei tradizionalisti di oggi.

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di Marco Mancini, da Camperi e de Maistre (11/10/2012)

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