Mons. Antonio Livi: Combatto contro una Chiesa ideologica

Mons. Antonio Livi è sicuramente uno dei decani della teologia cattolica contemporanea. Le sue numerose pubblicazioni vertono essenzialmente sulla verità logica, tema che è al centro del dibattito contemporaneo (neopositivismo logico, ermeneutica, razionalismo critico). L’appassionato impegno filosofico di Livi spiega perché questo pensatore ormai ottuagenario non sia mai stato un accademico intento a guardare con distacco alle vicende della società di oggi.

Continua a leggere “Mons. Antonio Livi: Combatto contro una Chiesa ideologica”

Annunci

Un papa eretico: e se non fosse solo un’ipotesi teologica?

Le Edizioni Solfanelli offrono al lettore italiano la traduzione integrale del saggio di Arnaldo da Silveira intitolato Ipotesi teologica di un papa eretico.

Continua a leggere “Un papa eretico: e se non fosse solo un’ipotesi teologica?”

“Ci vorrebbe un giallo sulla fine del Tomismo”, disse Benedetto XVI

La scomparsa del tomismo? Una storia avvincente. Tanto che se ne dovrebbe scrivere un giallo. Parola di Benedetto XVI.

Continua a leggere ““Ci vorrebbe un giallo sulla fine del Tomismo”, disse Benedetto XVI”

“Quanta cura in cordibus nostris” – Il tema del matrimonio nel libro di Ariel Levi di Gualdo

cristianesimocattolico:

Il sacerdote e teologo Ariel S. Levi di Gualdo, non è nuovo a trovate originali. Vuoi per indole naturale vuoi per spumeggiante spirito toscano. Scorrendo i diversi libri di questo autore editi dalla Bonanno Editore [qui, qui] presso la quale cura anche le pubblicazioni degli autori della collana teologia da lui diretta, si deve ammettere che a volte ha anticipato problemi, questioni e discussioni oggetto oggi di grande dibattito.

Alla sua uscita nel dicembre 2011, il suo libro «E Satana si fece Trino» [qui, qui] passò quasi in sordina, suscitando però dibattiti tra la fine del 2012 e gli inizi del 2013 quando, dinanzi al problema della lobby gay ecclesiastica, qualcuno scoprì, in Italia e all’estero [qui, qui, qui], che un sacerdote e studioso italiano aveva analizzato bene, a fondo e in anticipo questo problema, in modo all’occorrenza anche impietoso, e sempre e di rigore a suo rischio e pericolo [qui, qui].

Prima dell’atto di rinuncia di Benedetto XVI e l’elezione dell’attuale Pontefice Regnante, Levi di Gualdo ha dato alle stampe nel febbraio 2013 niente meno che una enciclica in forma di motu proprio promulgata nel 2023 dal Sommo Pontefice Benedetto XVIII [qui, qui]. In questa enciclica futurista, questo pontefice fantasioso parla tra i vari argomenti anche dei problemi legati a una corretta disciplina del Sacramento del Matrimonio.

In questa enciclica, ben prima della elezione del Santo Padre Francesco, Levi di Gualdo ipotizzava molte necessarie riforme entrate poi successivamente nell’agenda del nuovo Pontefice, per fare solo un paio di esempi: dalla riduzione delle diocesi italiane troppo numerose, sino alla revisione del titolo onorifico di monsignore da concedere solo a pochi presbiteri anziani distintisi per i loro particolari servizi alla Chiesa, e molto altro ancora …

Riportiamo una parte di testo di questa enciclica riguardante l’articolo specifico sul matrimonio.

image

DALLA ENCICLICA

QUANTA CURA IN CORDIBUS NOSTRIS

DI BENEDETTO XVIII

PARTE III SUI SACERDOTI

IN PARTICOLARE SULLA LITURGIA E SUI

SACRAMENTI

23. Sulla celebrazione del Sacramento del Matrimonio — All’occorrenza sarebbe necessario agire con responsabilità e coraggio, dicendo prudentemente di no alla richiesta della celebrazione di nozze avanzata da giovani o meno giovani affetti da palese immaturità, mossi da superficiale infatuazione, non animati da cosciente convinzione e, soprattutto, da basilare fede cristiana. Certi problemi andrebbero infatti prevenuti con accorta prudenza. È grave colpa del vescovo e del parroco, soprassedere con incuranza su certi casi di chiara immaturità e presiedere ugualmente alla celebrazione del Sacramento, salvo poi ricordare in seguito, anziché prima, che il matrimonio è indissolubile, quando ricorrono tutti i presupposti per la sua validità. A tal proposito si invitano i tribunali ecclesiastici a valutare con cura, ai fini di una eventuale sentenza di nullità[1], i casi di mancata percezione e consapevolezza sacramentale da parte di sposi non adeguatamente stimolati ad acquisire il senso vero e profondo della natura del matrimonio religioso, prendendo però in tal caso, sempre e di prassi, anche i dovuti provvedimenti canonici nei confronti dei sacerdoti che si sono prestati alla celebrazione di un sacramento in tutti quei casi in cui era evidente la non opportunità di procedere nella sua amministrazione.

Le coppie che di comune accordo, l’uomo che con violenza psicologica ha costretto la donna; le singole donne che prima del matrimonio avessero fatto ricorso all’aborto o all’uso della cosiddetta pillola abortiva, siano attentamente valutate dal vescovo in persona o da un saggio presbitero anziano suo delegato di fiducia appositamente istituito, perché prima della amministrazione del sacramento è indispensabile valutare le loro intenzioni, il loro autentico pentimento e, soprattutto, la loro percezione e il loro reale rispetto acquisito e sviluppato per la vita.

Stabiliamo pertanto che un aborto praticato e taciuto, o peggio non assolto in sede di confessione sacramentale, rende invalido ex nunc il matrimonio. In questi casi sia evitata di prassi, salvaguardando sempre la onorabilità e la riservatezza delle persone, la celebrazione di nozze con particolare fasto.

Riguardo questa Nostra ultima dolorosa disposizione, rispondiamo in anticipo a eventuali dissensi con le parole attraverso le quali il Signore Gesù affidò la sua missione a Pietro:

A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli[2].

Chiunque si rifiuti di intendere queste parole che stanno alla base e al fondamento stesso del Mistero della Chiesa, non può dirsi veramente figlio della Chiesa, veramente vescovo, veramente sacerdote veramente teologo cattolico.

Queste disposizioni non sono frutto di gratuito irrigidimento, ma un tentativo che mira a evitare, nel nome del sacro rispetto della vita, che in quelle culture e regioni del mondo dove l’aborto è praticato disinvoltamente come il contraccettivo più diffuso, seguitino a giungere dinanzi all’altare per le nozze avvolte in bianchi veli, spose che hanno praticato persino più aborti nel corso della loro giovane vita, considerando questo crimine gravissimo contro la vita un atto del tutto lecito e giustificato, che a loro parere e convinzione non riguarderebbe in alcun modo la Chiesa dispensatrice di sacramenti, incluso, nello specifico caso, il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.

La Chiesa offre il proprio aiuto a chiunque desideri creare una famiglia per dare continuità all’ineffabile dono della vita[3]. In certe dolorose situazioni sociali di odierna chiusura, una amorevole apertura alla famiglia[4] non può però avvenire attraverso un breve corso di catechesi di preparazione al Sacramento del Matrimonio, che difficilmente supplirà una totale mancanza di formazione cristiana durata tutta la vita, soprattutto se il desiderio di persistere in tale condizione persevera in modo evidente, rendendo chiaro in modo altrettanto evidente che le ragioni per le quali si richiede il matrimonio religioso si basano su motivazioni che poco, o addirittura niente hanno da dividere con la vera natura di questo sacramento. Questi i casi nei quali sarebbe prudente avere il coraggio di dire di no, o per sollecitare i futuri sposi a una prudente riflessione e a un adeguato cammino di ricerca cristiana, prima di giungere alla celebrazione del sacramento.

Un corso di preparazione al Sacramento del Matrimonio non può durare meno di sei mesi, deve articolarsi su un ciclo di catechesi pari a un incontro settimanale per un numero non inferiore a 24 incontri complessivi; oppure può durare tre mesi per un numero non inferiore a 24 incontri, pari a due incontri settimanali. Il vescovo può esonerare dal corso di preparazione quegli sposi che partecipando in modo molto attivo alla vita ecclesiale, hanno acquisito una formazione cristiana e una consapevolezza così profonda tale da rendere superflua la loro preparazione. Nelle diocesi che dispongono di uno studio teologico o di un istituto superiore di scienze religiose, i corsi non siano tenuti dai singoli parroci, che dovranno comunque conoscere, incontrare e soprattutto seguire con cura i futuri sposi; se possibile si svolgano presso queste istituzioni, dove per lo specifico caso è richiesta una buona presenza anche di diaconi permanenti, dove i futuri sposi potranno entrare in relazioni e in rapporti con altre coppie. Decida comunque il vescovo come e in che modo organizzare uno o più centri diocesani di catechesi per la preparazione al Sacramento del Matrimonio.

Per la Chiesa il matrimonio non è un riconoscimento sociale ma un sacramento, non è pertanto ragione plausibile che la prevista e adeguata preparazione sia evitata per motivi di urgenza, di esigenze particolari o per obblighi contratti. In questi casi potrà decidere solo il vescovo, caso per caso e di volta in volta, stabilendo però che il matrimonio, se urgente e impellente deve essere, che sia celebrato senza alcuna particolare solennità, in giorno feriale e al di fuori della Santa Messa.

Dalla coerenza nasce la credibilità della Chiesa, dalla credibilità nasce la possibilità di essere veri evangelizzatori, quindi di evangelizzare realmente con tutta la necessaria autorevolezza, che è base e fondamento di ogni credibilità. È bene per ciò cominciare a entrare in un necessario ordine di idee: i sacramenti di grazia e di salvezza non possono e non devono essere svalutati. I sacramenti di grazia e di salvezza non sono “prodotti tradizionali” che persone scarsamente interessate alla fede e alla vita della Chiesa decidono comunque di “acquistare” per motivi e ragioni sociali soggettive, a prescindere dal mistero della fede. Ricevere questo sacramento non è un diritto e la Chiesa non è tenuta a concederlo a chi mostra di non avere i dovuti requisiti per riceverlo. Vescovi e sacerdoti non rimangano turbati se ciò finisse col produrre un calo anche considerevole dei matrimoni religiosi. Alla Chiesa non interessano le infeconde statistiche numeriche in crescendo, ma la fede feconda dei propri figli, o perlomeno una ricerca sincera e matura di fede, corollata semmai anche da errori umani, ma mossa alla sua base da sincera fede e ricerca di fede cristiana.

Si stabilisce pertanto il divieto inderogabile che un matrimonio possa essere celebrato tra un cattolico e un appartenente a una confessione religiosa non cristiana. Similmente si vieta di celebrare matrimoni tra un cattolico e una persona che professa pubblicamente l’ateismo o che ha fatto pubblico atto di apostasia dalla fede cattolica. Si usi la massima prudenza nel concedere la celebrazione dei matrimoni tra cattolici e appartenenti ad altre confessioni cristiane. Il vescovo, al quale compete concederlo, se lo reputerà opportuno lo conceda solo dopo approfondito discernimento e solo se ricorreranno i più alti requisiti di affidabilità, specie per quanto riguarda il battesimo dei figli e la loro crescita nei valori della fede cattolica.

Si eviti sempre e in ogni caso di concedere questo sacramento alle persone che considerano le antiche chiese storiche e monumentali dei teatri suggestivi per mettere in scena la rappresentazione della propria festa, ed a quanti si sposano col rito religioso senza interesse, talora persino senza fede, solo per compiacere, in nome della tradizione locale o familiare, genitori e parenti. Dinanzi a questi casi, in particolare dinanzi ai casi non poi così rari di persone che professano in modo più o meno aperto ostilità ideologica alla Chiesa e mancata adesione alla sua autorità e al suo magistero, la possibilità della celebrazione delle nozze religiose sia sempre negata, senza possibile ricorso a forme ibride e compromissorie. Il diniego sia anteposto in nome della coerenza alla quale ogni essere umano, cristiano o non cristiano, credente o non credente deve sentirsi chiamato e tenuto; e ciò proprio in nome di quella coerenza oggi invocata sempre più e in modo sempre più insistente dalle varie società del mondo.

Si eviti con prudente e pastorale misericordia, per il bene di tutti gli individui e per la sacralità del sacramento, che ad amministrarselo siano persone non adeguatamente catechizzate, non inserite nella vita cristiana e nella Chiesa particolare; se però il vescovo diocesano, valutato con attenzione e con prudenza il singolo caso, stabilirà che il sacramento si celebri, che si celebri al di fuori della Santa Messa. Non è infatti accettabile, né devono più seguitare a verificarsi casi nei quali, durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, il sacerdote celebrante parli e risponda da solo a se stesso dinanzi a una assemblea indifferente e silenziosa non in grado di replicare neppure “Amen”.

Coloro che non hanno ricevuto il Sacramento della Confermazione e che desiderano ricevere il Sacramento del Matrimonio, dovranno prima svolgere, attraverso adeguato ciclo di catechesi, la regolare preparazione prevista per la cresima, seguendo gli appositi corsi istituiti per gli adulti.

Più locali conferenze episcopali del mondo, invece di andare alla radice pedagogica del problema, educando in maniera autorevole il Popolo di Dio, hanno risolto alcuni spiacevoli problemi limitandosi a decretare che i matrimoni non potevano essere celebrati alla Messa vespertina del sabato e all’orario delle Messe parrocchiali della domenica, evitando così assemblee formate talvolta da persone scomposte, a volte rumorose e talora persino mosse da atteggiamenti di sprezzante sfida verso il luogo sacro e per questo non sempre facili da gestire. A questa ragione ne è stata aggiunta un’altra: i cosiddetti lunghi ritardi delle spose che in alcune zone sono assurti ormai a vera e propria tradizione. Questi ritardi produrrebbero senz’altro problemi a qualsiasi comunità parrocchiale radunata per la Santa Messa. A tal proposito dobbiamo però ricordare che il matrimonio non può essere ridotto a una questione privata che riguarda gli sposi, i loro familiari e amici. Come tutti i sacramenti di grazia, il Sacramento del Matrimonio coinvolge la vita dell’intera Chiesa di cui la comunità parrocchiale è espressione viva, pertanto dovrebbe essere sempre celebrato nella parrocchia della sposa o nella parrocchia dello sposo, possibilmente all’ orario delle messe feriali o festive offerte alla comunità dei fedeli e con il coinvolgimento attivo della comunità parrocchiale. Mettere in ordine eventuali partecipanti più o meno credenti, o comunque non abituati a frequentare le chiese e a partecipare alle liturgie, non dovrebbe essere difficoltoso per il parroco o per il sacerdote celebrante. Altrettanto risolvibile il problema dei ritardi là dove permane questa pessima abitudine: all’orario fissato, il sacerdote dia inizio alla celebrazione della Santa Messa.

È inoltre bene istruire le spose a presentarsi vestite in modo decoroso e sempre adeguatamente coperte. Se malgrado le indicazioni date, qualcuna si presentasse vestita in modo non conveniente e decoroso, il celebrante si senta tenuto a rifiutare di procedere alla celebrazione delle nozze.

Lo spazio sacro non è uno studio cinematografico da usare secondo personali, arbitrarie e talvolta persino eccentriche regie. Come da tempo è uso lodevole di molte diocesi, spetta al vescovo e ai parroci su sua indicazione, stabilire e indicare come la chiesa deve essere preparata e addobbata in modo sempre sobrio. È inoltre obbligo tassativo che servizi fotografici e filmici siano affidati a professionisti abilitati dall’ufficio liturgico diocesano per effettuare riprese all’ interno delle chiese, previo adeguato corso di formazione. A nessun foto o cine amatore che si trovi tra i partecipanti, sia mai permesso di muoversi per la chiesa durante la sacra celebrazione per eseguire servizi fotografici o riprese filmiche.

In varie zone del mondo è uso organizzare matrimoni parecchio fastosi. A rammaricare è che talvolta, le feste più costose, siano organizzate proprio da sposi o da famiglie prive delle possibilità finanziarie per far fronte a spese davvero ingenti e del tutto inutili. È preoccupante che sotto gli occhi addolorati di vescovi e sacerdoti dei giovani sposi contraggano debiti per lunghi anni della loro vita, pur di vivere un effimero giorno di festa da fiaba principesca; terminata la quale hanno spesso difficoltà a mantenere le spese vive della propria casa, od a provvedere ai loro bisogni. Anche in tal caso la Chiesa, in modo accorto e pedagogico, sia solerte e attenta maestra nell’ insegnare che il vero trionfo dell’uomo risiede nel cristiano amore dell’essere per sempre, non nell’edonistico apparire effimero per pochi istanti.

Non ultimo anche dinanzi a casi del genere, molte diocesi hanno dovuto provvedere a fissare una quota minima di offerta da lasciare alla chiesa parrocchiale per i suoi bisogni vitali, per evitare che proprio dinanzi alle peggiori ostentazioni e ai peggiori sperperi sfarzosi, gli unici bisogni dei quali non si teneva conto erano quelli della comunità ecclesiale. Le diocesi provvedano a elevare quanto più possibile la quota minima di offerta richiesta. Sia sempre fatta la raccolta delle offerte durante la sacra celebrazione e si provveda a istituire un fondo diocesano di solidarietà, sul quale i parroci e i rettori delle chiese dovranno versare l’esatta metà di quanto percepito e raccolto. Con questo fondo di solidarietà siano aiutate le persone veramente bisognose che seppure dotate di mezzi molto limitati desiderano potersi sposare, garantendo loro un contributo economico della diocesi per la celebrazione di un matrimonio decoroso e di una festa dignitosa con familiari e amici.

Per quanto riguarda la celebrazione dei matrimoni religiosi con effetti civili, abbiamo dato incarico alla Nostra Segreteria di Stato di studiare un adeguato testo di riforma dei concordati stipulati dalla Nostra Sede Apostolica coi vari governi del mondo e di proporla a tutti i Paesi interessati. Valutata infatti con attenzione l’attuale situazione sociale, intendiamo essere Noi per primi a rispettare il valore intangibile della laicità degli Stati, evitando con debita prudenza qualsiasi commistione e a separare la sfera politica da quella religiosa, l’amministrazione civile dello Stato e l’ amministrazione dei sacramenti da parte della Chiesa. Non ultimo in considerazione del fatto che, tutti gli Stati coi quali la Sede Apostolica ha pattuito concordati per il riconoscimento del matrimonio religioso agli effetti civili, hanno precise legislazioni sul divorzio. È pertanto bene che gli sposi celebrino separatamente il loro matrimonio civile dinanzi al pubblico ufficiale dello Stato e che si amministrino il sacramento dinanzi al ministro cattolico. Possiamo eventualmente venire incontro agli sposi cercando di concentrare i due diversi atti, quello sacramentale e quello civile nello stesso spazio di tempo, ma con un ordine e una divisione precisa che deve essere sempre e dovunque scrupolosamente osservata: prima o dopo la sacra celebrazione del sacramento, in una sala parrocchiale, o comunque in un decoroso spazio separato che non sia mai e in alcun caso all’interno della chiesa, ma sempre e di rigore al di fuori di essa, il pubblico ufficiale dello Stato potrà procedere all’unione civile degli sposi. In tal modo la Chiesa rinuncia anche a vedere riconosciute le proprie sentenze di nullità matrimoniale da parte dello Stato, al sano e coerente scopo di evitare inutili imbarazzi giuridici, sui quali già più volte sono state sollevate proteste in ambito sociale e politico-istituzionale: da una parte la Chiesa che non può riconoscere al proprio interno il divorzio sancito dalle leggi civili dello Stato, dall’altra lo Stato che, previa adeguata procedura motivata, riconosce invece le sentenze canoniche di nullità emanate dai tribunali ecclesiastici, accogliendole ed evadendole quasi sempre anche celermente, senza particolari riserve giuridiche. In tal modo si può rischiare di dare vita a un principio di unilateralità basato sulla inevitabile mancanza di reciprocità, considerando che da una parte si amministra un sacramento indissolubile basato su un’azione di grazia edificata sul deposito della fede cattolica, dall’altra si perfeziona un contratto basato sulle leggi dello Stato edificato sul deposito delle leggi civili, dal quale i contraenti possono rescindere in qualsiasi momento secondo quanto stabilito e codificato dalla legge.

NOTE

[1] Si chiarisca sempre ai fedeli e all’opinione pubblica che nessuna autorità ecclesiastica può annullare un sacramento. L’autorità della Chiesa, dopo approfondito vaglio, può sentenziare che un sacramento è stato formalmente celebrato e amministrato in mancanza parziale o totale dei requisiti e dei presupposti indispensabili a renderlo valido, per questo può dichiararlo nullo, cioè mai esistito. Una dichiarazione di nullità e un annullamento comportano due azioni totalmente diverse, che è necessario all’occorrenza chiarire a quanti seguitano ad applicare il termine errato di annullamento alla disciplina dei sacramenti, con riferimenti non di rado scritti, per esempio sui mezzi di informazione, ai tribunali ecclesiastici che avrebbero “annullato” quello o quell’altro matrimonio.

[2] Vangelo di San Matteo: 16, 19.

[3] Cf. S.S. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 1.

[4] S.S. Paolo VI, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, 52.

© CONCILIOVATICANOSECONDO_it

Teologicamente parlando, ciò che Kasper propone è un passo falso

cristianesimocattolico:

Il teologo di Wojtyla stronca radicalmente il rapporto segreto Kasper su uomo e matrimonio reso noto dal “Foglio”.

di Juan José Perez Soba (07/03/2014)

image

Talvolta negare la misericordia è l’unico modo di difenderla dalle sue adulterazioni. Il cardinale Kasper lo afferma con grande chiarezza nel suo libro Misericordia: “Un ulteriore grave fraintendimento della misericordia è quello che induce a disattendere, in nome della misericordia, il comandamento divino della giustizia (…). Non possiamo consigliare, per una falsa misericordia, di abortire” (p. 221). Una misericordia ingiusta, non è misericordia. Non si può attentare alla dignità umana nel nome della misericordia. Di conseguenza, per parlare di misericordia rispetto al matrimonio è molto importante comprendere esattamente quale realtà di dignità umana sia coinvolta in questa istituzione. Non ci sarebbe alcuna misericordia se si attentasse a tale dignità. Questo bene è ciò che la tradizione cristiana ha denominato vincolo ed è precisamente ciò che ha costituito il soggetto reale dell’indissolubilità che si attribuisce al matrimonio. È così che il Concilio Vaticano II definisce il matrimonio come una realtà trascendente: “In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo” (GS 48), ecco perché lo ritiene indissolubile (n. 50). Il termine è intrinsecamente unito alla dottrina del matrimonio giacché il Concilio di Trento lo usa nei suoi canoni 5 e 7 su questo sacramento. Non dovrebbe però intendersi come un’espressione aliena all’amore. È lo stesso amore che nella sua verità unisce le persone mediante vincoli stabili. Il teologo Kasper nel suo libro “Teologia del matrimonio” parla così: “Nel vincolo della fedeltà uomo e donna trovano il loro stato definitivo. Diventano ‘un corpo solo’ (Gn 2,24; Mc 10,8; Ef 5,319), cioè un noi-persona” (1978, 26). In altri termini, quando si parla di giustizia relativamente al rapporto sacramentale tra uomo e donna, si fa riferimento al rispetto della dignità inviolabile di questo “legame sacro”. Qualsiasi tentativo di avvicinarsi alla pastorale matrimoniale che usi il termine misericordia, deve essere in grado di determinare la realtà del legame, ovvero comprendere se esista o meno. Senza questo chiarimento precedente, qualsiasi eventuale atteggiamento misericordioso sarebbe evidentemente contrario alla giustizia. Lo stesso cardinale Kasper sembra riallacciarsi a questo concetto quando afferma: “L’indissolubilità di un matrimonio sacramentale e l’impossibilità di un nuovo matrimonio durante la vita dell’altro partner “fanno parte della tradizione di fede vincolante della Chiesa che non può essere abbandonata o sciolta richiamandosi a una comprensione superficiale della misericordia a basso prezzo”. È proprio per questa ragione che risulta sorprendente che lo stesso cardinale tedesco, nella lunga relazione presentata nell’ambito dell’ultimo concistoro, non affronti in nessun momento questo argomento. Anzi, egli parla di mantenere la giustizia senza far alcun riferimento al vincolo sacramentale come al bene di giustizia da difendere nel matrimonio cristiano, respingendo qualsivoglia offesa lo possa colpire. Quest’ultimo aspetto è meglio noto in quanto Familiaris consortio sul tema dei divorziati che cercano una nuova unione si riferisce esplicitamente al vincolo sacramentale (nn. 83-84) che rappresenta la base per il successivo documento della congregazione per la Dottrina della fede (14-IX-1994), promulgato proprio per ribadire l’inammissibilità della proposta dei vescovi dell’Alta Renania, tra i quali lo stesso Kasper, sui divorziati risposati. Sorprende ancor più osservare che il cardinale, riferendosi a questo vincolo indissolubile che attribuisce a sant’Agostino, non menzioni per nulla la necessità di riallacciare tale indissolubilità con la sua fondazione divina. Anzi, nella fattispecie, le sue parole esprimono piuttosto il dubbio: “Molti, oggi, hanno difficoltà a comprenderla. Questa dottrina non può essere intesa come una sorta di ipostasi metafisica accanto o al di sopra dell’amore personale dei coniugi; d’altro canto questo non si esaurisce nell’amore affettivo reciproco e non muore con esso (GS 48; EG 66)”. è strano che questo modo negativo di parlare del vincolo e la sottolineatura della difficoltà di comprensione attuale, non adotti un parallelismo di comprensione molto semplice che aiuti proprio a illuminarne il valore sacramentale. Si tratta del Battesimo, sacramento essenziale della fede, che rimane nonostante l’apostasia. Esso permane proprio in quanto principio di misericordia di fedeltà di Dio alle sue promesse, così come afferma san Paolo: “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2 Tim 2,13). Questo dono indissolubile del Battesimo è quindi precisamente espressione della misericordia di Dio nel dono indissolubile dell’essere figlio, che lo stesso Cristo espone come il principio fondamentale della parabola del figliol prodigo. La difesa del vincolo sino all’indissolubilità è quindi il modo in cui Dio offre la sua misericordia sul matrimonio. “Il loro vincolo di amore diventa l’immagine e il simbolo dell’Alleanza che unisce Dio e il suo popolo” (FC 12). Questo unisce in modo estremamente diretto il legame indissolubile del matrimonio con l’amore degli sposi nell’ambito di una evidente “primarietà” della grazia (per usare il neologismo coniato da Papa Francesco) e come modo di guidare la loro libertà. Rimane inteso però, che mantenere una nuova unione in contrasto col “legame sacro” del matrimonio, per un cristiano che voglia vivere della sua fede, è un atto di grave ingiustizia contro il vincolo divino che permane. In questa fattispecie quindi, non c’è possibilità di applicare una presunta misericordia che sarebbe ingiusta e, proprio per questo, falsa. Questo aspetto è molto importante, tanto che lo stesso Giovanni Paolo II lo menziona nelle sue Catechesi sull’amore umano, riferendosi alla “redenzione del cuore” per indicare la presenza della grazia nel matrimonio che rende capaci di vivere le sue esigenze. Analogamente, Benedetto XVI ribadisce che “All’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DCE 11). La definitività dell’Alleanza matrimoniale al di sopra della debolezza umana non è un “giogo” dal peso insopportabile, ma è il “dolce giogo” che ci unisce a Cristo poiché Egli lo porta con noi. È l’espressione vera e propria della Nuova alleanza ed è ciò che, mediante la grazia, supera la “durezza del cuore” che permetteva il divorzio, come dice Gesù Cristo. L’argomentazione reale della misericordia, purtroppo assente dalla relazione del cardinale tedesco, giunge a conclusioni opposte rispetto a quelle a cui egli tende. Il ragionamento precedente non è qualcosa di strano, perché proviene dagli ultimi due pontefici che hanno dato ampio spazio alla considerazione della misericordia divina nella nuova evangelizzazione: ecco perché è davvero singolare l’assenza di qualsiasi traccia di allusione a questo insegnamento. Anzi, nella relazione presentata al concistoro, possiamo addirittura identificare frasi letteralmente tratte dal libro che Kasper stesso ha scritto sulla famiglia più di trent’anni fa (nel 1978) alle cui argomentazioni rimanda e da cui trae la proposta che presenta (cfr. p. 68). Si tratta quindi di una vecchia formulazione, precedente alla Familiaris consortio, che ignora quasi tutto ciò che è stato detto successivamente dal Magistero e dalla teologia. In tal senso, ci sorprende il fatto che si continui a citare il libro di Cereti, che non fu per nulla ricevuto dai patrologi a causa delle sue argomentazioni assolutamente forzate. Il grande patrologo gesuita Crouzel respinse la tesi di Cereti e definì il libro “un grande bluff”. Un bluff che purtroppo viene ora resuscitato e può recare grave danno alla chiesa. I pochi riferimenti bibliografici che pone, sono di quest’epoca. Anzi, si dà addirittura il caso che uno degli autori qui citati abbia ritrattato dopo la pubblicazione di Familiaris consortio le affermazioni che Kasper cita in suo favore. In altri termini, il cardinale avrebbe quanto meno dovuto tenere a mente questa proposta contraria alla sua che si basa, in modo estremamente diretto, sulla misericordia, ma che vede proprio l’indissolubilità del vincolo come il grande dono dell’amore divino agli sposi e la sua difesa come una testimonianza reale nel mondo della presenza dell’Amore tra gli uomini. La conseguenza di tutto questo è ovvia: non si può concepire la cosiddetta “soluzione pastorale” che il cardinale Kasper ha proposto nella sua relazione, senza aver precedentemente chiarito l’esistenza del vincolo. Considerando il modo di ragionare, si potrebbe supporre che il cardinale metta in dubbio la realtà della permanenza del vincolo, in assenza di ragioni umane per sostenerla; ma se questo è vero, allora bisogna avere l’onestà intellettuale di proporre esplicitamente questo tema come problema reale da affrontare, poiché non è corretto voler presentare la “soluzione” come una questione di tolleranza pastorale, che non va al di là del dibattito casuistico tra rigorismo o lassismo, quando invece ciò che in realtà mette in discussione è un patrimonio dottrinale già consolidato, unanimemente attestato dalla Tradizione più che millenaria della Chiesa. A guisa di conclusione, possiamo osservare che appare evidente che ciò che in realtà è messo in discussione nella proposta di Kasper, è l’esistenza o meno del vincolo indissolubile; questo però non è più solo un argomento pastorale. La sua discussione quindi è contraria all’intenzione ribadita da Papa Francesco di non voler cambiare nulla nella dottrina. Bisogna anche precisare che, naturalmente, un Sinodo non è il luogo adeguato per discutere di un tema dottrinale di tale portata. Se le cose stanno così, o si ritira la proposta nella sua formulazione poiché impropria, giacché sembra ignorare le argomentazioni contrarie più elementari, oppure si propone di discutere la questione centrale affrontata da alcuni teologi ma al di fuori di un ambito sinodale. In definitiva, teologicamente parlando, ciò che il cardinale Kasper ha proposto è un passo falso poiché ha occultato proprio la questione fondamentale. Egli in realtà ha aperto una profonda questione dottrinale ed è necessario che ogni vescovo che parteciperà al Sinodo comprenda, nella loro giusta portata dottrinale, gli elementi chiave della proposta rivoluzionaria. La semplice osservazione del fatto che ci sarebbe stata una certa tolleranza nei primi secoli rispetto ai divorziati, è di una debolezza lampante vista l’ambiguità delle affermazioni in merito, sebbene si limiti a ribadire soltanto quelle che testimoniano questa tolleranza. è sbagliato confondere misericordia con tolleranza. Quando, nella chiesa occidentale, si è consolidata la dottrina del vincolo come modo di espressione reale della sacramentalità del matrimonio, si è compresa l’impossibilità di applicare la tolleranza rispetto a una grave ingiustizia. La misericordia, dunque, indirizza anche il modo in cui la Chiesa è sacramento del perdono di Dio. Il perdono infatti è la forma in cui la misericordia guarisce le ferite causate dall’infedeltà. Guarire le ferite, come ha accennato con saggezza Papa Francesco è l’oggetto privilegiato di tutta la pastorale della Chiesa. Il legame profondo tra misericordia e fedeltà, che Kasper indica come segno della rivelazione divina, esprime la natura della conversione nata dalla misericordia, essa è indirizzata alla riconciliazione con l’Alleanza originale. È la verità che deve essere vissuta dagli sposi nella sua alleanza sacramentale. Chi rimane fedele al matrimonio, benché sia stato abbandonato ingiustamente in modo irreversibile, offre con la sua fedeltà una testimonianza altissima della possibilità del perdono che la grazia rende possibile. È lui che diventa così testimone privilegiato della misericordia. In modo simile a come Dio vuole guarire il suo popolo della malattia dell’idolatria, e non tollera nessun idolo accanto a sé, come indica l’analogia strettissima tra monoteismo e monogamia insegnata da Papa Benedetto XVI. La conversione della ferita dell’infedeltà nasce soltanto dalla vera misericordia, cioè è veramente “guarita”, solo quando toglie qualsiasi altro vincolo contrario all’alleanza sacramentale nel suo senso sponsale. È questo il perdono che viene dalla misericordia autentica, molto diversa della semplice tolleranza e lontana dalla questione casuistica dell’alternativa tra rigorismo e lassismo. È la vera medicina che guarisce la ferita della infedeltà. L’unica medicina efficace che anche “l’ospedale da campo” che deve essere la Chiesa potrà offrire se non vuole tradire i feriti e ingannare i sani. Così il peccato di adulterio smette di essere l’unico peccato che potrebbe essere assolto senza pentimento e conversione.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

****

“Creer en el amor”, salvare il mondo

Chi è il teologo spagnolo che lancia il guanto di sfida.

7 marzo 2014

image

Don Juan José Perez Soba è professore ordinario di Teologia pastorale del matrimonio e della famiglia al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia presso l’Università Lateranense di Roma. È stato ordinato sacerdote per la diocesi di Madrid nel 1991. L’anno successivo ha conseguito la licenza in teologia (specializzazione in morale) presso l’Università pontificia di Comillas, discutendo la tesi “Libertà per amare. Dialogo con San Tommaso d’Aquino”. Nel 1996 si è laureato in Teologia presso l’Istituto dove ora insegna discutendo sulla “Impersonalità nell’amore: la risposta di San Tommaso”. È stato docente di Teologia morale fondamentale alla facoltà San Dámaso e all’Istituto di scienze religiose di Madrid. Dal 1998 è membro del Consiglio della subcommissione sulla famiglia e la vita della Conferenza episcopale spagnola e nel 2004 è stato professore della Cattedra di Bioetica dell’Unesco. È stato membro dell’area di ricerca sullo Statuto della teologia morale fondamentale dell’Università Lateranense e direttore degli studi del Master sulla pastorale del matrimonio e della famiglia all’Istituto Giovanni Paolo II di Madrid. Autore di numerosi libri – l’ultimo è “Creer en el amor. Un modo de conocimiento teológico” (edito da Bac lo scorso febbraio) – ha pubblicato decine di articoli su riviste specializzate. Tra queste ultime, si ricorda “Il pansessualismo della cultura attuale”, apparso nel volume “Il cuore della famiglia” edito dalla facoltà di Teologia San Dámaso di Madrid (2006). Ha approfondito le tematiche riguardanti il Vangelo della vita, la famiglia, il matrimonio e la sessualità. “Criticare la Familiaris Consortio di Karol Wojtyla – diceva in un recente colloquio con il Foglio – rientra in una visione in cui la Chiesa sta sempre dietro al mondo, mentre la Chiesa deve proporre qualcosa che salvi il mondo”. Nel 2006 ha partecipato alla conferenza di presentazione presso l’Università Lateranense dell’enciclica Deus Caritas est, prima enciclica firmata e promulgata da Papa Benedetto XVI.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

La ferula “equa e solidale” di papa Francesco. Riflessioni teologiche

image

Il Papa ha usato la nuova croce pastorale, opera dello scultore-orafo romano di Trastevere, Maurizio Lauri, dal titolo “Crux gloriosa”, ideata come ferula pontificia. (…)  La nuova ferula pontificia è stata realizzata con materie prime “etiche” (legno di kaoba, bronzo ed argento) estratte con metodologie non invasive dell’ambiente e rispettose delle comunità locali, provenienti dall’Honduras e offerte dalla società Goldlake. (…) “La Crux gloriosa vuole testimoniare la vita che supera la morte, il corpo che infrange il limite, la barriera paurosa della fine”.

Un Teologo ha commentato:

image

«Da quello che leggo, lo scultore Lauri, artefice della nuova ferula papale, avrebbe dichiarato: “L’immagine del Cristo – che dalla croce secca e contorta, ormai svuotata di senso si divincola, lentamente si scioglie – è tensione verso la luce, liberazione di un’energia compressa, tentativo di volo; in verità l’atto del transumare, in un momento che la tradizione vuole tragico e umanissimo, anticipa la Risurrezione, esprime il dolore umano già sconfitto, superato, riscattato”.  

Aveva detto cose esatte poco prima. Poi ha invalidato tutto. Alcune semplici osservazioni, con un linguaggio accessibile ad un numero vasto di lettori. Partiamo dal transumare!

Sono certo che si tratti di un refuso, o al limite di sfoggio di un parolone, perché nessuno in duemila anni ha dato della pecora a Nostro Signore.
Agnello sì, ma di ben altro genere di quelli ai quali possono applicarsi termini come transumare.

Pur ammettendo che volesse riferirsi ad un passaggio da una condizione all’altra, bisognerebbe ricordare che Gesù, vero uomo, non ha mai smesso di essere Dio. Egli è nel seno del Padre, come Figlio Unigenito.

Il fatto che la divinità si unisca alla natura umana, non determina il passaggio da uno stato all’altro, come il gregge da un pascolo all’altro, o un’emigrazione, bensì un’assunzione, libera e gratuita. 

Ma forse è proprio la divinità di Cristo che andrebbe rinfrescata all’artista. Quale energia sarebbe compressa? La divinità non può essere compressa, e neppure può soffrire o morire. 

Nel Vangelo cui fa riferimento il sig. Lauri, Gesù afferma con chiarezza che ha il potere di dare la vita e il potere di riprenderla. Se passiamo all’umanità, notiamo la stessa confusione.

Se la croce fosse svuotata di senso, Gesù avrebbe deposto, per così dire, le stimmate. Invece le ha portate nella gloria. Il corpo trasfigurato è il corpo che è stato crocifisso. E questo, proprio questo, riempie di significato perenne la Croce. 

Tanto sul versante escatologico, giacché Lo vedranno coloro che Lo hanno trafitto, quanto su quello più personale. Infatti, non saprei cosa farmene di un amore che ha sofferto duemila anni fa e che non si confronta con la mia sofferenza.

Le piaghe di Cristo sono per me la certezza che il Suo amore raggiunge oggi, in questo momento, la mia sofferenza. Non solo quella Croce non è svuotata di senso, ma rende non vuota la mia personale croce. 

Il tentativo di volo appartiene a quella demagogia che ormai riempie i nostri testi di meditazione.

Gesù è diventato spirito datore di vita, secondo la bella affermazione di Paolo, ma non c’è nessun passaggio dalla materia allo spirito nel senso gnostico dei termini. Il rapporto è tra il primo Adamo e il secondo Adamo. Questi, cioè Cristo, ha il potere di rendere la vita all’uomo in modo nuovo. 

Gesù è Dio e non un uomo adottato da Dio. Perciò non ha bisogno di tentare il volo! Non è la tradizione che vuole tragico ed umanissimo l’atto del “transumare”.

È un dato di fatto! Ci ha amati così! 

A questo riguardo S. Paolo avrebbe di che parlare con il sig. Lauri. Una bella chiacchierata sulla kenosis…

Sulla croce Gesù non ha anticipato la Risurrezione. Ha bevuto fino in fondo il calice. Il mistero del sepolcro, inteso nella sua pienezza teologica, ci attesta questa profonda discesa nel cuore della morte. Non solo non è sceso dalla croce, ma si è calato nelle profondità della morte. Nessuna anticipazione, sebbene il quarto Vangelo unisca nel concetto di “Ora di Gesù” i due elementi. Che andrebbero spiegati con altro linguaggio, e non con quello da fumetto. Perché i due elementi possono coesistere anche da un punto di vista rappresentativo.

Ma non sicuramente con le motivazioni offerte da questo valente artista. Al quale vogliamo riconoscere la possibilità di aver letto qualche testo in circolazione e di aver dedotto magari l’idea che Gesù sia qualcosa di indistinto tra l’umano e il divino, uno che vuole fuggire dalla croce, ma che anticipa la vittoria accettando qualcosa che, tutto sommato, nemmeno il Padre aveva previsto. Insomma, il giusto messo alla prova dall’ingiustizia umana. Tema caro ad un certo “profeta” che va per la maggiore.

Forse sarebbe opportuno che la catechesi fosse alla base anche di lavori offerti al Papa».

(A.C.)

© Blog Messa in latino

La loquela del papa in Santa Marta. Perplessità e problemi.

“Eccoci ad un punto grave: i mezzi di propaganda generalmente non diffondono idee; iniettano solo e con persistenza stati d’animo. Gli stati d’animo entrano in tutti e non hanno bisogno di cultura per forzare la porta. Ma quando sono entrati fermentano, si riesprimono a poco a poco in idee subcoscienti… Quelle idee sono tali da dare una fisionomia al proprio orientamento mentale e ad indicare ad un uomo dove si debba inquadrare come metodo di vita e criterio di azione. La tecnica dello stato d’animo oggi governa il mondo e francamente non so cosa pensare di un mondo che è arrivato al punto di farsi governare soprattutto dalla tecnica dello stato d’animo” (Non per noi Signore Lettere pastorali, Editore Stringa, Genova 1971, vol. I, pag. 241).

La loquela del papa in Santa Marta. Perplessità e problemi.

L’Incarnazione del Verbo e “la carne” dei poveri

Riprendo le parole del Papa sull’Incarnazione, perché penso sia importante fare chiarezza ed esplicitare quel che magari per lui è implicito ma, rimanendo tale, rischia di essere frainteso da coloro che non hanno una pre-comprensione ed una formazione cattolica. Forse qualcuno dovrà dirgli di non dare per scontate troppe cose, poiché il suo è un insegnamento di portata “universale”, non solo per le persone a cui si rivolge, che vanno oltre la ristretta cerchia del contesto e del momento per effetto dell’enfasi mediatica, ma soprattutto per il contenuto che non può offrire brandelli di verità e cristianesimo in pillole, ma deve sviluppare e spiegare ogni discorso, come faceva ‘sapientemente’ e insuperabilmente papa Benedetto e come hanno sempre fatto tutti i papi.

L’Incarnazione del Verbo e “la carne” dei poveri

IL CONTRASTO TRA IL MAGISTERO E LA PASTORALE

di P. Giovanni Cavalcoli, OP (15/05/2013)

Esiste un contrasto fra il Magistero della Chiesa e la pastorale della Chiesa? La risposta è purtroppo sì, e ciò in modo acuto soprattutto in questi ultimi decenni. Quali sono i termini di questo contrasto? Che il Magistero della Chiesa, Papa insieme con il collegio dei vescovi, è infallibilmente assistito dallo Spirito Santo nel proporre la dottrina della fede; ma la pastorale della Chiesa non ha ricevuto da Cristo questa assistenza infallibile. E ciò lo si avverte oggi più che mai, allorché capita che vengano nominati a posti di responsabilità in campo dottrinale: ufficiali della Curia Romana, cardinali, vescovi, superiori di ordini religiosi, docenti nella facoltà pontificie, che non sempre sono all’altezza del loro compito e invece di collaborare col Magistero, gli creano intralci, favorendo a loro volta forze e personaggi ribelli e disobbedienti e maltrattando, abbandonando o ignorando quei pochi che si affaticano a costo di sofferenze ed incomprensioni nella diffusione e difesa della sana dottrina. Si mette la museruola al bue che trebbia e si lascia che il lupo invada l’ovile. La Chiesa docente, ossia la classe dirigenziale della Chiesa, costituita dal corpo episcopale sotto la guida del Papa, dà l’impressione di un’azienda alimentare che ha una produzione di alta qualità, ma che poi abbia più che dei collaboratori, dei sabotatori che distruggono o adulterano quello che produce. Che direbbero i consumatori di una ditta che si comportasse in questo modo? Certo le sarebbero grati per la produzione di buoni cibi e cercherebbero di accaparrarseli il più possibile, ma resterebbero sconcertati e quasi increduli allo spettacolo di collaboratori della dirigenza aziendale che invece di sostenere e divulgare i prodotti nella loro genuinità, si dessero da fare a bloccare le vendite, a distruggere o a sofisticare i cibi, mentre la direzione arrancasse come può per mandare avanti l’azienda. In tal modo gran parte del lavoro deve andare più che per l’espansione  dell’azienda, per far fronte agli ostacoli interni. La prima osservazione, di buon senso, che farebbero i consumatori sarebbe la seguente: questa azienda ha dei buoni prodotti, ma è difficile procurarseli, perché certi organizzatori e distributori, invece di farli giungere ai clienti, li distruggono o li avvelenano o ci fanno su loschi affari. Ma la dirigenza aziendale non se ne accorge? E perché assume un personale di tal fatta? Da quali oscuri poteri è condizionata? Come mai usa strumenti pubblicitari e di distribuzione che contrastano con i suoi fini e i suoi prodotti? Possibile che essa non riesca a far qualcosa per eliminare questi gravi inconvenienti? Domande di questo genere, conservate le differenze e le proporzioni, se le fanno molti buoni fedeli, sia tra il popolo che tra i pastori, teologi, studiosi, pubblicisti ed intellettuali cattolici. Certamente il cattolico che vuol sapere qual è il sentiero della verità, lo può trovare: la Scrittura, la Tradizione, il Magistero, la presenza dello Spirito Santo, le risorse della sua coscienza, il Catechismo, l’esempio dei santi. Ma che fatica! Dove sono i buoni teologi? I buoni moralisti? I buoni vescovi? E Roma cosa fa? Perché gli eretici e i tracotanti hanno campo libero e i poveri, pochi ortodossi sono trascurati e bastonati? Perché tanti personaggi indegni in posti di comando? Tuttavia, facciamo ben attenzione. Chi vede errori dottrinali nel Magistero, perde la bussola, sia egli un lefevriano che vuol giudicare il Magistero in nome della Tradizione, sia un modernista filoprotestante che vuol giudicare il Magistero in nome della Bibbia o di Rahner. Chi sceglie questa strada, non conclude nulla, le sue contestazioni non sono più credibili e si espone alle giuste ritorsioni. E’ il Magistero e solo il Magistero che offre il criteri per giudicare i cattivi cardinali, i cattivi vescovi, i cattivi superiori, i cattivi teologi, i cattivi parroci e via discorrendo. Altrimenti si passa dalla parte del torto e si mette a serio rischio la propria anima, non si è più nella Chiesa come non lo sono più coloro che ci vivono col corpo ma non con l’anima. Il fedele non deve scoraggiarsi se si ritrova con pochi altri in mezzo a una massa di dormienti, opportunisti, ambiziosi, ipocriti e conformisti. Deve bastargli la purezza della sua coscienza e l’intima soddisfazione di essere con Cristo e di soffrire con Cristo. Deve gioire se scopre di vivere le beatitudini evangeliche e se viene emarginato, criticato o punito per amore di Cristo. Deve ricordare che i santi e i martiri hanno passato e stanno passando quello che sta passando lui. Le persecuzioni contro i cristiani non stanno avvenendo solo nei paesi musulmani o comunisti, ma anche da parte di fratelli di fede, con i quali magari vivi fianco a fianco tutti i giorni. Si ripete quello che ha passato Cristo: “Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto”. Il cattolico fedele al Magistero ha l’impressione di vivere nella sua patria occupata dallo straniero, un po’ come capitò durante la seconda guerra mondiale con l’occupazione tedesca. Sente di trovarsi nella sua casa, la Chiesa, ma avverte anche che ci sono forze estranee alla Chiesa che pure pretendono di guidarla dove vogliono loro e vogliono una Chiesa che non è quella vera. Queste forze lo vorrebbero cacciare, ma egli a buon diritto si domanda: ma perché non se ne vanno loro? Che ci stanno a fare tanti “cattolici” che in realtà sono modernisti, cattocomunisti, filo-massoni, protestanti, epicurei e via discorrendo? Il fedele deve trovare luce, consolazione e conforto nel Magistero. Ma povero Magistero! Il Magistero a sua volta ha bisogno di essere consolato. Invece un vescovo o un cardinale o un famoso teologo non fanno il Magistero, né possono giudicarlo, anche se vendono i loro libri a milioni di copie in tutto il mondo. La disgrazia è quando si diventa fanatici di quel cardinale, di quel vescovo, di quel teologo contro il Papa e il Magistero. Occorre che il Papato riprenda in mano la guida della Chiesa: pasce oves meas, confirma fratres tuos. Questo è il compito imprescindibile del Papa, per il quale gode dell’assistenza infallibile dello Spirito Santo. D’altra parte, l’esser riusciti a creare due Papi è stato il gesto più diabolicamente astuto dei modernisti, mai accaduto nella storia. Una beffa terribile, spaventosa, un’umiliazione tremenda per il Papato, della quale essi ridono sotto i baffi, benché non vogliano troppo farlo vedere per non stravincere. Quanto al gesto di Benedetto XVI di lasciare il suo ufficio, esso può essere stato un gesto di umiltà, ma non so quanta testimonianza abbia dato del fatto che Pietro è la roccia sulla quale Cristo edifica la sua Chiesa. Non so pertanto quanto la coesistenza di due Papi, cosa mai successa nella storia, dia testimonianza dell’unità della guida della Chiesa. Certo Papa Francesco è il Papa legittimo e nessuno lo mette in discussione. Ma Papa Ratzinger non ha più niente da dire? Un teologo delle sue dimensioni, che è stato prefetto della CDF per vent’anni ed appunto è stato Papa? Non gli è rimasta la lucidità mentale? Per dimostrare la sua sottomissione al Papa attuale è proprio necessario che taccia completamente, mentre strillano gli araldi del modernismo dicendo al Papa che cosa deve fare? Che ne è dell’Anno della Fede? Dell’enciclica che Papa Ratzinger intendeva scrivere? Certo la linea di Papa Francesco è molto dialogante, molto simpatica, attira le folle dei giovani con gesti insoliti, ma i gravi problemi che Ratzinger ha tentato invano di risolvere restano. Egli è in un certo senso crollato davanti ad essi. Potrà Papa Francesco ignorarli? Non è ignorandoli che si risolvono. Papa Francesco prima o poi dovrà affrontare il confronto o la sfida che gli viene dalla parte ribelle della Chiesa. Dio gli ha concesso la forza di vincere. Deve farcela. Preghiamo.

Papa in quanto Vescovo o Vescovo in quanto Papa? A proposito di una frase del cardinale Kasper

cristianesimocattolico:

di Paolo  Pasqualucci (10/05/2013)

1.  “Il Papa è tale proprio in quanto vescovo di Roma”?  Dopo l’elezione di Sua Santità Francesco, felicemente regnante, si è speculato sul fatto che, nelle sue prime dichiarazioni pubbliche, egli abbia posto in rilievo l’attributo di “vescovo di Roma” del Romano Pontefice.  Ciò ha fornito lo spunto per ascrivergli l’intenzione di considerare il munus petrino in modo più “collegiale” rispetto al passato, appunto nello spirito del Vaticano II.  Nella sua prima dichiarazione Papa Francesco, ha anche detto che la Chiesa di Roma è “madre di tutte le chiese”, titolo con il quale si indicava in passato la primazìa della Chiesa cattolica, apostolica e romana su tutte le altre.  Ma questo richiamo alla Tradizione è passato inosservato.  Successivamente, dopo la nomina di otto cardinali non di Curia quali consiglieri nei suoi compiti di governo, si è ulteriormente speculato sull’indirizzo “collegiale” che il Pontefice sembrerebbe voler  imprimere al governo della Chiesa.  In quest’occasione, la stampa ha riportato alcune dichiarazioni di Sua Eminenza il cardinale Walter Kasper, tra le quali ha colpito la frase seguente:  “È importante e significativo che Francesco abbia continuato a definirsi vescovo di Roma:  del resto non è una diminuzione né un attributo accidentale, il Papa è tale proprio in quanto vescovo di Roma” (Corriere della Sera, 14.4.2013, p. 17. Corsivo mio). 

2.  La dottrina tradizionale:  CIC 1917 c. 218 e 219. Mi sono chiesto: quando Nostro Signore risorto, di fronte ad altri sei Apostoli, dopo avergli chiesto se lo amava, conferì al Beato Pietro il potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, ordinandogli: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21, 15-17), Pietro era forse già “vescovo”?  Sappiamo bene di no. Tant’è vero che nei tempi più antichi non era necessario esser vescovi per esser eletti al Sacro Soglio. E nemmeno sacerdoti, se semplici diaconi potevano diventare Papi. E che non ci fosse nessuna preclusione in questo senso, risulta ancora dal Codice di Diritto Canonico (CIC) del 1917, il quale stabilisce che la “potestas” acquisita dal Papa accettando l’elezione “è veramente episcopale [vere episcopalis], ordinaria e immediata sia nei confronti di tutte e singole le chiese che di tutti e singoli pastori e fedeli, indipendente da qualsivoglia autorità umana” (c. 218.2). Come a dire: il neoeletto acquista sì la potestà di giurisdizione del vescovo ma su tutta la Chiesa. L’acquista immediatamente, accettando l’elezione, per il solo fatto dell’accettazione.  Ma qualcuno avrebbe potuto chiedersi: trattandosi di una potestà “veramente episcopale” ossia della “potestà di giurisdizione del vescovo”, deve allora il neoeletto esser già vescovo prima di esser scelto come Papa o deve diventarlo subito, non appena eletto, per poterla esercitare?  Il CIC del 1917 tace del tutto sul punto.  E si capisce perché, andando al successivo c. 219. Che così recita: “Il Romano Pontefice, eletto in modo legittimo, non appena accettata l’elezione, ottiene, di diritto divino, la piena e suprema potestà di giurisdizione [statim ab acceptata electione, obtinet, iure divino, plenam supremae iurisdictionis potestatem]”. Il concetto chiave sembra rappresentato dall’inciso “di diritto divino”. Che significa? La domanda è più che legittima, oggi, visto che quest’inciso è scomparso sia dai testi del Concilio che trattano della collegialità e del Primato, sia dal nuovo CIC, del 1983. Il senso più ovvio sembra essere il seguente: la suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa, il neoeletto non l’ottiene per delega di poteri da chi l’ha eletto, come se i vescovi del collegio cardinalizio che lo hanno votato gli delegassero il loro potere di giurisdizione autorizzandolo ad esercitarlo su tutta la Chiesa. Non la ottiene in questo modo perché è Nostro Signore stesso a conferirgliela, così come l’ha inizialmente conferita al Beato Pietro, con il quale il validamente eletto si trova in successione continua e legittima, garantita dalla continuità dottrinale. Al solo Pietro Gesù Cristo risorto volle dare il potere di governo sull’intero gregge, Apostoli compresi. Altrimenti avrebbe detto: “pascete i miei agnelli”. Dalla Scrittura e dalla Tradizione risulta che Egli fece Pietro capo di tutta la Chiesa simpliciter, non del solo “Collegio degli Apostoli” o di tutta la Chiesa in quanto Capo del “Collegio degli Apostoli”.  E proprio per questo il Papa è il “Vicario di Cristo” in terra:  gode di un potere “vicario” ossia del potere di Cristo di governare il gregge, delegatogli da Cristo stesso.  Un potere “vicario” è un potere che si esercita su mandato di un altro, che ne è il vero detentore, e in sua rappresentanza.  Il “vicario” è un sostituto.  E difatti, Cristo Nostro Signore è il Capo effettivo della Chiesa visibile ed invisibile, cioè del corpo mistico di Cristo, realtà nello stesso tempo terrena e celeste.  Colui che ne è il “vicario”, esercitando in sua vece il potere di governo della Chiesa in questo mondo, dovrà aver ricevuto questo potere dal titolare effettivo, non da altri.  Per fare un esempio: nella diocesi di Roma il “cardinal vicario” esercita le funzioni di governo del vescovo in rappresentanza del Papa, che è l’effettivo vescovo di Roma:  gode quindi di un potere “vicario” conferitogli dal Papa uti singulus non dal collegio dei cardinali o dal “collegio episcopale” tramite la conferenza episcopale. 

Il Vicario di Cristo possiede quindi la suprema potestà di giurisdizione esclusivamente per mandato di Cristo, ossia “per diritto divino”.  Il fatto che in passato, se il neoeletto non era vescovo, si procedesse a consacrarlo non deve trarre in inganno.  Il neoeletto non doveva aspettare quella consacrazione per esercitare la suprema giurisdizione su tutta la Chiesa.  Egli era perfettamente legittimato a quell’esercizio, immediatamente dal momento dell’accettazione, con la quale otteneva la piena titolarità del potere di giurisdizione.  E difatti, storicamente, non sono mancati esempi di Papi non vescovi al momento dell’elezione che hanno subito esercitato la giurisdizione su tutta la Chiesa, prima della successiva consacrazione all’episcopato. 

3. Il vescovo di Roma è tale in quanto è il Papa. Come si spiega allora la dichiarazione del cardinale Kasper? Essa sembra far dipendere l’esser-Papa, se così posso dire, dall’esser-vescovo, come se lo stato episcopale fosse una conditio sine qua non per l’elezione al Pontificato.  La frase del cardinale Kasper riflette il CIC del 1983, che a sua volta rispecchia le novità dottrinali emerse nel pastorale Vaticano II.  Si tratta della nuova concezione della “collegialità”, che tante critiche ha suscitato e ancora suscita.  Essa è stata accusata di aver reso ambiguo e poco chiaro il rapporto tra il Pontificato e l’episcopato.  Se l’affermazione del cardinale Kasper è coerente con quanto insegnato dal Vaticano II sul punto, allora non hanno ragione quelli che criticano la nuova collegialità?  Come si fa, infatti, a dire che “il Papa è tale proprio in quanto vescovo di Roma”? Sarà caso mai vero il contrario:  che il vescovo di Roma è tale proprio in quanto è il Papa.  Per restare agli ultimi Pontefici, essi, quando furono eletti, non erano certo già “vescovi di Roma”. Non potevano esserlo, essendo quell’ufficio riservato appunto al Papa regnante. E dopo l’elezione, sono forse rimasti vescovi delle loro sedi originarie o sono diventati “vescovi di Roma”?  Sono diventati vescovi di Roma, l’ufficio spettava loro di diritto in quanto Papi.  Mi sembra più esatto dire, allora, che il vescovo di Roma è tale proprio in quanto è il Papa, cioè in quanto “Episcopus totius Ecclesiae”, come si diceva una volta.  Espressione che non rappresentava un semplice titolo onorifico ma indicava il carattere veramente episcopale della suprema potestà di giurisdizione del Romano Pontefice su tutta la Chiesa. 

4. La nuova dottrina: CIC 1983, cc. 330-332. Forse l’affermazione del cardinale Kasper rispecchia solamente una sua personale opinione?  Per cercare di capire come stanno le cose, vediamo sinteticamente cosa dice il CIC del 1983, che, come si è ricordato, recepisce la nuova dottrina proposta dalla costituzione Lumen Gentium sulla Chiesa (artt. 18-22), riportandone brani interi.  Nella LG  si ribadisce il Primato ma nello stesso tempo si presenta il Romano Pontefice  soprattutto come Capo del Collegio episcopale, cosa nuova.  Nell’art. 22:  Il collegio dei vescovi e il suo capo, si trova la famosa frase:  “ l’ordine dei vescovi […] è anch’esso insieme col suo capo il romano Pontefice e mai senza questo capo il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa, sebbene tale potestà non possa esser esercitata se non col consenso del romano Pontefice” (LG 22.2).  Ciò significa, come è stato più volte e con forte preoccupazione rilevato, che i titolari della suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa sono ora addirittura  d u e :  il Papa uti singulus e il Collegio con il Papa (non il Papa con il Collegio).  E  d u e  sono pure gli esercizi di essa:  quello indipendente del Papa uti singulus e quello del Collegio, con l’autorizzazione del Papa.  Il Collegio è con il Papa quanto alla titolarità della suprema potestà, sotto il Papa  quanto al suo esercizio.  La ricerca insistita e quasi ossessiva del Vaticano II per l’unità e la comunione universali sembra per ironia della sorte aver partorito inestricabili dualismi:  due organi titolari della suprema potestà e due modi di esercitarla, due liturgie della S. Messa.

Applicando, dunque, l’impostazione del Concilio, il CIC non tratta mai del Pontefice da solo, indipendentemente dal Collegio.  Come acquista il Pontefice neoeletto la suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa?  L’argomento è trattato al c. 332.1 CIC 1983.  “Il Sommo Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l’elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale [legitima electione ab ipso acceptata una cum episcopali consecratione].  Di conseguenza l’eletto al sommo pontificato che sia già insignito del carattere episcopale ottiene tale potestà dal momento dell’accettazione.  Che se l’eletto fosse privo del carattere episcopale, sia immediatamente ordinato vescovo” [Quare, eandem potestatem obtinet a momento acceptationis electus ad summum pontificatum, qui episcopali charactere insignitus est. Quod si charactere episcopali electus careat, statim ordinetur Episcopus”].

5. La “consacrazione episcopale” condizione dell’acquisizione della suprema potestà?  L’impressione immediata che questo canone fa sul semplice credente, è la seguente:  ottiene la suprema potestà al momento dell’accettazione solo chi è già vescovo; chi ancora non lo è non può ottenerla, se prima non sia stato consacrato vescovo.  È ammissibile quest’interpretazione?  Vediamo.  L’elemento nuovo rispetto al passato sembra rappresentato dal fatto che il neoeletto, con l’accettazione, oltre alla piena e suprema potestà su tutta la Chiesa ottiene anche, contestualmente, “la consacrazione episcopale”.  Non si ripete il concetto del CIC 1917, secondo il quale la suprema potestà del Papa è intrinsecamente, di diritto divino, “veramente episcopale”, anche se il neoeletto non è vescovo.  Si fa capire, invece, che con l’accettazione il neoeletto ottiene per ciò stesso anche “la consacrazione episcopale”.  Ma vien fatto di chiedersi:  che bisogno ha il neoeletto di ottenere una contestuale consacrazione episcopale quando diventa addirittura Sommo Pontefice, possedendo per ciò stesso il potere di giurisdizione del vescovo su tutta la Chiesa?  E perché il testo non ripropone la dottrina chiara e semplice del CIC del 1917? Il rimanente del c. 332 riesce a far luce sul punto? Se ne ricava che:  se il neoeletto era già vescovo, non deve ovviamente esser “ordinato” vescovo e “ottiene tale potestà [su tutta la Chiesa] dal momento dell’accettazione”.  Se non era vescovo, cosa succede? L’ottiene ugualmente dal momento dell’accettazione?  Il testo non lo dice.  Afferma invece: “sia immediatamente ordinato vescovo”.  E perché?  Non lo si spiega.  Perché questo “immediatamente”?  Perché tanta fretta?  Se non si vuol lasciare il discorso come tronco e sospeso per aria,  la conclusione più logica non sembra  esser proprio quella sopra avanzata?  E cioè che il neoeletto che non sia vescovo deve esser subito consacrato vescovo proprio per ottenere la suprema potestà?  Per ottenerla, non semplicemente per esercitarla.  Deve esser subito inserito nel Collegio, del quale è il Capo, se deve esser Papa. 

6.  Il Papa capo della Chiesa in quanto capo del Collegio?  L’interpretazione qui avanzata sembra troppo audace? Consideriamo in che modo i due canoni precedenti rappresentano la figura del Papa. Il CIC sta qui definendo “la suprema autorità della Chiesa”, a cominciare da “Il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi”.  Come si è detto, il Pontefice viene sempre strettamente collegato al Collegio.  Infatti, il CIC non ne definisce la figura in sé e per sé per poi illustrarne il rapporto gerarchico con i vescovi, a lui sottoposti sul piano della giurisdizione (come faceva il CIC del 1917, p.e. ai cc. 329-331).  Al contrario, presenta sin dall’inizio il Papa in stretta connessione o comunione con il “collegio”: degli Apostoli prima, dei Vescovi poi.  Recita infatti il c. 330, riportando  integralmente l’inizio di LG 22.1:

“Come, per volontà del Signore, san Pietro e gli altri Apostoli costituiscono un unico Collegio, per la medesima ragione il Romano Pontefice, successore di Pietro, ed i Vescovi, successori degli Apostoli, sono tra di loro congiunti [Sicut, statuente Domino, sanctus Petrus et ceteri Apostoli unum Collegium constituunt, pari ratione Romanus Pontifex, successor Petri, et Episcopi, successores Apostolorum, inter se coniunguntur]”.  Ricalcando il Vaticano II, mi sembra che si voglia qui stabilire un concetto preliminare e nello stesso tempo fondamentale della nuova dottrina:  l’unità del collegio, nella quale sono ricompresi il Papa e i vescovi come in un tutto.  Prima di ogni cosa viene il collegio come unità, che si vuol vedere attualmente presente nella Chiesa per analogia con l’unità  che sarebbe stata inizialmente presente nel Collegio apostolico.  Ma quest’impostazione, mi chiedo, è conforme all’insegnamento tradizionale della Chiesa? Non vi compare alcun rapporto gerarchico tra Pietro e gli Apostoli e quindi tra il Papa e i vescovi.  La conclamata unità sembra mettere tutti sullo stesso piano.  Il che non sarebbe conforme a quanto risulta dalla Scrittura.  E un’unità di questo tipo, che già farebbe del “collegio” un soggetto autonomo con un Capo che sarebbe tale in quanto compreso nell’unità del collegio, viene fatta risalire a Nostro Signore:  “Sicut, statuente Domino…”.  Ma la volontà del Signore che appare nei Vangeli, confermata sin dall’inizio dalla Tradizione della Chiesa,  ha “statuito” davvero  in questo senso?

Il Signore voleva sì che gli Apostoli fossero sempre uniti tra di loro come fratelli e in spirito di umiltà e li rimprovera quando, spinti dall’ambizione dei parenti, tentano di stabilire preferenze e gerarchie tra di loro (Mt 20, 20-28).  Ma si tratta sempre di un’unione morale, spirituale, fondata sull’insegnamento e l’esempio del divino Maestro e dipendente dalla sua guida, non dell’unione paritaria di un collegio, organo che prevale sull’individualità dei suoi componenti.  Inoltre, durante la sua missione terrena Nostro Signore preannuncia il primato di Pietro (Mt 16, 13 ss.; Lc 22, 31-32), e glielo conferisce in modo ufficiale una volta risorto dai morti.  E Pietro non la esercitò subito questa sua potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa nascente, come risulta da ben noti passi degli Atti degli Apostoli (At 1, 21; 2, 14 ss.; 5, 1-11; 15, 8 ss.)?

Ma il CIC del 1983, stabilita preliminarmente l’unità del “collegio” nel modo visto, nel c. 331 sembra voler riferire l’ufficio del Papa costantemente al “collegio”:  “Il Vescovo della Chiesa di Roma [Ecclesiae Romanae Episcopus], in cui permane l’ufficio [munus] concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli [primo Apostolorum], e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò [qui ideo], in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente”.  Il canone mette insieme due passaggi di LG tratti dai par. 20.3 e 22.2.  Unica aggiunta, se non vado errato:  l’apposizione del titolo di “vescovo di Roma” all’inizio. Gli elementi essenziali di questa definizione del papato sembrano essere i seguenti:  1. Nel “vescovo di Roma” permane “l’ufficio concesso dal Signore a Pietro, primo degli Apostoli”.  Non si usa l’espressione tradizionale “Principe degli Apostoli”, ben più forte.  Il testo non dice che il munus petrino permane nel Papa:  permane nel “vescovo di Roma”, come se appunto l’esser vescovo di Roma fosse elemento costitutivo del papato.  2. Non si chiarisce quale sia “l’ufficio” che il Signore ha concesso singolarmente a Pietro, “primo degli Apostoli”.  Si tratta forse della potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa?  Così dovrebbe essere, visto che tale potestà è richiamata espressamente alla fine del canone.  Tuttavia,  3. il testo si premura di affermare che Pietro è “capo del Collegio dei Vescovi”, prima ancora che “Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale”.  È in forza del suo “ufficio”, che vede però al primo posto l’esser “capo del Collegio dei Vescovi”, che il Papa possiede la suprema potestà di giurisdizione.  4. E nell’espressione: “ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro” dovremmo forse vedere una ripresa del concetto dell’origine “iure divino” della sua potestà di giurisdizione?  Ma se così è perché non dire allora, in modo molto più semplice ed accessibile, che “nel vescovo di Roma permane di diritto divino la suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa concessa dal Signore singolarmente a Pietro”?  O, meglio ancora, che “nel Romano Pontefice permane di diritto divino etc.”?  Ma qui i concetti tradizionali del Primato e la nuova dottrina della collegialità non sembrano annodarsi in un vero e proprio groviglio?  La suprema potestà del Papa, pur risultando, come da Tradizione, “concessa dal Signore singolarmente a Pietro”, appare nello stesso tempo legittimata dal fatto che l’ufficio di Pietro è visto soprattutto come ufficio del Capo del Collegio dei Vescovi, Collegio che ne sarebbe parimenti titolare cum Petro (come recita il c. 336, riprendendo LG 22.2)! E da tutto ciò si dovrebbe concludere che Nostro Signore ha voluto istituire  d u e  soggetti quali titolari della suprema potestà, distinti anche se collegati nella figura del Papa?!

7. Si possono ignorare le mutazioni apportate dalla nuova dottrina?   Il c. 331 sembra attribuire all’esser “vescovo di Roma” un’importanza essenziale per la definizione della natura del papato:  all’esser “Vescovo di Roma” e “Capo del Collegio dei Vescovi”.  Elementi del tutto nuovi rispetto alla dottrina insegnata dal CIC del 1917.  Nel CIC del 1917 il munus petrino è completamente separato da quello episcopale, che non viene mai nominato in relazione ad esso, se non per ribadire che la potestà acquisita immediatamente dal neoeletto Pontefice è “vere episcopalis”, indipendentemente da ogni sua consacrazione a vescovo, che avveniva in un secondo tempo, per costume e prassi.  Nel CIC del 1983, invece, la “consacrazione episcopale” viene collegata alla suprema potestà di giurisdizione conferendo all’accettazione una duplice, simultanea conseguenza:   far ottenere la potestà suprema su tutta la Chiesa e la consacrazione episcopale ossia il diritto ad esser consacrato subito vescovo per chi non lo fosse.  Consacrato, al fine di poter diventare “vescovo di Roma”, membro e capo del collegio episcopale: ufficio che si vuol ora verosimilmente intendere quale requisito necessario del pontificato e non sua conseguenza dovuta, come in passato.

Se l’ “ermeneutica” qui proposta è corretta, allora possiamo dire che la peculiare affermazione del cardinale Kasper si situa senza contraddizione nel contesto del nuovo Codice di Diritto Canonico oltre che in quello della Lumen Gentium.