Il card. Coccopalmerio interpreta il capitolo VIII di Amoris laetitia

Il cardinale scrive che «i Padri sinodali hanno anche considerato la situazione solo civile o, fatte salve le differenze, persino di una semplice convivenza in cui quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come una occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio alla luce del Vangelo».

FALSO! I padri sinodali hanno detto NO a qualsiasi forma di convivenza fra uomo e donna senza il sigillo sacramentale!

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Quelli che rispettano la dottrina, ma poi attaccano i dogmi di fede. Come il matrimonio indissolubile

Tra i tanti messaggi usciti in questi giorni dal Sinodo non mancano quelli che, pur essendo presentati come meri adattamenti “pastorali” alla mutata situazione sociologica, propongono in realtà un radicale cambiamento della dottrina dogmatica e morale della Chiesa. Dottrina che nella sua presunta astrazione viene contrapposta all’azione pastorale, cioè alla vita reale.

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Suore americane “eretiche”: «Va tutto bene»

Presentato dopo sei anni di indagine il giudizio della Santa Sede sugli istituti religiosi femminili negli Usa. Nessun provvedimento, solo dialogo, anche con quegli istituti che si sono rifiutati di accogliere la visitatrice apostolica. È forse anche un messaggio alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che sta conducendo un’altra indagine sulla più vasta associazione di religiose, che seguono tesi «opposte alla rivelazione cristiana».

di Matteo Matzuzzi

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Morale cattolica? Roba vecchia. Teologi tedeschi contro il Sant’Uffizio

di Matteo Matzuzzi (15/01/2014)

La Chiesa deve cambiare il suo atteggiamento sulla morale sessuale. È il 2014 d. C., da un pezzo siamo nel Terzo millennio. Impensabile che Roma contempli solo celibato e matrimonio come alternative che danno senso alla vita. A scriverlo, nero su bianco, sono alcuni tra i più eminenti rappresentanti dell’Associazione dei teologi morali di Germania e della Conferenza dei teologi pastorali di lingua tedesca. A essere coinvolte sono le università di Münster, Tubinga, Friburgo. Nel documento si chiede un superamento della dottrina basata sul dare un giudizio morale circa gli atti sessuali degli individui. “È tempo di adottare un nuovo paradigma, fondato sulla fragilità del matrimonio e le esperienze personali in campo sessuale”. Insomma, Roma deve capire che è giunta l’ora di considerare il matrimonio non più come “un obbligo, bensì come un’istituzione che protegge la fragilità delle persone, la loro vulnerabilità”. A chiederlo, specificano i diciassette firmatari dell’appello, non sono tanto loro, quanto i fedeli. Per farsene un’idea, basta scorgere le prime risposte al questionario proposto alle diocesi del mondo in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia del prossimo ottobre: in generale, si invoca un cambio di passo, una svolta. Più misericordia e meno bastone, un po’ come chiede da tempo la maggioranza dei vescovi tedeschi. “Gli insegnamenti della chiesa non sono accettati nella pratica e spesso non sono connessi alla realtà”, continuano i teologi morali nel loro documento: “Appare evidente che l’insegnamento morale cristiano che limita la sessualità al contesto del matrimonio non dà la giusta importanza alle tante forme di sessualità al di fuori di esso”. Il testo recepisce parte di quanto sostenuto nei mesi scorsi dal capo dell’episcopato tedesco, mons. Robert Zollitsch, che di famiglia e pastorale matrimoniale parlerà a fine mese, nel corso del consiglio permanente della Conferenza episcopale in programma a fine gennaio. L’obiettivo è quello di arrivare a dare il via libera al riaccostamento dei divorziati risposati ai sacramenti, come prevedeva un documento diffuso lo scorso autunno dall’ufficio per la cura delle anime della diocesi di Friburgo. Un testo che il prefetto della Dottrina della fede, il tedesco Gerhard Müller, voleva fosse ritirato, senza successo. Per Zollitsch e Marx, il cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga, chi doveva rivedere le proprie posizioni era proprio lui, il custode dell’ortodossia cattolica messo all’ex Sant’Uffizio da Ratzinger e confermato da Bergoglio. Uno scontro aperto e violento, al punto che – ne ha dato notizia qualche giorno fa il quotidiano bavarese Passauer Neue Presse – un gruppo di vescovi locali avrebbe chiesto con tatto e delicatezza a Francesco di depennare il nome di Müller dalla lista dei prossimi cardinali. A corredo della singolare petizione, un rapporto pubblicato sul settimanale Zeit in cui si definiva il prefetto come uno tra i più “ostinati avversari” del Pontefice e una sentenza di Hans Küng, convinto che Müller sia “il nuovo Ottaviani”. Da Santa Marta, come dimostra l’elenco letto domenica scorsa al termine dell’Angelus, la petizione è stata rispedita al mittente. Il prossimo 22 febbraio, il custode della fede riceverà la porpora. Ha altro a cui pensare, Bergoglio, rispetto agli articoli di Küng.

Ieri, ad esempio, ha rivoluzionato la commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior. Fuori quattro dei cinque eminentissimi nominati il 16 febbraio di un anno fa da Benedetto XVI. Tra questi, spicca l’ex segretario di stato, Tarcisio Bertone. Un assetto, quello definito a Ratzinger dimissionario lo scorso inverno, che avrebbe dovuto avere mandato quinquennale, ma che creò non poche polemiche in una curia che vedeva quelle nomine come il colpo di coda finale del plenipotenziario del Papa dimissionario. L’unico superstite del vecchio organigramma è il cardinale Jean-Louis Tauran, protodiacono di Santa romana Chiesa e fedelissimo di Francesco. Con lui, ci saranno i cardinali Christoph Schönborn, Pietro Parolin, Christopher Collins (arcivescovo di Toronto) e l’arciprete di Santa Maria Maggiore, lo spagnolo Santos Abril y Castelló, favorito per assumerne la presidenza.

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Il prefetto di Francesco e segretario di B-XVI alza la voce in Germania

di Matteo Matzuzzi (20/12/2013)

“Molti di quelli che si erano mostrati entusiasti per Francesco rimarranno con la gioia strozzata in gola”. Sono parole dure quelle che monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario del Papa emerito Benedetto XVI, pronuncia in un intervento che sarà pubblicato sul numero di gennaio della prestigiosa rivista di cultura tedesca Cicero. Guarda alla situazione della chiesa di Germania, una parte consistente della quale avanza a Roma richieste di rapide riforme e significativi cambi di passo. Svolta sulla pastorale familiare, sui sacramenti, tanto per cominciare. E ancora, sì a un ruolo più attivo e centrale delle donne nella Chiesa. Non si tratterà delle cardinalesse – chi lo pensa “soffre un po’ di clericalismo” – ha detto domenica Francesco nell’ampia intervista concessa ad Andrea Tornielli e pubblicata sulla Stampa – ma sulle diaconesse si può aprire il dibattito. Gänswein, però, frena: “Non credo che il Papa concederà spazio a certe iniziative provenienti dalla Germania”, e il riferimento è proprio alla possibilità di concedere il diaconato alle donne, ipotesi rilanciata anche da porporati di rango come il cardinale teologo Walter Kasper: “Impossibile”, dice il segretario personale del Pontefice emerito.

Durante l’ultima sessione primaverile della Conferenza episcopale tedesca svoltasi a Treviri, l’ex presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani spiegava come fosse possibile istituire la figura del diacono femminile capace di svolgere funzioni pastorali e particolari servizi liturgici. Non c’erano problemi di dogmi, aggiungeva Kasper: niente ordinazione, basterebbe una semplice e meno impegnativa benedizione. Gänswein si mostra perplesso e non vede all’orizzonte cambiamenti su questo fronte, neppure ora che Papa è il gesuita che tante aspettative ha generato in gran parte dell’episcopato mondiale, con il quale dice di collaborare “in fiducia e armonia”. Rimarranno deluse, quindi, “quelle forze che hanno cercato di sfruttare il nuovo Pontefice per i propri interessi”, spiega il prefetto della Casa pontificia. Basta guardare al documento dell’ufficio per la cura delle anime della diocesi di Friburgo che autorizzava il riaccostamento dei divorziati risposati ai sacramenti, primo fra tutti la comunione, nel nome della misericordia tanto evocata da Francesco. Ma è stato lo stesso Pontefice, sempre alla Stampa, a chiarire di aver “parlato del battesimo e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni – ha aggiunto – hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio”.

Una risposta indiretta anche a quanti, a partire dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, avevano accusato il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, monsignor Gerhard Ludwig Müller, di voler imbrigliare e chiudere il dibattito sulla pastorale matrimoniale in vista del prossimo Sinodo straordinario di ottobre. Polemiche assurde, le ha definite qualche giorno fa in una lunga intervista all’agenzia cattolica tedesca kath.net il cardinale svizzero Kurt Koch, tra l’altro successore di Kasper al dicastero per l’unità dei cristiani e in questi giorni in visita in Russia (ha incontrato anche il Patriarca di Mosca, Kirill): “Müller non ha fatto altro che richiamare la dottrina della chiesa, ribadendo ciò che era già stato affermato sul tema specifico all’epoca in cui prefetto dell’ex Sant’Uffizio era il cardinale Joseph Ratzinger. Ogni serio esame del problema deve partire da questi insegnamenti, che corrispondono alla chiara volontà di Gesù Cristo”. Opporre ancora una volta l’insegnamento alla pastorale, ha detto Koch, “non può essere la direzione in cui si deve muovere la chiesa. Nuove modalità di espressione pastorale si possono trovare solo nella luce portata dalla verità della dottrina”.

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I parroci disobbedienti di Germania vanno allo scontro con la Chiesa

Kulturkampf antiromano. In 800 chiedono dialogo tra pari, dove “il sacerdote può contraddire il vescovo”. Divorziati, celibati e altro.

di Matteo Matzuzzi (04/12/2013)

Dopo i vescovi, tocca ai parroci. In ottocento, tra sacerdoti e diaconi tedeschi riuniti in quella Iniziativa parroci che qualche anno fa, tra Austria e Germania, chiese l’abolizione del celibato sacerdotale e il via libera all’ordinazione delle donne, si sono ritrovati nell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach. Hanno chiesto ancora una volta che la chiesa cattolica apra alle riforme, a cominciare dal riaccostamento dei divorziati ai sacramenti, specie alla comunione. Non si tratta di ritocchi più o meno profondi alla macchina curiale o di accorpamenti tra dicasteri, come si sta discutendo in questi giorni a Santa Marta, in occasione del secondo incontro degli otto consultori chiamati da Francesco a riformare la curia. Iniziativa parroci vuole molto di più.

Gli ottocento ribelli hanno discusso “molto apertamente” – dice chi era presente alla riunione – del concetto di disobbedienza nella chiesa. Dopotutto, ha chiarito il loro portavoce, don Karl Feser, “la linea di demarcazione tra l’obbedienza e la coscienza è molto sottile. Ecco perché c’è necessità di creare un’atmosfera di dialogo e fiducia tra i vescovi e i parroci”. Si lamentano dello scollamento tra vertice e base, tra ciò che viene deciso a Roma e ciò che viene vissuto nelle parrocchie di città o campagna giorno dopo giorno. La volontà è di arrivare a un dialogo tra pari, dove “il sacerdote può contraddire il vescovo” in quanto “ciascuno deve seguire la strada che gli è indicata dalla coscienza”. A garantire la bontà della via intrapresa, c’è sempre la misericordia che lava da ogni peccato e tutto perdona.

Disobbedire al proprio pastore, dunque è legittimo, secondo Iniziativa parroci.

Dal Vaticano è già arrivato l’altolà del prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, monsignor Gerhard Ludwig Müller, che ha accusato gli ottocento sacerdoti di volersi costruire una propria chiesa, “secondo i propri gusti e in sintonia con lo spirito del tempo”. Don Feser, il portavoce, rispedisce al mittente i severi ammonimenti del custode dell’ortodossia cattolica: “La nostra intenzione è solo quella di chiarire che le strutture non sono qualcosa di prefissato, bensì si costruiscono”.

Anche le strutture della Chiesa, dunque, “si possono cambiare, perché l’unica cosa importante è il messaggio di Cristo”. Già nel 2010, Iniziativa parroci aveva promosso un sondaggio tra i preti austriaci sull’abolizione del celibato del sacerdozio: ben l’ottanta per cento aveva risposto favorevolmente. L’anno dopo, duecentocinquanta sacerdoti firmavano un appello in cui si chiedeva l’ammissione delle donne all’ordine sacro e già allora, anticipando il dibattito serrato di queste settimane tra l’episcopato tedesco, si dicevano pronti a concedere la comunione ai divorziati. Una sfida aperta nei confronti di Roma, con l’allora portavoce, Helmut Schüller, che tuonava: “Il Vaticano non può imporre le proprie convinzioni ai preti austriaci”.

Anche allora, Iniziativa parroci mostrava i dati di una consultazione secondo la quale il cinquantadue per cento dei parroci ammetteva di pensarla in modo diverso da Roma su “importanti questioni di fede e pastorale”. Non si trattava solo di celibato sacerdotale o di donne prete, possibilità per altro già escluse più volte da Francesco nelle sue interviste e nell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”. Quasi la totalità dei sacerdoti austriaci invocava anche più attenzione alla “formazione umana” dei preti in seminario, i quali avrebbero dovuto dimostrare di essere pronti a rapportarsi con maggior fiducia e più apertura al mondo moderno. Sulla pastorale matrimoniale, poi, non si fatica a scorgere punti di contatto con i propositi dei combattivi vescovi tedeschi, decisi a imprimere un’accelerazione decisiva all’approvazione delle nuove linee guida su famiglia e matrimonio già in occasione dell’assemblea plenaria del prossimo marzo.

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Il magistero parallelo dei teologi italiani

I commenti letti nei giorni scorsi sull’opera del teologo morale don Enrico Chiavacci, morto due settimane fa, mettono in rilievo una grande confusione tra ciò che è fedele alla dottrina della Chiesa e le opinioni dei singoli teologi. Come nel caso della legge morale naturale: la concezione di Chiavacci è in aperto contrasto con il magistero, ed è fonte di pericolose ambiguità che aprono, tra l’altro, all’ideologia di genere.

di Giorgio Maria Carbone (09-09-2013)

Il 25 agosto scorso è morto a Firenze, all’età di 87 anni, don Enrico Chiavacci. È un nome che ai più forse non dirà molto, eppure è stata una figura che ha avuto un ruolo importante nella teologia morale italiana. Le sue posizioni sono apparse spesso in contrasto con quanto affermato dal Magistero, ma ciò non ha impedito che fosse per decenni docente nella facoltà di Teologia dell’Italia centrale e i suoi scritti hanno influenzato generazioni di sacerdoti e teologi. Ma ciò che colpisce sono i commenti letti in occasione della sua morte, in cui don Chiavacci appare sorprendentemente una sorta di “custode dell’ortodossia”. Basterebbe leggere i passi dell’omelia dell’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, al suo funerale, riportati da Avvenire («C’è una stretta connessione tra la limpidezza delle intenzioni nel trasmettere la Parola e la correttezza oggettiva dei suoi contenuti»), oppure la testimonianza di Gianni Gennari su Vatican Insider («Fedele alla dottrina….»). Senza voler giudicare la persona e le sue intenzioni, non si può però tacere che il contenuto della teologia morale di don Chiavacci non è affatto in sintonia con la dottrina e il Magistero, e non certo su questioni secondarie, come peraltro dimostra il breve saggio di padre Giorgio Carbone che qui pubblichiamo. La questione va ben oltre la teologia di don Chiavacci, è un problema molto più generale perché non è la prima volta che accade, e dimostra l’esistenza di un vero e proprio “magistero parallelo” che da anni si insegna nei seminari e nelle facoltà teologiche e che, oltretutto, riceve l’avallo anche di diversi vescovi. Con grande confusione per i semplici fedeli.

 «La vera natura dell’uomo è il non aver natura»: questa tesi, enunciata a modo di slogan, la ritroviamo in molti scritti di don Enrico Chiavacci. Letteralmente è nella voce Legge naturale (in L. Rossi e A. Valsecchi (edd.), Dizionario enciclopedico di teologia morale, Paoline 1973, p. 491): «L’uomo non è definibile se non come colui che tende verso, che ha il compito di scegliere se stesso e il proprio cammino di autorealizzazione. La vera natura dell’uomo è il non aver natura. In queste condizioni dedurre dalla natura umana precetti operativi descrivibili e imponibili dall’esterno, dal filosofo, dal sovrano, dallo stesso Magistero ecclesiastico è impensabile». Ma anche più recentemente: «Quando si parla di natura e per conseguenza di legge naturale occorre sempre tenere presente che la natura non è un dato fisso e immutabile valido per tutti e per sempre: è un dato che varia e varia per due motivi. Varia costantemente, anche se in modo impercettibile, con l’evoluzione continua della specie nelle varie aree ambientali e culturali in cui la specie umana sussiste. Varia però anche da individuo a individuo nelle complesse strutture cerebrali e nella loro interazione che oggi la scienza comincia a comprendere e indagare» (Omosessualità, un tema da ristudiare, in Rivista di teologia morale 2010, p. 474).

La presentazione della nozione di natura umana come qualcosa di vago e privo di un contenuto preciso è funzionale a ottenere un risultato: negare il carattere oggettivo, universale e immutabile della legge morale naturale. Di fatti troviamo scritto: «Caratteristica dunque della legge naturale è proprio quella di non essere positiva, cioè non scritta né scrivibile una volta per tutte» (Legge naturale, in L. Rossi e A. Valsecchi (edd.), Dizionario enciclopedico di teologia morale, Paoline 1973, p. 486).

Anche il manuale Teologia morale. Morale generale (Cittadella 1977, pp. 132-153), esprime queste stesse idee. In particolare respinge l’idea della legge morale come insieme di precetti, per il fatto che – a suo dire – il precetto limita l’ambito di esercizio della libertà umana ed è incompatibile con la nozione di coscienza.

Nel leggere questi testi si ha la sensazione di trovarsi davanti a giochi di parole, al compiacimento dell’ambiguità e dell’equivoco. Comunque meraviglia che non ci siano delle definizioni. Eppure un manuale o delle voci di enciclopedie dovrebbero muovere qualsiasi ragionamento proprio da definizioni.

Ebbene il primo equivoco è sul concetto di natura umana rilevante ai fini del discorso etico. Per natura umana non si intende ciò che l’uomo condivide con la natura, cioè qualche caratteristica corporea o la solidarietà con il cosmo. Ma la “natura umana” eticamente rilevante è ciò che caratterizza l’essere umano, rispetto agli altri viventi, e che è all’origine del suo agire. La “natura umana” è il principio essenziale e operativo di ognuno di noi e consiste nella capacità di conoscere e amare gli obiettivi (cioè i fini) della propria vita, sia in astratto che in concreto. In secondo luogo ogni uomo, attraverso l’esperienza conoscitiva e affettiva di se stesso, giunge a conoscere i fini della propria esistenza: questi fini sono segnalati da inclinazioni strutturali e native. Ad esempio l’inclinazione a conservarsi nell’esistenza segnala come fine e bene da compiere (quindi bene morale) l’esistenza fisico-corporea. Poi l’inclinazione a conoscere il reale segnala un altro fine umano e cioè la conoscenza del vero. Quindi, l’inclinazione a vivere in società e ad amare segnala altri fini come l’amore fraterno e l’amore sponsale. Ora la natura umana come sopra definita e i fini segnalati dalle inclinazioni strutturali dell’essere umano sono elementi universali che possiamo riconoscere nelle civiltà umane che si sono succedute nei secoli. E quindi costituiscono l’ossatura del carattere universale e immutabile della legge morale naturale.

Il secondo equivoco è relativo al presunto carattere non precettivo della legge morale naturale. Stupisce che questi molteplici testi dedicati al tema citino sì Tommaso d’Aquino, ma non citino mai questi suoi laconici insegnamenti: «lex non est aliud, nisi dictamen rationis, la legge non è altro che un dettato della ragion pratica» (Somma teologica I-II, 91, 1 e 2); «lex est ordinatio rationis, la legge è un ordinamento della ragione» (Somma teologica I-II, 90, 2 e 4); «lex naturalis est aliquid per rationem constitutum, la legge morale naturale è qualcosa prodotto dalla ragione» (Somma teologica I-II, 94, 1). Le citazioni potrebbero facilmente moltiplicarsi. Ma vogliono dire sempre la stessa cosa: la legge morale, e in particolare la legge morale naturale è un prodotto della ragion pratica, cioè è un enunciato, un giudizio (soggetto, copula e predicato) nel quale il soggetto è un atto umano e il predicato è espresso in termini gerundivi, cioè «da farsi» o «da evitarsi». Quindi, la legge morale naturale si pone come un progetto che precede e orienta un’attività libera e responsabile, sollecita la libertà umana, non la soffoca, ma la conduce al bene integralmente umano.

La legge morale naturale è un insieme di enunciati universali espressi sempre alla forma gerundiva e non va confusa – come sembra facciano i testi di Chiavacci – con il giudizio di prudenza e con il giudizio di scelta. Questi ultimi due giudizi riguardano un atto singolare e concreto: in particolare la virtù cardinale della prudenza dà all’intelletto pratico l’abilità nel formulare il giudizio direttivo dell’atto singolare. Tale giudizio (di prudenza e di scelta) non è semplice deduzione logica, ma è applicazione della legge morale alle circostanze concrete e singolari. È una conclusione che presenta aspetti nuovi e originali, perché alla formulazione di tale giudizio concorrono gli habitus morali personali, le passioni, la volontà di applicare la scienza etica, chiarezza conoscitiva circa la situazione particolare.

Al di là di queste chiarificazioni, un paragrafo (il n. 53) della lettera enciclica del beato Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, sembra proprio rispondere al nostro tema: «La grande sensibilità che l’uomo contemporaneo testimonia per la storicità e per la cultura conduce taluni a dubitare dell’immutabilità della stessa legge naturale, e quindi dell’esistenza di “norme oggettive di moralità” valide per tutti gli uomini del presente e del futuro, come già per quelli del passato: è mai possibile affermare come valide universalmente per tutti e sempre permanenti certe determinazioni razionali stabilite nel passato, quando si ignorava il progresso che l’umanità avrebbe fatto successivamente? Non si può negare che l’uomo si dà sempre in una cultura particolare, ma pure non si può negare che l’uomo non si esaurisce in questa stessa cultura. Del resto, il progresso stesso delle culture dimostra che nell’uomo esiste qualcosa che trascende le culture. Questo “qualcosa” è precisamente la natura dell’uomo: proprio questa natura è la misura della cultura ed è la condizione perché l’uomo non sia prigioniero di nessuna delle sue culture, ma affermi la sua dignità personale nel vivere conformemente alla verità profonda del suo essere. Mettere in discussione gli elementi strutturali permanenti dell’uomo, connessi anche con la stessa dimensione corporea, non solo sarebbe in conflitto con l’esperienza comune, ma renderebbe incomprensibile il riferimento che Gesù ha fatto al «principio», proprio là dove il contesto sociale e culturale del tempo aveva deformato il senso originario e il ruolo di alcune norme morali (cf. Mt 19,1-9). In tal senso “la Chiesa afferma che al di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli”. È lui il “Principio” che, avendo assunto la natura umana, la illumina definitivamente nei suoi elementi costitutivi e nel suo dinamismo di carità verso Dio e il prossimo. Certamente occorre cercare e trovare delle norme morali universali e permanenti la formulazione più adeguata ai diversi contesti culturali, più capace di esprimerne incessantemente l’attualità storica, di farne comprendere e interpretare autenticamente la verità. Questa verità della legge morale – come quella del “deposito della fede” – si dispiega attraverso i secoli: le norme che la esprimono restano valide nella loro sostanza, ma devono essere precisate e determinate “eodem sensu eademque sententia” secondo le circostanze storiche dal Magistero della Chiesa, la cui decisione è preceduta e accompagnata dallo sforzo di lettura e di formulazione proprio della ragione dei credenti e della riflessione teologica».

Le premesse vaghe e ambigue da cui siamo partiti conducono, senza però dirlo esplicitamente, verso soluzioni altrettanto vaghe circa questioni di morale sessuale.

Noto solo un particolare stridente. Mentre il nostro Autore parla di una «nuova rigidità» del magistero della Chiesa, cioè «un magistero morale con rigorose normative su specifici comportamenti», primo esempio sarebbe a suo dire la Casti connubi di Pio XI (così in La legge naturale: strumento necessario e urgente ma difficile da maneggiare, in Rivista di teologia morale, 2008, p. 335). Lo stesso Autore accetta come «certezza scientifica» il fatto che «la condizione omosessuale è stata ufficialmente tolta dall’elenco delle psicopatologie» (in Omosessualità, un tema da ristudiare, in Rivista di teologia morale 2010, p. 473). Quando invece è risaputo che nel 1993 l’American Psychiatric Association con una votazione a stretta maggioranza, e senza alcuna evidenza di carattere scientifico, tolse l’omosessualità dalla successiva edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM): e la questione è ancora dibattuta.

Inoltre, il nostro Autore definisce il fenomeno della transessualità come «realtà incontrovertibile e praticamente immutabile» (in Omosessualità, un tema da ristudiare, in Rivista di teologia morale 2010, p. 475). Quando invece sono noti nella letteratura specialistica casi di persone affette da transessualismo che grazie a percorsi terapeutici sono riuscite ad accettare il proprio corpo, e quindi la disforia di genere è cessata.

Quindi, molti affermazioni gratuite e – per esser buoni – discutibili.