“Santità, quanta confusione”. E il teologo viene “purgato”

Il teologo di fama internazionale padre Thomas Weinandy ha scritto una lettera al Papa sulla confusione nella Chiesa. Subito dopo essere stata resa pubblica sono arrivate le sue dimissioni, forse “gentilmente” richieste. Lo scontro in atto nella Chiesa americana.

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Via quel cardinale che non si adegua!

Significativo sommovimento curiale. Fuori Burke e molti altri.

di Matteo Matzuzzi (20/01/2014)

La riforma della curia è un lavoro lungo che richiede molto tempo, aveva detto Papa Francesco domenica nella lunga intervista concessa alla Stampa. Nel frattempo, si può mettere mano all’organizzazione dei vari dicasteri. E’ quanto accaduto lunedì con la potente congregazione per i Vescovi, quella che sovrintende alla scelta dei pastori da inviare a guida delle diocesi. “La più importante di tutte”, ha detto al New York Times il gesuita Thomas Reese, già direttore del periodico liberal della Compagnia, America. Depennamenti eccellenti e ingressi che indicano chiaramente quale sia la missione che Francesco intende dare alla congregazione. Fuori il cardinale Mauro Piacenza, conservatore formato alla scuola genovese di Giuseppe Siri. Per lui, dopo il trasferimento dello scorso settembre dalla congregazione per il Clero al ruolo di Penitenziere maggiore (una diminutio palese, visto che a quell’incarico solitamente venivano designati prelati ormai prossimi alla pensione), si tratta di un ulteriore ridimensionamento. Sostituito anche Angelo Bagnasco, presidente della CEI. Al suo posto, entra Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia che della Conferenza episcopale italiana è vicepresidente. Dentro anche l’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, Paolo Rabitti, vicino all’Azione cattolica e d’orientamento opposto a quello di Bagnasco e Piacenza.

Ma la rimozione che fa più rumore è quella del cardinale americano Raymond Leo Burke, prefetto della Segnatura apostolica. Dall’America arriva invece il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, ben lontano dalle posizioni conservatrici e vicine ai tradizionalisti di Burke. Da tempo quest’ultimo, eminente canonista, è in rotta con la linea portata avanti da Francesco. Punto di rottura, l’invito papale a non fare dei cosiddetti princìpi non negoziabili il cardine dell’agenda pastorale. Di temi come l’aborto, l’eutanasia, le nozze omosessuali se ne deve parlare solo all’interno di un determinato contesto, non serve ripetere ogni giorno qual è la posizione della Chiesa, diceva Bergoglio. Indispensabile, aggiungeva il Pontefice nelle sue interviste, non ossessionare con richiami alla battaglia in difesa della vita umana. Già nel cuore dell’estate, conversando con un mensile cattolico di Minneapolis, Burke spiegava quanto fosse necessaria “un’attenzione molto più radicale alla catechesi” per evitare la “distruzione della famiglia e dell’individuo” portata avanti da chi si macchia di “azioni immorali”. Contestava, il porporato americano, quel “falso senso del dialogo che si è insinuato nella chiesa” e che “riconosce pubblicamente chi sostiene aperte violazioni della legge morale”.

Qualche giorno fa, poi, parlando al network americano Ewtn, Burke rincarava la dose. Interpellato sulla esortazione Evangelii Gaudium, il cardinale diceva che quel documento “non può essere considerato insegnamento ufficiale della Chiesa”. Ascoltando il Papa, aggiungeva, “uno ha l’impressione che lui pensi che stiamo parlando troppo di aborto, dell’integrità del matrimonio tra uomo e donna. Ma noi non potremmo mai parlare abbastanza di questo. Siamo letteralmente in presenza di un massacro di non nati”. Vicinissimo a Benedetto XVI, Raymond Burke era molto ascoltato da Ratzinger soprattutto in relazione alle nomine dei presuli americani: da Charles Chaput a Philadelphia, fino a William Lori a Baltimora, la sua mano era più che evidente. Il vaticanista John Thavis, a lungo caporedattore dell’ufficio romano del Catholic News Service, ha definito “inconsueta” la scelta di sostituire Burke, anche perché l’alto prelato ha solo 65 anni e da poco era entrato nella congregazione per i Vescovi. John Allen, vaticanista del National Catholic Reporter, spiega che la rimozione del prefetto della Segnatura e la contemporanea promozione di Wuerl è il chiaro segnale del tipo di vescovo che Francesco intende per la Chiesa americana: più moderato e flessibile, nonché meno incline a battaglie pubbliche dai pulpiti delle cattedrali.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Il papa spedisce in esilio il conservatore card. Burke?

di Antonio Margheriti Mastino (il 18 gennaio 2014)

Ho un fiuto animale per le persone, non mi sbaglio mai sulla loro natura profonda, e dunque su quel che faranno: dovrebbero mettermi in capite a un ministero vaticano per la selezione del personale, non fosse che lì basta anche un ex smistatore di rifiuti solidi urbani.

Certe volte penso sia l’immagine dell’innocenza. Ingenuo lo è certamente, perché è puro nel cuore. O ancora meglio: ha un sistema di pensiero molto semplice, starei per dire semplificato come è per tutti gli americani. Che non a caso quando si ritrovano nel tristo esiglio della Roma dei bizantinismi clericali, si sentono un po’ sperduti, magari si fanno prendere in giro facilmente, non hanno difese contro la malignità di queste antiche e scettiche genti. Sono un po’ idealisti, e credono basti la bontà di un’idea perché questa s’imponga da sé. Così non è, perché deve fare i conti con la natura, sovente corrotta, degli uomini, quelli di chiesa in primis, fra carrieristi e ideologi clericali.

Sto parlando del cardinale Raymond Leo Burke, arcivescovo americano, origine teutonica, chiamato a Roma dal mite Benedetto XVI, come Prefetto della Segnatura Apostolica, carica che stranamente ricopre tutt’ora.

Dico stranamente perché Burke è un personaggio che notoriamente sta sullo stomaco a papa Francesco, che certo non è un mite professore bavarese, bensì un autoritario generale argentino. Che non fa prigionieri. E se le lega al dito tutte. Si è legato al dito i nomi di quelli che nel conclave del 2005 affondarono la sua candidatura; si è legato al dito i nomi di tutti quelli che quand’era arcivescovo di Buenos Aires dal Vaticano gli hanno dato fastidio; si è legato alle dita di ambo le mani i nomi della pattuglia di cardinali che nell’ultimo conclave, sino alla fine, dinanzi all’inarrestabile marcia di Bergoglio hanno detto “no pasaran!”. Fra questi c’era Burke.

In realtà su Burke, Bergoglio aveva messo la croce già prima dei voti. Quando nel pre-conclave quelli che avevano deciso per una svolta fuori dal normale, hanno cominciato, sghignazzando a bella posta, a far girare foto di alcuni cardinali con ermellini finti e cappe magne, per convincere pure i confratelli titubanti a una svolta clamorosa. In una di queste foto era raffigurato proprio Burke, che indossava, in una casa privata, un fasullo galero confezionato da una manica di merlettari infrociti, una cappa cardinalizia e anticaglie & petrella varie. La foto finì su internet grazie agli amici imbecilli e merlettari dei quali l’ingenuo Burke si è visto circondato. Purtroppo finì anche sotto gli occhi dell’ancora cardinale Bergoglio. Che ebbe una smorfia di disgusto, con qualche esclamazione sprezzante.

Ora, tu puoi presentarti da Bergoglio pure con un filmino che dimostri che sei un satanista… (parlo per assurdo, s’intende) ed è capacissimo di chiudere un occhio; puoi andarci con un curriculum a luci rosse come mons. Ricca o con un curriculum di ladro o di corvo come altri, capacissimo che chiude ambo gli occhi e ti promuova pure. Ma andarci con una foto vestito da cardinale del 500… sei morto! Morto e sepolto.

Ecco, questo; aggiungici il fatto che Burke è quasi il solo cardinale che ha deciso di respingere la direttiva data da Francesco ai vescovi di non impegnarsi in prima linea nelle battaglie sui Valori Non Negoziabili, i pro-life, i pro-famiglia, e dunque si presenta a tutte le marce, e il gioco è fatto. Anzi no, aggiungiamoci un altro fatto: quella intervista americana di qualche mese nella quale Burke osò dire quello che neppure i vescovi tedeschi (di fatto scismatici) osarono dire pur pensandolo, come la quasi totalità dei teologi, del resto: praticamente lì dice che l’Evangelii gaudium, la prima esortazione apostolica di Francesco, è occhio e croce una ciofeca, un arruffopoli tuttologica di pensieri in libertà e in contraddizione tra loro, magari pure col Catechismo; e infine precisa che proprio per ciò che scrive il Papa all’inizio, l’esortazione non è da considerarsi, per la mente del Pontefice, come parte del Magistero.

Così, dicevo, la pensavano pure i vescovi tedeschi, che stanno mordendosi le mani per aver assecondato (un paio di loro) la candidatura Bergoglio in conclave; e qualcuno di essi sottovoce lo ha confessato: “A questo punto preferivamo Ratzinger, non perché tedesco, ma perché almeno era colto! E sapeva quel che diceva“. Già. La verità è che il tedesco, non c’è niente da fare, anche se vescovo, è naturaliter razzista, ma non lo si può dire; e se proprio devono sopportare un papa sulla testa, che almeno sia di razza “ariana” e intellettuale sopraffino, non un periferico latinoamericano per giunta neppure astro teologico. Questo.

E tuttavia il papa non lo ha cacciato ancora, Burke. Ma lo sta facendo piano piano: sostenitore e officiante instancabile di messe secondo il rito antico, consigliere e canonista ascoltatissimo da Benedetto XVI, uomo simbolo dei cattolici trady, membro di spicco del gruppo di cardinali ultraconservatori: non ha una sola caratteristica che possa essere congeniale al papa, anzi ha tutte le carte in regola per alienarsene la simpatia. Ma troppo in vista per spodestarlo tutto in una sola volta.

Francesco, dunque, lo sta spedendo fuori dal Vaticano a rate, un pezzo la volta: buttandolo fuori da tutte le commissioni cardinalizie che contano, tanto per iniziare. Non erano passate che poche ore dalla famosa “intervista americana”, quando Burke fu defenestrato anche dalla congregazione dei vescovi, senza spiegazioni. Poi si sospetta, anzi c’è la certezza che ne staccherà il deretano dalla poltrona di Prefetto della Segnatura, chiuderà tutti i pezzi del cardinale in una valigia e li spedirà dritto in America per sempre. O almeno finché il Caudillo della Chiesa sarà lui. Questo lo abbiamo capito.

Un’ulteriore conferma l’ho avuta oggi, per puro caso, nientemeno che in Salento, in un noto santuario. Dove ho incrociato una vecchia conoscenza romana in trasferta, un prete di rango, che da sempre lavora in Curia, a Roma. Un amico fidato. Abbiamo parlato del più e del meno, di che aria tira in Vaticano: “di paura, c’è paura, c’è terrore anche nei laici: la sorte di tutti noi, in ogni momento è appesa a un filo, anche quella dei salumai del Vaticano… basta che faccia pollice verso Lui, ed è finita!”.

Cerco di cambiare discorso. “Meh”, dico, “come sta messo il 

cardinale Burke? Annuso olezzo di crisantemi intorno a lui”.

Sorride e dice: «Mah… non bene; come stanno passando un brutto quarto d’ora tutti quelli che erano gli amici del precedente pontificato: vedi Ravasi, dov’è finito Ravasi?»

Eh, do sta?

«È sparito, mentre fino a qualche mese fa era ovunque in Vaticano: ora, era quel che era Ravasi, aveva forse qualche debolezza, ma era anche molto amico, sincero amico di Benedetto, amico dei suoi amici: è una gran brava persona, infine, obbediente anche. Ma è sparito».

Vabbè, dico, stavo chiedendo di Burke, non di Ravasi.

«Ok! Per farti contento te lo dico, oggi è il tuo onomastico: Burke, a quel che io so, sarà spedito arcivescovo di Chicago al posto del cardinale George. Sua Santità non lo vuole tra i piedi, non sopporta nemmeno sentir pronunciare il suo nome senza avere un moto di stizza».

Stanno davvero così le cose? Vedremo, ma pare certo, stante che Burke ha disdetto quasi tutti gli impegni per quest’anno.

Se così stessero, sarebbe un classico caso di “promoveatur ut removeatur”, solo che stavolta non si vede dove sia la “promozione”. E’ una bocciatura plateale.

© QELSI QUOTIDIANO

“Riforma della curia”, o purghe vaticane

Il nuovo corso obamiano, caro anche alla stampa vaticana e a tutta la intellighentia europea, va verso orizzonti opposti. Che ci fa proprio in Vaticano uno che addirittura partecipa alle marce per la vita? Perché i Francescani devono disperdersi come foglie al vento e il cardinale, con la fissa che l’aborto violi il quinto comandamento, rimanere a gettare zizzania fra i confratelli? Sia mai che qualcuno si converta.

di Patrizia Fermani (19/12/2013)

Il fiore all’occhiello della nuova amministrazione vaticana è stato indicato fin dalle prime battute nel progetto di riforma, ovvero, meno eufemisticamente, nella pulizia della curia. Opera meritoria da tutti auspicata, al di qua e al di là dell’oceano, per ridare luce ad un ambiente da cui dovrebbero esalare solo vapori di santità.

E può capitare che il falcetto, che come è noto non sempre è capace di giudicare, vada a tagliare anche le erbe buone, quelle che con la gramigna non hanno nulla a che spartire. Ma non sembra che sia stato questo il caso della potente falciatrice messa in moto nell’estate scorsa. Come primo intervento risanatore, essa si è abbattuta soltanto contro i Francescani dell’Immacolata, annientati in poco tempo, con inconsueta determinazione e secondo un disegno mirato. In fondo anche la riforma della curia poteva aspettare di fronte all’urgenza di eliminare un pericoloso esempio di vissuta verità cristiana che in tempo di sincretismo religioso e pluralismo etico poteva rivelarsi elemento di forte disturbo.

Insomma, si sa che prima dei nemici esterni occorre eliminare i possibili focolai di ortodossia interna. Era questo il senso delle storiche purghe staliniane che non risparmiavano i più ferventi osservanti del credo bolscevico.

In seguito poi, a dimostrare che si faceva democraticamente di tutta un’erba un fascio, è cominciata anche la famosa ripulitura: tolgo un pomo malato e faccio contenti un po’ tutti, poi anche quello sano e lo sostituisco con uno che aspettava da tempo di essere ripiantato. Meglio cioè andare avanti a zig zag.

Intanto, però, bisogna dare soddisfazione alla stampa americana che insegna agli esausti europei cosa è la politica, la religione, l’etica, il diritto, insomma tutto quello che si deve correttamente fare e pensare.

C’è per esempio un raro principe della chiesa, il cardinale Burke, che ha osato assumere già a Saint Louis preoccupanti atteggiamenti pro life.

ppfrncrvclIl nuovo corso obamiano, caro anche alla stampa vaticana e a tutta la intellighentia europea, va verso orizzonti opposti. Che ci fa proprio in Vaticano uno che addirittura partecipa alle marce per la vita? Perché i Francescani devono disperdersi come foglie al vento e il cardinale, con la fissa che l’aborto violi il quinto comandamento, rimanere a gettare zizzania fra i confratelli? Sia mai che qualcuno si converta. L’aborto è tutt’al più la violazione di un diritto, come dice la esortazione apostolica fresca di stampa, quando non diventa esso stesso un diritto. Il rimedio c’è: basta prevenire il pericolo di contagio, e rimuovere il cardinale dalla Congregazione dei Vescovi, e che rimanga per il momento ad occuparsi della Segnatura Apostolica fino a nuovo ordine. In fondo, sorte peggiore è già toccata al cardinale Mauro Piacenza, alleggerito caritativamente da ogni incarico.

Melloni esulta, esulta il New York Times ed esulta il New Yorker. Esulta anche The Advocate (organo di stampa del mondo LGBTQ), che ha messo in copertina Bergoglio come l’uomo dell’anno premiato altrove per la capacità di comunicazione mediatica.

Forti di questi successi, le purghe vaticane potranno continuare. Izvestija e Pravda hanno chiuso i battenti in Russia, ma hanno agenzie fiorenti in Europa e da tempo hanno trasferito la sede al di là dell’Oceano.

© RISCOSSA CRISTIANA