La scure di Elia: Il satanico flagello comunista

Papa Pio XI, nella sua vigorosa enciclica contro il comunismo (Divini Redemptoris), lo condanna senza mezzi termini come satanico flagello (§ 7). Non è una semplice metafora: Karl Marx, figlio di un ebreo convertitosi per interesse al luteranesimo, già all’età di diciotto anni componeva poemetti inneggianti a Lucifero.

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Gesù non è un cattocomunista!

Sanguigno, irriverente, mai blasfemo. L’imprenditore ed economista francese Charles Gave, stanco di tante interpretazioni marxiste e solidariste del Vangelo, ha preso carta e penna e ha scritto Gesù Economista (Istituto Bruno Leoni, Milano 2018).

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Avvenire risponde alla Correzione filiale: un pastrocchio imbarazzante

Luciano Moia, da tempo impegnato a spiegare che con Amoris Laetitia è finalmente cambiato tutto, ha provato a rispondere ai 62 della Correzione filiale insieme al teologo Giuseppe Lorizio.

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La degenerazione della Religione in religiosità. Il nuovo protestantesimo che avanza

In maniera sempre più incalzante, le gerarchie ecclesiali, anche di livello più elevato, al fine di “recuperare popolarità” presso le masse, stanno cedendo terreno rispetto a sempre maggiori compromessi e concessioni. Il messaggio evangelico, dunque, viene sempre più tradotto in termini semplicistici, buonisti e rarefatti, e per ottenere il maggior gradimento mediatico possibile si avvicina pericolosamente ad un semplice “comportati da bravo bambino”, rivolto però al mondo intero.

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L’influsso di Lutero dietro la “tesi Kasper”?

Un aspetto del recente Sinodo sulla famiglia.

di Don Stefano Carusi

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DA LUTERO A HEGEL. IL CAMMINO GERMANICO DELLA FALSA GNOSI

di Piero Vassallo (16/06/2013)

Durante il XV secolo, la superstizione gnostica circolava nelle regioni dell’Europa non del tutto civilizzata, e in special modo nella arcigna e indocile Germania, il cui popolo era strutturalmente aperto al riflusso delle antiche superstizioni.

Nel vento arcaico alitante nella foresta antiromana si agitava Martin Lutero, un giovane monaco agostiniano, alla disperata ricerca di una assoluzione dall’invincibile peccato che lo affliggeva.

Ossessionato dall’avversione alla filosofia scolastica, che contemplava il colpevolizzante libero arbitrio e incalzato dal desiderio di dimostrare ad ogni costo che la radice della sua peccaminosità era una menzogna, Lutero escogitò la nozione (a suo modo tranquillante e perdonista) di servo arbitrio, destino emanato da un nume tenebroso e contraddittorio, in tutto simile al caotico pleroma degli antichi gnostici.

A tale falso nume Lutero mise in bocca addirittura l’insensato detto “ego sum dominus, qui creo bonum et malum” [1].

Il pensiero paleo-gnostico, occultato fra le righe dell’eresia luterana, nell’idealismo tedesco diventò esplicito, come è attestato sia dalla testimonianza del più brillante allievo di Hegel, Karl Rosenkranz, sia dalla ingente corrispondenza Hegel-Schelling, nella quale un instancabile e sagace ricercatore, Massimo Borghesi, ha scoperto dichiarazioni di stima entusiastica per la dottrina dello scolarca gnostico Marcione Pontico [2].

Luterano professo Hegel trasformò la teologia dell’inquieto frate in un sistema filosofico che, secondo la pungente definizione di padre Giovanni Cavalcoli o. p., ha l’andamento dell’allucinazione, in cui divinizza l’uomo attribuendogli quell’unità di essere e pensiero che è in atto solamente in Dio.

Un recente saggio di Alma von Stockhausen, autorevole docente di filosofia nell’università di Friburgo, propone un nuovo e puntuale esame dello sviluppo, nella monumentale opera hegeliana, del tema gnostico soggiacente/urgente nella teologia di Lutero.

Hegel, infatti, “vuol mostrare che il male in Dio deve essere concepito solamente come il cosiddetto male” vale a dire come principio di movimento e di generazione.

Il male è pertanto trasformato nella figura del non essere, che a sua volta è concepito quale causa fatale del rovesciamento del divino nel mondo.

Quasi a confermare la dipendenza della dialettica hegeliana dallo gnosticismo, la studiosa tedesca cita un enigmatico e quasi eleusino testo di Hegel: “Dell’essere e del non essere si deve dire che in nessun posto in cielo o in terra esiste qualcosa che non contenga in se stessa sia l’Essere che il non Essere, come nel caso di Dio stesso”.

Di qui la mistica tesi sulla contraddizione, che in Hegel si rovescia nella figura della causa di ogni movimento ed animazione: “Soltanto se qualcosa porta dentro di sé una contraddizione, si muove, possiede spinta ed attività”.

Anche in questo acrobatico passaggio è trasparente la somiglianza della tesi hegeliana sulla contraddizione con il mito gnostico, che attribuisce la causa della scissione nel pleroma e della sua conseguente caduta nel mondo, al dissidio causato da un’entità insorgente, Sophia.

Nell’orizzonte gnostico non c’è posto per le idee di creazione e redenzione, né per la distinzione di sommo essere ed ente creato.

Hegel, infatti, altera il concetto di creazione abbassandolo e riducendolo a metamorfosi umana della divinità trascendente: “la conoscenza umana di Dio è la conoscenza che Dio ha di Se stesso”.

La mente di Hegel non contempla l’Ipsum Esse, “quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiva della distruzione”, ma lo spirito del mondo, “che sopporta la morte e in essa si mantiene … Dio guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta  devastazione” [3].

Un acuto interprete di Hegel, Alexandre Kojève [4], ha sostenuto legittimamente che “La filosofia dialettica o antropologica di Hegel è, in ultima analisi, una filosofia della morte (o, che poi è lo stesso, dell’ateismo).  … Sapere assoluto hegeliano o Saggezza e accettazione cosciente della morte concepita come annichilimento completo e definitivo, fanno tutt’uno” [5].

Alexandr Kojève ha dimostrato che nel sistema di Hegel la storia si riduce alla ripetizione perpetua e insensata della guerra di dio contro il suo intrinseco male.

La meticolosa lettura dell’opera hegeliana proposta dalla von Stockhausen rivela peraltro l’indirizzo idealistico alla riduzione dell’uomo a divinità gettata nel mondo: “L’intera creazione con angeli e uomini è definita da Hegel come una prima fase del divenire mondo di Dio all’interno del processo necessario del Suo porre Se stesso in opposizione con se stesso o auto-oggettivazione”.

Hegel sostiene appunto che “la conoscenza umana di Dio è la conoscenza che Dio ha di Se stesso”.

Di conseguenza l’idea di creazione si riduce a idea di una caduta fatale e drammatica: “L’autosvuotamento di Dio nel tempo non è un’espressione del Suo amore autocomunicante per l’uomo – al contrario: è l’auto-soddisfazione della spinta mentre diventa se stesso”.

Un velo di parole sontuose e contorte non è sufficiente a nascondere il nichilismo vibrante sulla vetta del pensiero moderno.

E’ dunque probabile che dalla hegeliana figura della caduta divina nel mondo, Martin Heidegger abbia legittimamente dedotto la nozione dell’uomo pastore del nulla.

Certo è che la ricerca delle fonti del nichilismo francofortese e del costume thanatofilo in drogata corsa tra cliniche abortiste, cliniche neurologiche, cliniche eutanasiste e forni crematori, rinvia all’idealismo tedesco, autentico vertice speculativo della modernità.

Hegel e Marcuse convergono nella rivolta contro il senso comune e contro la morale: Hegel definisce Aristotele “rancido filosofo”, Marcuse lo demonizza quale inventore e pre-padre dell’opprimente fascismo.

La conseguenza è che il qualunque progetto inteso a produrre una vero beneficio all’esistenza umana dipende dal fermo rifiuto di procedere sulla via modernorum.

L’idea di un compromesso, di un conciliabolo della tradizione con il delirio moderno da Hegel a Lutero fino a Kojève e ai francofortesi, non può avere altra finalità che l’umiliazione del pensiero e il soffocamento della vita.

NOTE

[1] Cfr.: Alma von Stockhausen, “Da Hegel a Darwin: prerequisiti filosofico-teologici della teoria dell’evoluzione”, in Aa. Vv., “Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi”, a cura di Roberto de Mattei, Cantagalli, Siena, 2009.

[2] Sull’influsso della tradizione gnostica in Hegel cfr.: Karl Rosenkranz, “Hegel”, La Nuova Italia, Firenze 1966, Massimo Borghesi, “L’era dello spirito”, Studium Roma 2008, Ennio Innocenti, “La gnosi spuria L’Ottocento”, Sacra Fraternitas Aurigarum, Roma 2012. Negli anni Cinquanta del XX secolo l’insorgenza dello gnosticismo fu oggetto di una (allora incredibile) previsione del card. Giuseppe. In seguito la presenza gnostica fra le estenuate righe del “moderno” fu oggetto di ampie e documentate riflessioni pubblicate nella rivista “Renovatio”, fondata da Siri nel 1966 .

[3] Fenomenologia dello spirito, I, 26.

[4] Allievo di Jaspers e fortemente influenzato dal pensiero di Heidegger, Alexandre Kojève (1902-1968), “briccone alla corte di Hegel”, va annoverato fra gli autori che “concludono” la modernità nel nichilismo assoluto. Alla sua scuola si sono formati alcuni fra i più rilevanti protagonisti della svolta postmoderna: Jacques Lacan, Pierre Klossowski, Jean Paul Sartre, Georges Bataille e André Breton. Recentemente l’editrice Adelphi ha riproposto la raccolta completa delle sue lezioni su Hegel (“Introduzione alla lettura di Hegel”, a cura di G.F. Frigo, Milano, 1996).

[5] “La dialettica e l’idea della morte in Hegel”, Einaudi, Torino, 1948 e 1991, pag. 159. Più avanti (op. cit., pag. 179), Kojève precisa: “La Negatività hegeliana per sé presa non è altro che il Niente, che si può manifestare come morte. E Hegel lo dice chiaramente più volte. Per esempio nelle lezioni del 1805-1806, in cui scrive: il suo risultato: – morte, la Negatività pura, il non essere immediato”

TE DEUM E PROTESTANTIZZAZIONE DELLA CHIESA

di Giovanni Lugaresi, da “La Voce di Romagna” (08/01/2013)

L’ultimo giorno di dicembre, siamo stati fra quelli che hanno partecipato al “Te Deum di ringraziamento” del Papa in San Pietro attraverso la televisione. Un “momento” molto importante per ringraziare, appunto, Dio dell’anno che si chiude, un inno che ci cantava (non siamo aggiornati) pure nella Cappella Sistina ad avvenuta elezione del nuovo pontefice e a conclusione di un Concilio. Naturalmente, il canto del “Te Deum” successivo alla celebrazione della messa, e prima dell’esposizione del Santissimo e della benedizione solenne, avviene nelle principali chiese della cristianità. Famoso è il “Te Deum” del 31 dicembre nella basilica padovana dedicata a Sant’Antonio, con sempre oltre un migliaio di fedeli, e che viene celebrato nel rispetto della tradizione. Una tradizione che si fa risalire a San Cipriano da Cartagine (III secolo), ma secondo una leggenda dell’Ottavo secolo, il “Te Deum laudamus” sarebbe stato scritto da due grandi santi: Ambrogio e Agostino, nel 386, in occasione del battesimo del padre della Chiesa di Ippona. Infine, recenti studi attribuiscono le parole al vescovo Niceta (IV secolo).

Non pochi compositori poi hanno musicato l’inno (di solito cantato secondo il “Gregoriano”). Si pensi a Haendel, a Mozart, Verdi, Bruckner. Si pensi ancora al finale del primo atto dell’opera di Puccini, dove, sulle note del “Te Deum”, per così dire, Scarpia esclama: “Tosca, tu mi fai dimenticare Iddio!”…

Ma non è questo il discorso che vogliamo fare.

Avendo seguito il rito papale in San Pietro attraverso la tv, non poteva sfuggirci come dopo il canto e l’esposizione dell’Ostia consacrata sull’altare, Benedetto XVI, in ginocchio, abbia incensato l’Ostensorio, poi, abbia pronunciato l’Oremus, quindi, impartito la benedizione solenne, senza lo zucchetto (in testa), altrimenti chiamato “solideo”, perché “soli Deo tollitur”, cioè lo si toglie soltanto davanti a Dio!.

Ebbene, ci è stato segnalato da un testimone oculare che in una chiesa cattedrale di una importante diocesi dell’Italia settentrionale, monsignor vescovo non solo non si sia inginocchiato davanti all’ostensorio con l’Ostia consacrata, non solo abbia incensato stando in piedi, ma ha addirittura tenuto il violaceo zucchetto sul reverendo capo. Che dire? Come commentare?

Diverse volte abbiamo sottolineato, proprio su queste pagine, come nella Chiesa cattolica sia in atto una latente (e magari inconsapevole) “protestantizzazione”.

I protestanti infatti negano la presenza reale di Gesù Cristo nell’ostia consacrata, avendo negato, in precedenza per così dire, la transustanziazione, ergo… che senso avrebbe inginocchiarsi in adorazione davanti all’ostensorio?

Se Messa, e altri riti possono essere considerarti da loro semplici ricordi, rievocazioni, buon per loro – si fa per dire! Ma per noi cattolici, a che pro’ perdere il senso di questa Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo in corpo, sangue, anima e divinità nel santissimo sacramento dell’altare? E perdere, di conseguenza, il senso dell’adorazione? Che si esprime compiutamente nell’inginocchiarsi, a meno che un vescovo, o un prete non siano affetti da mali, acciacchi vari, nel quale caso ci può stare un inchino, ma per presbiteri in buona salute (come ci risulta fossero quelli di quella tal cattedrale di cui abbiamo detto), non dovrebbe costare molto, piegare le ginocchia davanti alla Presenza Reale! Scriviamo al plurale, “presbiteri”, perché oltre al monsignor vescovo di quella diocesi, anche gli altri sacerdoti accanto a lui si sono ben guardati dall’inginocchiarsi…

Quanto al “Te Deum”, sempre la fonte testimoniale degna di assoluta credibilità, è inorridita nel sentire il canto in italiano, ma con la musica gregoriana: un pasticcio sgradevole, in tutti i sensi. Non ci pare sia questo il modo migliore di rendere grazie a Dio, di lodarlo, benedirlo, adorarlo, almeno il 31 dicembre di ogni anno

Cristianesimo Cattolico: La Natività nella visione della beata Anna Katharina Emmerick

cristianesimocattolico:

di Cristina Siccardi

Gesù venne concepito in maniera soprannaturale e in maniera miracolosa nacque. Il Figlio di Dio non ebbe una nascita comune, come vorrebbero farci credere molti teologi e narratori contemporanei. Il loro intento è quello di “abbassare il livello”, di “snobilitare” tutto,…

Cristianesimo Cattolico: La Natività nella visione della beata Anna Katharina Emmerick

Sulle esternazioni del Card. Koch

di Alipio de Monte, da Chiesa e post-concilio (05/12/2012)

Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha parlato: sotto il peso non della sua responsabilità istituzionale, ma degli enormi ed innumerevoli peccati della Chiesa, ha nuovamente parlato. Ed ha implorato con tutta l’umiltà che notoriamente lo caratterizza: “Riconosciamo insieme le nostre colpe” (L’Osserv. Rom., 19-20 nov. 2012, p. 5).

Destinatari di un così nobile invito, i fratelli separati. Come costoro l’avranno accolto non è detto, ma è presumibile che essi pure, sotto la spinta emotiva delle prossime celebrazioni dei cinquecento anni della Riforma (1517-2017), abbiano pienamente convenuto: finalmente la Chiesa cattolica, per bocca d’un suo altissimo rappresentante, riconosce le proprie colpe o quanto meno la sua partecipazione a colpe comuni. 

Si è in tal modo rinnovato il “rito”, di moda qualche anno fa, della pubblica richiesta di perdono. Manca soltanto la cenere e il cilizio per completare la scena penitenziale: la Chiesa in ginocchio a battersi il petto.

Si pensava che, da quando Giovanni Paolo II, dilatando oltremisura una simile richiesta del predecessore Paolo VI, aveva fatto di essa il leit-motiv del suo pontificato, quel motivo fosse poi passato in disuso e finalmente scomparso. Non si poteva ignorare, però, che presto quel motivo sarebbe ritornato di moda sulle labbra di un eminentissimo principe della Chiesa, noto per la sua esemplare e illimitata sensibilità ecumenica e afflitto, quasi schiacciato dal ricordo dei peccati commessi dalla Chiesa, specialmente dei suoi soprusi e delle sue offese contro  il povero Lutero e la sua benemerita Riforma.

Sì, ancora una volta Lutero riscuote la commossa attenzione del cardinale Kurt Koch, il quale ancora una volta prende la palla al balzo per attestare pubblicamente la sua comprensione e la sua stima al grande promotore della rivolta protestante.

Quanto è realmente uscito dall’aurea bocca di questo cardinale ha qualcosa di impensabile e di incredibile. Dimentico, o forse ignaro che “Riforma” significò e significa uno schiaffo alla santa Madre Chiesa, nonché la più grande ed – umanamente parlando – irreparabile lacerazione dell’unità cristiana, e che di essa  Lutero fu il primo e massimo responsabile, con disinvolta  ed imperdonabile leggerezza intona, nei confronti di lui, un vero peana.

Forse nemmeno dai suoi epigoni Lutero riscuote oggi lodi così sperticate come invece riscuote da un cardinale di Santa Romana Chiesa, sulla base non di informazioni criticamente vagliate, ma della gratuità funzionale al dialogo: “Martin Lutero ha introdotto aspetti molto positivi”: quali? il cardinale non lo dice; basta la sua sparata per aprire una breccia all’ascolto interessato e compiaciuto degli interlocutori protestanti. 

“Lui era appassionatamente alla ricerca di Dio, era totalmente dedito a Cristo”: sì, tanto appassionatamente e totalmente da non tollerare “il corpo suo che è la Chiesa”, la sua struttura gerarchica ed i suoi sacramenti e da non trattenersi da un odio viscerale e spesso triviale contro gli Ebrei, né dalla sanguinosa repressione dei contadini. 

“Lui non voleva la divisione”: sì, fin al 1519, quando sperava d’innescare la sua rivolta all’interno della Chiesa; da quell’anno in poi ogni suo gesto, ogni suo pensiero, ogni suo scritto rispondono ad un unico intento antiromano ed antiecclesiale.

L’intervista da cui è tratto quanto sopra prosegue accennando a vari altri motivi, l’uno più stimolante dell’altro; ci fermiamo a questo punto per tornare ad interrogare l’eminentissimo porporato, che come ogni altro eminentissimo porporato dovrebbe essere e rimanere “cardo Sanctae Romanae Ecclesiae”, e per sapere da lui se speri di esserlo sulla base del dogma cattolico o della simpatia per Lutero. 

E poiché proprio questa simpatia più che evidente ci sembra lapalissiana, ci permettiamo per la seconda volta di chiedere al responsabile del dialogo fra i cristiani separati da dove essa nasca, dove abbia perfezionato quella spavalda conoscenza di Lutero, che gli consente di intonare i suoi ripetuti peana nei confronti di lui.

Non basta l’essere compatrioti: può discenderne, sì, un rapporto di simpatia, ma non un giudizio di merito. Dove allora ha approfondito il problema e maturato il suo giudizio, alla scuola di chi, a quali fonti?

Una prima volta, tempo fa [v. il precedente articolo “La logica del card. Koch”),  gli chiedemmo che conoscenza avesse della Weimarana e si è oggi costretti a ripetergli la domanda, sicuri che in nessuno dei 58 volumi in cui è ripartita l’edizione critica delle opere di Lutero, ed in nessuno degli 11 che ne raccolgono l’epistolario, è possibile imbattersi in una sola frase che giustifichi i giudizi di questo eminentissimo porporato in così profonda sintonia ed amicizia col Padre della Riforma.

E poiché certe domande son come le ciliege, l’una cioè tira l’altra, ci sembra ovvio chiedergli pure su quali basi lui stesso e la commissione internazionale per il dialogo tra la Federazione mondiale luterana e il pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani abbiano potuto elaborare il documento intitolato “Dal conflitto alla comunione”: si può anche, ma non necessariamente, desistere dal combattere; non si può desistere dal confessare. Si può decidere di comune accordo che è meglio, anzi è più evangelico abbandonare le armi e stringersi la mano, ma “la comunione” è un’altra cosa. E talmente altra, che non di per sé, cioè non  automaticamente lo stringersi la mano equivale ad una confessione condivisa, ad una convergenza senza se e senza ma, ad un bilaterale e reciproco “comunicare”. Il predetto titolo –

“Dal conflitto alla comunione” – pone anzi due problemi distinti e interdipendenti: 

Fermo restando il dato storico di un conflitto non da altri promosso che dallo stesso Lutero, è ovvio che, fin a quando si condividono i motivi della sua rivolta e se ne fa oggetto di celebrazioni più o meno solenni, il conflitto rimane, sottraendo spazio e respiro alla stessa possibilità della comunione. 

E se anche, per dabbenaggine o per una sorta di buona ma non illuminata volontà, si chiudesse un occhio sui motivi della divisione, essa tragicamente rimarrebbe a neutralizzare sul nascere ogni anelito alla comunione. 

È pertanto assurdo illudersi di stabilire rapporti di comunione lasciando inalterati i motivi della divisione. Sarebbe come metter insieme il diavolo e l’acqua santa. Rimanendo il conflitto, nessun adito, anzi neanche un pertugio viene di fatto aperto alla comunione e l’affermare il contrario è segno o di grande disinformazione, o di poca sincerità, o di mancanza di logica.    

La preoccupante logica del cardinale Kurt Koch

Introduzione di Dante Pastorelli

Ho scritto altrove che i cardinali, specie quelli che occupan alte cariche della S. Sede, dovrebbero esporsi di meno con dichiarazioni superficiali che alla fine non tornano a favore della loro serietà e della credibilità delle istituzioni che rappresentano, mentre farebbero meglio a pregar di più, ed anche a studiar di più. E, dopo la lettura delle dichiarazioni di S. Em.za K. Koch riportate dall’Osservatore Romano del 3 agosto [lo trovate a pag. 6, mentre noi ne avevamo parlato qui], oltre a quest’auspicio avanzavo alcune  osservazioni critiche, molto semplici, da povero fedele, anche sotto forma di domanda.

  1. Il paragone Trento-Vaticano II non regge. Il fatto che il concilio di Trento non abbia pubblicato costituzioni ma solo decreti – i quali nell’ultimo concilio si differenzian per valore dalle costituzioni – notavo, è irrilevante: questi decreti sono poi stati sintetizzati in canoni in cui si afferma ed impone la retta dottrina e si condanna l’errore. Ed è proprio ciò che manca al Vaticano II: la sicurezza circa l’infallibilità dei documenti, in tutto o in parte che i canoni di un concilio dogmatico garantiscono. Ma non c’è più sordo di chi non vuol sentire. Eppure il card. Ratzinger ebbe esplicitamente a sostenere che l’ultima assise ecumenica, in quanto pastorale, si poneva ad un livello più modesto rispetto ai grandi concili dogmatici. Ma tant’è. Prevale il vano affannarsi a far del Vaticano II la summa di tutta la Rivelazione, nei due suoi due canali, Sacra Scrittura e Sacra Tradizione, e di tutto il Magistero infallibile, straordinario e ordinario. Seconda Pentecoste, nuova nascita della Chiesa. O nascita di una nuova Chiesa?
  2. Il ritrovar in Lutero la scaturigine delle critiche rivolte ad alcuni documenti del Vaticano II o a singole proposizioni d’essi da grandi teologi e storici di radicata dottrina cattolica e, talora con evitabile asprezza, da membri della Fraternità S. Pio X, è frutto o d’ignoranza o di malafede dettata da una nota posizione ideologica riaffermata con forza degna di miglior causa. E qui dobbiamo riconoscer la carenza di cultura, dando per scontata la buona fede?
  3. Ove si considerino “con occhio chiaro e con affetto “puro” tali osservazioni critiche, e nel loro contenuto e nel metodo con cui sono state elaborate e nei fini a cui tendono, appare assolutamente privo di qualsiasi consistenza, anche ad un lettore appena appena informato, il raffronto instaurato tra Lutero e gli studiosi del Vaticano II che ne metton in risalto errori o equivoci teologici ed espositivi. Il protestantesimo in tutte le sue forme ha distrutto pressoché totalmente la base sacramentaria della Chiesa, ha negato la sua divina costituzione gerarchica, ha negato Verità definite una volta per tutte: a queste eresie Trento ha risposto puntualmente e puntigliosamente in modo solenne a salvaguardia dell’integrità della nostra Fede. Lutero coi suoi discepoli e sodali, ha allontanato dalla Chiesa un enorme numero di stati e popoli ponendo a rischio la salvezza di milioni e milioni di anime. Ora, si posson riscontrar nei teologi e storici che hanno analizzato o continuano ad analizzar gli esiti del Vaticano II (cito solo i primi che mi vengon in mente: Gherardini, Pasqualucci, de Mattei, Spadafora, Lanzetta, ma il coro s’arricchisce via via di voci interessanti anche per la diversa angolazione delle loro esegesi) e nella Fraternità S. Pio X questi orrori, questi disastri, questi delitti contro la Chiesa e quindi contro Dio e contro la societas cristiana? Quali Verità negano questi eccellenti autori, quali Verità mai nega la Fraternità? Soffermandomi un attimo proprio sulla S. Pio X, la cui posizione è già ben distinta da quella dei professori di cui sopra per l’irregolarità canonica in cui si trova a seguito delle consacrazioni episcopali del 1988, la critica portata ad alcuni documenti conciliari, su cui oltretutto c’è ancora un dialogo in corso, è sia pur lontanissimamente paragonabile al massacro della Verità perpetrato da Lutero, Calvino e scudieri d’eresia? Il fine della Fraternità è quello di divider la Chiesa o di promuover un approfondito dibattito per far risplendere in tutta la sua luminosità la nostra Fede in cui esser confermati dal Papa e dalla Gerarchia?
  4. Infine, se un vescovo, che Benedetto XVI ha addirittura posto a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, e che vivamente spero venga illuminato dallo Spirito Santo nell’esercizio della sua delicatissima funzione, ha affermato, con faciloneria e contro la dottrina cattolica, che fan parte della Chiesa tutt’i battezzati benché eretici e scismatici, perché la Fraternità S. Pio X, se è, come lui pensa, scismatica e magari eretica, non dovrebbe far parte del Corpo Mistico insieme a tutti gli altri eretici e scismatici? A maggior ragione, anzi, dovrebbe farne parte perché scismatica ed eretica, a meditato avviso di illustri porporati – Palazzini, Thiandoum, Cassidy, Castillo Llara, Castrillon, Oddi ecc. – non lo è.

Questo scrivevo il 3 Agosto.

Ora mi perviene quest’analisi del dotto quanto equilibrato Alipio de Monte, di cui abbiamo pubblicato altri importanti interventi tra i quali: “Tra suppliche e appelli” e “È proprio questa la Chiesa Cattolica? Note in margine ad un volume del card. W. Kasper”. Da par suo esamina l’articolo del card. Koch, rilevandone i gravi limiti di cultura specifica e di coerenza logica.

In attesa che esca sul mio bollettino “Una Voce Dicentes” affido quest’intervento a blogs amici perché raggiunga il maggior numero possibile di lettori.

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La logica del Cardinal Koch. Un caso preoccupante

di Alipio de Monte

A leggere le dichiarazioni rilasciate dall’Em.mo Card. Kurt Koch, prefetto del Consiglio per l’unità dei cristiani, all’agenzia Apic-Kipa (L’Osserv. Rom., 3 agosto [pag.6]), nasce il sospetto che fra l’eminentissimo personaggio e la logica ci sia un fatto personale. Il Cardinale vorrebbe rispondere in maniera pertinente all’ormai ampia e variegata critica conciliare; ci si prova, a dire il vero, ma con evidente esito contraddittorio. Non tenendo conto dell’articolato ventaglio in cui la detta critica si specifica senza mai diventare per questo né opposizione né prevenzione, si preoccupa di far capire a chi giudica che il Vaticano II sia stato un errore, o che qualche errore abbia insegnato, la colorazione protestante di un tale giudizio e la sua origine da Lutero. Se lo dice lui!

Quando salì sulla rocca vaticana per guidare il suddetto Consiglio, lo accompagnava la fama di uomo in situazione limite. Era l’uomo del dialogo ecumenico, che aveva tessuto una fitta rete di rapporti tra gli eredi della Riforma e le posizioni conciliari e postconciliari della Chiesa cattolica, trovandone facilmente la sintesi nella figura e nell’opera teologica di Martin Lutero. Erano queste le benemerenze che lo avevano emblematicamente collocato ai vertici di un dialogo mai venato da qualche strascico polemico e sempre pronto al riconoscimento bilaterale di Lutero “nostro comune padre nella fede”. Lutero era, dunque, per lui, così come ovviamente per ognuno degli attuali epigoni della Riforma, la cerniera sulla quale si saldava nuovamente l’infranta comunione ecclesiale. Chi l’avesse infranta e perché, non era determinante; tale era invece la saldatura dell’unità nel nome di Lutero.

Non consta che, pur non estraneo all’ambiente accademico, K. Koch brillasse per qualche monografia di alta scientificità teutonica sul grande Riformatore tedesco. Brillava, però, di infaticato impegno pastorale nel ricondurre e riproporre Lutero all’attenzione del mondo cattolico, nonostante che proprio M. Lutero, specie dal 1520 in poi, se ne fosse sdegnosamente ed acrimoniosamente distaccato. Come se l’articulus stantis et cadentis ecclesiae – cioè la giustificazione per la sola fede senza le opere – fosse una bazzecola, laddove lo stesso Lutero ne faceva una questione di vita o di morte, K. Koch profittò dell’inspiegabile rilettura che ne ripropose proprio la Chiesa cattolica in consonanza con la tradizione luterana per continuare a rilanciare il nome, l’autorità e l’attuale validità del padre della Riforma.

Evidentemente il Lutero così appassionatamente rilanciato in fase dialogante non era quello che un pur modesto Lutherforscher conosce dallo studio della Weimarana e dalle più accreditate ricostruzioni storico-scientifiche, tedesche e non solo tedesche, della vicenda del Riformatore. Era un Lutero artefatto, ricostruito sulle esigenze del dialogo ecumenico, spogliato di ogni possibile motivo di contrapposizione teologica ed irenicamente valutato.

Ora, però, chissà per quale improvviso ed inspiegabile transfert il nome di Lutero viene pronunciato non in segno di ammirazione e di richiamo al riscoperto valore delle sue posizioni, bensì nel segno della vecchia e bieca condanna: chi abbina errore e Vaticano II ripete la posizione ereticale di Lutero ed incorre nella sua stessa condanna. Se non che l’illuminante dichiarazione dell’eminentissimo personaggio non si ferma qui. Poiché la lingua batte dove il dente duole, passa di nuovo e disinvoltamente dall’immagine del Lutero ribelle, e come tale scomunicato, a quella del campione e modello nella fede e come tale meritevole dell’omaggio che, nel 2017, Chiesa cattolica e Federazione Luterana Mondiale già stanno alacremente preparando insieme. Ma allora, Eminenza, sa almeno lei a quale Lutero intende riferirsi? La sua prosa non brilla per linearità, coerenza e logica ed io che sul Vaticano II ho qualche seria riserva vorrei proprio sapere da Lei se mi rapporta al Lutero dell’Unam sanctam o a quello delle non lontane celebrazioni centenarie.

Che il suo periodare manchi di trasparenza e si risolva in un modello di superficialità è documentato dalla sua dichiarazione, nella quale tutto il fermento critico-scientifico, finalmente sviluppatosi attorno all’ultimo Concilio come premessa ineludibile di una sua obiettiva ermeneutica, è liquidato con un vago e generico riferimento ai “critici del Concilio”: a quali, visto che in cinquant’anni se ne son visti di tutti i colori e tutte le gradazioni? Si sofferma di preferenza sul rilievo di qualche errore, ma nessuno riesce a capire l’oggetto del suo rilievo; non c’è studioso che non abbia premesso le coordinate di un Concilio ecumenico in quanto tale e non ne abbia preso spunto per qualche rispettosa osservazione critica al Vaticano II; lei risponde con l’appiattimento di tutti sulla figura di Lutero, rimanendo peraltro a mezza strada fra l’ex agostiniano ribelle e “il novello Apostolo delle genti”. Evidentemente non entusiasta che qualcuno esprima valutazioni positive sul Concilio di Trento o sul Vaticano I, instaura un risibile confronto fra Tridentino e Vaticano II, fra i pochi decreti dell’uno e la mole dei 16 documenti dell’altro. Giustifica l’ecumenismo dichiarandolo “un tema non secondario” e basandolo sulla Lumen Gentium unitamente a Nostra aetate e ad altri documenti: cioè, giustificando, come da cinquant’anni, il Vaticano II col Vaticano II. Insomma, la sua dichiarazione è talmente priva di una condivisibile linea di coerenza e perfino di logica, che suscita davvero il sospetto inizialmente accennato. Ma più grave di esso è il sospetto che gli sta a monte: in quale rapporto pone le cose di cui parla e l’unità della fede e della tradizione cattolica?