La questione francescana

cristianesimocattolico:

di Gianandrea de Antonellis (03/07/2013)

Cosa s’intende per Questione Francescana? Si tratta delle problematiche storiche e letterarie (anche ermeneutiche e filologiche) relative alle biografie di San Francesco d’Assisi scritte nell’arco del primo secolo di storia del movimento francescano (Padre Paolo M. Siano, La Questione Francescana. Un contributo storico ed ermeneutico, Casa Mariana Editrice, Frigento (AV) 2013, p. 360, € 15).

Già ai tempi della Riforma c’erano stati tentativi di “arruolare” San Francesco tra i precursori della ribellione alla Chiesa: si sosteneva che in realtà il Santo di Assisi non avesse voluto costituire un Ordine monastico, ma solo una Fraternità laicale; simili posizioni ritornarono in auge (anche grazie agli influssi del soggettivismo razionalista cartesiano – e del suo conseguente dubbio su tutto ciò che non si può conoscere di persona – e del criticismo kantiano) al tempo dell’illuminismo.

Ma fu soprattutto dalla fine Ottocento in poi che il modernismo, grazie all’arma della filologia, attaccò gli scritti medioevali su San Francesco, sostenendo che erano stati scritti molto tempo dopo la morte del protagonista, sotto pressioni della Curia romana al fine di ridurre la figura di un antagonista della Chiesa a quella di un suo fedele servitore. In particolar modo l’opera del pastore calvinista Paul Sabatier (iniziatore di una corrente tuttora in voga – anche tra i cattolici!), che pubblicò nel 1893 una biografia del Santo, vedendo in lui quasi esclusivamente «l’uomo vittima dell’oppressione della Curia Romana» (p. 35), riducendo la sua spiritualità a misticismo e addirittura le sue stimmate – che pure riteneva reali – ad una sorta di autosuggestione… Un’interpretazione fuorviante, come rileva padre Siano che dimostra tutti gli errori dello studioso francese, ma che ebbe grande successo ed inaugurò un filone di “studi” che portò a sostenere che Francesco d’Assisi fosse un cataro nemico giurato della Chiesa, forse addirittura un iniziato, membro di una loggia massonica ante litteram (la “Comunione di Frate Sole”) oppure un alchimista che nel Cantico delle creature avrebbe lodato i quattro elementi della Natura ed evocato il simbolo della Morte iniziatica… Se i deliri massonici (ma padre Siano raccoglie anche altre interpretazioni più oscure) sono facilmente riconoscibili, è invece più difficile comprendere la falsità delle altre critiche che toccano il carisma di Francesco e la sua volontà di costituire un vero Ordine monastico: qualche anno fa il Santo era stato arruolato suo malgrado tra le fila dei pacifisti, adesso torna in auge la leggenda che vedrebbe nei “Fraticelli”, (gli eretici pauperisti che si distaccarono dai Francescani) i veri eredi del suo messaggio. In particolare i “Fraticelli” «dinanzi al dilemma di scegliere tra la voce del Papa e la voce della coscienza, preferirono la seconda» (p. 36) dimostrando un soggettivismo che li porterà poi a varie scissioni.

Il problema è che Sabatier – che continua ad essere la fonte della rivisitazione di San Francesco in senso “rivoluzionario” – sembra, a detta dei migliori esegeti, avere accettato in pieno la visione (distorta) che del Santo ebbero i “Fraticelli”, secondo i quali l’istituzione laica di Francesco fu, come detto, forzosamente clericalizzata. L’ignoranza fa sì che certe falsità attecchiscano, ma il presente saggio, denso eppure accessibile a tutti, serve a dissiparla: leggendolo si capisce perfettamente come questa rivisitazione – nata sotto il pretesto della ricostruzione filologica, ripetiamo – sia indirizzata soprattutto non alla ricerca della verità, ma, al contrario, alla confusione che permette di attaccare la Chiesa nelle sue principali istituzioni, come gli Ordini nati dalla Regola di San Francesco. Una Regola che egli volle e che non gli fu, come invece pretendono i suoi detrattori, imposta dalla Curia romana. 

Povertà sì, pauperismo no.

Ricordo che quando ero docente di liceo, spesso fornivo occasione ai ragazzi di parlare e approfondire vari argomenti, grazie anche al fatto che insegnavo storia e filosofia. Loro me lo chiedevano, o a volte nasceva spontaneo il dibattito. Per me era sempre ottima occasione per aiutarli a ragionare, in una parola, per fare apostolato. L’unica condizione che io ponevo era quella di non scendere sotto l’asticella dell’idiozia, cioè di non dire baggianate inutili e populistiche da quattro soldi.

Quando mi chiedevano di fare un esempio di “baggianata inutile e populistica”, ricordo che infallibilmente io portavo questo esempio riguardo la Chiesa (perché tanto poi sempre lì si andava a finire, come ovvio): “per favore, non venite a dirmi che la Chiesa deve essere povera e il papa deve vendere tutti i suoi beni, perché questo è intollerabile per vostre intelligenze (oltre che per la mia)”. Siccome poi c’era sempre qualcuno che cercava il puntiglio, ricordo che brevissimamente esponevo le ragioni della “baggianata”: “se la Chiesa vendesse i suoi beni, tutti (cosa impossibile in sé, ma mettiamo pure che fosse possibile), sfamerebbe per un mese i due terzi dell’umanità. Vogliamo fare per un anno? Fosse anche 10? E poi? Chi sfamerebbe più tutti i poveri del mondo? E i loro figli e nipoti? Chi assisterebbe più tutti i bisognosi? Nessuno, perché da un lato sarebbero terminati i soldi accumulati con la vendita dei beni, dall’altro non ci sarebbe più la Chiesa, che nel frattempo sarebbe diventata una ONG senza soldi, magari finanziata dall’ONU, e quindi non sarebbe più la Chiesa come l’ha voluta e fondata Cristo stesso”.

Poi aggiungevo: “la povertà deve riguardare ogni singolo ecclestiastico, non la Chiesa. San Francesco si è fatto povero, ma mai e poi mai ha predicato la povertà della Chiesa. Padre Pio ha ricevuto soldi a palate per tutta la vita dai fedeli di tutto il mondo, ma ogni giorno della sua vita ha vissuto nello stesso convento, ha mangiato una volta al giorno, ha indossato la stessa tonaca”.

E terminavo: “Un conto è la povertà di ogni singolo cristiano (ecclesiastico o laico), che deve consistere peraltro non nell’essere povero per forza, ma nell’essere perfettamente distaccato da ogni bene e totalmente indifferente a ciò che Dio gli dà o gli leva; un conto è la Chiesa come istituzione, la quale da 20 secoli aiuta miliardi di uomini e donne in difficoltà. E se può farlo, è anche perché, oltre alla santità e alla grazia, possiede i beni materiali per poterlo fare. Con i soldi, aiuti i poveri. Senza soldi, sei povero e devi trovare chi ti aiuta”.

“Non solo”, aggiungevo. “La questione della presunta povertà della Chiesa è stata risolta già dai padri della Chiesa e per sempre. In questi venti secoli, tutti gli eretici infallibilmente hanno accusato la Chiesa di essere ricca: dalle sette eretiche e gnostiche dei primi secoli ai bogomili, dai patari agli albigesi, da Hus e Wycliff a Lutero, dai giansenisti alla Teologia della Liberazione, ecc. In realtà, se c’è una cosa veramente vecchia come il cucco nella storia della Chiesa, è l’accusa di ricchezza a questa fatta da parte di tutti gli eretici di ogni genere e tipo”.

E il silenzio piombava nella classe, dinanzi a tali ragionamenti, che certamente non erano frutto del mio genio ma semplicemente espressione della più banale logica e degli insegnamenti di tutti i santi, padri, dottori, papi e vescovi di tutti i tempi. E della storia stessa.

Approfittavo allora del silenzio per poi aggiungere: “Inoltre, se da secoli la Chiesa è la più grande (ma di gran lunga, senza alcun paragone possibile) organizzazione di mecenatismo della storia, se la Chiesa ha potuto far produrre i più grandi e meravigliosi capolavori dell’arte, dell’architettura, della scienza, della musica, ecc. ai più grandi geni di tutti i tempi, questo è avvenuto perché la Chiesa aveva i soldi per pagarli questi geni, per fornire loro il materiale e tutto l’occorrente. Se l’Italia possiede i due terzi del patrimonio artistico mondiale, è perché in Italia c’è la Chiesa. E se il restante 90% è comunque in Europa, e in particolare in Europa occidentale, è perché in questi Stati e in pochi altri la Chiesa aveva la possibilità materiale di fare altrettanto”.

Già… l’arte… la musica… la bellezza… l’armonia… l’educazione. La sacralità della liturgia. Tutto ciò è frutto della grazia. Ma anche della gerarchia, nel senso più profondo, direi divino, del concetto. Tutto ciò ha prodotto nei secoli una civiltà, la civiltà cristiana, vale a dire, pur in tutti i suoi limiti umani, “la” Civiltà per antonomasia. Un patrimonio che oggi si vuole distruggere, annientandone anche il ricordo, come ogni giorno possiamo vedere in ogni parte del mondo.

Ascoltare un concerto di musica classica, vuol dire difendere questo patrimonio innalzando lo spirito dell’uomo; stesso discorso vale per le opere d’arte, per tutti i capolavori, che andrebbero non solo difesi, ma anche nella misura del possibile oggi, favoriti tramite la riproposizione di un rinnovato gusto del bello che produca nuovi capolavori. La Chiesa è madre anche perché dona la bellezza ai suoi figli e ne coltiva lo spirito e la cultura. E questo era anche il senso della bellezza e della sacralità della liturgia romana.

Tutto questo non è “rinascimentale”: tutto questo è l’unico vero “patrimonio dell’umanità” e la grande dispensatrice ne è stata da sempre santa madre Chiesa.

Tutto ciò che è bello, armonico, che eleva lo spirito, che produce cultura e generosità, sacralità e carità, è dono di Dio. Anche un camauro. Anche un calice intarsiato, visto che è finalizzato a contenere la “Cosa” più sacra e importante del mondo. E ha pertanto valore gerarchico.

Perché scrivo tutto questo? Perché oggi, ciascuno dei miei ex studenti, incontrandomi, potrebbe dirmi: “Ah professò, ma che c’ha raccontato a scuola? Ha visto che occorre vende’ le chiese per aiutare i poveri? Che san Pietro non aveva il conto in banca? Che la bellezza, l’ordine, la tradizione, la sacralità, la musica, i paramenti sacri, non servono a nulla? Che il mondo non è stato creato gerarchicamente, come lei ci ha sempre detto, perché siamo tutti uguali, compreso il papa? Anzi, professo’, a questo proposito, ci spieghi un po’ ‘na cosa: ma se siamo tutti uguali, perché dovremmo sta’ a sentì il papa? Professore, o lei non ha capito niente, oppure…”.

Questo potrebbero dirmi. E io potrei solo stare zitto.

Massimo Viglione (27 giugno 2013)

Cristianesimo Cattolico: San Francesco, riformatore della Chiesa

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Sempre, ma in alcuni momenti più ed in altri meno, la Chiesa patisce, oltre agli attacchi esterni, ribellioni e violenze interne. Questo essenzialmente per due motivi: l’esistenza del seme della discordia, che il Nemico semina a piene mani nel campo del Bene, per dividere, e le incoerenze degli…

Cristianesimo Cattolico: San Francesco, riformatore della Chiesa

Ut quid perditio haec?

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“La povertà è una disgrazia, non un merito. Non basta essere poveri per essere giusti, e non è detto che tutti i ricchi siano ingiusti.” – Giovannino Guareschi, “Don Camillo e i giovani d’oggi” –

Ciò che più va di moda oggi nella Chiesa?

Oltre, ovviamente, alla disobbedienza al Magistero, il pauperismo finto-evangelico derivato da cattive -e personali- esegesi di molti, tra i quali annoveriamo anche sacerdoti.

Ultimamente la questione è anche peggiorata, viste le traviate interpretazioni delle parole di Papa Francesco.

Mi spiego meglio: giusto oggi un conoscente mi ha scritto “La mondanità nella Chiesa porta applausi ma espone al ridicolo. I vescovi non siano principi ma poveri tra le gente e non ambiziosi”; fin qui nulla da criticare, anzi, ben vengano queste riflessioni contro la mondanità nella Chiesa.

Ma, subito, dopo, segue il commento “Questo include Vescovi che si fanno ritrarre con la cappa magna  (che oramai non esiste più)”.

La mia risposta, carissimi lettori, poteva benissimo una grassa risata, così come un biasimo per la tanta ignoranza.

Tuttavia ho ritenuto più opportuno seguire la virtù della carità cristiana, spiegando all’interessato il significato della cappa magna e le norme che ne regolano l’utilizzo: essa fa parte di quell’apparato simbolico che costituisce parte delle basi sulle quali la Chiesa poggia, ed è in quanto tale presente nelle rubriche.

Questa intolleranza pauperistica non è limitata alla sola cappa magna, ma si riversa su ogni genere di oggetti o riti che non si confanno al tempo attuale -come se Gesù si fosse conformato alle barbarie del suo tempo-.

Un altro aneddoto: appena terminata la Via Crucis della passata Settimana Santa due parrocchiani, marito e moglie, commentavano lo spreco di cera che era avvenuto per l’utilizzo delle tante candele: davanti a tanto pauperismo si può rispondere solo con il Vangelo:

“Mentre Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso, venne a lui una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato di gran valore e lo versò sul capo di lui che stava a tavola. Veduto ciò, i discepoli si indignarono e dissero: «Perché questo spreco? Quest’olio si sarebbe potuto vendere caro e dare il denaro ai poveri». Ma Gesù se ne accorse e disse loro: «Perché date noia a questa donna? Ha fatto una buona azione verso di me. Perché i poveri li avete sempre con voi, ma me non mi avete sempre. Versando quest’olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato questo vangelo, anche ciò che ella ha fatto sarà raccontato in memoria di lei”. – Matteo, 26: 6-13 –

Il problema della ricchezza, come ama spesso farci notare Papa Francesco, non riguarda la stessa in quanto tale, piuttosto la sua amministrazione: a nessun buon cristiano è necessario vivere nella povertà materiale, mentre invece è imprescindibile l’uso corretto delle proprie -non altrui- ricchezze come fonte di benefici non individuali, ma caritatevoli.

de paupertate Ecclesiae

cristianesimocattolico:

Uno dei grandi temi del pontificato di papa Francesco è la riscoperta di una categoria “conciliare” che in qualche modo sembrava essere messa da parte o poco considerata: la povertà della Chiesa… […] con uno slogan che il Papa ha usato nell’incontro con i giornalisti all’indomani della sua elezione:

una Chiesa povera e per i poveri…

l’ubriacatura mediale – perfino di insigni testate cattoliche – che ha preso il mondo dell’informazione con il nuovo pontefice (e sarebbe bello analizzare la creazione del personaggio a partire dal gesto di rinuncia di Benedetto XVI, attraverso la presentazione dei cardinali orchi e il prodigio, quasi miracolistico, dell’elezione del Papa poverello ed umile con relativa agiografia seguente) questa ubriacatura sembra aver trovato in papa Bergoglio una sorta di materializzazione di un immaginario ecclesiastico/religioso che “finalmente” porti la Chiesa alla primeva stagione dei tempi apostolici quando Gesù non aveva una papamobile e san Pietro non aveva una banca (dicunt ipsum Franciscum dixisse)…

lasciatemi, allora, contrariamente – o forse paradossalmente fedele – al tono degli articoli di queste pagine, fare qualche riflessione a voce alta su questo tema della Chiesa povera e per i poveri…

nell’immaginario di cui sopra questa povertà è lo spogliamento della Chiesa di tutte le sue (sovra??)strutture: banche, stato vaticano, mezzi, assetto gerarchico… un ritorno al punto zero… una Chiesa stracciona e miserimma! lascio ad altri più capaci di me dimostrare come questa sia una vera e propria “eresia”…

quanto ai poveri, poi, e cioè tutti quei diseredati sono, anche qui, descritti in un immaginario ormai comunissimo, come poveribambiniaffamatidell’africa, poverigayperseguitati, poveridivorziatiescludidallacomunione, prostituteepubblicanichevipasserannoavanti, donneprivatedeldirittodiabortire, donnevittimedifemminicidio, caniabbandonati ecc.ecc.

una Chiesa che, privata di tutto, si perda in questo mondo di persone abiette e rigettate dai cattivi del mondo…

io penso che il Papa – che oltre ad essere persona di fede è anche intelligente – abbia in mente ben altro quando parla sia di Chiesa povera e sia quando parla di poveri, ma non è questo il punto…

il punto è: chi può desiderare una Chiesa così? quale reale credente può davvero voler vedere la Chiesa defraudata e, quindi, costretta a essere serva di ogni potere forte che la sostenga e le dica quali sono i poveri tra cui perdersi?

non è questo, piuttosto, un sogno erotico del diavolo? vedere finalmente la Chiesa di Cristo mendicare non il Pane del cielo, ma la benevolenza di qualche potente regnante per poter vivere ed esistere, per avere un qualche diritto di cittadinanza tra gli uomini…

Chiesa povera, in tale accezione (che potremmo dire blasfema), è chiesa asservibile e strumentalizzabile ai propri desideri: una vera e propria manna del “nemico dell’umana natura”

checché se ne voglia dire lo IOR, o qualunque cosa del genere, assicura alla Chiesa di essere libera dalla dipendenza finanziaria da qualunque altro potentato; una struttura forte di gestione mondiale le assicura un ruolo significativo lì dove si parla dei destini dei popoli (e dei poveri, quelli veri); essere uno Stato sovrano le assicura di poter non doversi ingraziare questo o quel potente… una Chiesa povera è una Chiesa che vive tutto questo con libertà e con franchezza evangelica e che può servire i poveri – quelli veri – dando loro la voce che altri non gli danno, la dignità che è stata loro tolta…

chi oggi offre una voce ai bambini privati della vita nel grembo delle madri che vogliono o sono costrette ad abortire? chi narra dei popoli che vivono situazioni permanenti di conflitto e di guerra aperta? chi è accanto a intere popolazioni private di dignità e di risorse umane? chi fa questo oggi se non la Chiesa… non perché è “povera”, ma perché ha quei mezzi – quelli sì minimi e poveri rispetto a quelli che hanno i grandi potenti del mondo! – che le permettono di essere come un albero dove molti possono ripararsi… la povertà che la Chiesa sogna non è quella disumana e schiavizzante del diavolo, ma quella di una libertà totale dalla corruzione generata dal peccato dei suoi membri che le permette di rispondere alla sua missione… è la povertà che le permette di usare dei beni di questa terra nella prospettiva del Regno dei cieli… perfino una banca, un carcere, un tribunale, una rete diplomatica e altre strutture di potere

d’altra parte povertà non fa rima con miseria, ma piuttosto con libertà

e poveri non è una categoria sociologica, ma teologale (sicut Franciscus Pater Patrum docet): la “carne di Cristo” nella storia… una categoria non individuabile se non con lo sguardo della fede

e, a me, pare che questo sia anche quello che abbiano sempre desiderato i Papi, almeno da Pio IX in poi…

Chiesa povera e per i poveri è, allora, una Chiesa che è talmente libera da poter parlare senza dover tacere ed è talmente evangelica da servire i poveri veri, quelli di cui nessuno riesce a parlare…

una Chiesa finalmente non appesantita da legami ideologici o di altro genere, ma capace di donare all’umanità di oggi il Vangelo… che – ipse Evangelium dixit – è il vero tesoro che i poveri di ogni epoca attendono

Cristianesimo Cattolico: Non interpretiamo male l’idea di “povertà” di papa Francesco

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Il presidente della conferenza dei vescovi polacchi Jozef Michalik scrive un articolo critico sulle strumentalizzazioni del pensiero di Bergoglio.

LUCA ROLANDI (06/06/213)

La povertà va bene ma non bisogna esagerare, e soprattutto non seguire i media che usando le parole di Papa Francesco…

Cristianesimo Cattolico: Non interpretiamo male l’idea di “povertà” di papa Francesco

Cristianesimo Cattolico: Il Papa: «Giuda, la povertà come ideologia»

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Bergoglio ricorda la critica dell’apostolo alla Maddalena che ungeva i piedi di Gesù: «L’ideologo non sa cosa sia l’amore». E torna a citare il diavolo che «ci truffa sempre»

ANDREA TORNIELLI (14/05/2013)

«L’ideologo non sa cosa sia l’amore, perché non sa darsi». Lo ha detto Papa Francesco…

Cristianesimo Cattolico: Il Papa: «Giuda, la povertà come ideologia»

Cristianesimo Cattolico: La truffa di Satana cattivo pagatore. Commento francescano

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Oggi il Papa è tornato a citare l’acerrimo nemico che tanto spesso torna nelle sue omelie (vedi qui il resoconto odierno). Parlando di Giuda e dell’attaccamento ai soldi, che portarono l’apostolo alla rovina, Papa Francesco ha concluso: “dobbiamo dirlo: Satana è un cattivo pagatore. Sempre…

Cristianesimo Cattolico: La truffa di Satana cattivo pagatore. Commento francescano

La “Chiesa dei poveri”. Una “novità” molto vecchia (Prima parte)

31 marzo 2013

La recente elezione di papa Francesco I (13 marzo 2013) ha fatto risorgere il tema della “Chiesa dei poveri”, che andava molto di moda negli anni Sessanta/Settanta ed era stato portato avanti dagli ‘ultra progressisti’ del neomodernismo[1], soprattutto dall’arcivescovo latino-americano Helder Camara, dal cardinale belga Leo Suenens[2], dal cardinale di Bologna Giacomo Lercaro e dalla “Scuola di Bologna” (Dossetti, Alberigo, Bettazzi), ma che poi era passato in secondo ordine, almeno in Italia.

Questa idea è molto più vecchia di quanto non si pensi. Basti pensare al Pauperismo dei “Fraticelli” del XIII secolo con la loro teoria delle due Chiese: una corrotta, ricca, carnale con a capo il Papa; l’altra, la vera Chiesa, spirituale, povera e dei soli poveri, pura e santa anche in tutte le membra umane che la compongono, ossia gli Spirituali e i loro seguaci. Essi vennero condannati da papa Giovanni XXII nel 1316 (v. Costituzione Gloriosam Ecclesiam, DB 484-490). Nel campo sociale i Fraticelli, criticando il lusso e le ricchezze della Chiesa ufficiale, hanno contribuito a toccare il diritto di proprietà.

Verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, vari pensatori progressisti[3] del modernismo classico[4] (vedi Ernesto Buonaiuti) hanno cercato di presentare – “da sinistra” – una Chiesa “cristiana” primitiva dei soli poveri, collegiale o democratica, sovversiva, anarchica, ostile all’Impero di Roma e a qualsiasi potere politico, la quale sarebbe stata snaturata dalla Chiesa romana, ricca, petrina, papale e costantiniana, essenzialmente gerarchica, anzi monarchica. Questo snaturamento del cristianesimo primitivo sarebbe stato il frutto della filosofia greca e del diritto romano.

La stessa teoria è stata formulata – “da destra” – anche da neopagani (vedi Julius Evola) o da uomini d’ordine, i quali, però, hanno visto in questo snaturamento un fatto positivo (Charles Maurras) in quanto avrebbe consentito alla Patria, Nazione, Regno, Impero e al Principe rinascimentale di Nicolò Machiavelli (†1527) di servirsi della Chiesa romana come collante o cemento per mantenere l’ordine e l’ obbedienza delle masse.

Nella storia chi per primo ha cercato di dipingere Gesù come un rivoluzionario è stato il Sinedrio, ma Ponzio Pilato dopo aver interrogato Gesù non diede retta a questa calunnia (Gv., XIX, 11; Lc., XIII, 1; Rom., XIII, 1). Successivamente il giudaismo talmudico presentò anche i cristiani come  sovversivi e rivoltosi per farli condannare da Roma e Roma con Nerone, sotto l’ influsso nefasto della sua seconda moglie Poppea, la quale era una giudaizzante, iniziò nel 64 la persecuzione dei cristiani[5].

Furono, invece, proprie dell’ eresia montanista (II secolo), condannata dalla Chiesa con papa Zefirino, quelle caratteristiche sovversive ed antiromane che erano già state degli zeloti e del giudaismo più intransigente e che avevano costretto Roma a sedare la rivolta col ferro e col fuoco (70 d. C. e 135). Perciò l’ Imperatore Marco Aurelio nel 170 circa scatenò una persecuzione che aveva di mira il Montanismo, ma che toccò praticamente anche il cattolicesimo romano[6].

La contraffazione della vera religione

Gli uomini di Chiesa dopo la svolta del Vaticano II hanno mutuato dalla “nuova teologia” neo-modernistica alcune idee che riecheggiano la vecchia concezione a-dogmatica e a-gerarchica del “cristianesimo delle origini” e della “Chiesa dei poveri”  sia dal punto di vista dottrinale che da quello spirituale: vedi i vari “Movimenti” tipo  “Comunità di S. Egidio”, il “Cammino Neo-catecumenale”, il “Rinnovamento dello Spirito” e il neo “Pentecostalismo cattolico”, che si propongono di edificare una Chiesa spirituale o “giovannea” a-dogmatica, sentimentalistica, carismatica, liberale, latitudinarista, ecumenista, che purtroppo sembra oggi prevalere pro tempore su quella petrina o costantiniana. Questi “movimenti” sono caratterizzati non sempre dal pauperismo, ma tutti da uno spirito comunitario che tende al collegialismo collettivistico, senza istituzioni o gerarchia e dominato dal “profetismo” o carisma di alcuni leader[7].

La testa di ariete di cui si è servito il modernismo per deformare la Fede dei cristiani è stato il Novus Ordo Missae, il quale ha fatto vivere la dottrina del Vaticano II dai fedeli, che altrimenti non sarebbero stati toccati, se non in piccola parte, dai Decreti conciliari. «In Liturgia – scriveva il card. F. Antonelli – ogni parola, ogni gesto traduce un’idea che è un’idea teologica. Dato che attualmente la teologia è in discussione, le teorie correnti tra i teologi avanzati cascano sulla formula e sul rito con questa conseguenza gravissima che, mentre la discussione teologica resta al livello alto degli uomini di cultura, discesa nella formula e nel rito, prende l’avvio per la sua divulgazione nel popolo» (N. Giampietro, Il card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, p. 125 s.)

Come il Sessantotto ha cambiato la mentalità dell’uomo contemporaneo non tramite i libri, ma mediante la prassi, l’azione, la musica, la moda, la stampa rosa, così il neo-modernismo ha cambiato il cristiano contemporaneo tramite la Nuova Messa, il sentimentalismo che emana da essa, i nuovi ornamenti liturgici, le musichette sincopate, la nuova architettura delle chiese e la secolarizzazione dell’abito ecclesiastico, il rito faccia a faccia, il quale è più simile ad una “cena” che al Sacrificio della Croce. “Vale più la pratica [la Nuova Messa] che la grammatica [i Decreti conciliari]” recita il proverbio popolare. Marx avrebbe parlato del “primato della prassi sulla teoresi”.

La svalutazione dell’intelletto e della volontà dal punto di vista naturale è accompagnata nell’ordine soprannaturale dal ridimensionamento delle Virtù infuse di Fede e Carità soprannaturale per dare il primato all’esperienza religiosa o al sentimento e alla filantropia pauperistica, giungendo ad un falso misticismo già condannato dalla Chiesa sotto il nome di “Quietismo” nel XVIII secolo, il quale pretende che non si debbano esercitare le Virtù né la vita ascetica, ma occorra solo seguire l’impulso dello Spirito senza lottare contro il peccato o le cattive inclinazioni. Si cade così in uno stato di esaltazione religiosa o superstiziosa, che è la contraffazione della vera Religione. L’irrazionalismo, il sentimentalismo, l’emozionalismo, l’anti-intellettualismo, la svalutazione della libera volontà sono il comune denominatore di questi movimenti pseudo-spirituali nati durante e dopo il Vaticano II.

“Sento; quindi credo”

Il sentimentalismo religioso (quello che oggi porta le masse a idolatrare papa Francesco I) è uno dei pericoli più gravi che minaccia il mondo cattolico e specialmente ecclesiale perché distrugge la Fede rendendola un atto puramente soggettivo e non più un atto soprannaturale di adesione dell’intelletto, mosso dalla volontà con l’aiuto della Grazia, alle verità o Dogmi oggettivi e reali.

Dal punto di vista naturale il sentimentalismo distrugge la ragione e rende l’uomo un animale istintivo ed emozionale e perciò abbassa la retta ragione ad un livello inferiore a quello raggiunto dalla metafisica classica greca, dal diritto e dalla morale naturale romana, riportando la civiltà europea, che ha le sue origini appunto nella metafisica classica, nel diritto romano e nella scolastica, al livello primitivo, selvaggio o tribale. Nel campo religioso favoleggia di una pretesa “Chiesa dei poveri”, quando in realtà tra i Discepoli di Gesù ve ne erano anche di ricchi come Giuseppe d’Arimatea, che gli cedette il suo sepolcro nuovo dove Gesù fu sepolto e dal quale risorse, e la Chiesa è stata sempre la Chiesa di tutti, dei ricchi come dei poveri, insegnando ai primi il buon uso della ricchezza e ai secondi ad accettare ed amare la povertà. È per questo che si può parlare di (tentata) tribalizzazione della Chiesa, esattamente come il Sessantotto con la Scuola di Francoforte (Adorno e Marcuse) e lo Strutturalismo francese (con Lévy-Strauss, Ricoeur, Lacan, Sartre) ha tribalizzato l’uomo contemporaneo rendendolo un selvaggio, un cavernicolo o “una bestia parlante”. Se Cartesio diceva: “Penso; quindi esisto”, oggi si pensa e si dice: “Sento, ho emozioni, esperienze; quindi esisto”, anzi: “quindi credo”.

Dal sentimentalismo immanentistico deriva il pan-ecumenismo, che è un’altra caratteristica, assieme al pauperismo, al filo-giudaismo ed al collegialismo da cui sembra affetto papa Bergoglio. Infatti l’essenziale è “sentire” soggettivamente qualcosa di  vagamente e astrattamente “spirituale”, che non si identifica in nessuna dottrina di nessuna Chiesa o Religione positiva, ma emerge dal subconscio di ogni uomo, il quale sente il bisogno del “miracolistico”, come insegnano Kant (Critica della Ragion pura) e, sulla sua scia, il Modernismo filosofico (v. San Pio X, Enciclica Pascendi, 8 settembre 1907). In tal modo tutte le credenze religiose sono ridotte ad un principio unico: la soggettività della verità e la relatività di tutte le sue forme e quindi anche del dogma.

In questa ottica non vi sono più eresie, eretici, vera Religione e false religioni, Chiesa di Dio e sette, ma solo “fratelli apparentemente separati, ma sostanzialmente uniti”. Questo tipo di super-ecumenismo ha avuto il suo apice – praticato e non più solo teorizzato –  negli incontri “interreligiosi” di Assisi (27 ottobre 1986- 2011).

Il “primato dell’azione” ultimo stadio del modernismo

Il modernismo demolisce tutta la religione cattolica e non solo qualche suo dogma, onde S. Pio X lo qualifica non un’eresia, ma “il compendio di tutte le eresie”. Esso infatti sostituisce l’opinione o l’arbitrio soggettivo del singolo all’autorità del magistero ecclesiastico e della gerarchia. Onde dall’agnosticismo teologico si passa all’ateismo o addirittura al nichilismo religioso (vedi “la teologia della morte di Dio”), con la conseguente abolizione di ogni religione positiva e specialmente di quella unica vera che è e rimane la cattolico-romana.

La gravità del modernismo sta  soprattutto nella sua tattica: esso cerca di trasformare la Chiesa dall’interno e segretamente alterando pian piano la nozione stessa di religione, di Fede, di dogma e di verità oggettiva mediante l’ immanentismo o soggettivismo che è l’anima della filosofia moderna, la quale va da Cartesio (†1650) sino a Hegel (†1831) (vedi Padre Cornelio Fabro voce “Modernismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, coll. 1188-1196).

P. Fabro fa notare che volutamente i modernisti hanno espresso raramente e in maniera sistematica i loro princìpi, per poter passare inosservati ed evitare condanne, in modo da trasformare la Chiesa dal suo interno. Essi preferiscono il metodo storicistico, che dà la preferenza allo studio della storia della Chiesa, dei dogmi e della Bibbia, al metodo teoretico (ivi, col. 1191), onde tra Rahner (teoretico) e Ratzinger (storicista) più intrinsecamente modernista è il secondo, anche se apparentemente più conservatore (“L’estremismo malattia infantile del modernismo”, parafrasando Lenin). Ed ora il primato della prassi di papa Bergoglio è ancora più avanzato della teoresi di papa Ratzinger. Questo primato dell’azione porterà –temiamo – a un super-ecumenismo ancora più avanzato di quello di Benedetto XVI, poiché non avrà nessuna remora dottrinale (neanche neomodernistica), ma si accontenterà inizialmente di agire assieme (anche con i “tradizionalisti”), per poi portare chi “agisce assieme” a “pensare assieme” in maniera modernistica, senza che all’inizio sia stato richiesto un assenso dottrinale alla “nuova teologia”.

Tale è il frutto della soggettivizzazione della Fede che ha trasformato la religione cristiana in una vaga religiosità immanentistica, antropocentrica e antropolatrica, che riduce ogni realtà ad istinto soggettivo, sulle orme della pseudo-riforma luterana.

Il Programma dei modernisti, risposta all’enciclica Pascendi, (2a ed., Torino, 1911, p. 127) asserisce di non rifiutare né la S. Scrittura né la Tradizione, ma solo l’ interpretazione o ‘ermeneutica’ scolastica e soprattutto tomistica di esse, poiché sorpassata dal soggettivismo della filosofia moderna. Onde, quando oggi si asserisce la “ermeneutica della continuità”, si è in sintonia col Programma dei modernisti e vale anche per questa “continuità”, asserita ma non dimostrata, il commento di p. Fabro[8] (ivi, col. 1195): «A nulla valgono le proteste di alcuni modernisti di accettare integralmente la dottrina cattolica, perché il modernismo ha nel ‘principio di immanenza vitale’ il veleno corrosivo non solo dell’essenza e delle verità di Fede, ma del valore oggettivo di qualsiasi verità assoluta di fatto e di ragione e ritorna al principio di Protagora che “l’uomo è misura di tutte le cose”».

Il modernismo, aderendo al soggettivismo, ha rigettato in blocco il sano realismo greco-cristiano, che ha per fondamento la distinzione dell’uomo dal mondo e da Dio e la distinzione dell’ordine naturale da quello soprannaturale, e con il sano realismo ha eliminato il valore logico ed ontologico dei princìpi primi per sé evidenti e con essi la sana logica ed ogni metafisica (C. Fabro, ivi, col. 1195). Tuttavia, col Fabro, dobbiamo concludere che «il modernismo, pur derivando per canali molteplici dal soggettivismo del pensiero moderno, non presenta alcuna consistenza teoretica perché non s’impegna [né vuole impegnarsi] a fondo con nessun sistema o filosofia determinata, così che si risolve in un fenomeno di ‘contaminazione teoretica’ e di superficiale concordismo» (ivi). L’importante è l’azione; questo è l’ultimo stadio dell’ immanentismo modernistico, che oggi sembra aver trovato in Francesco I il suo campione. Nel loro Programma i modernisti, pur riconoscendo di condividere la sfiducia di Kant nella ragione, affermavano che il loro atteggiamento era diverso perché spiegava ogni tipo di conoscenza, inclusa quella religiosa, in funzione dell’azione e quindi dell’esperienza soggettiva di ognuno nei vari campi; perciò nella sfera religiosa quel che conta è «l’influenza del divino che si compie nelle profondità più oscure della coscienza» e che – aggiungiamo noi con San Pio X – ogni credenza religiosa può vantare e nessuno può dimostrare falsa appunto perché soggettiva.

Una Chiesa sfigurata

Di qui il “Nuovo Tempio Universale” che nascerà dall’unione o miscuglio di tutte le pratiche “religiose” e spirituali, compresa la “Chiesa dei poveri e “l’esperienza della Tradizione”[9] che si amalgama con tutte le altre “esperienze tradizioni e sentimenti religiosi”.

(Continua nell’edizione cartacea…)

NOTE

[1] Condannato da Pio XII, con l’Enciclica Humani generis, 1950.

[2] Lo Spirito Santo nostra speranza, Alba, Paoline, 1975.

[3] Alcide De  Gasperi, il fondatore della Democrazia Cristiana, in un discorso del 1944 citato il 15 agosto del 1975 dall’allora Segretario della DC Benigno Zaccagnini, paragonò Cristo a Marx in nome della comune origine israelitica, dell’ispirazione internazionalistica, del messianismo e dello spirito di rivolta contro lo Stato (cfr. Il Borghese, 3 settembre 1975).

[4] Condannato da San Pio X Enciclica Pascendi, 1907.

[5] M. Sordi, Il Cristianesimo e Roma, Bologna, Cappelli, 1965, p. 171.

[6] U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, Milano, Vallardi, 1906, vol. I, pp. 32-33.

[7] G. Ebeling, Teologia e Annuncio, Roma, Città Nuova, 1972; W. Smet, Pentecostalismo cattolico, Brescia, Queriniana, 1975; R. Laurentin, Il movimento carismatico nella Chiesa cattolica, Brescia, Queriniana, 1976; F. Spadafora, Pentecostali & Testimoni di Geova, Rovigo, IPAG, V ed., 1980; E. Zoffoli, Verità sul Cammino Neocatecumenale, Udine, Il Segno, 1996; A. Castro Mayer, Carta pastoral sobre Cursillos de Cristiandad, San Paolo del Brasile, Vera Cruz, 1972.

[8] B. Gherardini, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Editrice Mariana, 2009.

[9] Espressione poco felice, che si presta ad abbassare la Tradizione apostolica dogmatica, morale e liturgica, fonte della divina Rivelazione assieme alla Sacra Scrittura, al livello di “esperienza religiosa”. Onde la verità non è più conformità dell’intelletto alla realtà oggettiva (“adequatio rei et intellectus”), ma adeguazione dell’intelletto alle esigenze mutevoli della vita umana (adequatio intellectus et vitae”), specialmente di quella sentimentale a scapito di quella raziocinativa e volitiva. Inoltre questa espressione rischia di mettere esotericamente sullo stesso piano la Tradizione divina con quelle spurie gnosticheggianti ed iniziatiche.

Cristianesimo Cattolico: Guai a fraintendere la povertà francescana: è uno stato dell’essere e si chiama letizia.

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di Francesco Agnoli su Il Foglio del 18-04-2013

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