Chiesa povera? Aumenterebbero anche i poveri

«Chiesa povera per i poveri»: cosa vuol dire la frase di papa Francesco che lo rese popolare fin dall’inizio e gli attirò anche le simpatie di tanti laici da sempre insofferenti alla Chiesa? Ma davvero la Chiesa dovrebbe privarsi di tutte le sue ricchezze per essere più vicina ai poveri? Le cose non stanno così.

di Rino Cammilleri

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Tradizione è il nome della vera “forma mentis” cattolica, universale, non “periferica

Rorate Caeli ha pubblicato un articolo [qui] affermando che ci si sbaglia se si pensa che “Lo scopo principale del pontificato di Papa Francesco sia quello di attirare il maggior numero possibile di anime alla vita eterna con Cristo”. Non è affatto questo. Lo si deduce dalla solita ormai dilagante pastorale mediatica: una lunga intervista rilasciata la settimana scorsa dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Gerhard Müller, alla rivista austriaca sulle Missioni Pontificie Alle Welt.

Il cardinale è noto per essersi occupato di cose peruviane[1] per diversi decenni [quiqui] ed è intimo amico del teologo della liberazione peruviano Gustavo Gutierrez [qui]. Si sottolinea che proprio grazie alle sue numerose visite in America Latina, egli ha da tempo familiarità con il pensiero di Papa Francesco. Queste, in sintesi, le sue dichiarazioni:
L’obiettivo principale del pontificato di Papa Francesco è quello di attirare l’attenzione del mondo per i poveri e per cambiare le strutture globali che portano alla povertà… non sarebbe possibile capire pienamente Papa Francesco senza capire la “forma mentis”, latino-americana.

Il mondo occidentale dovrebbe imparare a vedere i problemi dal punto di vista del Papa, molto diverso da quello europeo. È stato un bene per la Chiesa di tutto il mondo non guardare sempre le cose con occhi europei, ha detto il cardinale, e scoprire come altri popoli vedono l’Europa. [The Tablet]

Osserva Rorate Caeli che il cattolicesimo, quando ha operato e prosperato in America Latina, non aveva una specifica, particolare, impronta regionale diversa dalla forma mentis della Chiesa cattolica. Era la stessa mentalità Cristica di tutti i suoi santi, grandi uomini e donne che, nati lì o provenienti da altre parti del mondo cattolico, hanno dato tutto il loro sangue per l’opera di Cristo in quelle terre: Santa Rosa da Lima e il suo amore sacrificale per la Chiesa; i Santi Martino de Porres e Pietro Claver e la loro autentica preoccupazione per i poveri (cioè, per le anime dei poveri soprattutto); San Filippo di Gesù e la sua testimonianza per Cristo fino alla crocifissione; San Toribio Romo e la sua rinuncia di tutti i comfort terreni per i più bisognosi, mentre proclamava forte e chiara la regalità esclusiva di Nostro Signore Gesù Cristo; alcuni dei più santi vescovi mai vissuti su questa terra, come San Toribio Alfonso de Mogrovejo e San Ezequiel Moreno, mai discostatisi per un secondo dalla più stretta dottrina della Chiesa, ampiamente applicata a ogni aspetto della vita sociale.

Insomma, se una volta c’era una “mentalità latino-americana,” era la mentalità cattolica, plasmata dalla Tradizione. Fu per la sua universale, tradizionale “forma mentis”, cattolica che Padre Toribio Romo è stato martirizzato, non per una “mentalità latino americana”.
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1. Nel Febbraio di quest’anno è uscito il libro di Müller «Povera per i poveri – La missione della Chiesa». Il testo contiene contributi di p. Gutierrez e p. Josef Sayer. La Prefazione è di Bergoglio, che afferma: “quando un uomo avanza per riconoscere la fondamentale solidarietà che lega tutti gli uomini… capisce che non può possedere per sé i beni che possiede… Quando i beni che possiede sono utilizzati non solo per i suoi bisogni, ma sono sparsi, si moltiplicano e spesso danno frutti inaspettati”. Cos’è se non «Teologia della Liberazione»? Alla presentazione del libro erano presenti e sono intervenuti il card. Oscar Maradiaga, capo del Consiglio dei cardinali; p. Federico Lombardi, portavoce vaticano; p. Gustavo Gutierrez (nella foto in alto). Müller indossa un “poncho” sui suoi abiti cardinalizi per dimostrare solidarietà con i poveri del Perù.

Pubblicato da mic (08/07/2014)

© CHIESA E POST-CONCILIO

“Chiesa povera per i poveri”. Ma che vuol dire?

Se la Chiesa non ha beni, non ha soldi, come potrebbe aiutare i poveri, aiuto peraltro dato da sempre, nel tempo e dovunque?… ma innanzitutto deve esserci l’annuncio ai poveri medesimi della buona novella, del Regno di Dio, che va cercato primieramente, e il resto ci sarà dato…

di Giovanni Lugaresi (04/06/2014)

Ci sono concetti poco comprensibili, forse perché male espressi, forse perché è colpa nostra non capirli, fatto si è che possono creare un po’ di confusione, almeno in menti semplici.

Per esempio, a noi sfugge il significato di una espressione come questa: “una Chiesa povera per i poveri”. Che cosa vuol dire?

Secondo la logica corrente, per la quale due più due fa quattro, ci verrebbe da obiettare: come farebbe una Chiesa povera ad occuparsi dei poveri? Se la Chiesa non ha beni, non ha soldi, come potrebbe aiutare i poveri, aiuto peraltro dato da sempre, nel tempo e dovunque?

L’offerta che io faccio, piccola o grande che sia, insieme a tantissime altre offerte, anch’esse piccole o grandi che siano, possono dare ricchezza alla Chiesa e la medesima può di conseguenza ridistribuire fra chi ha bisogno, dovunque ai quattro angoli della Terra.

Ma una Chiesa povera, priva di beni, che cosa può dare ai poveri?

Certo, può, anzi deve, dare prima di tutto l’annuncio del Regno (che non è di questo mondo), ma volendo aiutarli sul piano economico, questi poveri? Zero, zero, e ancora zero.

Sempre seguendo un ragionamento a base di buonsenso, che ci permettiamo di invocare sempre, anche a livello ecclesiale, appunto, non sarebbe meglio dire: “preti poveri”? Eh, sì… Perché non è infrequente imbattersi in sacerdoti benestanti, a volte ricchi, ben pasciuti, attaccati ai beni di questo mondo, ben preoccupati del dio denaro, invece di considerare il Dio Uno e Trino!!!

Preti dei quali veniamo a sapere dalle cronache quando accadono certi episodi spiacevoli, se non scandalosi, dove l’auto nuova, che pure serve per il ministero, non è una semplice utilitaria, bensì (addirittura) un Suv. E c’è bisogno di un macchinone costoso e vistoso per svolgere la missione sacerdotale? Occorre che qualcuno lo dica a quel tale parroco di Casalborsetti del quale si sono recentemente occupate le cronache, in quanto, piuttosto alticcio, era finito nottetempo in acqua al volante del suddetto macchinone – tanto per fare un esempio.

Ancora: si è letto in passato di preti passati nel mondo dei più, la cui eredità consisteva in qualche miliardo di lire, eredità disputata fra perpetua e parenti del defunto con tanto di ricorso ai tribunali. Non ci sono parole, se non quelle della pena, dell’amarezza.

Ecco, questo, secondo noi, poveri vecchi cattolici, andrebbe detto, andrebbe annunciato, e denunciato, dai sacri palazzi, fosse pure dall’umile residenza di Santa Marta.

Chiesa ricca e preti poveri… per i poveri!

Ma innanzitutto, l’annuncio ai poveri medesimi della buona novella, del Regno di Dio, che va cercato primieramente, e il resto ci sarà dato…

Quanto ci piacerebbe sentirlo dire da alte cattedre.

© RISCOSSA CRISTIANA

C’era una volta un Re…

Come in tutte le fiabe, narriamo cose avvenute in paesi lontani… ma nella realtà avvengono fatti che ci lasciano sconcertati, come il comportamento del Papa nelle celebrazioni pasquali.

di Patrizia Stella (19/05/2014)

In un lontano paese, c’era una volta un Re, vedovo, che aveva un’unica figlia che adorava, destinata a ereditare non solo l’ingente patrimonio, ma soprattutto le responsabilità di governo di un intero popolo. Avvenne che la figlia, Principessa, conobbe un bravo Principe e decisero di sposarsi, con grande gioia del Re che non vedeva l’ora di dare una discendenza al suo Casato. Giunse il giorno delle nozze preparate con una magnificenza indescrivibile tra il tripudio non solo della Corte e dei più alti dignitari e nobili convenuti da ogni parte del mondo, ma anche dei sudditi che amavano il loro Re perché era buono, generoso e timorato di Dio, e si impegnava perché non venisse mai meno la Giustizia nel suo Regno.

Accadde però che, proprio il giorno delle nozze, giunti davanti all’ingresso della Chiesa tutta addobbata a festa, il Re Padre prese una decisione alquanto insolita che suscitò molto scalpore perché lì per lì, davanti a tutti, affidò la figlia al suo Primo Ministro perchè la accompagnasse all’altare, e si congedò lasciando come giustificazione questa dichiarazione pubblica: “Cari sposi, ministri e dignitari tutti, visto lo sfarzo della cerimonia e, per contrasto, la miseria di molta gente, ho deciso di far festa con gli ultimi, e pertanto chiedo scusa a tutti gli invitati e i partecipanti, ma in coscienza ritengo doverosa la mia presenza in mezzo ai poveri piuttosto che in mezzo ai ricchi.”

Lo sgomento che ne seguì fu indescrivibile, a tal punto che qualcuno svenne, altri se ne andarono indignati imprecando contro il Re perché veniva meno a un suo preciso dovere di padre, oltre che di regnante, mentre la promessa sposa, con un coraggio da leonessa, procedette a testa alta in mezzo alla Chiesa, accompagnata dal Primo Ministro, fra una schiera di militari in alta uniforme parati a festa che le facevano ala e scudo, verso lo sposo che l’attendeva trepidante ai piedi dell’altare, e senza indugio diedero inizio alla cerimonia, desiderosi com’erano di poter coronare quanto prima il loro progetto d’amore col matrimonio.

All’inizio della cerimonia religiosa si ebbe un silenzio sepolcrale perché molti invitati si sentivano come imbarazzati e quasi coperti di vergogna davanti a questo gesto plateale di umiltà del loro Re, povero con i poveri, mentre loro sfoggiavano indumenti preziosi adatti all’occasione. Tuttavia, mano a mano che i minuti e le ore passavano, si notava un malcontento e un nervosismo generale con commenti duri e severi che non lasciavano dubbi: “Ma i poveri sono sempre qui con noi, perché non andare a festeggiare con loro in qualunque altro momento? Perché umiliare in questa maniera la sua unica figlia tanto amata proprio nel giorno delle sue nozze, rovinando la festa a lei, allo sposo e a tutta l’immensa folla dei sudditi composti ugualmente di ricchi e di poveri i quali avevano almeno il diritto di godere di questa cerimonia unica e irripetibile? Questo insolito gesto potrebbe oltretutto creare dei precedenti imbarazzanti, dei sensi di colpa inutili a chi ha compiti di governo, delle nuove mode o strategie pericolose ecc.” E giù mugugni, e critiche, e malcontento, e divisioni, e perfino liti, a tal punto che un giorno così bello, se non fosse stato per l’intervento deciso e coraggioso degli sposi che cercarono, col loro sorriso, di sdrammatizzare la cosa focalizzando l’attenzione sul loro amore, si sarebbe trasformato in tragedia!

Per contro altre voci in difesa del Re si alzavano prepotenti: “Ma no! Non capite nulla! Non vi pare sia stato un gesto esemplare quello del nostro Re? Mica ha lasciato tutti per andare a giocare a golf, ma per rimanere con gli ultimi, con i poveri, con i dimenticati! Esemplare il suo comportamento! C’è da prendere esempio per il futuro ecc. ecc.”.

Fatto sta che di tutto questo scompiglio pro o contro, una cosa ne scaturì con assoluta certezza: quell’apparente gesto di umiltà del Re, oltre a non aver affatto risolto il problema dei poveri, aveva creato molte divisioni, delle crepe insanabili, delle liti irrisolvibili nel suo stesso regno, tra la sua gente, in mezzo al suo popolo, creando discredito anche nei confronti della sua figura che aveva goduto, fino a quel giorno, della stima e dell’affetto di tutti!

Chiedo scusa del paragone forse poco azzeccato tuttavia, con i dovuti distinguo che si devono porre in questi casi, devo confessare che, davanti al secondo rifiuto per il secondo anno dal suo pontificato da parte di Papa Francesco di celebrare solennemente la grande e unica solennità del Giovedì Santo nel “cuore” della cristianità che è San Pietro e in mondovisione con tutti i suoi figli sparsi in tutto il mondo, buoni e cattivi, consacrati o laici, ricchi o poveri, com’era sempre stato fatto in precedenza, adducendo la motivazione di un gesto di carità fin troppo plateale e pretestuoso, mi sono sentita letteralmente trafiggere il cuore, vedendo nella figlia tradita dal Re non solo tutto il popolo cristiano, cioè tutti i suoi figli che si aspettavano da lui la solenne cerimonia, ma la stessa Chiesa, che era pronta a festeggiare Gesù Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote in uno degli eventi più importanti della storia della salvezza cristiana, per mano dello stesso Vicario di Cristo, il Papa. E questo non certo per mancanza di rispetto e di considerazione che si deve avere verso tutti, di qualunque condizione e stato sociale, ma per il rispetto sommo che si deve avere innanzitutto per Gesù Cristo e la sua volontà che precede qualunque altro motivo umano.

Ma è successo che, mentre per altri gesti sconcertanti di questo strano Papa si sono levati commenti pro o contro, critiche o lodi, perché è proprio il suo stile contraddittorio a suscitare vespai e divisioni, davanti alla decisione gravissima di rinunciare alla solenne celebrazione del Giovedì Santo, il silenzio l’ha fatto da padrone, anzi sembra che la gente abbia accolto con compiacimento questa notizia perché il Papa andava a compiere un’opera di misericordia sopraffina! E così tutti gli animi si sono rasserenati! E invece è sbagliatissimo! È una gravissima omissione passata sotto silenzio perfino da chi ne conosce bene l’importanza e la gravità: Vescovi e Sacerdoti ! “Ma perche?” Si chiede la gente che non è a conoscenza della dottrina cristiana.

  • Perché il Giovedì Santo è il primo dei tre giorni del Triduo pasquale che precedono la Pasqua, cioè la domenica di Risurrezione, giorno importantissimo, da paragonare per solennità alla stessa Pasqua perché giorno dell’Istituzione di ben due Sacramenti voluti da Gesù Cristo: il Sacerdozio e l’Eucaristia, Sacramenti fondanti e costitutivi della Chiesa Cattolica che Gesù ha in un certo senso, “convalidato, confermato” il giorno seguente, Venerdì Santo, con la sua Passione e Morte in croce. Staccare la Pasqua dal Venerdì e dal Giovedì Santo non ha senso perché sono un tutt’uno, una continuità che sfocia nella Risurrezione gloriosa! Non celebrare la Messa “In Coena Domini” del Giovedì Santo è un gesto di disobbedienza davanti a un preciso mandato che Gesù Cristo trasmise ai suoi Apostoli: “Fate questo in memoria di me!”. In un certo senso è come rifiutarsi di celebrare la Pasqua, o celebrarne solo “un pezzo”, a scelta!
  • Inoltre focalizzare l’attenzione del giovedì santo solo sul gesto della lavanda dei piedi che è marginale e secondario rispetto a tutta la celebrazione, è assai pericoloso. A maggior ragione se si pensa che Gesù lavò i piedi non a degli sconosciuti, ma ai suoi Apostoli che erano lì presenti, cioè a coloro che erano destinati a trasmettere il suo mandato e i suoi Sacramenti, mentre Papa Francesco nemmeno si recò in una Chiesa consacrata ma in un Istituto qualunque, in una stanza priva di tabernacolo a compiere un gesto che, per quanto umile e misericordioso, (neppure sappiamo se fu accompagnato o meno dalla Messa!) non poteva certo sostituire un mandato divino per volere di Gesù Cristo come quello del Giovedì Santo celebrato con Vescovi e Sacerdoti, successori degli Apostoli, e con tutto il popolo di Dio bisognoso di esser confermato nella fede soprattutto attraverso la Liturgia della Chiesa.

Questo potrebbe anche avere delle gravi ripercussioni perché, se per caso anche i Vescovi decidessero, sull’esempio del Papa, di fare lo stesso negli anni a venire? Di sostituire la celebrazione liturgica del Giovedì Santo con un gesto di carità? Ma è meglio obbedire a Dio o agli uomini? E’ più importante il mandato di Gesù Cristo, la liturgia della Chiesa dalla quale scaturiscono grazie e benedizioni divine per tutta l’umanità che ci trascendono, o le nostre iniziative personali, spesso arbitrarie, che attirano i media sul nostro “io”, privandoci però di quei doni divini che fanno la santità? E senza santità la Chiesa affonda inesorabilmente in un mare di sabbie mobili.

Forse che, alla fine, non siamo tutti dei “poveracci” pieni di tribolazioni e bisognosi della Parola di Dio, della Sua Salvezza, del suo Perdono e della sua Grazia? Forse che, alla fine, non ci presenteremo tutti, poveri e ricchi, davanti al cospetto di Dio per essere da Lui giudicati sul nostro operato? E allora finchè siamo sulla terra abbiamo tutti il dovere di aiutarci con la correzione fraterna e la preghiera perché nessuno di noi è confermato in grazia, nemmeno i Consacrati del Signore, perché tutti abbiamo il dovere di spendere bene il tempo che ci resta da vivere, con le sue tribolazioni e i suoi dolori, quel tempo da santificare che sarà la “moneta” con cui potremo comprare l’eternità.[1].

[1] Ferdinando Rancan, La moneta del tempo, ed. Fede & Cultura.

© RISCOSSA CRISTIANA

Consulenze milionarie in Vaticano. La lezione di Marco Benedetto

di Sandro Magister (12/02/2014)

Marco Benedetto è stato per ventiquattro anni, fino al 2008, l’onnipotente amministratore delegato del gruppo L’Espresso-Repubblica, che ha guidato con polso sicuro e grinta leggendaria, nella fase della grande espansione.

Genovese, 68 anni, si era fatto le ossa nell’agenzia ANSA e poi alla testa dell’ufficio stampa FIAT. E ora è tornato al giornalismo puro con una sua creatura, Blitz, un brillante quotidiano on line di informazione.

L’11 febbraio Benedetto ha dato forte risalto a quanto pubblicato da Settimo Cielo e www.chiesa a proposito del dilagare in Vaticano delle grandi società multinazionali di consulenza finanziaria e organizzativa: McKinsey, Promontory, Ernst & Young, KPMG, PricewaterhouseCooper, Deloitte…:

> Vaticano: Chiesa “povera” di papa Francesco, milioni in consulenti americani

Ma non si è limitato a riportare ampi stralci degli articoli. Ha messo anche del suo. Da grosso conoscitore della materia qual è.

Ecco cosa ha scritto Benedetto:

“Suona strano che la Chiesa, dopo duemila anni, senta il bisogno di ricorrere a dei consulenti al di fuori dello Spirito Santo. Le società di consulenza prosperano nel grande mondo delle aziende, per una serie di ragioni: sono il braccio secolare dei capi azienda che vogliono imporre cambiamenti attribuendone l’origine a consiglieri esterni, autonomi e indipendenti; sono utilizzate da dirigenti che non si fidano dei loro sottoposti per lavori di analisi della struttura.

I dirigenti capaci in realtà diffidano delle società di consulenza, che raramente conoscono il tema, sfruttano il know how aziendale e poi fatturano conti salati per idee che un buon capo azienda dovrebbe elaborare da solo.

Ma le società di consulenza, da cui sono usciti personaggi di indubbio valore come Vittorio Colao, Corrado Passera, Alessandro Profumo, costituiscono anche un network potentissimo per il collocamento e il riciclo dei manager.

Ci furono dirigenti di livello intermedio che cercarono di sfruttare i risultati di un consulente per denigrare il loro diretto superiore e poi, forti del credito acquisito, cercarono anche di farsi aiutare nella ricerca di posti migliori.

Tutto questo non c’è negli articoli di Sandro Magister, ma c’è lo stupore per il potenziale rischio di conflitto di interesse in cui potrebbe dibattersi Francesca Immacolata Chaouqui, che della Ernst &Young è addetta alle relazioni esterne ed è anche componente della commissione pontificia che si avvale di quella consulenza. Ma si sa che le vie del Signore sono infinite”.

Parole di un grande intenditore. Chissà se in Vaticano studieranno questa sua lezione.

© SETTIMO CIELO

Travestiti riflussi del modernismo. Dai poveri secondo il Vangelo ai poveri secondo il buonismo

È evidente che la Chiesa cattolica ha un mistico fondamento nella povertà dei santi nascosti in Dio, mentre ha il dovere di soccorrere la povertà materiale senza giudicare gli eventuali vizi del povero. Disgraziatamente la confusione delle due povertà circola fra i neomodernisti ed ispira teologiche acrobazie, aperture al culto del trasgressore abituale e perfino concessioni al malavitoso.

di Piero Vassallo (30/01/2014)

Ebbe origine il modernismo dallo spavento teologico generato dalle mitologie laiche, in deliziosa/fulminante circolazione tra la fine del beato XIX secolo e il trionfale inizio del secolo sterminato.

I modernisti di prima generazione vissero con cuore bifido e agitato l’angoscia da sorpasso e cercarono, in qualche modo, di allontanare la Chiesa cattolica dall’armoniosa tempesta sollevata dalle sentenze dei vincitori presunti ma cantanti e gaudenti.

La voce dei nuovi profeti declinava i messaggi della storia invincibile/incombente: “dopo Kant la metafisica è impossibile”, “Hegel dimostra che Dio si identifica con la storia e con il pensiero degli uomini”, “Comte annuncia l’era della scienza trionfale e felice”, “Bergson enumera le ragioni dell’evoluzione creatrice”, “nel balletto Excelsior la luce elettrica allontana le tenebre cattoliche” ecc.

Al suono del can-can sanguinario, sulla luminosa scena irruppe il socialismo reale e robusto.

I modernisti più avanzati e accorti, Alfred Loisy ed Ernesto Bonaiuti, ad esempio, aderirono processionalmente al canto di Bandiera rossa.

Se non che l’ostinazione della Chiesa gerarchica non approvò neppure uno degli acrobatici passaggi modernistici, anzi sconfessò e spretò gli animosi e gli impazienti, lasciandoli alle proverbiali braghe di tela.

Per far avanzare l’edificio ecclesiastico verso il mondo moderno fu necessaria una nuova e più sottile ingegneria del conformismo.

Sulla cattedra dell’aggiornamento salì il mutante Jacques Maritain, cauto inventore di un umanesimo integrale, nebbiogeno e sdrucciolevole.

Interprete politico della filosofia maritainiana, l’impavido Alcide De Gasperi scriveva: “Quale può essere l’immagine prospettica di un cristianità nuova? Essa corrisponderà non più ad una concezione sacra, ma ad una concezione profana cristiana del temporale e si fonderà su di un umanismo integrale teocentrico”.

Poco più avanti il pio statista trentino rispondendo alla domanda sul natura della nuova cristianità, precisava (con perfetta acrobazia) che “se non potrà più essere, come nel medio evo, la realizzazione per mezzo dell’uomo di un’opera divina sulla terra, sarà almeno la realizzazione di un’opera umana da attuarsi sulla terra per il passaggio di qualche cosa di divino” [1].

Prima con circospezione, in seguito rumorosamente i neomodernisti di parrocchia diedero inizio alla stagione delle aperture al pensiero moderno, che, sosteneva il Beato Giovanni XXIII, stava correggendo i suoi errori… nell’arcipelago Gulag .

Sessantotto: trombe, inni alla felicità incombente, stormir di bandiere, allegri lanciatori di bombe Molotov, boy scout festanti e sculettanti, preti di dialogo e di avventura, monache d’assalto, diluvio di teologie nuove e di antichi deliri.

All’improvviso cadde il muro di Berlino e i figuranti cattolici si resero conto che il Moderno era uscito di scena per sempre.

Il mondo, oggetto di incaute ma gaudiose esplorazioni paracattoliche, si era rovesciato nelle tossiche malinconie del Postmoderno e della filosofia secondo Heidegger e i francofortesi.

Il cardinale Joseph Ratzinger tentò di svegliare i dormienti cattolici annunciando l’avvenuto deragliamento: «Non molto tempo fa un’espressione come mestizia di questo mondo appariva oscura, anzi irreale, ché sembrava che i figli di questo mondo fossero molto più allegri dei credenti. Oggi che le promesse della libertà illimitata sono state guastate completamente, incominciamo a comprendere di nuovo l’espressione mestizia di questo mondo».

Smaccati ma non domati i neomodernisti arretrarono, attestandosi sulla nuova, vaga e ultima linea di difesa: il buonismo indirizzato ai poveri.

Va da sé che i poveri esibiti sull’ultimo e disperato palcoscenico modernista sono oggetto di un’abile e inavvertita flessione teologica.

Il buonismo, infatti, abbassa la povertà spirituale (“impossibile presso gli uomini, possibile presso Dio”, Mt. 19,26) appiattendola sull’indigenza materiale o addirittura sulla miseria dei viziosi e dei deragliati.

Ora è evidente che la Chiesa cattolica ha un mistico fondamento nella povertà dei santi nascosti in Dio, mentre ha il dovere di soccorrere la povertà materiale senza giudicare gli eventuali vizi del povero.

Disgraziatamente la confusione delle due povertà circola fra i neomodernisti ed ispira teologiche acrobazie, aperture al culto del trasgressore abituale e perfino concessioni al malavitoso.

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La teologia d’avanguardia si trasforma in piattaforma della baldoria. Elaborazione paolina, la redenzione per mezzo della Croce è sostituita dalla redenzione per mezzo dell’indulgenza a priori. La pia gazzarra ai funerali di don Andrea Gallo, infine, rappresenta la modernizzazione del povero e l’esemplare miseria della teologia dei Mimì.

NOTE
[1] Cfr.: “I cattolici all’opposizione”, Laterza, Bari 1955, pag. 373 e 375.

© RISCOSSA CRISTIANA

cristianesimocattolico:

Chiesa povera, non impoverita — Papa Francesco e i rischi del pauperismo

Autore: Francesco Cupello

Editore: Fede & Cultura

Pagine: 80

Collana Spirituale n. 47

ISBN: 978-88-6409-243-0

Data di pubblicazione: Novembre 2013

In poche parole: Perché il pauperismo a buon mercato rischia di mortificare la bellezza della Chiesa?

Descrizione: Si è parlato di papa Francesco come di un ciclone. A chi non viene in mente però che un ciclone è un evento metereologico piuttosto violento, che può seminare morte e distruzione? Non sembrerebbe quindi il miglior appellativo per un papa. Questo libro si propone di mettere in evidenza che la Chiesa può essere povera senza impoverirsi, perché il rischio di un pauperismo a buon mercato è di mortificare gravemente la bellezza, che è l’unica ricchezza dei poveri. Sono tutte condivisibili le scelte di Papa Francesco? È questa la domanda che ricorre in tutto il libro, pur con tutto il rispetto e la venerazione verso il Santo Padre, le cui buone intenzioni e la cui buona fede sono comunque fuori discussione. L’Autore si chiede: Chiesa povera? Sì – risponde – ma bella.

Una croce di ferro sul petto? L’equivoco del “papa povero”

di Paolo Maria Filipazzi

Lunedì 8 luglio si è svolta la storica visita del Papa a Lampedusa. Non starò a parlare del profondo significato della visita né della bella omelia, ma mi limiterò a riflettere su alcuni aspetti “esteriori”. Dunque: altare, ferula e calice usati durante la Messa erano di legno “dei barconi degli immigrati”. Non intendo dilungarmi sulle solite polemiche liturgiche. Ciò che mi fa saltare i nervi è altro. Mi riferisco ai commenti tanto “estasiati” da far venire il diabete, riassumibili più o meno nel gridolino isterico che segue: “IHHHHH!!! Il Pappa che celebra cor calisce de legno! Che ffiggo! Lla Cchiezza povverra!”. Mi lascia un po’ stranito che nessuno abbia notato (eppure si vedeva bene!) che il calice “di legno” era bordato e internamente vestito d’oro. Così come d’oro erano gli altri strumenti liturgici. 

Ora, se questa visita l’avesse celebrata il suo predecessore, immagino gridolini sempre isterici ma molto diversi: “Ma chi prende per il culo! Il calice è di legno, si, ma pieno d’oro! Cor calisce derr Pappa ce sfami mezzaffrikka!!!”. Dal canto mio, sono contento e sollevato che a Francesco non venga riservato dai media il trattamento vigliacco destinato al suo predecessore, ma mi sento abbastanza a disagio anche dall’estremo opposto… Mi sembra che attorno a Papa Francesco si stia stringendo una morsa che strumentalizza gesti, scelte, parole (non tutte: solo quelle attentamente selezionate, gettando via ciò che invece di lui dà fastidio) e che temo finirà, alla lunga, per fargli male, molto male.

Mi spiego: nella vulgata questo è il Papa “che cambierà la Chiesa” e suscita per questo l’entusiasmo di miriadi di persecutori sia esterni che interni (quelli contro cui ci mise in guardia Benedetto XVI durante il suo viaggio a Fatima) per i quali “cambiare” è sinonimo di “distruggere” e “Chiesa povera” è sinonimo di “Chiesa che, anziché usare le proprie sostanze per aiutare i poveri, se le vede confiscate e finisce a chiedere l’elemosina con loro, trovandosi impossibilitata di fatto a svolgere la propria missione”. Dagli anni ’70 questa fregola si è diffusa a macchia d’olio. Ironia della sorte, in concomitanza con la creazione della nota controfigura del vero San Francesco di Assisi, fatto passare per una sorta di comunistello, la rediviva eresia pauperista aveva creato proprio l’attesa messianica di un “Papa Francesco” destinato a “cambiare (leggi: smantellare) la Chiesa”. Il famigerato don Farinella ci aveva persino fatto un libro, il cui titolo è tutto un programma: “Habemus Papam. La leggenda del Papa che abolì il Vaticano”, in cui il Papa che abolisce il Vaticano e quindi, in sostanza, la Chiesa, si chiama, ovviamente, Francesco. 

Una figura agghiacciante perché genuinamente anticristica, molto simile a quella descritta da Soloviev. Il Papa Francesco della “leggenda” era amatissimo, fra gli altri, da Marco Pannella e dai radicali (e da chi, se no?) che sia nel 2005 che in occasione del recente conclave lo avevano invocato con sit-in in piazza San Pietro e dai microfoni della loro Radio. Ad un certo punto, in un mondo ferocemente anticristiano, arriva davvero un Papa Francesco, e tutti esultano, scambiandolo per l’Anticristo che da tempo aspettavano. Don Farinella proclama esultante ai media che la sua “profezia” si è finalmente realizzata! La tragedia del vero Papa Francesco, quello che ogni giorno ci mette in guardia contro il Diavolo, quello che ricorda che la Chiesa non è una ONG pietosa, quello, insomma, che parla ed agisce da vero Vicario di Cristo, sta proprio in questo gigantesco equivoco (e temiamo che, almeno per il momento, nemmeno il diretto interessato si avveda del tragico equivoco).

Ed ecco dunque, che tutto è segno di chissà quale rivoluzione. Il Papa non usa la mozzetta, il rocchetto, la stola, i vecchi paramenti, le scarpe rosse e neppure i tronetti! Ecco, nessuno fa notare che tutto ciò è sempre li, in Vaticano, nei cassetti e negli sgabuzzini, anche se il Papa non li sfoggia. Con un altro Papa si sarebbe tuonato allo spreco! Nessuno fa notare che, con gente che perde la casa, il Papa lascia vuoto l’appartamento papale. Perché non ci manda ad abitare qualche senzatetto? Nessuno fa notare che le “macchine lussuose” di cui il Papa non si serve più sono sempre lì nei garage a fare polvere. Con gente che la macchina non può nemmeno permettersela! Nessuno fa notare che per secoli l’anello papale (quello che doveva sfamare mezzafrica, per intenderci, ma che in realtà valeva quanto due vele nuziali due) è stato praticamente lo stesso, rotto alla morte di ogni Pontefice e rifuso per realizzare quello del suo successore. Ecco, ora quell’anello è ancora lì, inutilizzato, ed in più c’è quello di Papa Francesco, fatto realizzare nuovo di pacca, ma a tutti interessa solo che non sia d’oro ma “solo” d’argento (in realtà placcato d’oro anch’esso) e non sembra fregare a nessuno che ora in Vaticano c’è qualche briciola d’oro e d’argento in più e non in meno. E nessuno intima burbanzosamente “ar Vaticanno” di rivelare quanti “sòrdi” siano stati spesi per realizzarlo, con annesso conteggio di continenti che si sarebbero in alternativa potuti sfamare. Senza contare i nuovi paramenti commissionati apposta, al posto dei “sontuosi” paramenti di Benedetto XVI, che erano già lì in Vaticano e che costavano zero. Anche la ormai proverbiale “Croce di ferro” (ma per qualcuno addirittura di latta o di legno!) in realtà è d’argento, e la Croce d’oro è ancora li, da qualche parte, in qualche cassetto.

Dite che sto sparando una marea di boiate? Che è una polemica da perfetto deficiente? Ebbene sì, avete perfettamente ragione! Ma è proprio di queste boiate che si sono nutrite per decenni le polemiche anticlericali e negli ultimi anni i grevi attacchi a Benedetto XVI. E questa epidemia di deficienza uguale e contraria mi insospettisce e mi allarma: quanto durerà questo delirio? Quando finirà ma, soprattutto, come? Purtroppo, temo di avere una sola certezza: Papa Francesco ne uscirà come vittima. Noi, che il Papa lo amiamo davvero, preghiamo per lui. 

Cristianesimo Cattolico: La Chiesa cattolica può “permettersi” di essere povera?

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Chiunque si scoprirebbe sorpreso e risentito se gli capitasse di vedere il proprio parroco, sempre prodigo nell’incoraggiare e spronare i fedeli ad essere munifici e generosi nelle loro offerte, andarsene in giro in Audi 5 o addirittura in Ferrari, esibire al mignolo un diamante solitario “IF, top…

Cristianesimo Cattolico: La Chiesa cattolica può “permettersi” di essere povera?

Toccare le piaghe per professare Gesù o professare Gesù per toccare le piaghe?

“I poveri” non sono Dio. Possiamo vedere nel povero l’immagine sfigurata dell’uomo che ci riporta all’Ecce Homo, alla Sua immagine sfigurata – che è anche la nostra perché da Lui liberamente assunta – e onorarla nel povero, facendo la volontà del Padre nelle “opere di misericordia corporale e spirituale (ci sono anche queste)”. La vera adorazione, dovuta a Dio solo e al nostro Signore Gesù Cristo Vero Dio e Vero uomo – Realmente Presente nell’Eucaristia e nel SS.Sacramento – è ascolto profondo, accogliendo ed effondendo il nostro cuore, lasciandoci guardare liberare guarire plasmare, con gioia e gratitudine, nel sacro silenzio. È una familiarità che ci trasforma, che ci rende connaturali al Figlio diletto e, da qui, ci rende possibile uscire dal nostro egoismo (non da noi stessi, perché la Grazia perfeziona la natura non la esclude) per toccare le piaghe del corpo e dell’anima che incontriamo sul nostro cammino, a partire dalle nostre.

Toccare le piaghe per professare Gesù o professare Gesù per toccare le piaghe?