Culto divino, arriva Roche: è lui l’anti-Sarah

Dopo l’uscita di scena di Sarah il Papa nomina al vertice della Congregazione per il culto divino l’ex segretario Roche. Difficilmente si troverà in lui uno strenuo difensore della liturgia antica e del diritto dei fedeli e dei sacerdoti di potersi avvalere del Messale mai abrogato. Roche ha sostenuto il diritto dei vescovi di fare a pezzi tutti i pronunciamenti autorevoli della Chiesa sulla questione della comunione in mano. Ammiratore di Piero Marini, è stato infatti la spina nel fianco di Sarah e rappresentava l’opposizione interna all’allora Prefetto.

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Comunione in bocca, un divieto che divide

Mons. Arthur Roche, Segretario della Congregazione per il Culto Divino, ha “risolto” un contenzioso tra un fedele e il suo vescovo, Richard F. Stika. Il fedele aveva chiesto di sospendere l’ordine del vescovo di Knoxville di non dare la Santa Comunione sulla lingua, ma esclusivamente sulla mano; la Congregazione ha detto picche. Una risposta che non convince affatto: ecco perché.

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Paolo VI e la riforma liturgica. La approvò, ma gli piaceva poco

I difensori della liturgia preconciliare additano in Paolo VI il responsabile ultimo di tutte le innovazioni. In realtà tra lui e la riforma — il cui “regista” fu Annibale Bugnini — che man mano prendeva corpo non c’era affatto quella sintonia che i critici gli rimproverano. Ma allora perché la approvò?

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Il card. Sarah isolato e umiliato, ma continua la sua battaglia

Il prefetto del Culto Divino Sarah è il nuovo bersaglio del gruppo di potere che agisce intorno al Pontefice. Oltre alle “correzioni” e all’isolamento nel campo della liturgia, il partito progressista lo teme per la sua statura morale. Anche in vista di un futuro Conclave.

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Liturgia, a piccoli passi si torna al pre-Ratzinger

cristianesimocattolico:

Tra le persone più vicine a papa Bergoglio c’è monsignor Piero Marini, maestro delle cerimonie liturgiche con Giovanni Paolo II, che ora viene dato come certo alla guida della Congregazione per il Culto divino. E’ lui che sta ispirando i cambiamenti nella liturgia voluti da papa Francesco, ma che piacevano anche a Giovanni Paolo II. 

di Matteo Matzuzzi (08-11-2013)

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Jorge Mario Bergoglio è un gesuita, e come faceva ai tempi in cui era superiore provinciale per l’Argentina, anche da Papa accetta ben volentieri consigli, idee e suggerimenti da parte di confratelli, vescovi e cardinali che si recano in visita da lui nelle stanze della Domus Sanctae Marthae. Poi, naturalmente, decide in piena e totale autonomia. Tra i più ascoltati consiglieri, in questi primi mesi di pontificato, c’è l’arcivescovo titolare di Martirano, monsignor Piero Marini, attualmente presidente del Pontificio comitato per i congressi eucaristici e per ben vent’anni, dal 1987 al 2007, maestro delle cerimonie liturgiche.

Una sintonia il cui timbro sarebbe dato, secondo voci provenienti da Oltretevere, dal ritorno in auge della ferula argentea che fu realizzata dallo scultore Lello Scorzelli per Paolo VI – ma utilizzata poi anche da Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e fino al 2007 anche da Joseph Ratzinger – in occasione della chiusura del Concilio Vaticano II. Dopo le prime celebrazioni di inizio pontificato in cui Francesco aveva utilizzato sempre e solo la ferula di Benedetto XVI, in seguito a un’udienza concessa a Marini, ecco il ritorno al “pastorale” papale conciliare.

Ma è un altro e ben più rilevante particolare a indicare come sotto il profilo liturgico la situazione sia in evoluzione. A fine settembre, infatti, sono stati sostituiti tutti e cinque i consultori dell’ufficio delle cerimonie pontificie. Il loro mandato quinquennale era scaduto, ma la conferma nei rispettivi incarichi era possibile. Andando a leggere i nomi dei membri subentranti, spicca padre Silvano Maria Maggiani, capoufficio alla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti e già consultore dell’ufficio delle cerimonie fino a cinque anni fa. Sostanzialmente, nel ricambio impostato nel 2008 da Benedetto XVI, padre Maggiani era stato uno di coloro che avevano perso il posto. Ora, con il nuovo Pontefice, torna in sella.

Fin dal primo giorno di pontificato è risultato chiaro come Francesco non abbia tra i suoi interessi maggiori l’aspetto liturgico. Lo stesso padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, confermava che “la liturgia non è tra le priorità” del nuovo Papa. Anche perché, da buon gesuita, “nec rubricat nec cantat”. L’apparizione sulla Loggia senza indossare la mozzetta rossa propria dell’abito corale papale, il rifiuto delle scarpe rosse e della croce in simil-oro, erano chiari segnali che Bergoglio prestava minore attenzione a quegli elementi che Ratzinger aveva pazientemente recuperato e che risalgono, in molti casi, ai riti preconciliari. Anche l’impianto delle cerimonie ha subito qualche “aggiornamento”, come dimostra il più raro uso del latino, l’abbandono di tronetti antichi, faldistori (inginocchiatoi) che in San Pietro non si vedevano più dai tempi di Papa Roncalli. Per non parlare dei paramenti, molto più semplici (Francesco non indossa pianete, camici elaborati, dalmatica pontificale) e meno ricercati rispetto al pontificato precedente.

Poiché il maestro delle cerimonie è sempre lo stesso (il genovese Guido Marini, proveniente dalla scuola del cardinale Giuseppe Siri), risulta facile pensare che sia il Papa ad aver impostato uno stile improntato a maggiore sobrietà. E questa non dispiace certo a monsignor Piero Marini, che mal aveva digerito il ritorno dei sette candelabri sull’altare, la celebrazione coram Deo in Sistina, i paramenti barocchi.

Non a caso, poco dopo l’elezione di Bergoglio, l’attuale presidente del Pontificio comitato per i congressi eucaristici si rallegrava perché “la Chiesa vive la speranza dopo anni di paura”. E ancora, “si respira aria fresca, è una finestra aperta alla primavera”. Tirava in ballo anche “Vatileaks e la pedofilia”, arrivando a dire che “fino ad ora abbiamo respirato il cattivo odore di acque paludose”. Un ritorno sulla scena in grande stile, possibile dal momento che ora “si respira un’aria diversa di libertà, una chiesa più vicina ai poveri e meno problematica”.

Riguardo la liturgia, Marini spera che presto tornino quegli elementi che contraddistinguevano le cerimonie da lui organizzate per Karol Wojtyla. A tal proposito, solo qualche settimana fa diceva che nella celebrazione “basta inserire alcuni elementi, all’ingresso e all’offertorio, che fanno parte della vita del Paese di cui si è ospiti, perché la messa diventi subito familiare a chi vi prende parte”. Canti e danze compresi: “A Giovanni Paolo II tutto questo piaceva, voleva sempre condividere usanze e tradizioni”. Un esempio è dato da un vecchio viaggio del Papa polacco in Brasile: “Ci era stato chiesto di consentire la partecipazione delle danzatrici del balletto locale. Abbiamo consentito, e sono salite sulle due rampe di scale che contornavano l’altare. Durante la danza si è levato un po’ di vento, e i loro abiti sottili si sono appiccicati al corpo. Qualcuno dei prelati presenti ha manifestato disapprovazione. Ma non avevano sentito il Pontefice che ripeteva ‘Bello, bello’”.

Un’altra volta, proseguiva monsignor Marini, il cardinale Camillo Ruini si era lamentato con il Papa per “l’inserimento nella liturgia per i giovani di alcuni ragazzi che agitavano le braccia durante la celebrazione”, ma anche il quel caso Giovanni Paolo II dimostrò che “questa presenza” era gradita. A conferma del pensiero dell’ex maestro delle cerimonie, in questo caso, c’è la grande veglia a Tor Vergata durante la giornata mondiale della gioventù del 2000. Quella sera Papa Wojtyla alzava le braccia proprio come i ragazzi che lo circondavano, a ritmo di musica. E dimostrava di gradire e divertirsi. Piero Marini è stato l’organizzatore delle grandi adunate che videro protagonista il beato Wojtyla nel corso del suo lungo pontificato: messe in enormi impianti sportivi, scenografie moderne, incontri tra il Papa e cantanti pop. La filosofia del meno silenzio e più “chiasso”, come disse sempre a Tor Vergata Giovanni Paolo II. Un’idea che sembra accomunare Marini a Bergoglio.

Da mesi viene data come più che probabile la nomina dell’arcivescovo titolare di Martirano a nuovo prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti al posto del “piccolo Ratzinger”, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, che ha chiesto di tornare in Spagna. Alcune settimane fa la nomina era data per imminente e decisa, poi tutto si è fermato. Segno che il Papa potrebbe non aver sciolto le ultime riserve, se si considera anche che la carica è per prassi cardinalizia e Marini si vedrebbe così consegnata quella porpora che gli era stata sempre negata negli ultimi otto anni. Il ritorno di mons. Marini significherebbe con ogni probabilità un ritorno all’ars celebrandi antecendente agli ultimi sei anni del pontificato di Benedetto XVI. Lo stesso ex maestro delle celebrazioni, partecipando al ritrovo annuale delle commissioni liturgiche a Erie, in Pennsylvania, confessò di “avere nostalgia e desiderio di comprendere più a fondo e sperimentare nuovamente lo spirito del Concilio”.

© La Nuova Bussola Quotidiana

Piero Marini, l’ex cerimoniere che apre alle unioni gay

di Riccardo Facchini (23/04/2013)

Non gli bastava l’aver conciato a lungo i Papi in questa o  in quest’altra maniera. Mons. Piero Marini, per molti anni cerimoniere di Giovanni Paolo II e per pochi – fortunatamente – di Benedetto XVI, ha pensato di dire la sua anche sul riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, affermando a riguardo che «È necessario riconoscere le unioni delle persone dello stesso sesso, perché ci sono molte coppie che soffrono perché non vedono riconosciuti i loro diritti civili; quello che non si può riconoscere è che questa coppia sia un matrimonio».

Purtroppo la sua non è una voce isolata: già Mons. Paglia – presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia (quale famiglia, verrebbe da chiedersi a questo punto) – si è recentemente espresso con termini simili e anche l’Avvenire sembra allineato su posizioni analoghe, così come ci ha ricordato oggi Riccardo Cascioli sulla Nuova Bussola Quotidiana.

Qualcuno di voi si aspetterà forse ora un duro j’accuse, un moto di indignazione. Ma purtroppo, almeno al momento, ciò che prevale in me è la rassegnazione, la disillusione. Tutto ciò infatti non mi sorprende e non dovrebbe stupire nessun cattolico dotato di senso critico. Le dichiarazioni di simili e autorevoli prelati e la timidezza (nella migliore delle ipotesi) del quotidiano della Cei sono infatti tradimenti a cui siamo ormai abituati e che spesso molti “conservatori” giustificano a prescindere, lanciandosi in sperticate interpretazioni pro bono di qualsiasi sparata. Sono tradimenti dettati, la maggior parte delle volte, dalla solita logica del male minore, a sua volta ispirata dalla convinzione che, di fronte alla modernità che avanza, la Chiesa deve pur concedere qualcosina per non essere travolta e, magari, per mantenere qualche privilegio del tutto mondano.

Mentre in Francia decine di migliaia di persone sfilano ogni settimana, non senza beccarsi qualche manganellata, contro il disegno di legge che riconoscerà il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’adozione di figli da parte delle coppie gay, Oltretevere c’è chi si permette di nicchiare e di formulare capziosi distinguo (“unioni-civili-sì-matrimoni-no”), facendo oltretutto carriera. Secondo l’informatissimo Vatican Insider, l’ex cerimoniere sarebbe infatti prossimo ad essere nominato arciprete di San Pietro.

In tutto questo, Roma, come pensa di procedere? Sappiamo bene (il papato di Benedetto XVI ce lo ha insegnato, purtroppo) che il Pontefice ha spesso le mani legate quando si tratta di sanzionare esemplarmente qualche prelato chiacchierone. Ma stavolta la misura è forse colma e una presa di posizione si rende necessaria. Non vogliamo passare per i soliti integristi “che desiderano insegnare il mestiere al Papa”, ma – ad esempio – anche un solo saluto, un augurio agli attivisti della Manif Pour Tous basterebbe a isolare provvisoriamente certe componenti del corpo episcopale.

E magari, successivamente, si potrebbe evitare di piazzare certi personaggi negli snodi chiave della Curia. Ad esempio, mi è stato detto che la nunziatura apostolica in Costa d’Avorio non è al momento ricoperta da nessuno. Clima favoloso, paesaggi incontaminati: un posto ideale per il buen retiro di qualche ex cerimoniere. 

I lupi nella Chiesa

Un noto prelato della Curia Romana [Piero Marini, ndr], ha fatto un bilancio a dir poco sconcertante del pontificato di Benedetto XVI. Spero che l’intervista sia stata tradotta male prima dall’italiano e poi dallo spagnolo. Intanto leggiamo le sue parole: “Si respira aria fresca, è una finestra aperta alla primavera e alla speranza. Fino ad ora abbiamo respirato il cattivo odore di acque paludose, con la paura di tutto e problemi quali i Vatileaks e la pedofilia. Con Francesco si parla solo di cose positive (…) Con il nuovo Papa, si respira un’aria diversa di libertà, una Chiesa più vicina ai poveri e meno problematica”.

Aria nuova? Cattivo odore? Acque paludose? Con Papa Francesco si parla solo di cose positive? Sono interrogativi che non mi danno pace. Ogni Pontefice porta nel ministero petrino la sua impronta di novità. Anche nella Chiesa ci sono pecore travestite da agnelli. Cercano di seminare zizzania confondendo il cuore dei semplici. Non possiamo dimenticare la franchezza con cui Ratzinger ha parlato alla Chiesa invitandola al pentimento, al perdono. E’ stato il primo Papa ad incontrare le vittime della pedofilia. Benedetto è rimasto a Madrid sotto la pioggia con milioni di giovani a contemplare Gesù Eucarestia. I media così come alcuni settori della Chiesa, hanno visto in lui un nemico da abbattere. Gesù ha subito la stessa sorte. E’ stato messo a morte perché proclamava non la verità degli uomini, ma quella di Dio. E’ ora di smettere i panni dei confronti. La Chiesa non si costruisce con le scarpe rosse o nere, non è credibile solo se il Pontefice non indossa l’ermellino. Il Papa non è povero se porta o meno l’anello d’oro o d’argento. Preoccupiamoci di trasmettere il tesoro della fede evangelizzando con gioia gli uomini. La verità del Vangelo non deve essere proclamata a partire dagli interessi personali, altrimenti si diventa mercenari. Papa Bergoglio, ha messo in guardia da tali atteggiamenti. Lo ha ribadito nella Messa celebrata in occasione dell’ordinazione dei nuovi sacerdoti:

“Consapevoli di essere stati scelti fra gli uomini e costituiti in loro favore per attendere alle cose di Dio, esercitate in letizia e in carità sincera l’opera sacerdotale di Cristo, unicamente intenti a piacere a Dio e non a voi stessi. Dispensate a tutti quella Parola di Dio che voi stessi avete ricevuto con gioia. Ricordate le vostre mamme, le vostre nonne, i vostri catechisti, che vi hanno dato la Parola di Dio, la fede. Leggete e meditate assiduamente la Parola del Signore, per credere ciò che avete letto, per insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato. E ricordate anche, che la Parola di Dio non è proprietà vostra: è Parola di Dio. Partecipando alla missione di Cristo, Capo e Pastore, in comunione filiale con il vostro vescovo impegnatevi a unire i fedeli in un’unica famiglia per condurli a Dio Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. Abbiate sempre davanti agli occhi l’esempio del Buon Pastore, che non è venuto per essere servito, ma per servire e per cercare di salvare ciò che era perduto” (Papa Francesco).

Vorrei sottolineare dove si trova la “novità” di cui parlano con entusiasmo i nuovi difensori del papato. E’ forse una gioia diversa da quella predicata dai predecessori? E’ forse l’aria nuova? Le calunnie che scaturiscono da sentimenti personali distruggono ed infangano il volto splendente della sposa di Cristo. In continuità di Magistero vorrei proporre alla vostra attenzione due brevi esortazioni di Benedetto XVI. In maniera anonima le ho fatte leggere ad alcune persone. Erano entusiaste. Appena gli ho comunicato che erano del Papa emerito non volevano crederci. Pensavano essere affermazioni di Papa Francesco. L’episodio fa capire come siamo condizionati costantemente nel “giudizio”:

1-.“Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo”.

2-. “C’è qualcuno che dice: Gesù avrebbe annunciato una grazia senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa interpretazione della grazia. La penitenza è grazia. È una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato. È una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere. Penitenza, poter fare penitenza, è il dono della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina” (Papa Benedetto XVI).

La Chiesa, fondata sul sangue di Gesù morto sulla croce, non deve predicare quello che il mondo vuole sentire per essere applaudita, o peggio per ricevere consensi dai cosiddetti “lontani”. Questa tipologia di gente, rimarrà sempre distante. Certamente come il buon pastore ha il dovere di andare a cercare “la pecora perduta” per condurla all’ovile, nel recinto della famiglia di Dio. Il compito della Chiesa è quello di proclamare ed annunciare perdutamente Cristo risorto! La sua parola, il suo messaggio, come fuoco ardente brucia il peccato per far nascere la grazia. Se i ministri dell’altare diventano funzionari, Cristo viene ancora crocifisso. Le porte degli inferi non prevarranno. E’ necessario passare nel crogiolo della prova, senza paura. In quel momento, sentiremo le parole di Gesù: “coraggio sono io, non temere!”. Ricordiamo come in nome di un “falso” dialogo le Chiese del nord Europa, hanno subito uno svuotamento strutturale di enormi proporzioni. Pur accogliendo le istanze del mondo, le defezioni aumentano. Seguiamo Cristo, modello dell’uomo nuovo. Solo lui, ha parole di vita eterna!

don Salvatore Lazzara