Gnosticismo, antica eresia. Ma ecco come ricompare oggi

Vi sono però due epiteti che papa Francesco applica spesso ai suoi avversari interni alla Chiesa, ma che sono incomprensibili ai più: “gnostico” e “pelagiano”. Non solo. Anche i pochi che conoscono il significato originario di questi due epiteti trovano che tante volte Jorge Mario Bergoglio li adopera all’opposto di ciò che vogliono dire.

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I pericoli nascosti del documento “Placuit Deo”

Un documento, la lettera Placuit Deo, sulla salvezza che sembra materia soprattutto di super-specialisti, dove si parla di (neo)pelagianismo e (neo)gnosticismo. Il vaticanista Marco Tosatti ne ha parlato con un ottimo teologo, don Felice Prosperi Morichella, e con un con un prelato di alto livello nei Sacri Palazzi, anch’egli dotato di profonda conoscenza teologica.

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Denzinger, e il mondano dimezzato

È durata poco l’intervista volterriana. Francesco contro lo spirito del mondo. Denzinger, pioniere del dogma. Rahner: buona coscienza e libero esame. Si assolvono i peccatori, non i peccati, ecco il punto.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (20/11/2013)

Accolta “con gioia” come si usa nella Chiesa d’oggi, difesa senza “se” e senza “ma”, ermeneutizzata come si conviene e poi, alla fine, ritirata dal sito internet vaticano, dove era rimasta un mese e mezzo: da famosa che era, l’intervista di Papa Francesco a Eugenio Scalfari è stata archiviata con un semplice click. Attendibile nel suo complesso, ha spiegato il direttore della sala stampa padre Lombardi, non lo è in alcune singole parti, anche se il controverso passaggio sulla coscienza sarebbe “del tutto compatibile con il Catechismo della Chiesa cattolica”.

Pur deposta nei faldoni della semplice cronaca, tale vicenda rimane a indicare un tasso di confusione eccessivo persino per un ospedale da campo. È davvero strano che nessuno si sia chiesto, preventivamente e prudentemente, se l’intervistatore della stampa volterriana fosse un malato venuto a farsi curare o un untore neanche troppo mimetizzato. Riconoscere cosa vi sia nell’animo dell’interlocutore mondano è questione che lo stesso Papa Francesco, nell’omelia di Santa Marta di lunedì scorso, ha indicato come essenziale. Commentando un passo del “Libro dei Maccabei” ha messo in guardia dal rischio di fare mercimonio della fedeltà al Signore, poiché lo spirito del mondo negozia tutto. Ma l’istantanea della chiesa postmoderna ritrae da decenni un luogo di mediazione più che una cittadella decisa a resistere. Un posto dove molti agiscono con aria di sufficienza nell’adozione di criteri, metodi e strumenti necessari per comprendere tanto le lusinghe del mondo quanto i lamenti della Chiesa.

La tensione al ragionevole rigore di moda sotto Benedetto XVI, che insieme all’ascesi e alla preghiera mette al riparo dalle sirene del mondo, pare evaporata. Oggi, basta solo richiamare la precisione affilata e caritatevole con cui la chiesa si è sempre espressa su fede, dottrina e morale per passare come ideologizzati specialisti del Logos. Guai a chi osi evocare l’opera di un benemerito pioniere della teologia dogmatica come Heinrich Denzinger: si viene tacciati di voler sostituire il Vangelo con il suo Enchiridion Symbolorum, quel cristallino compendio dei principali testi del magistero che dovrebbe fare da argine là dove il mondo interroga, provoca, negozia, corrompe. Aggiornato costantemente nel corso dei decenni, il “Denzinger”, che ha preso il nome del suo primo autore, è uno dei riferimenti più sicuri per chiunque voglia conoscere e praticare il perenne pensiero della chiesa: ma non piace più, irrita, infastidisce. Per scoprire la ragione di tale avversità basterebbe andare su Wikipedia, dove, in un’impietosa, sinteticissima riga, si legge: «Il grande teologo fondamentale gesuita Karl Rahner ha tuttavia messo in guardia studenti e studiosi sul rischio riduzionistico di una “teologia del Denzinger”». Se si considera che, nella Chiesa contemporanea, l’inventore della teoria dei “cristiani anonimi” ha sostituito san Tommaso come doctor communis, diviene comprensibile l’universale avversione per il “Denzinger”, severo giudice di chiunque ami abbandonarsi a un qualunque incontro personale con il Vangelo. In qualche modo, ritorna in superficie il tema della coscienza personale che Rahner, confratello di Papa Francesco, ha descritto nella Fatica di credere in termini che hanno indubbiamente fatto scuola, e che scuola:

“Chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, un tale individuo è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini”.

“In altre parole: la grazia e la giustificazione, l’unione e la comunione con Dio, la possibilità di raggiungere la vita eterna, tutto ciò incontra un ostacolo solo nella cattiva coscienza di un uomo”.

Posto davanti al Vangelo, un pensiero simile non può che rifuggire il cogente rigore del “Denzinger”, che è il cogente rigore della Chiesa. Ma la fede cattolica non può risolversi nel semplice incontro personale con il Vangelo. Lo spiega il domenicano padre Roger-Thomas Calmel nella Breve apologia della Chiesa di sempre: «Che ci sia dunque un andirivieni frequente dalla lettera della Scrittura alle formule dei Concili e del Catechismo e viceversa. Passiamo dalla lettera dell’Antico o del Nuovo Testamento alle definizioni conciliari o pontificie per meglio coglierne il contenuto esatto, il vero significato del testo sacro. Poi ritorniamo dai Concili e dal Catechismo al semplice testo scritturale per non perdere mai di vista il dato vivo, concreto, soprannaturale, inesauribile, del quale le formulazioni del magistero ecclesiastico esprimono, con tutta la precisione necessaria, la profondità e il mistero».

La guerra al “Denzinger”, e quindi all’armonioso dipanarsi e manifestarsi della dottrina perenne della Chiesa, viene da lontano. Non a caso Rahner spiega che «gli enunciati della fede tradizionale sono inadeguati, in buona parte, per lo meno per quanto concerne ciò che è necessario prima di ogni altra cosa: l’annuncio della fede (…) Proposizioni come “vi sono tre persone in Dio”, “noi siamo salvati dal sangue di Gesù Cristo” sono puramente e semplicemente incomprensibili per un uomo moderno (…) esse fanno la stessa impressione della pura mitologia di una religione del tempo passato».

Secondo il teologo gesuita, dunque, al palato dell’uomo contemporaneo, Gesù che resuscita Lazzaro ha lo stesso sapore di Ercole che sconfigge l’Idra o di Teseo che uccide il Minotauro. Quindi non rimane che riformare l’annuncio e sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della modernità, trarre le parole dai desideri del nuovo uditorio.

Giuseppe Siri, un cardinale che rischiò di diventare papa, coglie lucidamente la questione, quando in Getsemani scrive: «Il grande principio di morte è il principio di secolarizzazione: il mondo contiene la forza della plenaria realizzazione degli uomini e ne è anche l’ambiente, in cui lo scopo della vita dell’uomo deve essere raggiunto; occorrerebbe dunque abolire ogni distinzione tra sacro e profano, tra chiesa e mondo». Diagnosi confermata da quanto Edward Schillebeeckx andava dicendo nel 1970: «In Cristo è ora possibile dire “Amen” alla realtà mondana e considerarla come culto poiché, dopo l’apparizione di Gesù, sulla terra abita la pienezza di Dio».

Se l’oggetto del nuovo culto è il mondo, diventa impossibile entrarvi in conflitto. I vescovi americani che contestano Barack Obama, evidentemente, non seguono Rahner o Schillebeeckx. Ma centinaia di gesuiti con le loro università cattoliche e centinaia di suore in rivolta dicono “Amen” al presidente e rendono culto al mondo. Il vero problema dell’ospedale da campo è distinguere chi vi distribuisce la medicina buona e chi fa eutanasia al paziente.

Se è vero che lo spirito mondano induce a negoziare finanche la fedeltà a Dio, come ha detto il Papa nell’omelia del 18 novembre, bisognerebbe avere anche il coraggio di denunciare chi, nell’accampamento cattolico, si macchia di intelligenza col nemico. Non è possibile additare le lusinghe del mondo e tollerare un Rahner che dice: «Con il progredire della storia della grazia, il mondo diviene sempre più indipendente, maturo, profano, e deve pensare ad auto-realizzarsi. Questa crescente mondanità storica (…) non è una sventura che si contrappone ostinatamente alla grazia e alla chiesa, ma è invece il modo nel quale la grazia si realizza a poco a poco nella creazione».

Sulla scia dell’ambiguo e ossessivo “primato della Parola” e del “sola fide” di matrice luterana, la chiesa ha finito per specchiarsi nell’orizzonte ribaltato di un pelagianesimo che nega il senso del peccato e osanna il mondo. L’esito è comunque il depotenziamento della tradizione e della funzione di mater et magistra. Il libero esame, il soggettivismo, la “sola scriptura” prendono la scena svuotando di significato il ruolo dei vescovi e del Papa. Ma l’orizzonte logico di tale operazione è debolissimo poiché è la tradizione a precedere e definire la parola: è la chiesa a stabilire quali siano i testi sacri e come vadano interpretati. Fatto che determina l’impossibilità di parlare di “religione del libro”, posto che i testi sacri sono oggettivamente diversi nella lettera e nella loro interpretazione. La chiesa precede storicamente e logicamente la scrittura e per questo, spiega il cardinale Siri, «colui che relativizza la Tradizione relativizza la Scrittura».

La bellezza perenne e unica del cattolicesimo sta nella capacità di comporre e armonizzare tutti questi elementi. Sta nella continua tensione tra ragione e mistero, tra anelito terreno e risposta celeste che, pazientemente, crea un calco nel quale la creatura si adagia, magmatica e informe, per risorgerne solida e levigata, come la farfalla da una crisalide. Perché conoscere la dottrina significa amarla e pregarla assecondandone forme e definizioni. È come un dire le preghiere secondo formule dettate da altri con precisione ispirata e insondabile. Allora, lontano dai sentimenti, dalle divagazioni, dagli inutili discorsi, senza uno iota di troppo, sgorga quel che della beatitudine è concesso su questa terra, che è un dire sottovoce, un fare e un vivere invece che un discorrere: «I molti discorsi non appagarono l’anima», insegna l’Imitazione di Cristo, «ma la vita buona dà ristoro alla mente».

L’annuncio a Maria narrato da San Luca non produrrebbe nelle anime oranti la stessa tensione verso il “partorire Dio” predicato da sant’Ambrogio se il Concilio di Efeso, nel 431, non avesse affilato la lama della dottrina definendo la Vergine Theotokos, Madre di Dio: «Se qualcuno non Confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la Santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne il Verbo che è da Dio, sia anatema». Non vi è nulla di più amato dalla gente cristiana aliena al mondo che un tale rigore. «Tutto il popolo della città rimase in attesa dal mattino alla sera, aspettando il giudizio del santo sinodo», racconta san Cirillo d’Alessandria, che fu l’artefice di quella decisione. «(…) Alla nostra uscita dalla Chiesa, fummo ricondotti fino alle nostre dimore. Era la sera, tutta la città si illuminò, donne camminavano innanzi a noi con incensieri. A coloro che bestemmiavano il suo Nome, il Signore ha dimostrato la sua onnipotenza».

A saperlo leggere, a studiarlo in amorevole andirivieni con la Scrittura, il “Denzinger” racconta queste storie e alimenta la vita buona che, a sua volta, nutre la mente. È la vita della Chiesa che corre lungo i secoli dandovi forma, è la tradizione che bussa imperiosamente alle anime chiamandole a scegliere. Non vi è alternativa nella guerra allo spirito mondano: alla tentazione di negoziare persino sulla fede si può opporre solo l’immutabilità e l’irreformabilità del magistero. Per tutta la sua vita, la chiesa lo ha fatto, contendendo al mondo il tempo e lo spazio, le due dimensioni in cui si espande la tradizione. Le definizioni raccolte dal “Denzinger” si sono tramandate senza mutare nel corso dei secoli e, senza mutare, hanno raggiunto gli avamposti più remoti della fede. Quelle stesse pagine che ora si trovano facilmente a stampa in libreria, hanno corso il mondo in itinerari avventurosi che Harold Innis ha raccontato nel suo epico Impero e comunicazioni. Hanno viaggiato su pergamena, “supporto pesante” adatto al permanere della verità religiosa irreformabile e perenne, a differenza di ciò che viaggiava su papiro e su carta, “supporti leggeri” che alimentavano la burocrazia civile caduca e fallace.

Così, la Chiesa di Roma ha propagato il regno di Cristo e ha conquistato, anima per anima, le intelligenze più semplici e quelle più laboriose, tutte bisognose dello stesso nutrimento. Se John Henry Newman non si fosse trovato al cospetto di verità e pronunciamenti immutabili nello spazio e nel tempo, non avrebbe mai avuto la forza e l’esigenza di lasciare la comunione anglicana per entrare nella chiesa di Roma. Nell’Apologia pro vita sua, il cardinale spiega che compì il gran passo verso casa solo quando si rese conto che gli argomenti degli anglicani contro i padri del Concilio di Trento erano gli stessi di quelli contro i padri del Concilio di Calcedonia, che condannare i Papi del Sedicesimo secolo voleva dire condannare anche quelli del Quinto: «Il dramma della religione, il combattimento della verità e dell’errore erano sempre gli stessi. I principi e i procedimenti della chiesa d’oggi erano identici a quelli della Chiesa d’allora; i principi e i procedimenti degli eretici di oggi erano quelli dei protestanti di oggi. Lo scopersi quasi con terrore».

Ma la Chiesa non lascia da sola anima alcuna davanti a una verità che possa atterrire. A ciascuno porge la carezza rigorosa e soave del rito. La tradizione si presenta sempre all’uomo attraverso un poema sacro che nel cattolicesimo, come scrive Domenico Giuliotti, ha la sua espressione celeste nella celebrazione eucaristica: «La Messa, e non già la Divina Commedia, è il “poema” veramente “sacro al quale hanno posto mano e cielo e terra”. (…) Dio, la Trinità e tutti gli Angeli ne formano l’argomento. La Consacrazione, che rinnova l’Incarnazione, è il punto culminante di questo immenso mistero. E il Prete n’è, al tempo stesso, il taumaturgo e il poeta».

Emanazione del Cielo in terra, tradizione e liturgia sono quasi consustanziali persino nel metodo con cui gli uomini hanno contribuito alla loro formazione. Mentre una è il repertorio di pensieri da cui è decaduto tutto, tranne ciò che dice definitivamente il divino, l’altra è la composizione di gesti e di parole immutabili depurati da ciò che è solo umano. Sono due ingressi allo stesso mondo, dove ciascuno riceve perennemente ciò che gli spetta, in qualunque luogo si trovi e in qualunque tempo viva. Sulla terra non vi è nulla di più equo. Lo racconta con soave precisione Newman nel romanzo Perdita e guadagno, là dove descrive i pensieri e le sensazioni del giovane protagonista che, per la prima volta, assiste a una celebrazione cattolica: «Quello che lo colpì più di tutto fu che, mentre nella chiesa d’Inghilterra l’ecclesiastico oppure l’organo erano tutto e la gente non era niente, salvo che veniva rappresentata al funzionario laico, qui era esattamente il contrario. Il prete diceva poco o niente, almeno in modo da farsi sentire, invece l’assemblea era come un solo vasto strumento un panharmonicum che suonava insieme; cosa ancora più mirabile, pareva che suonasse da solo. (…) Le parole erano in latino, ma tutti le capivano benissimo, e offrivano le loro preghiere alla Santissima Trinità, e al Salvatore incarnato, e alla grande Madre di Dio, e ai santi nella gloria del Paradiso, con nel cuore un’energia pari a quella con cui davano voce al suono. Vicino a lui c’era un ragazzino, e una povera donna, che cantavano a squarciagola. No, qui non ci si poteva sbagliare, Reding disse fra sé e sé: “Questa sì che è una religione popolare”».

A quei tempi, nella Chiesa, la stessa dottrina e la stessa liturgia erano buone per tutti, per i santi e per i peccatori, per i vivi e per i morti, per i romani e per i barbari. Per questo la religione cattolica era equanime e misericordiosa: era popolare. Ancora non risuonava il lamento che più tardi avrebbe vergato Nicolás Gómez Dávila: «La Chiesa un tempo assolveva i peccatori, oggi ha deciso di assolvere i peccati».

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Pelagio, correnti gnostiche e vaticanisti

di Luisella Scrosati (14/06/2013)

C’è un giochetto che da un po’ di tempo sta prendendo piede: quello di “spifferare” a mezzo mondo quanto il Papa avrebbe detto (il condizionale è d’obbligo) in incontri privati.

La cosa dev’essere poi particolarmente agevole, dal momento che lo stile preferito di Papa Francesco è quello di parlare a braccio: dunque impossibile confermare o smentire, in mancanza di registrazioni. E questa incertezza è il terreno preferito in cui germinano le stupidaggini più incredibili. Ci sarebbe semplicemente da ridere a leggere certi giri mentali: da un sorriso del Papa alcuni deducono il nuovo stile del Concilio; dall’abbraccio che il Papa dona ai bambini se ne ricaverebbe un nuovo volto misericordioso della Chiesa… Che è come lasciar sottinteso che invece Benedetto XVI e i suoi predecessori (eccetto ovviamente Giovanni XXIII, il papa “buono” per antonomasia) sorridessero solo su minaccia di qualcuno che aveva capito lo stile del Concilio, oppure che fossero soliti dare schiaffoni ai bambini!

Ormai ogni gesto, parola o starnuto del Papa, o comunque a lui attribuito, è un gesto profetico o – perché no?- un vero e proprio atto di Magistero, dal momento che Vescovi, sacerdoti e giornalisti ne traggono materiale per fare predicozzi, per bacchettare qualcuno poco “conciliare”, per indicare la nuova strada che la Chiesa percorre per aprirsi al mondo, e via delirando.

In questo contesto si situano le presunte parole che il Papa avrebbe pronunciato incontrando, i rappresentanti della Confederazione Latinoamericana di Religiosi (CLAR). Il portale del pensiero liberatore latinoamericano (così si autodefinisce) Reflexión y Liberación, oltre ad attribuire al Papa la denuncia di lobby gay presenti in Vaticano, riporta un altro passaggio di questa conversazione, nella quale il Papa avrebbe confidato ai religiosi presenti due sue preoccupazioni, la prima delle quali riguarderebbe una corrente pelagiana nella Chiesa:

«Ci sono certi gruppi restaurazionisti. Io ne conosco alcuni; mi spettò di riceverli a Buenos Aires. Ci si sente come se si andasse indietro di 60 anni! Prima del Concilio… Ci si sente nel 1940… Un aneddoto, solo per illustrare questo fatto, non per ridere, io l’ho preso con rispetto, però mi preoccupa; quando mi hanno eletto, ho ricevuto una lettera di uno di questi gruppi, e mi dicevano: “Santità, le offriamo un tesoro spirituale: 3525 rosari”. Perché non mi hanno detto: preghiamo per lei, chiediamo… Questi gruppi si rifanno a pratiche e discipline che ho vissuto – voi no, perché nessuno di voi è anziano – a discipline, a cose che in quel momento si facevano, ma non adesso, oggi non esistono…».

Ora, buon senso vorrebbe che di fronte a presunte dichiarazioni attribuite al Papa, da parte di un sito che non nasconde di essere progressista, il quale a sua volta ha ricevuto non si sa come questo testo, che non è un originale, ma una ricostruzione a posteriori di quello che il Papa avrebbe detto durante questo incontro, insomma dichiarazioni poco attendibili, si serbasse un intelligente silenzio.

Invece no. Qualche tradizionalista “spara” irritato contro il Papa e il vaticanista Tornielli risponde con un articolo che sinceramente lascia un po’ sconcertati. Stando al vaticanista, qualche “censore sedicente ratzingeriano” avrebbe reagito piuttosto duramente a queste affermazioni, mettendo in luce una sorta di opposizione tra Papa Francesco e Benedetto XVI.

Si sa che Tornielli non ha grande simpatia per gli ambienti tradizionalisti, e fin qui non ci sono problemi: non è obbligatorio simpatizzare per nessuno. Però Tornielli, colpito dalla sindrome del sassolino nella scarpa, scrive: «L’accenno al mondo tradizionalista ha subito provocato la reazione indignata di qualche censore sedicente ratzingeriano, che ha immediatamente notato sul web la discontinuità con Benedetto XVI. I censori però sono in errore…». A questo punto Tornielli cita un testo dell’allora Cardinale Ratzinger che c’entra come i cavoli a merenda con quello che è stato attribuito a Papa Francesco. Lo riportiamo: «L’altra faccia dello stesso vizio è il pelagianesimo dei pii. Essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale per ogni amore, l’umiltà di ricevere doni a di là del nostro agire e meritare. La negazione della speranza a favore della sicurezza davanti a cui ora ci troviamo si fonda sull’incapacità di vivere la tensione verso ciò che deve venire e abbandonarsi alla bontà di Dio. Così questo pelagianesimo è un’apostasia dall’amore e dalla speranza, ma in profondità anche dalla fede».

Forse Tornielli è stato tratto in inganno dal fatto che sia Papa Francesco che il Cardinal Ratzinger hanno usato il termine “pelagianesimo”, ma è evidente che la riflessione di Ratzinger non c’entra niente con quanto attribuito a Papa Bergoglio.

Ratzinger ha parlato dell’atteggiamento interiore di chi pretende un “diritto alla beatitudine”, confidando non più nella misericordia di Dio, ma nelle proprie opere. Interessante che tra le opere del pio pelagiano, Ratzinger elenchi esercizi religiosi, preghiere e azioni, come a dire che il pelagiano rovina tutto quello che fa, perché in lui manca l’atteggiamento fondamentale di umiltà. Il pelagianesimo è una vera piaga, ma – si direbbe oggi – trasversale, che non riguarda un solo “partito ecclesiale”. Chiunque può incappare in questo problema: si può pretendere un diritto alla salvezza attraverso l’esecuzione di preghiere, pratiche di penitenza, opere di carità. Si possono esibire a Dio i propri “meriti” ascetici, mistici, caritatevoli. Persino l’andare verso i poveri, giustamente tanto raccomandato da Papa Francesco, non è esente da questo rischio: si può cadere nel pericolo di ritenersi a posto perché si fa un po’ di bene, perché si aiuta qualcuno, o persino perché si dedica l’intera esistenza a servizio dei bisognosi, ma alla fine si dimentica che, parafrasando il Vangelo, siamo servi inutili: abbiamo fatto semplicemente quello che dovevamo e non per questo possiamo ritenerci “a posto” con Dio.

Le parole attribuite a papa Bergoglio bollano delle pratiche religiose, che di per sé sono sacrosante, con un pressapochismo incredibile (per questo, in mancanza delle parole precise di tutta la conversazione, è meglio tacere anziché arrampicarsi sui vetri, per provare un’ermeneutica della continuità su ogni parola che esce dalla bocca del Papa): quelle parole mettono in un bel calderone il pre-concilio, bollandolo di essere tout court pelagiano. Anzi, rilanciano precisamente l’ermeneutica della rottura, contrapponendo un “prima del Concilio”, come qualcosa di vecchio e logoro, con un post- Concilio, come l’unica cosa di cui tener conto. Dire che un certo gruppo “restaurazionista” è l’emblema di questa mentalità pelagiana, solo per il fatto che sarebbe rimasto fermo a sessant’anni fa, a prima del Concilio, solo per una pratica di devozione che ha la “colpa” di aver contato i Rosari pregati, significa lasciar passare l’idea che prima del Concilio erano quasi tutti pelagiani. Inoltre le parole riportate da Reflexión y Liberación stigmatizzano una pratica che è sempre stata incoraggiata nella Chiesa e che non è mai venuta meno.

Mi riferisco a tutte quelle belle iniziative di pietà che vanno sotto il nome di bouqet spirituali, crociate eucaristiche, crociate del Rosario, tesori spirituali, etc., iniziative non raramente partite da santi ed incoraggiate da Vescovi. Mi viene in mente, per esempio, il beato don Edoardo Poppe, che diffuse la Crociata eucaristica dei ragazzi, fortemente incoraggiata dal Card. Mercier e da lui additata come esempio da seguire in tutte le parrocchie. Ora questa Crociata aveva come componente imprescindibile il Tesoro spirituale; i ragazzi dovevano cioè scrivere quante comunioni spirituali avevano fatto, quanti momenti di silenzio, quante Comunioni sacramentali, quante preghiere, e così via. Dovevano scriverlo dentro apposite caselle, dovevano cioè “tenere la contabilità” e poi spedirle al Cappellano. Che cos’era: un’educazione al pelagianesimo?

Questa pratica continua anche oggi da diverse parti, con notevoli frutti spirituali. Aderiscono volentieri ad iniziative di maldefinita “contabilità spirituale” molte persone semplici, lontane da appartenenze di destra o di sinistra ecclesiastica, che rispondono semplicemente ad appelli di preghiera per implorare dal Buon Dio grazie per la Chiesa, per la nazione, per evitare disgrazie, e via di seguito. Cosa c’è di pelagiano in tutto questo? Perché tutto questo oggi non dovrebbe più esistere? In quale testo in Concilio Vaticano II avrebbe proibito queste pratiche di pietà?

Altra domande: possibile che qualunque cosa dica o si presume che dica il Papa dev’essere accolta insindacabilmente, come se debba divenire la norma di tutta la Chiesa? Ammettiamo che il Papa abbia effettivamente detto quelle cose; ebbene, dei quattro gradi magisteriali, ai quali corrisponde un diverso grado di assenso, quale occuperebbe un discorso privato a braccio del Papa? Grazie a Dio, la Chiesa concede di poter dissentire, pur con tutto il rispetto e la deferenza dovuta all’autorità che le pronuncia, dalle opinioni private dei Papi. Perché allora prendersi la briga di dover ostentare la continuità in ogni cosa?

Ultima annotazione. Tornielli scrive: «Molto interessante è anche la seconda delle preoccupazioni espresse da Francesco, che sembra richiamare pronunciamenti della Congregazione per la dottrina della fede contro filosofie e correnti di pensiero che finiscono per “svuotare” l’incarnazione». Il riferimento è al secondo pericolo citato nel discorso, quello cioè della corrente gnostica. Bene. Se Tornielli vede in ciò un aggancio con gli interventi della CdF su questo aspetto, e dunque per l’ennesima volta la prova della continuità di Papa Francesco con il Magistero che lo precede, allora bisognerebbe anche capire come conciliare questo richiamo con un’espressione, riportata sempre da Reflexión y Liberación, che invece invita sostanzialmente a fare spallucce, di fronte ai richiami della CdF: «Aprite le porte, aprite le porte… Faranno errori, combineranno un guaio: passerà! Forse vi arriverà anche una lettera della Congregazione della Dottrina della Fede, dicendovi che avete detto tale cosa o tal’altra… Ma non preoccupatevi. Spiegate quello che dovete spiegare, ma andate avanti…».

Buon lavoro al vaticanista.