Ciò che Dio ha unito. La rivoluzione culturale del cardinale Kasper

cristianesimocattolico:

di Roberto de Mattei (01/03/2014)

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“La dottrina non cambia, la novità riguarda solo la prassi pastorale”. Lo slogan, ormai ripetuto da un anno, da una parte tranquillizza quei conservatori che misurano tutto in termini di enunciazioni dottrinali, dall’altra incoraggia quei progressisti che alla dottrina attribuiscono scarso valore e tutto confidano nel primato della prassi. Un clamoroso esempio di rivoluzione culturale proposta in nome della prassi ci viene offerto dalla relazione dedicata a Il Vangelo della famiglia con cui il cardinale Walter Kasper ha aperto il 20 febbraio i lavori del Concistoro straordinario sulla famiglia. Il testo, definito da padre Federico Lombardi come “in grande sintonia” con il pensiero di Papa Francesco, merita anche per questo di essere valutato in tutta la sua portata.

Punto di partenza del cardinale Kasper è la constatazione che “tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”. Il cardinale evita però di formulare un giudizio negativo su queste “convinzioni”, antitetiche alla fede cristiana, eludendo la domanda di fondo: perché esiste questo abisso tra la dottrina della Chiesa e la filosofia di vita dei cristiani contemporanei? Qual è la natura, quali sono le cause del processo di dissoluzione della famiglia? In nessuna parte della sua relazione si dice che la crisi della famiglia è la conseguenza di un attacco programmato alla famiglia, frutto di una concezione del mondo laicista che ad essa si oppone. E questo malgrado il recente documento sugli Standard per l’educazione sessuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’approvazione del “rapporto Lunacek” da parte del Parlamento europeo, la legalizzazione dei matrimoni omosessuali e del reato di omofobia da parte di tanti governi occidentali. Ma ci si chiede ancora: è possibile nel 2014 dedicare 25 pagine al tema della famiglia, ignorando l’oggettiva aggressione che la famiglia, non soltanto cristiana, ma naturale, subisce in tutto il mondo? Quali possono essere le ragioni di questo silenzio se non una subordinazione psicologica e culturale a quei poteri mondani che dell’attacco alla famiglia sono i promotori?

Nella parte fondamentale della sua relazione, dedicata al problema dei divorziati risposati, il cardinale Kasper non esprime una sola parola di condanna sul divorzio e sulle sue disastrose conseguenze sulla società occidentale. Ma non è giunto il momento di dire che gran parte della crisi della famiglia risale proprio all’introduzione del divorzio e che i fatti dimostrano come la Chiesa avesse ragione a combatterlo? Chi dovrebbe dirlo se non un cardinale di Santa Romana Chiesa? Ma al cardinale sembra interessare solo il “cambiamento di paradigma” che la situazione dei divorziati risposati oggi esige.

Quasi a prevenire le immediate obiezioni, il cardinale mette subito le mani avanti: la Chiesa “non può proporre una soluzione diversa o contraria alle parole di Gesù”. L’indissolubilità di un matrimonio sacramentale e l’impossibilità di un nuovo matrimonio durante la vita dell’altro partner “fa parte della tradizione di fede vincolante della Chiesa che non può essere abbandonata o sciolta richiamandosi a una comprensione superficiale della misericordia a basso prezzo”. Ma immediatamente dopo aver proclamato la necessità di rimanere fedeli alla Tradizione, il cardinale Kasper avanza due devastanti proposte per aggirare il perenne Magistero della Chiesa in materia di famiglia e di matrimonio.

Il metodo da adottare, secondo Kasper, è quello seguito dal Concilio Vaticano II sulla questione dell’ecumenismo o della libertà religiosa: cambiare la dottrina, senza mostrare di modificarla. “Il Concilio – afferma – senza violare la tradizione dogmatica vincolante ha aperto delle porte”. Aperto delle porte a che cosa? Alla violazione sistematica, sul piano della prassi, di quella tradizione dogmatica di cui a parole si afferma la cogenza.

La prima strada per vanificare la Tradizione prende spunto dalla esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, laddove dice che alcuni divorziati risposati “sono soggettivamente certi in coscienza che il loro precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido” (n. 84). La Familiaris consortio precisa però che la decisione della validità del matrimonio non può essere lasciata alla valutazione soggettiva della persona, ma ai tribunali ecclesiastici, istituiti dalla Chiesa per difendere il sacramento del matrimonio. Proprio riferendosi a questi tribunali, il cardinale affonda il colpo: “Poiché essi non sono iure divino, ma si sono sviluppati storicamente, ci si domanda talvolta se la via giudiziaria debba essere l’unica via per risolvere il problema o se non sarebbero possibili altre procedure più pastorali e spirituali, In alternativa si potrebbe pensare che il vescovo possa affidare questo compito a un sacerdote con esperienza spirituale e pastorale quale penitenziere o vicario episcopale”.

La proposta è dirompente. I tribunali ecclesiastici sono gli organi a cui è normalmente affidato l’esercizio della potestà giudiziaria della Chiesa. I tre principali tribunali sono la Penitenzieria apostolica, che giudica i casi del foro interno, la Rota Romana, che riceve in appello le sentenze da qualsiasi altro tribunale ecclesiastico e la Segnatura Apostolica, che è il supremo organo giudiziario, con qualche analogia con la Corte di Cassazione nei confronti dei tribunali italiani. Benedetto XIV, con la sua celebre costituzione Dei Miseratione, introdusse nel giudizio matrimoniale il principio della duplice decisione giudiziaria conforme. Questa prassi tutela la ricerca della verità, garantisce un risultato processuale giusto, e dimostra l’importanza che la Chiesa attribuisce al sacramento del matrimonio e alla sua indissolubilità. La proposta di Kasper mette in causa il giudizio oggettivo del tribunale ecclesiastico, che verrebbe sostituito da un semplice sacerdote, chiamato non più a salvaguardare il bene del matrimonio, ma a soddisfare le esigenze della coscienza dei singoli.

Richiamandosi al discorso del 24 gennaio 2014 agli officiali del Tribunale della Rota Romana nel quale papa Francesco afferma che l’attività giudiziaria ecclesiale ha una connotazione profondamente pastorale, Kasper assorbe la dimensione giudiziaria in quella pastorale, affermando la necessità di una nuova “ermeneutica giuridica e pastorale”, che veda, dietro ogni causa, la “persona umana”. “Davvero è possibile – si chiede – che si decida del bene e del male delle persone in seconda e terza istanza solo sulla base di atti, vale a dire di carte, ma senza conoscere la persona e la sua situazione?”. Queste parole sono offensive verso i tribunali ecclesiastici e per la Chiesa stessa, i cui atti di governo e di magistero sono fondati su carte, dichiarazioni, atti giuridici e dottrinali, tutti finalizzati alla “salus animarum”. Si può facilmente immaginare come le nullità matrimoniali dilagherebbero, introducendo il divorzio cattolico di fatto, se non di diritto, con un danno devastante proprio per il bene delle persone umane.

Il cardinale Kasper ne sembra consapevole, perché aggiunge: “Sarebbe sbagliato cercare la soluzione del problema solo in un generoso allargamento della procedura di nullità del matrimonio”. Bisogna “prendere in considerazione anche la questione più difficile della situazione del matrimonio rato e consumato tra battezzati, dove la comunione di vita matrimoniale si è irrimediabilmente spezzata e uno o entrambi i coniugi hanno contratto un secondo matrimonio civile”. Kasper cita a questo punto una dichiarazione per la Dottrina della Fede del 1994 secondo cui i divorziati risposati non possono ricevere la comunione sacramentale, ma possono ricevere quella spirituale. Si tratta di una dichiarazione in linea con la Tradizione della Chiesa. Ma il cardinale fa un balzo in avanti, ponendo questa domanda: “Chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo; come può quindi essere in contraddizione con il comandamento di Cristo? Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale? Se escludiamo dai sacramenti i cristiani divorziati risposati (…) non mettiamo forse in discussione la struttura fondamentale sacramentale della Chiesa?”.

In realtà non c’è nessuna contraddizione nella prassi plurisecolare della Chiesa. I divorziati risposati non sono dispensati dai loro doveri religiosi. Come cristiani battezzati sono sempre tenuti ad osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa. Essi hanno dunque non solo il diritto, ma il dovere di andare a Messa, di osservare i precetti della Chiesa e di educare cristianamente i figli. Non possono ricevere la comunione sacramentale perché si trovano in peccato mortale, ma possono fare la comunione spirituale, perché anche chi si trova in condizione di peccato grave deve pregare, per ottenere la grazia di uscire dal peccato. Ma la parola peccato non rientra nel vocabolario del cardinale Kasper e mai affiora nella sua relazione al Concistoro. Come meravigliarsi se, come lo stesso papa Francesco ha dichiarato lo scorso 31 gennaio, oggi “si è perso il senso del peccato”?

La Chiesa dei primordi, secondo il cardinale Kasper, “ci dà un’indicazione che può servire come via d’uscita” a quello che egli definisce “il dilemma”. Il cardinale afferma che nei primi secoli esisteva la prassi per cui alcuni cristiani, pur essendo ancora in vita il primo partner, dopo un tempo di penitenza, vivevano un secondo legame. “Origene – afferma – parla di questa consuetudine, definendola ‘non irragionevole’. Anche Basilio il grande e Gregorio Nazianzeno – due padri della Chiesa ancora indivisa! – fanno riferimento a tale pratica. Lo stesso Agostino, altrimenti piuttosto severo sulla questione, almeno in un punto sembra non aver escluso ogni soluzione pastorale. Questi Padri volevano, per ragioni pastorali, al fine di “evitare il peggio”, tollerare ciò che di per sé è impossibile accettare”.

È un peccato che il cardinale non dia i suoi riferimenti patristici, perché la realtà storica è tutt’altra da come la descrive. Il padre George H. Joyce, nel suo studio storico-dottrinale sul Matrimonio cristiano (1948) ha dimostrato che durante i primi cinque secoli dell’era cristiana non si può incontrare nessun decreto di un concilio, né alcuna dichiarazione di un Padre della Chiesa che sostenga la possibilità di scioglimento del vincolo matrimoniale. Quando, nel secondo secolo, Giustino, Atenagora, Teofilo di Antiochia, accennano alla proibizione evangelica del divorzio, non danno alcuna indicazione di eccezione. Clemente di Alesandria e Tertulliano sono ancora più espliciti. E Origene, pur cercando qualche giustificazione per la prassi adottata da alcuni vescovi, precisa che essa contraddice la Scrittura e la Tradizione della Chiesa (Comment. In Matt., XIV, c. 23, in Patrologia Greca, vol. 13, col. 1245). Due tra i primi concili della Chiesa, quello di Elvira (306) e quello di Arles (314), lo ribadiscono chiaramente. In tutte le parti del mondo la Chiesa riteneva lo scioglimento del vincolo come impossibile e il divorzio con diritto a seconde nozze era del tutto sconosciuto. Quello, tra i Padri, che trattò la questione dell’indissolubilità più ampiamente fu sant’Agostino, in molte sue opere, dal De diversis Quaestionibus (390) al De Coniugijs adulterinis (419). Egli confuta chi si lamentava della severità della Chiesa in materia matrimoniale ed è sempre incrollabilmente fermo sull’indissolubilità del matrimonio, dimostrando che esso, una volta contratto non si può più rompere per qualunque ragione o circostanza. È a lui che si deve la celebre distinzione tra i tre beni del matrimonio: proles, fides e sacramentum.

Altrettanto falsa è la tesi di una duplice posizione, latina e orientale, di fronte al divorzio, nei primi secoli della Chiesa. Fu solo dopo Giustiniano che la Chiesa di Oriente iniziò a cedere al cesaropapismo, adeguandosi alle leggi bizantine che tolleravano il divorzio, mentre la Chiesa di Roma affermava la verità e l’indipendenza della sua dottrina di fronte al potere civile. Per quanto riguarda san Basilio invitiamo il cardinale Kasper a leggere le sue lettere e a trovare in esse un passo che autorizzi esplicitamente il secondo matrimonio. Il suo pensiero è riassunto da quanto scrive nell’Ethica: “Non è lecito ad un uomo rimandare la sua moglie e sposarne un’altra. Né è permesso ad un uomo sposare una donna che sia stata divorziata da suo marito” (Ethica, Regula 73, c. 2, in Patrologia Greca, vol. 31, col. 852). Lo stesso si dica dell’altro autore citato dal cardinale, san Gregorio Nazianzeno, che con chiarezza scrive: “il divorzio è assolutamente contrario alle nostre leggi, sebbene le leggi dei Romani giudichino diversamente” (Epistola 144, in Patrologia Greca, vol. 37, col. 248).

La “pratica penitenziale canonica” che il cardinale Kasper propone come via di uscita dal “dilemma”, aveva nei primi secoli un significato esattamente opposto a quello che egli sembra volergli attribuire. Essa non veniva compiuta per espiare il primo matrimonio, ma per riparare il peccato del secondo, ed esigeva ovviamente il pentimento di questo peccato. L’undicesimo concilio di Cartagine (407), ad esempio, emanò un canone così concepito: “Decretiamo che, secondo la disciplina evangelica ed apostolica, la legge non permette né ad un uomo divorziato dalla moglie, né a una donna ripudiata dal marito, di passare ad altre nozze; ma che tali persone devono rimanere sole, oppure si riconcilino a vicenda, e che se violano questa legge, essi debbono fare penitenza” (Hefele-Leclercq, Histoire des Conciles, vol. II (I), p. 158).

La posizione del cardinale si fa qui paradossale. Invece di pentirsi della situazione di peccato in cui si trova, il cristiano risposato si dovrebbe pentire del primo matrimonio, o quanto meno del suo fallimento, di cui magari egli è totalmente incolpevole. Inoltre, una volta ammessa la legittimità delle convivenze postmatrimoniali, non si vede perché non dovrebbero essere consentite le convivenze prematrimoniali, se stabili e sincere. Cadono gli “assoluti morali”, che l’enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor aveva con tanta forza ribadito. Ma il cardinale Kasper prosegue tranquillo nel suo ragionamento.

“Se un divorziato risposato -1. Si pente del suo fallimento nel primo matrimonio, 2. Se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, 3. Se non può abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il nuovo matrimonio civile, 4. Se però si sforza di vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede e di educare i propri figli nella fede, 5. Se ha desiderio dei sacramenti quale fonte di forza nella sua situazione, dobbiamo o possiamo negargli, dopo un tempo di nuovo orientamento (metanoia), il sacramento della penitenza e poi della comunione?”.

A queste domande ha già risposto il cardinale Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (La forza della grazia, “L’Osservatore Romano”, 23 ottobre 2013) richiamando la Familiaris consortio, che al n. 84 fornisce delle precise indicazioni di carattere pastorale coerenti con l’insegnamento dogmatico della Chiesa sul matrimonio: “Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza. La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.

La posizione della Chiesa è inequivocabile. La comunione ai divorziati risposati viene negata perché il matrimonio è indissolubile e nessuna delle ragioni addotte dal cardinale Kasper permette la celebrazione di un nuovo matrimonio o la benedizione di un’unione pseudo-matrimoniale. La Chiesa non lo permise ad Enrico VIII, perdendo il Regno di Inghilterra, e non lo permetterà mai perché, come ha ricordato Pio XII ai parroci di Roma il 16 marzo 1946: “Il matrimonio fra battezzati validamente contratto e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà sulla terra, nemmeno dalla Suprema Autorità ecclesiastica”. Ovvero nemmeno dal Papa e tantomeno del cardinale Kasper.

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Un documento segreto, esclusivo e straordinario

La relazione del cardinale Kasper su famiglia e matrimonio al concistoro.

1° marzo 2014

Documento segreto, esclusivo e straordinario che il Foglio pubblica oggi in quattro pagine (per scaricarlo cliccate qua). Si tratta della relazione pronunciata dal teologo preferito del Papa, il cardinale Walter Kasper, su richiesta del Pontefice, in occasione del concistoro straordinario da poco conclusosi, definita “ouverture” in vista del Sinodo sulla famiglia di ottobre.

Il documento tocca uno dei temi più discussi nella chiesa: quello della famiglia, e nello specifico la questione della riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati.

Tre pagine fitte su sacramenti, matrimonio, divorzio, eucaristia, gender, giustizia, peccato, penitenza, tolleranza e indulgenza. Nelle parole di Kasper si nota la ricerca di soluzioni non rigoriste e più misericordiose nei confronti di chi, divorziato, ha scelto di risposarsi. Una relazione che ha creato non pochi malumori tra i porporati presenti al concistoro.

Già qualche settimana fa gli eminentissimi si erano prodotti in dotte dispute teologiche: il coordinatore della consulta chiamata a riformare la curia romana, il cardinale Oscar Maradiaga, invitava a guardare con attenzione alle “questioni inedite” non affrontate dall’esortazione Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II. Il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller è sul fronte opposto. Solo qualche giorno fa, interpellato sulla questione, ribadiva che “in gioco c’è il matrimonio come istituzione divina” e che “se il matrimonio è indissolubile, non può essere sciolto”. Su questo, aggiungeva, “la dottrina cattolica è chiara”.

Il documento esclusivo pubblicato oggi dal Foglio è corredato da un commento dello storico Roberto de Mattei, il quale, in aperta polemica con le parole di Kasper, ricorda che non si “può cancellare storia e dottrina con una clamorosa rivoluzione culturale e di prassi”.

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Le ragioni di Marx per la pubblicazione del testo di Kasper (Accontentato)

Per il vescovo di Monaco e Frisinga “prudenza incomprensibile” sulla relazione che il “Foglio” presenta oggi.

di Matteo Matzuzzi (01/03/2014)

“Il fondamento teologico della relazione del cardinale Walter Kasper in apertura del concistoro straordinario sulla famiglia non può essere contestato”. A dirlo è l’arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Reinhard Marx, da pochi giorni rientrato in Baviera dopo gli intensi appuntamenti romani conclusisi con la consegna delle porpore ai diciannove nuovi cardinali. Si dice stupito, il porporato progressista che siede sulla cattedra che fu anche di Joseph Ratzinger negli anni Settanta, che i cardinali abbiano deciso di mantenere segreto il testo dell’intervento di Kasper. Prudenza incomprensibile, aggiunge, in virtù del fatto che non è stato il Papa a decidere di mettere sotto chiave la corposa relazione letta dal presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani. Se ufficialmente il clima del dibattito è stato sereno e di fratellanza – come è stato sottolineato dalla Sala stampa e da diversi porporati presenti alle riunioni – è anche vero che qualcuno (soprattutto all’inizio della discussione, giovedì 20 febbraio) ha avuto molto da ridire sulle parole di Kasper, aggiunge Marx, il quale chiarisce che al centro del confronto è stata la questione dei divorziati risposati. Non la maternità surrogata o la questione del gender, benché il giorno dopo la gamma degli interventi sia stata molto più ampia.

E’ sul tema dell’accostamento alla comunione dei divorziati risposati, questione lacerante attorno alla quale già eminenti porporati hanno fatto sentire la loro voce (e non sempre con toni propri della diplomazia) che la due giorni concistoriale si è sviluppata. Da Kasper non è arrivata alcuna risposta a tal proposito, dopotutto Francesco gli aveva chiesto di porre domande, di tenere una sorta di ouverture in vista del Sinodo di ottobre. Ma dibattere delle prospettive pastorali per i divorziati è qualcosa che ha “un’importanza fondamentale”, nota l’arcivescovo di Monaco, e sarebbe opportuno che “anche altri teologi partecipassero alla discussione”. L’auspicio è dunque quello di cambiare metodo, di aprire le porte e di affrontare pubblicamente le questioni che hanno a che fare con la pastorale familiare.

Non è un caso, dunque, che dopo “l’opposizione” alle parole di Kasper mostrata da diversi cardinali nell’Aula nuova del Sinodo, il Papa abbia voluto personalmente intervenire per ringraziare il porporato tedesco per il contenuto della relazione, esempio di ciò che si chiama “fare teologia in ginocchio”, ha detto Francesco, il quale è tornato sul tema anche ieri a Santa Marta. “Quando Paolo ha bisogno di spiegare il mistero di Cristo, lo fa anche in rapporto alla sua sposa. Perché Cristo è sposato alla chiesa. Questa è la storia dell’amore. E davanti a questo percorso d’amore, la casistica cade e diventa dolore”, ha sottolineato il Pontefice durante l’omelia pronunciata all’alba della piccola cappella del residence in cui ha scelto d’abitare dopo l’elezione. Bergoglio ha aggiunto che “quando questo amore fallisce – perché tante volte fallisce – dobbiamo sentire il dolore del fallimento, accompagnare quelle persone che hanno avuto questo fallimento nel proprio amore. Non condannare! Camminare con loro! E non fare casistica con la loro situazione”.

Qualche cardinale, ha spiegato ancora Marx, non ha compreso perché il Papa abbia non solo consentito ma “anche promosso” un dibattito sul tema dei divorziati risposati, mentre altri avrebbero preferito evitare le lungaggini e giungere direttamente a una decisione in merito senza attendere lo svolgimento del Sinodo di ottobre e di quello ordinario del 2015. In ogni caso – ha notato l’arcivescovo di Monaco, nulla è scontato sull’esito dell’assise sinodale: “La discussione è aperta” e le posizioni sono le più diverse tra loro. Se il coordinatore della consulta chiamata a riformare la curia romana, il cardinale Oscar Maradiaga, invitava a guardare con attenzione alle “questioni inedite” non affrontate dall’esortazione Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II, il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller è sul fronte opposto. Solo qualche giorno fa, interpellato sulla questione, ribadiva che “in gioco c’è il matrimonio come istituzione divina” e che “se il matrimonio è indissolubile, non può essere sciolto”. Su questo, aggiungeva, “la dottrina cattolica è chiara”. Il problema, semmai, è un altro, spiegava: per molti fedeli, “il matrimonio non è altro che una bella festa da celebrare in chiesa”, il che porta a diminuirne la portata sacramentale. Certo, spiega Marx – che già aveva polemizzato con Müller sui temi all’attenzione del Sinodo – “ma i sacramenti non dovrebbero essere fraintesi, facendoli diventare una sorta di strumento disciplinare”. Quando parliamo di sacramenti, ha aggiunto l’arcivescovo di Monaco, bisogna sempre tenere a mente che essi sono “mezzi di guarigione”.

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La patente

Il card. Maradiaga e le nuove famiglie che non piacciono a Müller.

01/02/2014

E’ un’ovvietà dire che il modello cristiano di famiglia non è più quello determinante, spiega in una nuova intervista (stavolta alla Frankfurter Allgemeine Zeitung) il cardinale honduregno Oscar Rodríguez Maradiaga, capo degli otto porporati chiamati dal Papa a rifondare la curia romana. E’ bene che tutti, nella Chiesa, si rendano conto al più presto che è venuto il tempo di “attribuire patenti” anche ad altri modelli di famiglia, ha detto il porporato. E i nuovi modelli altro non sarebbero che le unioni civili, quelle che comprendono figli nati da matrimoni diversi, genitori single, coppie gay. Insomma, “le famiglie patchwork” di cui parla anche il cardinale Schönborn. D’altronde, trentaquattro anni dopo l’esortazione apostolica Familiaris Consortio firmata dal prossimo santo Giovanni Paolo II, “la realtà è completamente cambiata”. Sì, è vero che “certe cose non possono essere modificate perché si basano sulle volontà del fondatore della chiesa”, chiarisce l’arcivescovo di Tegucigalpa, ma “altre sono opera dell’uomo e possono, anzi, devono cambiare”. Come? Basta ascoltare Francesco e i suoi richiami alla misericordia, ad esempio: “Questa è la nuova prospettiva da seguire per rispondere alle esigenze dell’umanità”. E poi, sarebbe utile essere meno rigidi nel rapportarsi e nel giudicare le nuove situazioni che hanno a che fare con matrimonio e famiglia; bisogna capire che non è tutto giusto o sbagliato, suggeriva Maradiaga al teologo e prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Gerhard Ludwig Müller – “uomo con un punto di vista comunque molto rispettabile”, dice ora il cardinale honduregno alla Faz –, conversando con il quotidiano Kölner Stadt-Anzeiger. Certo, la flessibilità può anche andar bene, ma sia chiaro che “oggi la fede si difende meglio promuovendo la dottrina”, ha detto invece ieri Müller davanti a Papa Francesco in occasione della plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede, aggiungendo che “la sana dottrina non è una teoria astratta di alcuni esperti, ma la parola di Dio posta sulla bocca della Chiesa, che suscita la fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio”.

Non è tempo, dunque, di concedere patenti, tantomeno se queste vanno a intaccare il valore sacramentale del matrimonio: “Alla crescente mancanza di comprensione circa la santità del matrimonio la Chiesa non può rispondere con un adeguamento pragmatico a ciò che appare inevitabile, ma solo con la fiducia piena nello spirito di Dio”, ha aggiunto Müller. Anche perché, una volta messo in discussione il concetto di famiglia e matrimonio, anche tutto il resto, dall’aborto alle unioni civili, fino al gender, diventa trattabile. Lo sanno bene i vescovi spagnoli, che a conclusione della riunione del consiglio permanente di gennaio hanno ribadito che sui princìpi non negoziabili non si tratta. Dal presidente uscente e arcivescovo di Madrid, il cardinale Antonio Maria Rouco Varela, veterano di marce e manifestazioni in difesa della vita, è arrivato un appoggio totale e pubblico alla legge a protezione del concepito e della donna incinta scritta dal ministro della Giustizia, Alberto Ruiz-Gallardón: “E’ un passo avanti positivo rispetto all’attuale legislazione, che considera l’aborto come un diritto”. Di aprirsi alle “nuove prospettive” teorizzate da Maradiaga non ne vuol sentir parlare neanche l’arcivescovo di Bruxelles, André-Joseph Léonard, che ha deciso di rompere gli indugi e scendere in strada per protestare contro la legge che introduce l’eutanasia sui bambini. Una giornata di digiuno e preghiera, veglie in tutte le cattedrali e piccole chiese del paese, raccoglimento e orazioni. “Dobbiamo avere il coraggio di dire che non è troppo tardi, ma che il momento è ora! Dobbiamo scuotere la nostra coscienza, è giunto il momento di agire”, recita il grido di battaglia di Léonard. Una mobilitazione fatta di marce e presidi che nel secolarizzato Belgio, dove di cattolico sono rimasti ormai quasi solo gli edifici di culto ridotti a museo, non si vedeva da decenni. Almeno da quando iniziò a essere dispensata qualche patente di troppo.

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L’aria di Vaticano III respirata da esperti di vita della Chiesa

La riservatezza delle gerarchie, “preludio a parole e fatti assordanti”. Delicatezza dei cambi dottrinali.

di Matteo Matzuzzi (30/01/2014)

Il cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, capo degli otto porporati incaricati dal Papa di rifondare la struttura della chiesa, suggerisce al prefetto custode della fede, il prossimo porporato Gerhard Ludwig Müller, di essere più flessibile e di mettersi in sintonia con il nuovo corso. Anzi con “la nuova era” che si è aperta con l’avvento del papa preso alla “fine del mondo” e che tanto ricorda quella inaugurata cinquant’anni fa da Giovanni XXIII. Il Sinodo si avvicina (soprattutto quello straordinario del prossimo ottobre, mentre quello ordinario, sullo stesso tema, si terrà nel 2015). Sul tavolo della discussione ci sono matrimonio, divorzio, aborto e quelle “situazioni inedite fino a pochi anni fa” (così recita il documento preparatorio dell’assise convocata da Francesco) sulle quali la Chiesa dovrà dare necessariamente una risposta, secondo il cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco. Eppure, il dissidio tra due dei più ascoltati collaboratori papali passa inosservato sulla stampa e non alimenta più di tanto neppure il dibattito tra le gerarchie ecclesiastiche. Neanche tra quelle che fino a poco tempo fa erano solite esternare ad abundantiam sul tema. Il fatto è che c’è imbarazzo, “hanno aperto un vaso di Pandora”, dice al Foglio lo storico del Cristianesimo Giovanni Filoramo: “Il Sinodo ha deciso di toccare un tema chiave, e sarebbe tra l’altro interessante capire quali siano stati davvero i motivi che hanno portato alla scelta di una questione così decisiva. È naturale, dunque che ora emergano posizioni di quella chiesa viva rimasta emarginata per tanti anni”. Le gerarchie sono spiazzate, “ed è per questo che sono molto prudenti. Sembra di rivedere certe situazioni vissute durante la preparazione del Concilio, benché le condizioni ora siano diverse. Sta emergendo una chiesa sommersa, direi quasi lo ‘scisma sommerso’ di cui parlava il filosofo Pietro Prini”. Certo, aggiunge Filoramo, “capisco le perplessità dei dirigenti ecclesiastici, comprese quelle di Müller. Non sanno cosa si troveranno di fronte. Maradiaga l’ha detto in modo chiaro: qui si può fare qualcosa. Il punto, semmai, sarà quello di tenere uniti i due volti della chiesa come complexio oppositorum”. Per capire quanto alto sia il livello della prudenza tra i vescovi, basta considerare la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco in occasione del consiglio permanente della Cei, tenuta lunedì: niente più lunghi discorsi ripresi e commentati dai giornali. Solo quattro paginette in cui si toccano sommariamente le principali questioni all’ordine del giorno, dalla riforma dello Statuto al contenuto dell’Evangelii Gaudium, senza entrare nel merito, neppure sui temi portanti del Sinodo. Una bella differenza rispetto al passato in cui dal parlamentino episcopale sulla via Aurelia si dettava l’agenda politica e sociale che avrebbe poi trovato ampio spazio nel dibattito pubblico. Eppure, alle chiese locali si intende “attribuire maggiore capacità di intervento in materie che esse guidino rilevanti per il loro servizio pastorale”, nota il professor Daniele Menozzi, storico delle religioni alla Scuola Normale di Pisa: “È anche questa una delle novità che potrebbero scaturire dall’assise del prossimo ottobre”, spiega: “Non credo alla possibilità di svolte dottrinali né di cambiamenti rilevanti, bensì ritengo plausibile la restituzione alle conferenze episcopali di competenze, ruoli e capacità di intervento rapportate alle locali esigenze. Che poi Francesco abbia altre priorità rispetto a quelle del predecessore, è un dato di fatto. È evidente che a Bergoglio preme più spostare l’attenzione su problematiche considerate più significative per la Chiesa contemporanea. Le gerarchie non intervengono sul dibattito tra Maradiaga e Müller anche perché non rientra nelle priorità del pontificato attuale”. Per questo non parlano.

La questione del celibato sacerdotale
Un silenzio che per lo storico Roberto de Mattei “è come il preludio a una raffica di parole e fatti assordanti”. Il Sinodo, in questo senso “sarà la cartina di tornasole in cui tutti i nodi verranno al pettine”, aggiunge lo storico, allievo di Augusto Del Noce. “In quella sede avranno voce anche certe tendenze scismatiche diffuse tra sacerdoti e qualche conferenza episcopale. Si parlerà di divorziati, se riammetterli o no ai sacramenti. Ma a tale problema ne soggiace un altro, quello del celibato sacerdotale. È solo una legge ecclesiastica o è un qualcosa che ha natura divina? Ancora più in profondità, c’è la questione della dissolubilità o indissolubilità del matrimonio. Sono problemi che attengono alla sfera della dottrina morale. Nello scontro tra Maradiaga e Müller io vedo i segnali di un conflitto che potrebbe aprirsi all’interno della Chiesa, e quest’accelerazione mi preoccupa”. Se ne parla poco anche perché “l’orizzonte è estremamente confuso, una confusione talmente vasta e sistematica che pare programmata e voluta. È una situazione in cui prima di parlare bisogna capire. Ed è questo il problema centrale”, spiega De Mattei: “Papa Francesco si sta muovendo più sul piano della prassi che su quello della dottrina e questo rende più ardua la discussione. Direi che oggi siamo in presenza di un’ermeneutica di fatti, con il pontificato che è interpretato nelle maniere più diverse da conservatori e progressisti senza che l’enigma sia svelato”. C’è prudenza anche perché – aggiunge lo storico tradizionalista – “molti non comprendono la natura della crisi in atto, che non risale al cambio di pontificato. È un problema più vecchio, che risale al Vaticano II e ancor più indietro. Finché non si capirà ciò, non se ne verrà a capo”. Uno spiazzamento che, osserva Filoramo, deriva dal fatto che ora “è tutto nuovo, siamo in presenza di un cambiamento concreto. Si dà la parola ai fedeli, che si sentono veramente coinvolti. Una cosa impensabile, ad esempio, per la chiesa italiana fino a qualche anno fa. Difficilmente la situazione poteva sfuggire di mano”, mentre ora assistiamo a un laicato che risponde al questionario indetto in vista del Sinodo e dà risposte che possono spiazzare: “Siamo davanti a una situazione che sfugge alle maglie della struttura tradizionale e che alla lunga potrà avviare processi interessanti, anche contro la dottrina della Chiesa” come la conosciamo noi oggi. Dalle consultazioni in atto, aggiunge “uscirà, dal basso, una fotografia credibile e non edulcorata della chiesa su tematiche decisive. Questo è un cambiamento profondo, inedito. I sengnali ci sono già basta guardare in Austria, Svizzera e Germania. E anche in Italia le prime risposte alle problematiche oggetto del Sinodo sembrano essere davvero interessanti”.

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Maradiaga contro Muller: nella Chiesa è esploso alla fine il conflitto dottrinale

di Paolo Pasqualucci (28/01/2014)

Ha destato un certo scalpore la recente intervista del cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, rilasciata al quotidiano tedesco Kölner Stadt-Anzeiger, nella quale egli ha pesantemente attaccato Gerhard Ludwig Müller, al tempo monsignore e oggi anch’egli cardinale, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e quindi “defensor fidei” ufficiale della Chiesa cattolica. Lo scalpore è derivato anche dal tono aggressivo, per non dire spavaldo usato dal porporato honduregno. Egli ha accusato l’eminenza Müller di non aver capito che, con Papa Francesco, “la Chiesa è all’alba di una nuova èra, come cinquant’anni fa, quando Giovanni XXIII aprì le finestre per far entrare aria fresca”[1]. Non l’avrebbe capito in quanto “troppo tedesco”! Ha detto infatti Maradiaga: “Lo capisco, è un tedesco, un professore di teologia tedesco. Nella sua testa c’è solo il vero e il falso. Però io dico: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile quando ascolti altre voci. E quindi non solo ascoltare e dire no”.

Maradiaga dileggia l’ortodossia dottrinale di Müller

Dire “no” a che cosa? Quale sarebbe stata la colpa del cardinale Müller? Quella, ci ricorda il giornalista, di aver detto fermamente no “al riaccostamento ai sacramenti dei divorziati risposati”. In effetti in un documento pubblicato il 22 ottobre 2013 su L’Osservatore Romano, il Prefetto ha riprovato l’ostilità sempre più aperta di una parte consistente dell’episcopato tedesco contro la bimillenaria dottrina della Chiesa a proposito dei divorziati risposati, ai quali si vorrebbe oggi concedere l’accesso ai Sacramenti. L’atteggiamento di questi vescovi, sottolineo da parte mia, è un caso classico di falsa carità . Esso rende insicuro il concetto stesso del matrimonio cattolico, intaccando il dogma della fede. Infatti, già il proporla, questa scandalosa comunione, implica un riconoscimento implicito della legittimità della scelta dei divorziati “risposati”: cattolici che hanno voluto disobbedire ai comandamenti della Chiesa, fondati sul dogma, stabilito da Nostro Signore, della indissolubilità del matrimonio cristiano, l’unico che sia veramente tale poiché santifica i rapporti carnali nel fine superiore (voluto da Dio) della procreazione ed educazione della prole. Contro questa scandalosa proposta in odor di eresia, il cardinale Müller ha preso posizione con un documento nel quale ha difeso con limpida teologia la dottrina della Chiesa di sempre, negando ogni concessione. Tra l’altro ha scritto che, con l’invocato lassismo, “si banalizza l’immagine stessa di Dio, secondo la quale Egli non potrebbe far altro che perdonare”. Troppo facile, allora, diventerebbe rompere il matrimonio, che è invece “una realtà che viene da Dio e non è più nella disponibilità degli uomini”. “Rompere” il matrimonio, per un cattolico, è peccato. E bisogna dire, aggiungo io: peccato mortale, che provoca la dannazione eterna in chi non se ne pente e non lo espia in questa vita nei modi previsti dalla Chiesa. Invece oggi, cattolici e cattoliche artefici di divorzi si risposano civilmente e pretendono che la Chiesa riconosca come buona la loro scelta, ammettendoli ai Sacramenti! Ma questo, oltre che offensivo nei confronti di Nostro Signore, non lo sarebbe anche nei confronti di tutti quei cattolici che, con l’aiuto della Grazia, sono rimasti sempre fedeli al loro matrimonio, nonostante le inevitabili difficoltà, i pesi, come si suol dire, che il Demonio riesce sempre a caricarvi? Dare la comunione ai divorziati risposati rappresenterebbe, inoltre, una violazione patente di un principio elementare di giustizia: chi ha fatto quello che ha voluto e ha violato la legge morale e religiosa verrebbe trattato allo stesso modo (positivo) di chi ha seguito ed applicato quella legge, spesso a prezzo di duri sacrifici morali e materiali. In tal modo l’iniquità verrebbe premiata e tra il talamo incontaminato e l’infedeltà, tra il vero e il falso non ci sarebbe più alcuna differenza. Tra l’altro, che efficacia avrebbe un Sacramento somministrato ad un peccatore che resta tale e convinto di esser nel giusto, e talmente nel giusto da considerare un suo diritto ricevere il Sacramento medesimo? Una tale “apertura” non distruggerebbe il significato stesso dei Sacramenti agli occhi dei fedeli, che sarebbero costretti a considerarli una cosa poco seria?

Müller ci ricorda che Dio è giustizia, oltre che misericordia

Il cardinale Müller ha detto anche qualcos’altro, di estrema importanza a mio avviso, e che non si sentiva dai tempi di Giovanni XXIII, quando nell’ambigua Allocuzione di apertura del pastorale Vaticano II disse (ma l’aveva detto più volte anche prima) che la Chiesa non avrebbe più dovuto condannare gli errori ma usare invece la “medicina della misericordia”. È iniziata da allora la “banalizzazione” lamentata oggi dal cardinale Müller, secondo la quale “Dio non potrebbe far altro che perdonare”. Così come ha fatto l’autorità ecclesiastica nei confronti degli errori del Secolo a partire dal Vaticano II, rinunziando ad esercitare l’autorità che le viene da Dio e cadendo pertanto nell’inanità e nella corruzione che oggi la stanno consumando. Il concetto di estrema importanza, riesumato inaspettatamente dal Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, è proprio quello della “giustizia di Dio”, del quale si era persa appunto memoria. La misericordia, ha ribadito, non può esser separata dalla giustizia: “al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia”[2]. In effetti, Dio perdona a chi si pente e cambia vita, non a chi continua a vivere nel peccato come prima e pretende persino di esser accettato dalla Chiesa allo stesso titolo di chi nel peccato non ci vive. Questo significa cercare di prender in giro il vero Dio, Uno e Trino.

Un falso concetto di Incarnazione alla radice dell’errore

Ma la colpa di questa falsa idea di un Dio che non giudica mai e non ricompensa per l’eternità i meriti e le colpe di ciascuno (come risulta invece come estrema chiarezza dai Vangeli) non è tutta dei credenti: la Gerarchia ha lasciato che entrasse in circolazione e si diffondesse la bizzarra idea che tutti sarebbero già stati salvati dalla divina misericordia grazie a Gesù Cristo poiché Egli “con l’Incarnazione si è unito in certo modo ad ogni uomo” (costituzione del Vaticano II Gaudium et spes, 22.2). In tal modo Egli avrebbe svelato l’uomo a se stesso, rivelandone la sua altissima vocazione (Gaudium et spes GS.1 e 3-5). La “vocazione” dell’uomo, come si evince da svariati testi del pastorale e non dogmatico Concilio, consisterebbe nell’affermare la dignità dell’uomo come supremo valore e nel concorrere pertanto con tutti gli altri uomini alla realizzazione della pace nel mondo, all’istituzione di un nuovo ordine mondiale su di essa fondato, includente tutti i popoli con tutte le loro religioni. Si tratterebbe nientedimeno che di realizzare l’unità del genere umano e senza convertirlo a Cristo! Ora, se con l’Incarnazione il Cristo si è unito ad ogni uomo, nessun uomo può esser condannato all’Inferno poiché in ogni uomo resterebbe sempre quest’unione per così dire cosmica con il Cristo, essendo Cristo ab aeterno il Verbo divino. Ogni uomo ed ogni donna vengono così divinizzati, in quanto partecipi in qualche modo dell’Incarnazione del Verbo. Una dottrina così assurda, già combattuta come eretica da san Giovanni Damasceno (morto nell’AD 749, fustigatore dell’iconoclastìa) e confutata da san Tommaso, riesumata da teologi gesuiti censurati da Pio XII per le loro cattive dottrine, come Henri de Lubac e Karl Rahner e sventuratamente penetrata grazie a loro (immessi nelle commissioni conciliari dal “buon cuore” di Giovanni XXIII) in uno dei testi più discussi e contestati del Concilio, contraddice evidentemente quanto sempre insegnato dalla Chiesa sul dogma dell’Incarnazione, il cui contenuto appare di un’evidenza palmare nei Testi Sacri, sorretti dalla Tradizione della Chiesa: il Verbo si è incarnato in un solo uomo, storicamente esistito, l’ebreo Gesù di Nazareth, non si è “unito ad ogni uomo”. Come avrebbe potuto il Verbo “unirsi” all’uomo che è ciascuno di noi, afflitto dalle conseguenze del peccato originale? Egli ha innalzato la natura umana ad una dignità sublime in Lui non in noi, in Lui stesso poiché era senza peccato, mostrandoci in Lui stesso, il divino Maestro, il modello dell’uomo come dovrebbe essere per noi. Nostro Signore ha sempre detto che era venuto a salvare i peccatori (“veni vocare peccatores”, Mc 2 17), non a farci scoprire chissà quale nostra supposta dignità, della quale non ci saremmo accorti prima della sua venuta. E ha anche detto che sarebbe tornato il Giorno del Giudizio per dividere per sempre l’umanità in Eletti e Reprobi, dando a ciascuno la sua retribuzione in eterno, secondo i suoi meriti o le sue colpe. Queste erano una volta nozioni elementari della dottrina cattolica, si imparavano con il Catechismo. Oggi ai più possono sembrare inusuali, sostituite dal linguaggio ambiguo e confuso della pastorale attuale, volta da cinquant’anni a trovare un terreno d’intesa con gli pseudovalori del Secolo. E non solo con gli pseudovalori, persino con le deviazioni e le aberrazioni che ormai dilagano da tutte le parti.

Maradiaga vuole un’apertura a tutti gli usi corrotti del Secolo

Infatti, il cardinale Maradiaga non se la prende con il cardinale Müller solo per la questione della comunione ai divorziati risposati. Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dovrebbe diventare più flessibile anche per ciò che riguarda le famiglie allargate, i genitori single; la maternità in affitto, i matrimoni senza figli, le coppie tra persone dello stesso sesso[3]. Insomma, bisognerebbe dimostrarsi più elastici nei confronti di tutta la panoplia della vasta e molteplice corruttela contemporanea, per ciò che riguarda la famiglia. Ma come si può conciliare un’apertura del genere con la dottrina tradizionale della Chiesa? Niente paura, assicura il cardinale: “la dottrina tradizionale continuerà ad esser insegnata”. Tuttavia, “ci sono sfide pastorali alle quali non si può rispondere con l’autoritarismo ed il moralismo”. Anche il cardinale Mueller arriverà a capirlo[4]. Insomma, è un “tedesco”, un po’ duro di comprendonio ma si sveglierà, non c’è dubbio! E la dottrina tradizionale? Potrà pur continuare ad esser insegnata, come assicura il cardinale, ma in quali condizioni, mi chiedo? E ci tocca di vedere che una vigorosa ed efficace difesa dell’insegnamento perenne della Chiesa, proprio un cardinale osa bollarla come “autoritaria” e “moralista”? Il cardinale Maradiaga è coordinatore o segretario del Comitato di otto cardinali scelti da Bergoglio per coadiuvarlo nel governo della Chiesa. Occupa dunque una posizione influente nella catena di comando della Gerarchia attuale. Le cronache ci dicono che “è legato da antica amicizia a Bergoglio”. Il suo modo di intendere la pastorale della Chiesa non sembra pertanto lontano da quello del Papa, anche se presentato in forma più estrema, come risulta da una conferenza tenuta all’Università di Dallas, nel Texas, il 25 ottobre 2013, sull’Importanza della nuova evangelizzazione. Si tratta di un testo che sembra una vera e propria sinossi della più aggiornata “teologia della liberazione” o “popolare”, la “teologia” che notoriamente vede l’essenza della Chiesa nella cosiddetta “Chiesa dei poveri” – il che, sia detto incidentalmente, non si può ammettere, in quanto il Verbo, come ho appena ricordato, si è incarnato per convertire a Lui tutti i peccatori, che si trovano oltre che tra i ricchi anche tra i poveri, a meno che non si voglia sostenere che i poveri, gli indigenti, in quanto tali non commettono mai peccato![5]. L’approccio del cardinale Maradiaga non è teorico, è pratico, come quello di Bergoglio, del resto. Egli afferma: quello che serve alla Chiesa oggi “è più pastorale che dottrina”[6]. È un discorso che abbiamo sentito fare molte volte, da Giovanni XXIII in poi. E lo si capisce: se la pastorale è utilizzata per cercare di “aprire” in ogni modo possibile agli usi e costumi del Secolo, “dialogando” quindi con i suoi errori, giunti oggi alle brutture e deviazioni che sappiamo, la vera dottrina cattolica è chiaramente d’impaccio. Essa non serve, anzi dà fastidio. Nella scala gerarchica, Maradiaga non occupa una posizione paragonabile a quella del cardinale Müller. In quanto Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, quest’ultimo è la seconda autorità nella Chiesa, dopo il Sommo Pontefice, o la terza se gli si antepone il Segretario di Stato. Come si spiega allora l’audacia dell’attacco, spinto ai limiti dell’insulto personale? Evidentemente, con il fatto che Maradiaga si sente le spalle ben protette dal Papa. Se non vorrà subire una fine simile a quella toccata ai Francescani dell’Immacolata, il cardinale Müller dovrà adeguarsi alla svelta alla pastorale della “teologia popolare” di Papa Bergoglio.

Bisogna schierarsi con il cardinale Müller, difensore della fede

Ma il cardinale Maradiaga si sbaglia, se pensa di poter liquidare in questo modo la dottrina ortodossa della Chiesa. Lo scontro con il Prefetto della Congregazione della Fede non è pastorale, è eminentemente dottrinale, coinvolge direttamente il dogma della fede. Coinvolge il dogma perché coinvolge di per sé la natura stessa del matrimonio cattolico, che riposa sulle verità rivelate da Nostro Signore. La nuova “pastorale” invocata dal cardinale Maradiaga è solo una cattiva dottrina che vuole scacciare quella buona, difesa dal cardinal Prefetto. Cattolici: mettiamo da parte una buona volta conformistici ossequi per nulla graditi a Dio, pane quotidiano dei sepolcri imbiancati; ossequi che ci verranno sicuramente rinfacciati da Nostro Signore nel giorno del Giudizio: cerchiamo, invece, di capir bene il significato dell’attuale offensiva contro il Prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Non si tratta solo di “stracci che volano”. Sotto attacco è il dogma della fede e quindi la nostra stessa salvezza, la vita eterna. Si sta tentando di imporre false dottrine, che corrompono la fede e avviano le anime sulla strada della perdizione. Ricordiamoci bene di quello che ha ordinato san Paolo al fedele Timoteo, da lui ordinato vescovo, come suo fondamentale dovere: “O Timoteo, custodisci il deposito [della fede], evitando le profane novità d’espressioni e le contraddizioni di quella che falsamente si chiama scienza, cui annunziando taluni persero la mira della fede” (1 Tm, 6,20). Dobbiamo pregare per il cardinale Müller, affinché resista all’assalto concentrico che gli si sta portando dall’interno della Chiesa e mantenga ad ogni costo le posizioni, respingendo la “falsa scienza” di falsi profeti. Pregare, e nello stesso tempo prendere pubblicamente posizione, come hanno già fatto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, contro la deriva sempre più accentuata della Chiesa.

NOTE

[1] IL FOGLIO.it – On line, 22 gennaio 2014, articolo di Matteo Matzuzzi, Siamo agli stracci. Maradiaga contro il “troppo tedesco” Müller. Invece dell’aria fresca è entrata nella Chiesa quella mefitica del Secolo, ma in troppi continuano oggi a non volerlo ancora capire.

[2] Quest’ultima frase, è riportata sempre dal medesimo giornalista ma in un articolo del 25 gennaio 2014, che contiene un’intervista con il noto teologo laico progressista Vito Mancuso: Mutare la dottrina, si può e si deve, IL FOGLIO.it – On line. 25.1.2014.

[3] Articolo inizialmente citato.

[4] Ivi.

[5]Il testo di Maradiaga è reperibile sul sito, con il titolo: “The Importance of the New Evangelization”, pp. 1-8.

[6] Siamo agli stracci, cit.

© RISCOSSA CRISTIANA

Cardinali contro, quanti equivoci sulla famiglia

«È tedesco, nella sua mentalità c’è solo il vero il falso… Però il mondo non è così, dovresti essere più flessibile». L’attacco del cardinale Maradiaga al neo-cardinale Gehrard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sulla comunione ai divorziati risposati è l’occasione per porre domande e fare chiarezza su alcune questioni riguardanti il prossimo Sinodo sulla famiglia.

di Riccardo Cascioli (23-01-2014)

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Non è bastata la concessione della porpora, segno di una fiducia che Papa Francesco nutre nei suoi confronti: il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Gehrard Müller, continua a essere bersaglio di attacchi da parte dei suoi confratelli per aver ricordato che non c’è problema pastorale da risolvere che possa mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio.

L’ultimo a prendersela con Müller è stato il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras) e coordinatore del gruppo di 8 cardinali (C8) voluto dal Papa per un aiuto nel progetto di riforma della Curia. In una lunga intervista al giornale tedesco Koelner Stadt-Anzeiger si rivolge al neo-cardinale Müller anche in tono un po’ sarcastico: «Penso di capirlo – dice Maradiaga -. È un tedesco, si deve dirlo, è anzitutto un professore di teologia tedesco, nella sua mentalità c’è solo il vero e il falso. Però io dico: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile, quando ascolti altre voci. E quindi non solo ascoltare e dire no».

Il tema, come sempre da un po’ di tempo a questa parte, è quello della comunione ai divorziati risposati ma anche di tutte le situazioni familiari irregolari che oggi pongono alla Chiesa una sfida, come dice ancora Maradiaga. Ma è bene ricordare che Müller non ha mai negato la necessità di rispondere alle sfide pastorali, ha semplicemente chiarito che – essendo di Dio la Chiesa – non possono essere gli uomini a cambiare ciò che è stato rivelato. E lo ha fatto per la necessità di contrastare la fuga in avanti dei vescovi tedeschi, decisi a cambiare la dottrina in materia prevedendo la possibilità di comunione ai divorziati risposati.

Stando all’intervista, Maradiaga si colloca a metà tra Müller e l’episcopato tedesco (cardinale Reinhard Marx in testa, un altro dei C8). Dice infatti Maradiaga parlando della comunione ai divorziati risposati: «La Chiesa è tenuta ai comandamenti di Dio» e a ciò che Gesù «dice sul matrimonio: ciò che Dio ha unito, l’uomo non deve separarlo. Però ci sono diversi approcci per chiarire questo. Dopo il fallimento di un matrimonio ci possiamo per esempio chiedere: gli sposi erano veramente uniti in Dio? Lì c’è ancora molto spazio per un esame più approfondito. Però non si va nella direzione per cui domani è bianco ciò che oggi è nero».

E ancora, riferendosi alle tante situazioni “irregolari” (separazioni, famiglie allargate, matrimoni senza figli, uteri in affitto), afferma: «Tutto questo richiede risposte per il mondo di oggi e non basta dire: per questo abbiamo la dottrina tradizionale. Ovviamente la dottrina tradizionale verrà mantenuta», ma ci sono «sfide pastorali» adatte ai tempi alle quali non si può rispondere «con l’autoritarismo e il moralismo» perché questa «non è nuova evangelizzazione».

Le affermazioni del cardinale Maradiaga offrono però spunto per alcune riflessioni su questo tema visto che è di estrema attualità.

Anzitutto la riproposizione di frasi e concetti che suonano bene ma che alla fine non si sa esattamente cosa vogliano dire. Ad esempio: da una parte Maradiaga afferma chiaramente che la dottrina non si cambia ma allo stesso tempo invita Müller – che aveva detto appunto la stessa cosa – a essere più flessibile. Cosa vuol dire? Visto che si parla di comunione ai divorziati risposati ci sono solo due possibilità: o si dà o non si dà. “Si dà a certe condizioni” – come dicono i vescovi tedeschi – non è una terza opzione, è ancora la prima. Il coordinatore del C8 da che parte vuole andare?

Altro esempio: dice Maradiaga che dopo il fallimento di un matrimonio dobbiamo chiederci se gli sposi erano veramente uniti in Dio. Giusto, ma non è esattamente ciò che fa già la Rota Romana? Allora forse è il caso di spiegarsi meglio su dove si vuole arrivare.

Ed è qui che il problema va affrontato alla radice: di matrimoni celebrati con scarsa o nulla consapevolezza del valore del sacramento, infatti, ce ne sono tanti, troppi. Era questa consapevolezza che aveva spinto già Benedetto XVI a chiedere un approfondimento della questione. In altre parole, il caso dei divorziati risposati non si affronta partendo dalla “comunione sì, comunione no”, ma dalla verifica delle condizioni che rendono valido un matrimonio. Si tratta ovviamente di una questione tutta da approfondire, anche per evitare che diventi una facile scappatoia che si trasformi in un “divorzio mascherato”.

Però quello che più è curioso è che anche coloro che si pongono il problema della validità di tanti matrimoni celebrati in chiesa, non pensino neanche a domandarsi come mai tante coppie sono così incoscienti del sacramento che celebrano. Quei vescovi e cardinali che tanto ironizzano sulla presunta rigidità della Congregazione per la Dottrina della Fede, dovrebbero chiedersi cosa fanno nelle loro diocesi per evitare che ci siano tanti matrimoni potenzialmente nulli. Pensiamo all’Italia: per sposare in chiesa è obbligatorio frequentare un corso di preparazione per fidanzati. Se sono così tanti coloro che, pur frequentando questi corsi, arrivano incoscienti all’altare non sarà che c’è qualcosa che non va in chi è chiamato a spiegare e testimoniare il fascino di un matrimonio cristianamente vissuto? Ci sono corsi per fidanzati dove venga almeno fatto intuire che il sacramento è una cosa seria e che non si riduce a un generico “volersi bene e sopportare con pazienza”? In questo senso, lottare per dare la comunione ai divorziati risposati, diventa un modo non già di offrire misericordia ma di scaricare le proprie responsabilità spostando l’oggetto della discussione.

C’è poi un altro aspetto fastidioso di questo dibattito: in vista del Sinodo sulla famiglia in realtà si discute solo di comunione ai divorziati risposati, come se la crisi della famiglia e gli attacchi a cui è sottoposta si riducessero a questo aspetto. In questo modo peraltro si amplifica a dismisura un fenomeno e un problema che – tenendo conto di chi frequenta le chiese – è tutto sommato marginale dal punto di vista quantitativo (quanti sono effettivamente i divorziati risposati che chiedono la comunione?). E soprattutto riguarda le Chiese dei paesi occidentali e di lunga tradizione. Ben altri problemi si trovano le Chiese africane e asiatiche e più in generale le Chiese giovani riguardo alla famiglia: il ruolo della donna, le usanze tribali, i matrimoni combinati, la promiscuità sessuale, tanto per fare qualche esempio. Di fronte a un mondo pagano, come era del resto al tempo degli apostoli, la Chiesa ha sempre seguito la legge di Dio convertendo pian piano il mondo attorno a sé. Se passasse il criterio che bisogna “accomodarsi” con il mondo, e si spacciasse questo per misericordia, le conseguenze sarebbero devastanti, anche nei confronti delle Chiese giovani: perché allora, per fare uno solo dei mille esempi possibili, non avere “misericordia” di chi pratica l’iniziazione sessuale delle fanciulle, visto che in certi posti quella è la regola generale?

Un’ultima questione il cardinale Maradiaga fa emergere: sempre riferendosi alle tante situazioni familiari irregolari, afferma che ci vuole «più pastorale che dottrina», riproponendo così un dualismo incomprensibile. In realtà questo è diventato il ritornello da quando è stato eletto papa Francesco: «Adesso basta dottrina, pensiamo alla pastorale», dando per scontato che i papi precedenti se ne siano infischiati della pastorale e non abbiano fatto altro che picchiare a colpi di dottrina. Il che è assolutamente falso, e soprattutto è falsa questa contrapposizione.

A parte il fatto che anche la Misericordia fa parte della dottrina, non può esistere una pastorale che non abbia dei contenuti dottrinali, qualsiasi essi siano. Per tornare ad un esempio precedente, se in parrocchia si organizza un corso per fidanzati bisogna anche aver chiaro il percorso che si vuole fare. Certo, le persone vanno colte nella situazione in cui sono, c’è un cammino da fare e bisogna rispettare i tempi e il cammino di ognuno; ma l’obiettivo verso cui camminare deve essere chiaro per chi guida, e non può non essere la Verità tutta intera, altrimenti succede ciò che è sotto i nostri occhi e che è all’origine di tanti problemi: coppie che si sposano in chiesa senza avere la minima idea di cosa significhi. Ma più in generale la conseguenza è quel triste spettacolo che mosse a compassione anche Gesù, «perché erano come pecore senza pastore».

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Il questionario di Pietro

La Chiesa di Francesco è diventata il luogo delle opinioni, piuttosto che delle verità. Intanto un’acqua torbida e tumultuosa vorrebbe spazzare via il muro dottrinale che protegge l’indissolubilità.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (14/11/2013)

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Anche quando dovrebbe essere al servizio di Nostro Signore, la burocrazia ecclesiale finisce sempre per provvedere soprattutto a se stessa, proprio come quella mondana. Non fa che parlare di sé, avocare ogni atto a sé e vedere chiesa e mondo a immagine di sé. Il questionario di preparazione per il Sinodo straordinario sulla famiglia recentemente diramato da Roma ne è solo l’ultima conferma. Riesce difficile vederne l’utilità, se si vuole veramente comprendere che cosa crede e che cosa pensa, quindi che cosa prega e che cosa è, il gregge affidato a Pietro.

Fino a qualche decennio fa, sarebbe bastato molto meno per avere contezza della situazione: qualsiasi prete che dicesse messa santamente, dopo il “Salve Regina” finale, avrebbe saputo riferire immediatamente al vescovo, e poi questi al Papa, senza dimenticare un volto e un’anima. Ma era un’altra messa ed era un modo di “sentire cum Ecclesia” che non va più di moda. La domenica mattina, dopo l’esile e orante “Asperges me…” intonato dal sacerdote, il popolo proseguiva vigoroso e sicuro sulla melodia gregoriana nell’implorare “Domine hyssopo et mundabor, lavabis me et super nivem dealbabor…”. Sulle parole del Salmo 50, ciascuno chiedeva per sé e per i fratelli di essere mondato nel sentore sacro dell’issopo e nel lavacro divino che lo avrebbero reso più bianco della neve. Intanto, racchiuso nel piviale sorretto dai chierichetti, il celebrante si era avviato lungo la navata ad aspergere e mondare con acqua benedetta coloro che, ancora una volta, accorrevano al sacrificio del Golgota. Per ognuno aveva uno sguardo e un’attenzione speciali, a ciascuno secondo il suo bisogno, poiché ne conosceva le virtù e i peccati. Era Cristo che passava ancora tra le folle della Galilea e della Giudea: “Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam…”, e chi sentiva il gregoriano risuonare da fuori si affrettava per toccare il lembo del mantello di Colui che li conosceva e li amava uno per uno.

“Il padre Smith”, racconta Bruce Marshall nel romanzo della lotta di questo sacerdote con la carne e il mondo, “percorse le file dei fedeli, mentre Patrik O’Shea lo precedeva con secchiello dell’acqua benedetta, e spruzzò di gocce d’argento i facchini ferroviari, gli scaricatori del porto, i marinai, le maestre di scuola, le commesse e le servette, che si segnarono. Sui capelli, sugli scialli, sulle zucche pelate, il prete spargeva l’acqua santa, lavando tutti, simbolicamente, dai pensieri e dalle ambizioni dei giorni feriali. Arrivò alle vecchine degli ultimi banchi che avevano in testa il berretto del marito appuntato con un grosso spillo perché se san Paolo aveva detto che la gloria della donna è la sua capigliatura, aveva detto anche che quando andava in casa del Signore doveva tenerla coperta. Alle tre girls del varietà, coi capelli che parevano trucioli, il padre Smith dette una spruzzatina speciale, perché quei loro visi gialli gli fecero un effetto così tremendo, e lo stesso fece per il professor Bordie Ferguson, in terza fila, perché pensava che questo metafisico soffrisse di orgoglio intellettuale”.

Padre Smith, come ogni altro sacerdote dei suoi tempi e della sua pasta, non avrebbe avuto bisogno di un questionario arrivato da Roma e anticipato dai giornali per sapere che cosa pensassero le sue pecorelle della fede, della dottrina, della morale e delle follie del mondo e della carne. Parlava al suo gregge con le parole di Dio e riferiva a Dio con le parole del suo gregge, che nulla avevano di mondano: mediatore sull’altare, lo era anche in canonica e lungo le strade della sua città.

Ora, la Chiesa di Roma si appresta al Sinodo sulla famiglia e avvia un’indagine conoscitiva in ogni diocesi per sapere che cosa frulla nella testa dei fedeli. C’è chi ha gridato al sondaggio e se, formalmente, si può anche eccepire, materialmente non si può ignorare la deriva mondana che concede molto, forse troppo, all’ansia sondaggistica. A cominciare dal linguaggio dolciastro e pedestre che ricorda tanto le preghiere dei fedeli delle messe di oggigiorno: “Quali sono le richieste che le persone divorziate e risposate rivolgono alla chiesa a proposito dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione? (…) Esiste una pastorale per venire incontro a questi casi? Come si svolge tale attività pastorale? Esistono programmi al riguardo a livello nazionale e diocesano? Come viene annunciata a separati e divorziati risposati la misericordia di Dio e come viene messo in atto il sostegno della chiesa al loro cammino di fede?”.

È sempre la liturgia a dettare la metrica e il linguaggio della chiesa e se, in un ospedale da campo, viene celebrata la messa inventata a furor di Concilio da monsignor Annibale Bugnini non ci si può attendere altro: una specie di questionario da accettazione per un pronto soccorso, ma meno preciso. Non potrebbe essere adottato strumento migliore per dare corpo a quella contiguità con il mondo che piace tanto ai fan del pontificato di Papa Francesco. Gilbert Keith Chesterton, con piena ragione, amava ripetere che ogni secolo ha bisogno di santi che lo contraddicano, ma oggi è difficile sentir dire da un pastore che, per esempio, nella chiesa si entra in ginocchio lasciando il secolo sulla soglia. “Eppure”, diceva in un’intervista Marshall McLuhan a proposito della sua conversione, “quando le persone iniziano a pregare hanno bisogno di verità. Tu non arrivi alla Chiesa per idee e concetti, e non puoi abbandonarla per un mero disaccordo. Ciò avviene per una perdita di fede, una perdita di partecipazione. Quando le persone lasciano la Chiesa possiamo dire che hanno smesso di pregare. Il relazionarsi attivamente alla preghiera e ai sacramenti della chiesa non avviene per mezzo delle idee. Oggi un cattolico che è in disaccordo intellettuale con la Chiesa, vive un’illusione. Non si può essere in disaccordo intellettuale con la Chiesa: non ha senso. La Chiesa non è un’istituzione intellettuale, è un’istituzione sovrumana”.

Laddove rimanga un minimo di rigore liturgico e razionale, risuona patetica la rincorsa al dissidente per offrirgli qualcosa di meno invece che qualcosa in più. Il questionario di preparazione per il Sinodo sulla famiglia è un repertorio di suggerimenti al ribasso, ricco di perle che possono solo inquietare. “Lo snellimento della prassi canonica in ordine al riconoscimento della dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale” vi si dice per esempio “potrebbe offrire un reale contributo positivo alla soluzione delle problematiche delle persone coinvolte? Se sì, in quali”. Sembra che la chiesa abbia scoperto oggi il territorio prima del tutto ignoto del dolore e della sofferenza abitato dalle famiglie distrutte e dalle coppie ricostruite che non possono accedere alla Comunione. Finalmente, nell’ospedale da campo di Papa Francesco, dopo secoli di indifferenza e di distrazione, si troverà la medicina giusta.

Ma sui divorziati-risposati, e ai divorziati-risposati, la Chiesa dice da sempre tutto quello che c’era, c’è e ci sarà da dire: “Ci sono nella vita situazioni coniugali che chiedono comprensione e destano compassione senza fine (…). Questi casi veramente pietosi di donne tradite, disprezzate, abbandonate, ovvero di mariti umiliati dal contegno della propria moglie rappresentano, per la chiesa e per il cristiano, casi meritevoli di molto rispetto e di sofferta considerazione”. Parole scritte nel febbraio 1967 da monsignor Pietro Fiordelli, vescovo di Prato che assurse agli onori delle cronache per la sua battaglia antidivorzista. È del 14 settembre 1994, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il documento firmato dal prefetto della congregazione per la Dottrina della fede Joseph Ratzinger e rivolto a tutti i vescovi del mondo “circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati”. Stiamo parlando di 19 anni fa. Il Sant’Uffizio, citando la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, Anno Domini 1982, parte dalla considerazione che “speciale attenzione meritano le difficoltà e le sofferenze di quei fedeli che si trovano in situazioni matrimoniali irregolari”. E poi scrive che “i pastori sono chiamati a far sentire la carità di Cristo e la materna vicinanza della chiesa” accogliendo con amore queste persone, “esortandoli a confidare nella misericordia di Dio e suggerendo loro con prudenza e rispetto concreti cammini di conversione. Il Sant’Uffizio del “pastore tedesco” conosceva già la misericordia di Dio e la sofferenza bisognosa e, proprio per questo, nel capoverso successivo, citando la Humanae vitae di Paolo VI, concludeva: “Consapevoli però che l’autentica comprensione e la genuina misericordia non sono mai disgiunti dalla verità, i pastori hanno il dovere di richiamare a questi fedeli la dottrina della chiesa riguardante la celebrazione dei sacramenti e in particolare la recezione dell’eucarestia”.

La pastoralità non può mangiarsi la dottrina e il documento del 1994 ribadisce che la Chiesa “fedele alla parola di Gesù Cristo non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio”. Questo concetto si chiama indissolubilità, è un vincolo di diritto divino e nessuna autorità, nemmeno un Papa, potrebbe arbitrariamente rinnegarlo. Da Enrico all’ultima pecorella di padre Smith, nessuno può cancellare quel vincolo, se esiste ed è valido. “Perciò”, conclude in modo euclideo il Sant’Uffizio, “se i divorziati si sono risposati civilmente, si trovano in una condizione che contrasta oggettivamente con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica per tutto il tempo in cui perdura tale situazione”. La Chiesa è, innanzi tutto, custode dell’Eucarestia e non può venire a patti sul monito paolino che mette in guardia dal comunicarsi senza essere il grazia di Dio per non mangiare la propria condanna.

Se un’anima è in peccato mortale, nessun atto formale che sia ingiusto potrebbe cancellare una verità di fatto, anche se reca la firma di un uomo di Chiesa. Non è possibile nessuna “amnistia”, neanche per i divorziati-risposati, perché essa non cambierebbe in alcun modo la loro condizione reale davanti a Dio. Ma oggi, dentro la Chiesa, si è smarrito il senso del peccato e ciò che inquieta nel questionario inviato a tutte le diocesi dell’Orbe è l’implicita rassegnazione a tale fenomeno. Questa sorta di tensione anagogica al contrario turba sempre meno anime, come scriveva Cristina Campo in una lettera del 1965 a Maria Zambrano: “Come mai si celebra ancora la festa dogmatica dell’Unica Immacolata, mentre implicitamente si nega, in mille modi, la maculazione di tutti gli altri? In un mondo dove non è più riconosciuto non dico il sacrilegio, l’eresia, la blasfemia, la predestinazione al male – ma il puro e semplice concetto di peccato? Padre Mayer mi disse un giorno di scrivergli tutte le cose che mi turbano nello svolgersi del Concilio; e io gli riposi: ‘Ma non sono che due, sempre le stesse: la negazione della Comunione dei Santi (potenza della preghiera, ruolo sovrano della contemplazione, reversibilità e trasferimento delle colpe e delle pene) e il rifiuto della croce (l’uomo ‘non deve più soffrire’, restare un’ora sola inchiodato alla croce della propria coscienza o alla porta chiusa di un irrevocabile ‘non licet’)”.

Quel “non licet” oggi spaventa soprattutto la chiesa, anche se è stato meritoriamente ribadito dal prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, Gerhard Ludwig Müller, subito rimbrottato dal confratello Reinhard Marx. Sarebbe segno di ingenuità sottovalutare il sommovimento teso ad ammorbidire la posizione della chiesa. Il dibattito avviato negli ultimi tempi non è altro che lo sbocco in superficie di un fiume carsico presente nel mondo cattolico da decenni. Un’acqua torbida e tumultuosa che vorrebbe spazzare via il muro dottrinale che protegge l’indissolubilità matrimoniale. Per motivazioni di ordine pastorale, per realismo e apertura al mondo e alle sue esigenze pratiche. Non si contano i parroci, i moralisti, i docenti di seminario, i vescovi che su questa faccenda hanno abbandonato da tempo quanto insegnato dalla Chiesa. C’è chi pensa al modello ortodosso, che consente un bonus, una sorta di carta jolly per validare il secondo matrimonio dopo il fallimento del primo. C’è chi studia l’idea della “benedizione” delle seconde nozze, come succedaneo del sacramento vero e proprio.

Dal Concilio Vaticano II in poi, la Chiesa ha preso a concepirsi e presentarsi come problema invece che come soluzione per la salvezza degli uomini. Anche quando parla del mondo, in realtà lascia trasparire o dice palesemente la propria inadeguatezza e promette solennemente di porvi rimedio recuperando il terreno perso dall’avvento dell’illuminismo in poi. La portata di tale mutamento di prospettiva la si può paragonare a quanto avvenne in filosofia con il criticismo di Kant. Con l’avvento della filosofia kantiana, l’uomo non è più ritenuto capace di conoscere il mondo nella sua intima realtà poiché la ragione non viene più ritenuta in grado di raggiungere il noumeno, la cosa in sé, il vero nucleo dell’esistente. Di conseguenza, essendo considerata incapace di conoscere veramente il reale, la ragione viene anche considerata incapace di definirlo e si ripiega su stessa, non parla che di se stessa e finisce inevitabilmente per concepirsi come un problema. Oggi la chiesa appare intimidita davanti al mondo al pari dell’uomo kantiano davanti al noumeno. Dubita dei propri fondamenti intellettuali e pertanto, pur proclamando di aprirsi al mondo, in realtà si considera incapace di conoscerlo, di definirlo e, quindi, rinuncia a insegnare e a convertire: tenta solo di interpretare.

Se tutto diviene oggetto di interpretazione, è normale che sorgano le torri di Babele di documenti nei quali ogni minimo aspetto dello scibile viene preso in esame fin nei dettagli. Ma è ancora più naturale che i documenti non sortiscano alcun effetto sulla realtà per il semplice fatto che, in fondo, non se ne curano. Del resto, un organismo costretto a dubitare della propria capacità di conoscere e intervenire sul mondo non può che rifugiarsi in un universo fittizio creato sulla carta.

Il questionario di preparazione per il Sinodo sulla famiglia conferma tale deriva. E ora ne seguiranno altri, molti altri, moltiplicheranno le domande suggerendo un ancor maggiore numero di risposte. Se la chiesa aveva affascinato Chesterton come “luogo dove tutte le verità si danno appuntamento”, oggi sembra diventata il luogo dove si danno appuntamento le opinioni. In un luogo simile si sarebbe trovata a disagio una santa anima sacerdotale come il Curato d’Ars. A un confratello che gli confidava le pene per la condotta immorale dei suoi parrocchiani, quella creatura naturaliter antikantiana non consigliò di far circolare un questionario, chiese semplicemente: “Ha provato a flagellarsi?”.

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Liquefazione della Chiesa

Perché la nuova pastoralità di Francesco ora dilaga? La fede si svincola dalla verità trascendente, e diventa esperienza. Ratzinger ha perso la sua battaglia per restaurare il Vaticano II “non virtuale”.

di Roberto de Mattei (12-11-2013)

La maggior parte di coloro che hanno preso le distanze dagli articoli su “Il Foglio” di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro si sono limitati a una condanna di principio, evitando di entrare nel merito degli argomenti toccati dai due autori cattolici. Eppure i problemi sollevati da Gnocchi e Palmaro non solo esprimono il disagio di molti, ma sollevano una serie di problemi che vanno al di là della persona di papa Francesco e investono gli ultimi cinquant’anni di vita della Chiesa.

Gli stessi Gnocchi e Palmaro hanno portato alla luce questi problemi in un libro che non ha avuto l’attenzione che meritava: La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà (Fede e Cultura, Verona 2012). La “Bella addormentata” è la Sposa di Cristo che nel suo aspetto divino mantiene inalterata la sua bellezza, ma sembra immersa in un profondo letargo. Nel suo aspetto umano Essa ha il volto deturpato da un morbo che parrebbe mortale, se non sapessimo che Le è stata promessa l’immortalità.

Il male di cui soffre la Chiesa viene da lontano ed è esploso, con il Concilio Vaticano II, di cui si sta celebrando il cinquantenario. Il Vaticano II, aperto l’11 ottobre 1963, fu un Concilio pastorale, privo, per sua esplicita dichiarazione, della voluntas definiendi, cioè dell’intenzione di definire in modo formale verità dogmatiche.

Questa pastoralità tuttavia, ebbe un carattere anomalo, come sottolinea in un bel libro appena uscito il filosofo Paolo Pasqualucci (Cattolici in alto i cuori! Battiamoci senza paura per la rinascita della Chiesa, Fede e Cultura, Verona 2013). Il Vaticano II non si limitò infatti ad esprimere in modo nuovo (nove) la dottrina antica, ma volle insegnare, su alcuni punti, anche “cose nuove” (nova). Nessuna di queste novità fu fornita del sigillo della definizione dogmatica, ma nel loro insieme esse costituirono un vero e proprio magistero, che fu presentato come alternativo a quello tradizionale.

In nome del Vaticano II, i novatori pretesero di riformare ab imis l’intera Chiesa. Per raggiungere questo obiettivo, si mossero soprattutto sul piano della prassi, ovvero di una pastoralità che, attuandosi, si faceva dottrina. Non a caso Giuseppe Alberigo e i suoi discepoli della “scuola di Bologna” vedono nella pastoralità la dimensione costitutiva del Vaticano II. In nome dello “spirito del Concilio”, promanante dalla sua pastoralità, i “bolognesi” si sono opposti alla “riforma nella continuità” propugnata da Benedetto XVI e oggi salutano con entusiasmo il ministero di papa Francesco.

Benedetto XVI ha esposto la sua tesi di fondo in due discorsi che aprono e chiudono il suo pontificato e ne offrono un filo conduttore: quello alla Curia romana del 22 dicembre 2005 e quello al Clero romano, del 14 febbraio 2013, tre giorni dopo l’annuncio delle dimissioni. Quest’ultimo discorso, ampio e articolato, è stato pronunciato a braccio, ex abundantia cordis e rappresenta quasi un testamento dottrinale di Benedetto XVI. Il Papa ammette l’esistenza di una crisi nella Chiesa, collegata al Vaticano II, ma ne attribuisce la responsabilità a un Concilio “virtuale” che si sarebbe sovrapposto a quello reale.

Il Concilio virtuale è quello imposto dagli strumenti di comunicazione e da determinati ambienti teologici che, in nome di un malinteso “spirito” del Vaticano II, avrebbero travisato le intenzioni dei Padri conciliari. Una abusiva prassi postconciliare avrebbe tradito la verità del Concilio, espressa dai suoi documenti teologici, ed è a questi testi che si dovrebbe tornare per ritrovarne l’autenticità. Il problema del Concilio, per papa Benedetto, prima di essere storico o teologico, è ermeneutico. Il problema di una falsa ermeneutica che si oppone all’interpretazione autentica, non solo dei testi, ma dello stesso evento conciliare.

La tesi di Papa Ratzinger non è nuova. È l’idea di fondo di quei teologi che, nel 1972, dopo aver partecipato alla nascita della rivista “Concilium”, assieme a Karl Rahner, Hans Küng ed Edward Schillebeeckx, la abbandonarono per dar vita alla rivista “Communio”. Il padre Henri de Lubac, in una celebre intervista rilasciata all’allora mons. Angelo Scola (Viaggio nel post-concilio, Edit, Milano 1985, pp, 32-47), coniò l’espressione “para-concilio” per indicare quel movimento organizzato che avrebbe deformato l’insegnamento del Concilio attraverso una tendenziosa interpretazione di quell’evento. Altri teologi usarono il nome di “meta-concilio” e lo stesso cardinale Joseph Ratzinger, nel celebre Rapporto sulla fede del 1985, anticipò la tesi del Concilio virtuale, poi formulata più volte durante il suo pontificato.

Il discorso del 2013 è però la accorata confessione della crisi della ermeneutica della “riforma nella continuità”. La consapevolezza di questo fallimento ha certamente pesato sull’atto di rinuncia dell’11 febbraio. Perché la linea di interpretazione “benedettina” non è riuscita ad imporsi, ed è stata sconfitta dalle tesi della “scuola di Bologna”, che dilagano incontrastate nelle università e nei seminari cattolici?

La ragione principale sta nel fatto che la storia non è fatta dal dibattito teologico, e ancor meno da quello ermeneutico. La discussione ermeneutica mette l’accento sull’interpretazione di un fatto, più che sul fatto stesso. Ma, nel momento in cui vengono poste a confronto ermeneutiche diverse, ci si allontana dalla oggettività del fatto, sovrapponendo ad esso le soggettive interpretazioni dell’evento, ridotte ad opinioni.

In presenza di questa pluralità di opinioni, la parola decisiva potrebbe essere pronunciata da una suprema autorità che definisca, senza ombra di equivoci, la verità da credere. Ma nei suoi discorsi Benedetto XVI, come i Papi che lo hanno preceduto, non ha mai voluto attribuire un carattere magisteriale alla sua tesi interpretativa. Nel dibattito ermeneutico in corso, il criterio di giudizio ultimo resta dunque l’oggettività dei fatti. E il fatto innegabile è che se vi fu Concilio virtuale, esso non fu meno reale di quello che è racchiuso nei documenti.

I testi del Vaticano II furono riposti in un cassetto, mentre ciò che entrò con prepotenza nella storia fu il suo “spirito”. Uno spirito poco santo e molto umano, attraverso cui si esprimevano l’azione lobbistica, le pressioni politiche, le spinte mediatiche, che orientarono lo svolgimento degli eventi. E poiché il linguaggio era volutamente ambiguo e indefinito, il Concilio virtuale offrì l’autentica chiave di lettura dei documenti conclusivi. Il Concilio dei testi non può essere separato da quello della storia e non ha torto la scuola di Bologna quando enfatizza la novità rivoluzionaria dell’evento. Essa ha torto quando di questo evento vuole fare un “luogo teologico”, il supremo criterio di giudizio della storia.

L’ermeneutica di Benedetto XVI non è riuscita a rendere ragione della storia, ovvero di quanto è accaduto dal 1965 ai nostri giorni. I testi conciliari sono stati schiacciati dalla prassi post-conciliare, una realtà che non ammette repliche, se ad essa si vuole contrapporre solo un’ermeneutica. Inoltre, se non si può criticare il Vaticano II, ma solo interpretarlo in maniera diversa, qual è la differenza tra i teorici della discontinuità e quelli della riforma nella continuità? Per entrambi il Concilio è un evento irreversibile e ingiudicabile, esso stesso criterio ultimo di dottrina e di comportamento. Chiunque nega la possibilità di aprire un dibattito sul Vaticano II, in nome dello Spirito Santo che lo garantisce, infallibilizza l’evento e ne fa un superdogma, di fatto immanente alla storia.

La storia, per il cristiano, è invece il risultato di un intreccio di idee e di fatti, che hanno la loro radice ultima nel groviglio delle passioni umane e nell’azione di forze soprannaturali e preternaturali in perenne conflitto. La teologia deve farsi teologia della storia per comprendere e dominare le vicende umane; altrimenti essa viene assorbita dalla storia, che diviene il supremo metro di giudizio delle cose del mondo. L’immanentismo non è altro che la perdita di un principio trascendente che giudica la storia e non ne è giudicato. Sotto questo aspetto le intenzioni dei Padri conciliari e i testi che essi produssero non sono che una parte della realtà. Il Vaticano II è, come la Rivoluzione francese o quella protestante, un evento che può essere analizzato su piani diversi, ma costituisce un unicum, con una specificità propria e, in quanto tale rappresenta un momento di indubbia, e per certi versi apocalittica, discontinuità storica.

La vittoria della “scuola di Bologna” è stata suggellata dall’elezione di papa Francesco che, parla poco del Concilio perché non è interessato alla discussione teologica ma alla realtà dei fatti, ed è nella prassi che vuole dimostrare di essere il vero realizzatore del Vaticano II. Sotto questo aspetto egli incarna, si può dire, l’essenza del Vaticano II, che si fa dottrina realizzando la sua dimensione pastorale. La discussione teologica appartiene alla modernità e papa Francesco si presenta come un papa post-ermeneutico e perciò post-moderno. La battaglia delle idee appartiene a una fase della storia della Chiesa che egli vuole superare. Francesco sarà conservatore o progressista, a seconda delle esigenze storiche e politiche del momento.

La “rivoluzione pastorale” è, per Alberto Melloni, la caratteristica primaria del pontificato di Francesco I. “«Pastorale» – scrive lo storico bolognese – è una parola chiave per comprendere il ministero di papa Francesco. Non perché di teologia pastorale sia stato insegnante, ma perché quando la interpreta Francesco evoca con naturalezza sbalorditiva questo cuore pulsante del vangelo nel tempo e lo snodo della ricezione (e del rifiuto) del Vaticano II. «Pastorale» viene dal linguaggio di papa Giovanni: era così che voleva il «suo» concilio, come un concilio «pastorale» – e il Vaticano II è stato così” (L’estasi pastorale di papa Francesco disseminata di riferimenti teologici, in “Corriere della Sera”, 29 marzo 2013).

Melloni forza, come sempre, la realtà, ma non ha torto nel fondo. Il pontificato di papa Francesco è il più autenticamente conciliare, quello in cui la prassi si trasforma in dottrina, tentando di cambiare l’immagine e la realtà della Chiesa. Oggi l’ermeneutica di Benedetto XVI è archiviata e dalla pastorale del nuovo Papa dobbiamo attendere nuove sorprese. Il direttore del “Foglio”, ospitando gli articoli di Gnocchi e Palmaro, lo ha intuito, con un fiuto che in questo caso è teologico e giornalistico al tempo stesso. Ma un’ultima questione si pone.

Perché i difensori più accaniti del Vaticano II, ed oggi i critici più severi di Gnocchi e Palmaro, provengono dall’area culturale di Comunione e Liberazione? Non è difficile rispondere se si ricordano le origini di CL e le radici del pensiero del suo fondatore, don Luigi Giussani. L’orizzonte ciellino era, ed è rimasto, quello della “nouvelle théologie” progressista. In un celebre articolo apparso nel 1946 dal titolo La nouvelle théologie où va-t-elle, il domenicano Garrigou-Lagrange, uno dei massimi teologi del Novecento, indicava come caratteristica della “nouvelle théologie”, la riduzione della verità ad “esperienza religiosa”. “La verità – scriveva – non è più la conformità del giudizio con la realtà extramentale (oggettiva) e le sue leggi immutabili, ma la conformità del giudizio con le esigenze dell’azione e della vita umana, che si evolve continuamente. Alla filosofia dell’essere o ontologia si sostituisce la filosofia dell’azione, che definisce la Verità in funzione non più dell’essere, ma dell’azione”.

Ritroviamo questa caratteristica nel linguaggio e nella pratica di molti ciellini. Basti pensare al continuo riferirsi alla fede come “incontro” e “esperienza”, con la conseguente riduzione dei princìpi a meri strumenti. E’ vero infatti che non c’è cristianesimo se non è vissuto, ma non si può vivere una fede che non si conosce, a meno di non ritenere, come il modernismo e la nouvelle théologie, che la fede prorompe dall’esperienza vitale del soggetto. Un’“esperienza” che sarebbe possibile in tutte le religioni e che ridurrebbe il cristianesimo a pseudo-misticismo o a pura prassi morale. La storica Cristina Siccardi in un altro bel libro appena pubblicato (L’inverno della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. I mutamenti e le cause, Sugarco, Milano 2013) analizza nel dettaglio le conseguenze di questa pastorale dell’“esperienza”, ricordando le parole di un altro grande teologo domenicano del ventesimo secolo, il padre Roger-Thomas Calmel: “Dottrine, riti, vita interiore sono sottoposti a un processo di liquefazione così radicale e così perfezionato che non permettono più di distinguere tra cattolici e non cattolici. Poiché il sì e il no, il definito e il definitivo sono considerati sorpassati, ci si domanda che cosa impedisca alle religioni non cristiane di far parte anche loro della nuova Chiesa universale, continuamente aggiornata dalle interpretazioni ecumeniche” (Breve apologia della Chiesa di sempre, Editrice Ichtys, Albano Laziale 2007, pp. 10-11).

Parafrasando l’affermazione di Marx, secondo cui è nella prassi che il filosofo dimostra la verità della sua dottrina, potremmo riconoscere nella teologia postconciliare il principio per cui è nella “esperienza religiosa” che il credente dimostra la verità della sua fede. È, in nuce, il primato della prassi della filosofia secolaristica moderna. Questa filosofia della prassi religiosa fu teorizzata dalle sètte più radicali del Cinquecento e del Seicento, come gli anabattisti e i sociniani. Per essi la fede è misurata dalla sua intensità: ciò che importa non è la purezza e l’integralità della verità in cui si crede, ma l’intensità dell’atto con cui si crede. La fede ha dunque la sua misura non nella dottrina creduta, ma nella “vita” e nell’azione del credente: essa diviene esperienza religiosa, svincolata da qualsiasi regula fidei oggettiva. Ritroviamo queste tendenze nella teologia progressista che preparò, guidò e, in parte, realizzò il Concilio Vaticano II.

La “nouvelle théologie” progressista ebbe i suoi principali esponenti nel domenicano Marie-Dominique Chenu e nel gesuita Henri de Lubac. Non a caso Chenu fu il maestro di Giuseppe Alberigo e de Lubac, il punto di riferimento dei discepoli di don Giussani. E non a caso, tra i primi testi ufficiali di Comunione e Liberazione, agli inizi degli anni Settanta, risulta lo studio del teologo Giuseppe Ruggieri intitolato La questione di cristianesimo e rivoluzione. Ruggieri, che allora dirigeva la collana teologica di Jaca Book oggi dirige “Cristianesimo nella storia” ed è, con Alberto Melloni, l’esponente di punta della “scuola di Bologna”. Non c’è incoerenza nel suo itinerario intellettuale, presentato dallo stesso Melloni nel volume Tutto è grazia (Jaca Book, Milano 2010), così come non c’è incoerenza nelle posizioni di ieri e di oggi di alcuni (non tutti) esponenti di Comunione e Liberazione. Ciò che accomuna la teologia di CL a quella della scuola di Bologna è la “teoria dell’evento”, il primato della prassi sulla dottrina, dell’esperienza sulla verità, che CL situa nell’incontro con la persona di Cristo e la scuola di Bologna nell’incontro con la storia.

Giuseppe Ruggieri fu il teologo di Comunione e Liberazione ed è oggi il teologo della scuola di Bologna. E oggi ciellini e bolognesi si ritrovano nel demonizzare in Gnocchi e Palmaro, non i critici di papa Francesco o del Vaticano II, ma i cristiani “eticisti” che ripropongono il primato della Verità e della Legge. Eppure, dice Gesù, “chi mi ama osserva i miei comandamenti” (Gv 14, 15-21). Non c’è amore di Dio al di fuori dell’osservanza della legge naturale e divina. L’osservanza di questa verità e di questa legge è la misura dell’amore cristiano.

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