Dalla sapienza all’ideologia

Quando si vuol comunicare un messaggio, il più delle volte le parole, per quanto chiare esse possano essere, non bastano; occorre che siano accompagnate da “segni” (che possono essere gesti, esempi, divieti, punizioni, ecc.). Questo è particolarmente evidente in campo pedagogico: una educazione che si limiti alle “prediche” difficilmente riesce a produrre risultati efficaci.

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«I dubia non sono contro il Papa, ma un appello lecito a fare chiarezza per la salvezza delle anime»

Prosegue il dibattito sull’Amoris Laetitia e sui dubia dei cardinali. Parla il teologo Woodall: «Confusione preoccupante, che alimenta la divisione. Il Papa fa bene a voler raggiungere le persone in difficoltà, ma nessuno può porsi al di sopra della tradizione e del Vangelo. Non deve esserci discrepanza fra pastorale e sequela della dottrina. Ma se c’è confusione il suo primo compito è quello di unire nella verità del Magistero della Chiesa».

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Nova et vetera

Si direbbe che si stia a poco a poco definendo una sorta di nuovo metodo pastorale, che si sviluppa nei quattro momenti dell’accoglienza, dell’accompagnamento, del discernimento e dell’integrazione.

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Dalla Gaudium et Spes all’Amoris Laetitia. Lo stesso “spirito del Concilio”

Il contesto del Vaticano II. Due ermeneutiche contrarie. Derive nella teologia, nella pastorale, nella catechesi. Lo “spirito del Concilio” e il “fumo di Satana”. Un gesuita diventa Vescovo di Roma. Discussione sull’Amoris Laetitia. Chiedere chiarimenti ad un Papa si può? Sì, anzi, si deve, quando la Fede viene messa in discussione.

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La “Chiesa povera” dal Vaticano II a papa Francesco.

I fautori della “Chiesa povera” in realtà non hanno fatto altro che impoverirla.

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Il papa vuole la discussione aperta, e ormai lo è (fin troppo)

Ferite aperte nell’ospedale da campo. l cappuccino di Boston e il custode della fede molto esposti sulla linea Caffarra (e critici con Kasper).

di Matteo Matzuzzi (22 marzo 2014)

Conversando con il quotidiano tedesco Rhein Zeitung, il cardinale Walter Kasper sottolineava – a proposito della questione della riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati – l’importanza di vedere avviata “una seria discussione”.

L’ultima e decisiva parola sarà quella del Papa, al termine dei due sinodi sulla famiglia in programma il prossimo ottobre e l’anno prossimo. La speranza del prefetto emerito del Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani, però, è che alla fine arrivino “delle aperture”. Precisa, il grande teologo cresciuto alla scuola di Tubinga scelto da Francesco per tenere l’ouverture della discussione presinodale davanti ai cardinali riuniti in concistoro, che “non si intende approvare un adattamento alla situazione attuale, bensì affermare che Dio è misericordioso con l’uomo e rende possibile una nuova occasione”. E al dibattito hanno subito preso parte altri porporati di rango.

Dopo il cardinale Carlo Caffarra, che su questo giornale invitava a non cedere ad “accomodamenti indegni del Signore”, al National Catholic Register ha parlato il cardinale cappuccino arcivescovo di Boston, Sean O’Malley. Unico esponente nordamericano della consulta degli otto che consiglia il Papa circa il governo della chiesa universale, O’Malley ha assicurato che “la Chiesa non muterà il suo insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio”. Semmai, ha aggiunto, “ci sarà uno sforzo per aiutare chi ha sperimentato il fallimento del matrimonio” e durante gli incontri sinodali si “cercherà di valutare attraverso quali strade”. Non è la prima volta che l’arcivescovo di Boston – pur prudente e lontano dalla linea dei “conservatori aperti al mondo” dominante nell’episcopato americano – entra nella discussione sulla famiglia e il matrimonio.

Poco più di un mese fa, in un’intervista concessa al Boston Globe, aveva detto che “la Chiesa non può cambiare le sue posizioni a seconda dei tempi”, aggiungendo di “non vedere alcuna giustificazione teologica per cambiare l’atteggiamento della chiesa sulla riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti”. Concetto ribadito anche dal cardinale Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica, nel corso di una lezione alla Catholic University of America di Washington: “Il matrimonio non può essere sciolto da alcun potere umano. L’unica ragione è la morte” di uno dei due coniugi. Non solo, ma il porporato conservatore chiamato a Roma da Benedetto XVI nel 2008, ha anche criticato la pratica degli “annullamenti facili”, che porta solo “grave danno”. Il problema, secondo Burke, sta tutto nel “falso concetto di misericordia”, slegato dalla “verità”.

“Non si può relativizzare la misericordia”

Che la questione divida i porporati e confermi la divergenza di vedute già emersa nel corso del concistoro di febbraio – fatto sottolineato dal cardinale Reinhard Marx e confermato nell’intervista al Corriere della Sera dal Papa in persona – lo prova anche quanto detto giovedì sera dal cardinale Gerhard Ludwig Müller. Il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, intervenuto all’istituto superiore di scienze religiose di Capua per presentare il sesto volume dell’opera omnia di Joseph Ratzinger e per ritirare il premio dell’associazione cattolica “Tu es Petrus”, ha duramente criticato la relazione sulla famiglia presentata dal connazionale Walter Kasper. Senza mai nominarlo, Müller ha detto di non essere affatto contento “quando sento cardinali che vanno in giro parlando di tante cose”, magari mostrandosi favorevoli a “dare la comunione ai divorziati-risposati”. Anche perché “la misericordia, che è iustitiaeplenitudo, non può essere relativizzata con l’assenza della giustizia”.

Il custode dell’ortodossia cattolica l’aveva già scritto nell’articolo pubblicato dall’Osservatore Romano lo scorso 22 ottobre e l’aveva ribadito in numerose circostanze nei mesi seguenti. Il problema più discusso, quello della comunione ai divorziati risposati, per Müller neppure dovrebbe porsi: “Significherebbe tradire la volontà e la parola del Signore”. Analogo giudizio circa le seconde unioni, la “seconda possibilità” sul modello ortodosso ipotizzata dal cardinale Kasper e giustificata dal fatto che “la misericordia di Dio non ha mai fine per chi la chiede” e si pente: per il prefetto dell’ex Sant’Uffizio nominato da Benedetto XVI nel 2012 e confermato da Francesco, quelle unioni “non possono essere riconosciute”. E per chiarire ancora meglio il suo punto di vista, l’ex vescovo di Ratisbona ha chiarito che “ogni volta che si mette in dubbio la dottrina della Chiesa si tradisce Cristo”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Comunione ai risposati (2). Tre interventi dall’Italia e dagli Stati Uniti

cristianesimocattolico:

di Sandro Magister (14/03/2013)

La soluzione proposta il 13 marzo su Settimo Cielo da Giovanni Onofrio Zagloba per l’ammissione alla comunione di alcuni divorziati risposati ha suscitato immediate e argomentate reazioni in Italia e all’estero. Ecco qui di seguito tre interventi critici. Il magistrato romano Francesco Arzillo obietta sul metodo, mentre il professor Robert Fastiggi di Detroit e l’avvocato Giovanni Formicola di Napoli contestano nel merito le posizioni di Zagloba.

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FRANCESCO ARZILLO
(Magistrato amministrativo a Roma. Il suo ultimo libro: “Esperienza giuridica e senso comune. Sul fondamento ontologico del diritto”)

Lo scritto di Giovanni Onofrio Zagloba si segnala per un approccio pacato al tema dei divorziati risposati, che oggi è all’’attenzione dell’’opinione pubblica ecclesiale: approccio accompagnato dalla sua manifestazione di disponibilità – in spirito autenticamente cattolico, oltre gli opposti integralismi dei tradizionalisti e dei progressisti – a recepire le decisioni che saranno adottate in merito dalla suprema autorità ecclesiale.

Non intendo qui soffermarmi sulla particolare declinazione che la nota di Zagloba offre in ordine alla prima delle ipotesi prospettate dal cardinale Kasper, la quale rimane ancorata al classico profilo della nullità del primo matrimonio.

Voglio piuttosto segnalare una carenza del dibattito pubblico corrente in merito alla seconda ipotesi avanzata da Kasper, la quale attiene alla possibilità di un cammino penitenziale che conduca alla riammissione all’eucarestia di un divorziato risposato in casi particolari, anche in assenza della dichiarazione di nullità del primo matrimonio.

Il dibattito tende a concentrarsi sui profili pastorali, letti in relazione a quelli storici, intendendo per tali soprattutto quelli concernenti la prassi e la dottrina della Chiesa antica.

In parallelo si accenna spesso ai profili morali. Su questo punto – che attiene principalmente al foro interno – ci sarebbe molto da dire. I riferimenti all’equiprobabilismo e all’’epicheia andrebbero seriamente approfonditi, dato che non si tratta di chiavi che possano aprire tutte le porte. Per fare un esempio un po’’ forte ma chiaro, è evidente a tutti che nessun criterio tratto dai sistemi morali classici o dall’’epicheia potrà mai legittimare un aborto volontario, come tutti sanno e come risulta chiaramente dai principi enunciati – tra l’’altro – dall’’enciclica “Veritatis splendor”.

Non è però su questo che vorrei richiamare l’’attenzione.

Mi preme piuttosto ricordare che alla base di tutto ci sono problemi dogmatici gravissimi, che risultano dalla pura e semplice lettura dei canoni tratti dal Concilio di Trento, e in particolare di due di essi:

  • ““Se qualcuno dirà che per motivo di eresia o a causa di una convivenza molesta o per l’’assenza esagerata dal coniuge si può sciogliere il vincolo matrimoniale, sia anatema””.
  • “Se qualcuno dirà che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato ed insegna che secondo la dottrina evangelica ed apostolica (cfr. Mt 5, 32; 19,9; Mc 10, 11 – 12; Lc 16, 18; 1 Cor 7,11) non si può sciogliere il vincolo del matrimonio per l’’adulterio di uno dei coniugi, e che l’’uno e l’’altro (perfino l’’innocente, che non ha dato motivo all’’adulterio) non possono, mentre vive l’’altro coniuge, contrarre un altro matrimonio, e che, quindi, commette adulterio colui che, lasciata l’’adultera, ne sposa un’’altra, e colei che, scacciato l’’adultero, si sposa con un altro, sia anatema””.

Non occorre essere teologi di professione per comprendere che l’’attuale posizione ufficiale della Chiesa ha un retroterra che attinge in ultima analisi alla sfera del dogma.

E non potrebbe essere altrimenti, dato che il matrimonio cristiano è un sacramento. Come del resto lo è anche l’’eucarestia, per la quale vigono parimenti dei precisi pronunciamenti – anch’essi di natura dogmatica e non meramente disciplinare – che ne riservano, sulla scia di San Paolo, la ricezione ai soli fedeli che non si trovino in peccato mortale.

Ogni ipotesi di superamento della disciplina attuale deve confrontarsi con questi dati.

Certamente i teologi potranno approfondire ulteriormente l’’interpretazione di questi come di altri testi rilevanti, fornendo materiali di riflessione utile per gli ulteriori pronunciamenti vincolanti del magistero.

Si tratta peraltro di un lavoro eccezionalmente complesso, che non può essere banalizzato nella sede del dibattito pubblico e giornalistico, dando l’’erronea impressione che tutto sia disponibile e modificabile a piacere. O che si tratti di comprendere oggi, come se fosse la prima volta, questioni studiate e approfondite da secoli, in contesti e in epoche molto difficili.

In questo modo non si renderebbe un buon servizio né alla verità né alla carità, sempre indissolubilmente congiunte nell’’azione pastorale della Chiesa.

A quest’’ultimo riguardo, infine, non bisogna fraintendere il ruolo dell’’opinione pubblica ecclesiale, in ordine al quale occorre ricordare due punti fondamentali.

Anzitutto, è noto che la dottrina classica sul matrimonio riscuote una diffusa adesione in Africa e in Asia. E non è corretto preferire metodologicamente le inquietudini europee e americane, come se solo queste e non le prime costituissero espressione dei cosiddetti “segni dei tempi”.

Inoltre, e da ultimo, va ricordato il documento “Donum veritatis”, nel quale si censura quella “argomentazione sociologica secondo la quale l’’opinione di un gran numero di cristiani sarebbe un’’espressione diretta ed adeguata del “senso soprannaturale della fede”.

In effetti le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il “sensus fidei”. Quest’’ultimo è una proprietà della fede teologale la quale, essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla verità, non può ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della Chiesa, poiché Dio ha affidato alla Chiesa la custodia della Parola di Dio e, di conseguenza, ciò che il fedele crede è ciò che crede la Chiesa. Il “sensus fidei” implica pertanto, di sua natura, l’accordo profondo dello spirito e del cuore con la Chiesa, il “sentire cum Ecclesia”. Se quindi la fede teologale in quanto tale non può ingannarsi, il credente può invece avere delle opinioni erronee, perché tutti i suoi pensieri non procedono dalla fede. Le idee che circolano nel Popolo di Dio non sono tutte in coerenza con la fede, tanto più che possono facilmente subire l’’influenza di una opinione pubblica veicolata dai moderni mezzi di comunicazione”.

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ROBERT FASTIGGI
(Professor of Systematic Theology, Sacred Heart Major Seminary, Detroit, USA)

Giovanni Onofrio Zagloba has written a proposal that would allow divorced and remarried Catholics to receive Holy Communion without a formal declaration of nullity of their prior marriage by an ecclesiastical tribunal and without the need to abstain from sexual intercourse.

His proposal resembles in many ways some suggestions offered by Cardinal Walter Kasper in his address of February 20, 2014 to a special consistory on the family. Both Cardinal Kasper and Mr. Zagloba believe that divorced Catholics who have entered into a civil marriage might be admitted to Holy Communion by their pastor or another episcopal delegate who determines that their prior marriage was null and void. The divorced and remarried couple would need to declare – in a suitable and convincing way and with sworn testimony – the nullity of their prior marriage. After inviting the couple to a period of prayer, and after being convinced in conscience of their sincerity, the priest could admit the couple back to Holy Communion. This simplified process would avoid the need to have an ecclesiastical tribunal decide the nullity of the prior bond. It would also avoid a juridical process that usually takes at least two years.

Zagloba believes that his proposal in no way challenges the indissolubility of matrimony. As he writes: “It does not concern the essence of matrimony but only the procedures for ascertaining the validity of the bond, namely a juridical and pastoral question that is at the disposition of the synod and the Holy Father”.

With regard to the possible objection that this procedure could lead more easily to deception, Zagloba replies: 1. Deception cannot be entirely excluded even with an actual canonical procedure; 2. Because this procedure would, in all likelihood, apply only to believers, there is little disposition to swear falsely; 3. The patrimonial agreements would be put in order prior to the sentence of divorce and, therefore, there would be less material incentive toward deception.

Zagloba does not believe this procedure would weaken conviction in the indissolubility of matrimony in the popular conscience. On the contrary, he believes it could encourage a return to the faith of many people today who feel abandoned and misunderstood in their difficulty.

Zagloba, I believe, is making this proposal in good faith with a sincere desire to help divorced and remarried Catholics. Nevertheless, I believe his “solution” is likely to create many problems, including an erosion of belief in the indissolubility of matrimony. I say this for the following reasons:

1) The proposal lends itself to subjective rather than objective standards for determining the invalidity of a prior matrimonial bond. It’s not clear at all what criteria will be used by the couple and the priest to decide that the prior bond was not a valid marriage. The criteria could vary from place to place and from priest to priest. In 1994, the Congregation for the Doctrine of the Faith published a letter to the bishops of the Catholic Church concerning the reception of Holy Communion by divorced and remarried members of the faithful. In this letter, the CDF noted that matrimony is both a public reality and a sacrament of the Church. As such, questions pertaining to validity “must be discerned with certainty by means of the external forum established by the Church” (n. 9). Such an external forum helps to insure that decisions pertaining to marital validity are made according to the objective standards of canon law and not the subjective perceptions of the couple in consultation with a priest.

2) In spite of Zagloba’s claim that this procedure would not weaken belief in the indissolubility of marriage, there are many reasons to believe it would. It could give the impression that divorced and remarried couples only need to meet with a priest who then gives them permission to receive Holy Communion. The lack of a juridical decision by an ecclesiastical tribunal and the (likely) absence of a Church celebration of the wedding would lead to a belief that a civil wedding ceremony is perfectly fine as long as a priest gives the couple his subsequent blessing to continue living as husband and wife receiving the Eucharist. This might give an incentive to Catholic couples who have never been married to enter into civil marriages without the canonical form required by the Church. After all, if divorced Catholics who had married civilly can receive the blessing of a priest why not couples who have only been married civilly?

3) Zagloba’s proposal would undercut the heroic witness given by many divorced Catholics who refuse to enter into another “marriage” while their separated spouse is still living. Such Catholics give a vivid testimony to the indissolubility of matrimony by their abstinence from unions that involve sexual intimacy. If such divorced Catholics fall in love, they realize they are not free to marry again until the Church has declared their prior bond null and void. Zagloba’s proposal, however, would provide little incentive for such heroic witness. Divorced couples would be given the impression that it’s perfectly fine to marry again because they could later meet with a priest who will give them permission to receive the Eucharist.

4) For divorced Catholics who fall in love, we need to ask whether the two years of waiting for the decision of the Church tribunal is all that excessive. Indeed, they might need this time to heal from the wounds of their prior failed relationship. If they abstain from sexual relations and maintain a deep spiritual friendship, there is no reason why they could not receive Holy Communion. A gift as wonderful as the Eucharist is a great incentive for them to abstain from sexual relations and postpone their wedding until the Church, through appropriate juridical means, determines that they are free to join themselves in matrimony. If they choose not to wait for the decision of the tribunal and they enter into a civil union, by not receiving the Eucharist they provide a vivid and public witness to the indissolubility of matrimony. If and when the declaration of nullity is finally received, then there will be reason for celebration. God, I believe, will bless such couples who, in fidelity to the Church’s doctrine and discipline, chose to refrain from receiving the Eucharist during the time when their union was merely civil and not sacramental.

While I respect the good intentions of Mr. Zagloba’s proposal, I fear his proposal will give the impression that the Church has surrendered to the prevailing culture of easy divorce. It will seem that the Catholic Church, like other Christian groups, now blesses those who divorce and remarry. The witness to the indissolubility of marriage, so much needed in the world today, will be eroded. Yes, the Church must show pastoral care for divorced and remarried couples, but she must do so in the manner that gives the most serious witness to the words of Christ: “What God has joined together, let no man put asunder” (Mk 10:9).

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GIOVANNI FORMICOLA
(Avvocato penalista a Napoli. Socio fondatore di Alleanza Cattolica)

1. Faccio presente a Giovanni Onofrio Zagloba che il beato Giovanni Paolo II, con il discorso per l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Rota romana del 28 gennaio 2002, ha “preventivamente” stroncato le sue fantasie giuridico-teologiche (per non parlare di tutto quello che ha detto Benedetto XVI nei suoi otto discorsi pronunciati nella medesima occasione). Non sarebbe inutile che lo leggesse o lo rileggesse, così come non sarebbe inutile che anche il cardinale Kasper e il papa lo leggessero o lo rileggessero. Si tratta di dottrina definita: sarebbe difficile iscrivere nella linea della continuità con essa quanto proposto insieme dal cardinale Kasper e da Zagloba.

2. È difficile capire quale certezza possa assistere il giudizio di validità di un secondo matrimonio reso da chi contemporaneamente asserisce che in occasione del primo non faceva sul serio o non aveva capito. D’altra parte, posto che il rapporto coniugale è lecito solo all’interno d’un giusto matrimonio, rimane illecito quello consumato in uno pseudo-matrimonio (tal è quello eventualmente riconosciuto nullo) e non si capisce come possano essere i protagonisti dell’uno e poi dell’altro giudici della validità e conformità del loro rapporto coniugale alla realtà del matrimonio, che precede ogni singolo matrimonio, e quindi della liceità morale della loro unione, senza la quale liceità, come per chiunque non sia in grazia di Dio, è meglio non prendere la Comunione per non incorrere nell’anatema paolino.

“Durus est hic sermo”? Temo di sì, ma lo stesso Signore non ha esitato ad essere duro. E non si tratta di “casistica” e neppure di casuidicismo. Come dice il papa beato nel discorso citato: senza l’oggettività della norma rimaniamo senza orientamento, come il navigatore spaziale che separato dalla navicella non ha nulla che l’orienti e quindi vaga nel vuoto e a vuoto.

© SETTIMO CIELO

Prassi, dottrina, pastorale: Kasper perde pazienza e Grillo frinisce

BY SIMON DE CYRÈNE on 12 MARZO 2014

Il Card. Kasper non ne può più e perde pazienza, messo alle strette davanti la dimostrazione fattagli da vari teologi, non ultimo Juan José Perez Soba, professore alla Lateranense e teologo del futuro San Giovanni Paolo II, il quale ha sottolineato che il ragionamento del Cardinale si basava sul “grande bluff” della tesi di Cereti già denunziato dal grande patrologo gesuita Crouzel e su tesi ritrattate in loro tempo da chi le aveva enunciate. Soba mostra in modo chiarissimo che il cardinale ha completamente cortocircuitato la nozione di “vincolo” nella sua relazione.

Kasper è incavolato e, come ben sottolinea Magister, passa ormai alle minacce non tanto velate verso Papa Francesco, come già fece Mariadaga verso il Card. Müller: «Ma se ripetessimo soltanto le risposte che presumibilmente sono state già da sempre date, ciò porterebbe a una pessima delusione. Quali testimoni della speranza non possiamo lasciarci guidare da un’ermeneutica della paura. Sono necessari coraggio e soprattutto franchezza (parrēsìa) biblica. Se non lo vogliamo, piuttosto allora non dovremmo tenere alcun sinodo sul nostro tema, perché in tal caso la situazione successiva sarebbe peggiore della precedente”».

In altre parole, il Cardinale minaccia di scisma: la Chiesa oggi avrebbe un’ermeneutica della paura, addirittura, e se non ci sipiegasse alla dubbia teologia del cardinale e alle sue infauste conseguenze, allora il futuro della Chiesa sarebbe peggio di prima: attento Papa Francesco!

In un’intervista apparsa su Radio Vaticana, il Nostro, sempre più inconsistente, fa appello a Sant’Alfoso di Liguori e a San Tommaso di Aquino : “Io propongo una via al di là del rigorismo e del lassismo: è ovvio che la Chiesa non si può adottare soltanto allo “statu quo”, ma non di meno dobbiamo trovare una via di mezzo che era la via della morale tradizionale della Chiesa. Ricordo soprattutto Sant’Alfonso de’ Liguori, che voleva questa via tra i due estremi, e questa è quella che dobbiamo trovare anche oggi; è anche la via di San Tommaso d’Aquino nella sua “Summa Theologica”: quindi, mi trovo in buona compagnia, con la mia proposta. Non è contro la morale, non è contro la dottrina ma piuttosto a favore di un’applicazione realistica della dottrina alla situazione attuale della grande maggioranza degli uomini, e per contribuire alla felicità delle persone.

Sarà l’età ma lo stato di confusione aumenta presso il nostro caro Cardinale: la via mediana è quella che definisce le virtù di un individuo o di una società, cioè le buone abitudini che allontanano dai vizi che sono situazioni peccaminose abituali. Una virtù è come una montagna tra due valli: essere pavido ed essere temerario sono due vizi, ma essere coraggioso è nell’evitarli tutti e due.

La via di mezzo della Chiesa non è tra comportamento morale ed immorale, Sig. Cardinale!

Non è dire che tra condannare adulterio e “laisser aller” morale ci sia la via di mezzo: benedire l’adulterio.

La virtù non è trovarsi a mezza via tra vizio e … virtù.

Torni a studiare ,caro Cardinale: Lei qui mostra solida disonestà intellettuale, non esito a dirlo.

Come anche citare San Tommaso per il quale le nozioni di vizi e virtù erano chiarissimi e per il quale la nozione di epicheia entrava nell’ordine del giudizio morale pratico e non in quello della dottrina morale chiaramente ordinata intorno a valori oggettivi e ordinati secondo la loro importanza. Ovviamente, se il Cardinale “dimentica” la nozione di vincolo, “dimentica” la nozione di Chiesa domestica, “dimentica” che il matrimonio è immagine del Dono di Cristo alla Chiesa, “dimentica” che è icona della Santa Eucarestia, allora possiamo fare e dire quel che si vuole, come d’altronde fanno le società laicarde con il matrimonio, le quali “dimenticano” addirittura che il matrimonio è tra uomo e donna.

Il Cardinale ci sta annegando in un mare di parole, come anche fa il Prof. A. Grillo su due posts apparsi sul blog di M. Augé ma parole sconnesse dal reale, anzi secondo la tesi costruttivista di quest’ultimo, parole che creano il reale non che vi si sottomettono: costruttivismo che è il sottofondo filosofico delle teorie del genere tra l’altro, dove si viene a negare la realtà riducendola ad un costrutto linguistico.

Il fondo del problema è forse questo: confondere prassi con dottrina e prassi con pastorale. C’è la prassi pastorale, ma questa non è Pastorale. Come c’è una prassi sperimentale, ma questa non è esperimento: le prassi rilevano del discorso e quindi della linguistica. Ma l’esperimento, in quanto fenomeno sperimentato dall’osservatore, è qualcosa di unico ed irripetibile. La Pastorale è l’incontro effettivo tra l’uomo e la Chiesa di Cristo: è un’esperienza unica, irriducibile a discorsi, a dottrine, a prassi pastorali. La Pastorale è Etica, è cammino di felicità per l’essere umano. E l’annuncio di Cristo sul Matrimonio è un incontro con Lui in questa realtà umana: questo Incontro trascende i discorsetti dissolventi di Grillo e di Kasper. Non c’è via di mezzo nella constatazione di un fatto sperimentale: sia che il fenomeno abbia avuto luogo , oppure no. Così anche nel Matrimonio: sia l’incontro con Cristo ha avuto luogo oppure no e se ha avuto luogo è unico ed irripetibile cioè per sempre, perché tale è natura di Dio.

L’approccio di un Grillo e di un Kasper hanno come sottofondo un’ipotesi costruttivista che affonda le sue radici lontani nel marxismo e nel hegelismo: credere che il mondo sia ridotto a idea e/o a prassi. Kasper crede che cambiando la dottrina sul matrimonio cambierà la prassi e Grillo che cambiando la prassi cambierà la dottrina e tutti e due credono che cambieranno la natura del mondo, la natura di Dio, la natura di Cristo.

Eppure c’è qualcosa che è aldilà della dottrina e della prassi, ambo costruzioni umanissime: c’è il Reale. Ed il Reale lo si vive, lo si sperimenta nella propria carne e nel proprio spirito: le teorie del genere si rompono la faccia contro il Reale, ogni giorno, come il marxismo si è rotto la faccia contro la Storia stessa che sperava di dirigere. Tutte le più strambe dottrine della Chiesa e tutte le più stolte prassi pastorali si rompono e si romperanno sempre la faccia contro la Pastorale, il Regno di Dio tra di noi.

Le teorie di Kasper ed accoliti si rompono la faccia contro il fatto che il Santo Matrimonio è sacramento del Dono di Cristo alla Chiesa e, pertanto, imperituro.

© PELLEGRINI NELLA VERITA’

Teologicamente parlando, ciò che Kasper propone è un passo falso

cristianesimocattolico:

Il teologo di Wojtyla stronca radicalmente il rapporto segreto Kasper su uomo e matrimonio reso noto dal “Foglio”.

di Juan José Perez Soba (07/03/2014)

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Talvolta negare la misericordia è l’unico modo di difenderla dalle sue adulterazioni. Il cardinale Kasper lo afferma con grande chiarezza nel suo libro Misericordia: “Un ulteriore grave fraintendimento della misericordia è quello che induce a disattendere, in nome della misericordia, il comandamento divino della giustizia (…). Non possiamo consigliare, per una falsa misericordia, di abortire” (p. 221). Una misericordia ingiusta, non è misericordia. Non si può attentare alla dignità umana nel nome della misericordia. Di conseguenza, per parlare di misericordia rispetto al matrimonio è molto importante comprendere esattamente quale realtà di dignità umana sia coinvolta in questa istituzione. Non ci sarebbe alcuna misericordia se si attentasse a tale dignità. Questo bene è ciò che la tradizione cristiana ha denominato vincolo ed è precisamente ciò che ha costituito il soggetto reale dell’indissolubilità che si attribuisce al matrimonio. È così che il Concilio Vaticano II definisce il matrimonio come una realtà trascendente: “In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo” (GS 48), ecco perché lo ritiene indissolubile (n. 50). Il termine è intrinsecamente unito alla dottrina del matrimonio giacché il Concilio di Trento lo usa nei suoi canoni 5 e 7 su questo sacramento. Non dovrebbe però intendersi come un’espressione aliena all’amore. È lo stesso amore che nella sua verità unisce le persone mediante vincoli stabili. Il teologo Kasper nel suo libro “Teologia del matrimonio” parla così: “Nel vincolo della fedeltà uomo e donna trovano il loro stato definitivo. Diventano ‘un corpo solo’ (Gn 2,24; Mc 10,8; Ef 5,319), cioè un noi-persona” (1978, 26). In altri termini, quando si parla di giustizia relativamente al rapporto sacramentale tra uomo e donna, si fa riferimento al rispetto della dignità inviolabile di questo “legame sacro”. Qualsiasi tentativo di avvicinarsi alla pastorale matrimoniale che usi il termine misericordia, deve essere in grado di determinare la realtà del legame, ovvero comprendere se esista o meno. Senza questo chiarimento precedente, qualsiasi eventuale atteggiamento misericordioso sarebbe evidentemente contrario alla giustizia. Lo stesso cardinale Kasper sembra riallacciarsi a questo concetto quando afferma: “L’indissolubilità di un matrimonio sacramentale e l’impossibilità di un nuovo matrimonio durante la vita dell’altro partner “fanno parte della tradizione di fede vincolante della Chiesa che non può essere abbandonata o sciolta richiamandosi a una comprensione superficiale della misericordia a basso prezzo”. È proprio per questa ragione che risulta sorprendente che lo stesso cardinale tedesco, nella lunga relazione presentata nell’ambito dell’ultimo concistoro, non affronti in nessun momento questo argomento. Anzi, egli parla di mantenere la giustizia senza far alcun riferimento al vincolo sacramentale come al bene di giustizia da difendere nel matrimonio cristiano, respingendo qualsivoglia offesa lo possa colpire. Quest’ultimo aspetto è meglio noto in quanto Familiaris consortio sul tema dei divorziati che cercano una nuova unione si riferisce esplicitamente al vincolo sacramentale (nn. 83-84) che rappresenta la base per il successivo documento della congregazione per la Dottrina della fede (14-IX-1994), promulgato proprio per ribadire l’inammissibilità della proposta dei vescovi dell’Alta Renania, tra i quali lo stesso Kasper, sui divorziati risposati. Sorprende ancor più osservare che il cardinale, riferendosi a questo vincolo indissolubile che attribuisce a sant’Agostino, non menzioni per nulla la necessità di riallacciare tale indissolubilità con la sua fondazione divina. Anzi, nella fattispecie, le sue parole esprimono piuttosto il dubbio: “Molti, oggi, hanno difficoltà a comprenderla. Questa dottrina non può essere intesa come una sorta di ipostasi metafisica accanto o al di sopra dell’amore personale dei coniugi; d’altro canto questo non si esaurisce nell’amore affettivo reciproco e non muore con esso (GS 48; EG 66)”. è strano che questo modo negativo di parlare del vincolo e la sottolineatura della difficoltà di comprensione attuale, non adotti un parallelismo di comprensione molto semplice che aiuti proprio a illuminarne il valore sacramentale. Si tratta del Battesimo, sacramento essenziale della fede, che rimane nonostante l’apostasia. Esso permane proprio in quanto principio di misericordia di fedeltà di Dio alle sue promesse, così come afferma san Paolo: “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2 Tim 2,13). Questo dono indissolubile del Battesimo è quindi precisamente espressione della misericordia di Dio nel dono indissolubile dell’essere figlio, che lo stesso Cristo espone come il principio fondamentale della parabola del figliol prodigo. La difesa del vincolo sino all’indissolubilità è quindi il modo in cui Dio offre la sua misericordia sul matrimonio. “Il loro vincolo di amore diventa l’immagine e il simbolo dell’Alleanza che unisce Dio e il suo popolo” (FC 12). Questo unisce in modo estremamente diretto il legame indissolubile del matrimonio con l’amore degli sposi nell’ambito di una evidente “primarietà” della grazia (per usare il neologismo coniato da Papa Francesco) e come modo di guidare la loro libertà. Rimane inteso però, che mantenere una nuova unione in contrasto col “legame sacro” del matrimonio, per un cristiano che voglia vivere della sua fede, è un atto di grave ingiustizia contro il vincolo divino che permane. In questa fattispecie quindi, non c’è possibilità di applicare una presunta misericordia che sarebbe ingiusta e, proprio per questo, falsa. Questo aspetto è molto importante, tanto che lo stesso Giovanni Paolo II lo menziona nelle sue Catechesi sull’amore umano, riferendosi alla “redenzione del cuore” per indicare la presenza della grazia nel matrimonio che rende capaci di vivere le sue esigenze. Analogamente, Benedetto XVI ribadisce che “All’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DCE 11). La definitività dell’Alleanza matrimoniale al di sopra della debolezza umana non è un “giogo” dal peso insopportabile, ma è il “dolce giogo” che ci unisce a Cristo poiché Egli lo porta con noi. È l’espressione vera e propria della Nuova alleanza ed è ciò che, mediante la grazia, supera la “durezza del cuore” che permetteva il divorzio, come dice Gesù Cristo. L’argomentazione reale della misericordia, purtroppo assente dalla relazione del cardinale tedesco, giunge a conclusioni opposte rispetto a quelle a cui egli tende. Il ragionamento precedente non è qualcosa di strano, perché proviene dagli ultimi due pontefici che hanno dato ampio spazio alla considerazione della misericordia divina nella nuova evangelizzazione: ecco perché è davvero singolare l’assenza di qualsiasi traccia di allusione a questo insegnamento. Anzi, nella relazione presentata al concistoro, possiamo addirittura identificare frasi letteralmente tratte dal libro che Kasper stesso ha scritto sulla famiglia più di trent’anni fa (nel 1978) alle cui argomentazioni rimanda e da cui trae la proposta che presenta (cfr. p. 68). Si tratta quindi di una vecchia formulazione, precedente alla Familiaris consortio, che ignora quasi tutto ciò che è stato detto successivamente dal Magistero e dalla teologia. In tal senso, ci sorprende il fatto che si continui a citare il libro di Cereti, che non fu per nulla ricevuto dai patrologi a causa delle sue argomentazioni assolutamente forzate. Il grande patrologo gesuita Crouzel respinse la tesi di Cereti e definì il libro “un grande bluff”. Un bluff che purtroppo viene ora resuscitato e può recare grave danno alla chiesa. I pochi riferimenti bibliografici che pone, sono di quest’epoca. Anzi, si dà addirittura il caso che uno degli autori qui citati abbia ritrattato dopo la pubblicazione di Familiaris consortio le affermazioni che Kasper cita in suo favore. In altri termini, il cardinale avrebbe quanto meno dovuto tenere a mente questa proposta contraria alla sua che si basa, in modo estremamente diretto, sulla misericordia, ma che vede proprio l’indissolubilità del vincolo come il grande dono dell’amore divino agli sposi e la sua difesa come una testimonianza reale nel mondo della presenza dell’Amore tra gli uomini. La conseguenza di tutto questo è ovvia: non si può concepire la cosiddetta “soluzione pastorale” che il cardinale Kasper ha proposto nella sua relazione, senza aver precedentemente chiarito l’esistenza del vincolo. Considerando il modo di ragionare, si potrebbe supporre che il cardinale metta in dubbio la realtà della permanenza del vincolo, in assenza di ragioni umane per sostenerla; ma se questo è vero, allora bisogna avere l’onestà intellettuale di proporre esplicitamente questo tema come problema reale da affrontare, poiché non è corretto voler presentare la “soluzione” come una questione di tolleranza pastorale, che non va al di là del dibattito casuistico tra rigorismo o lassismo, quando invece ciò che in realtà mette in discussione è un patrimonio dottrinale già consolidato, unanimemente attestato dalla Tradizione più che millenaria della Chiesa. A guisa di conclusione, possiamo osservare che appare evidente che ciò che in realtà è messo in discussione nella proposta di Kasper, è l’esistenza o meno del vincolo indissolubile; questo però non è più solo un argomento pastorale. La sua discussione quindi è contraria all’intenzione ribadita da Papa Francesco di non voler cambiare nulla nella dottrina. Bisogna anche precisare che, naturalmente, un Sinodo non è il luogo adeguato per discutere di un tema dottrinale di tale portata. Se le cose stanno così, o si ritira la proposta nella sua formulazione poiché impropria, giacché sembra ignorare le argomentazioni contrarie più elementari, oppure si propone di discutere la questione centrale affrontata da alcuni teologi ma al di fuori di un ambito sinodale. In definitiva, teologicamente parlando, ciò che il cardinale Kasper ha proposto è un passo falso poiché ha occultato proprio la questione fondamentale. Egli in realtà ha aperto una profonda questione dottrinale ed è necessario che ogni vescovo che parteciperà al Sinodo comprenda, nella loro giusta portata dottrinale, gli elementi chiave della proposta rivoluzionaria. La semplice osservazione del fatto che ci sarebbe stata una certa tolleranza nei primi secoli rispetto ai divorziati, è di una debolezza lampante vista l’ambiguità delle affermazioni in merito, sebbene si limiti a ribadire soltanto quelle che testimoniano questa tolleranza. è sbagliato confondere misericordia con tolleranza. Quando, nella chiesa occidentale, si è consolidata la dottrina del vincolo come modo di espressione reale della sacramentalità del matrimonio, si è compresa l’impossibilità di applicare la tolleranza rispetto a una grave ingiustizia. La misericordia, dunque, indirizza anche il modo in cui la Chiesa è sacramento del perdono di Dio. Il perdono infatti è la forma in cui la misericordia guarisce le ferite causate dall’infedeltà. Guarire le ferite, come ha accennato con saggezza Papa Francesco è l’oggetto privilegiato di tutta la pastorale della Chiesa. Il legame profondo tra misericordia e fedeltà, che Kasper indica come segno della rivelazione divina, esprime la natura della conversione nata dalla misericordia, essa è indirizzata alla riconciliazione con l’Alleanza originale. È la verità che deve essere vissuta dagli sposi nella sua alleanza sacramentale. Chi rimane fedele al matrimonio, benché sia stato abbandonato ingiustamente in modo irreversibile, offre con la sua fedeltà una testimonianza altissima della possibilità del perdono che la grazia rende possibile. È lui che diventa così testimone privilegiato della misericordia. In modo simile a come Dio vuole guarire il suo popolo della malattia dell’idolatria, e non tollera nessun idolo accanto a sé, come indica l’analogia strettissima tra monoteismo e monogamia insegnata da Papa Benedetto XVI. La conversione della ferita dell’infedeltà nasce soltanto dalla vera misericordia, cioè è veramente “guarita”, solo quando toglie qualsiasi altro vincolo contrario all’alleanza sacramentale nel suo senso sponsale. È questo il perdono che viene dalla misericordia autentica, molto diversa della semplice tolleranza e lontana dalla questione casuistica dell’alternativa tra rigorismo e lassismo. È la vera medicina che guarisce la ferita della infedeltà. L’unica medicina efficace che anche “l’ospedale da campo” che deve essere la Chiesa potrà offrire se non vuole tradire i feriti e ingannare i sani. Così il peccato di adulterio smette di essere l’unico peccato che potrebbe essere assolto senza pentimento e conversione.

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“Creer en el amor”, salvare il mondo

Chi è il teologo spagnolo che lancia il guanto di sfida.

7 marzo 2014

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Don Juan José Perez Soba è professore ordinario di Teologia pastorale del matrimonio e della famiglia al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia presso l’Università Lateranense di Roma. È stato ordinato sacerdote per la diocesi di Madrid nel 1991. L’anno successivo ha conseguito la licenza in teologia (specializzazione in morale) presso l’Università pontificia di Comillas, discutendo la tesi “Libertà per amare. Dialogo con San Tommaso d’Aquino”. Nel 1996 si è laureato in Teologia presso l’Istituto dove ora insegna discutendo sulla “Impersonalità nell’amore: la risposta di San Tommaso”. È stato docente di Teologia morale fondamentale alla facoltà San Dámaso e all’Istituto di scienze religiose di Madrid. Dal 1998 è membro del Consiglio della subcommissione sulla famiglia e la vita della Conferenza episcopale spagnola e nel 2004 è stato professore della Cattedra di Bioetica dell’Unesco. È stato membro dell’area di ricerca sullo Statuto della teologia morale fondamentale dell’Università Lateranense e direttore degli studi del Master sulla pastorale del matrimonio e della famiglia all’Istituto Giovanni Paolo II di Madrid. Autore di numerosi libri – l’ultimo è “Creer en el amor. Un modo de conocimiento teológico” (edito da Bac lo scorso febbraio) – ha pubblicato decine di articoli su riviste specializzate. Tra queste ultime, si ricorda “Il pansessualismo della cultura attuale”, apparso nel volume “Il cuore della famiglia” edito dalla facoltà di Teologia San Dámaso di Madrid (2006). Ha approfondito le tematiche riguardanti il Vangelo della vita, la famiglia, il matrimonio e la sessualità. “Criticare la Familiaris Consortio di Karol Wojtyla – diceva in un recente colloquio con il Foglio – rientra in una visione in cui la Chiesa sta sempre dietro al mondo, mentre la Chiesa deve proporre qualcosa che salvi il mondo”. Nel 2006 ha partecipato alla conferenza di presentazione presso l’Università Lateranense dell’enciclica Deus Caritas est, prima enciclica firmata e promulgata da Papa Benedetto XVI.

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Divorziati-risposati: Kasper non convince

di Michelangelo Nasca (04/03/2014)

In questi giorni – quelli che precedono l’atteso Sinodo di ottobre sulla famiglia – assistiamo ad un variegato andirivieni di ipotesi e proposte, a volte pretestuosamente risolutive, che riguardano uno degli aspetti più complessi della trattazione sinodale, ovverosia la possibilità di concedere la comunione ai divorziati risposati. Non si può certo nascondere, nell’attuale momento storico, un certo fermento “dentro e fuori” le mura di Santa Madre Chiesa che si prepara a celebrare uno tra i sinodi più difficili della storia. E’ altrettanto vero, però, e soprattutto necessario, aiutare tutti a comprendere meglio i termini delle questioni, che dovrebbero essere trattate sempre in conformità con la dottrina della fede cristiana, con serietà e senza fraintendimenti.

La scorsa settimana “Il Foglio” ha pubblicato la relazione introduttiva del cardinale Walter Kasper al concistoro. Leggendone attentamente la lunga riflessione è stato inevitabile rendersi subito conto di alcuni passaggi poco chiari, dove si lascia spazio a considerazioni (talvolta imprudenti) incomplete o soltanto accennate, dando adito ad una inevitabile confusione e spiazzando la semplicità del fedele che di fronte alle affermazioni dell’illustre porporato resta sufficientemente dubbioso.

Il card. Kasper, per esempio, ricorda che “i sacramenti, anche quello del matrimonio, sono sacramenti della fede”, e che “anche il sacramento del matrimonio può diventare efficace ed essere vissuto solo nella fede”. Ogni sacramento, però, riguarda certamente la fede ma deve conferire la grazia, contenuta e comunicata dalla Chiesa. Nessun fedele – e in questo caso il marito e la moglie – può ragionevolmente definire la stabilità della propria vocazione fuori dall’orizzonte della grazia. Un dettaglio questo che non è possibile dimenticare, e che non dimentica Mons. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, quando afferma che “è possibile comprendere e vivere il matrimonio come sacramento solo nell’ambito del mistero di Cristo. Se si secolarizza il matrimonio o se lo si considera come realtà puramente naturale rimane come impedito l’accesso alla sua sacramentalità. Il matrimonio sacramentale – prosegue Müller – appartiene all’ordine della grazia e viene inserito nella definitiva comunione di amore di Cristo con la sua Chiesa. I cristiani sono chiamati a vivere il loro matrimonio nell’orizzonte escatologico della venuta del regno di Dio in Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato”. Walter Kasper ricorda anche che tante persone, nel nostro tempo, hanno perduto la fede; esse sono “battezzate ma non evangelizzate”, “catecumeni battezzati, se non addirittura pagani battezzati”. Pertanto – prosegue il porporato – “In questa situazione non possiamo partire da un elenco di insegnamenti e di comandamenti, fissarci sulle cosiddette «questioni roventi»”. Ma – ci chiediamo – l’annuncio del Regno di Dio operato da Cristo, non prendeva forse le mosse proprio da una serie di insegnamenti e dai comandamenti?

Kasper afferma, inoltre, che “i Padri della Chiesa (in realtà solo “alcuni”, ndr) erano convinti che i comandamenti della seconda tavola del decalogo corrispondessero a tutti i comandamenti della coscienza morale comune degli uomini. I comandamenti della seconda tavola del decalogo, …sono tradizioni dell’umanità concretizzate. In essi, i valori fondamentali della vita familiare vengono affidati alla protezione particolare di Dio: il rispetto dei genitori e la cura per i genitori anziani, l’inviolabilità del matrimonio, la tutela della nuova vita umana che nasce dal matrimonio…”. Per Kasper si tratta di comandamenti che offrono all’uomo un modello, “una sorta di bussola per il loro cammino. Perciò la Bibbia – prosegue il cardinale – non intende questi comandamenti come un onere e una limitazione della libertà… Essi sono indicazioni sul cammino per una vita felice e realizzata Non possono essere imposti a nessuno, ma possono essere proposti a tutti, a buona ragione, come cammino per la felicità”. Non la pensava così San Tommaso d’Aquino, secondo il quale nessuno dei precetti del decalogo può lasciare spazio a deroghe da parte di Dio. Tutti i comandamenti sono necessari; pertanto l’Aquinate affermava che: «Nella legge divina ci sono cose che sono comandate perché buone, e proibite perché cattive, ma ce ne sono altre che sono buone perché comandate, e cattive perché proibite» (S. Th., II-II, q. 57).

Kasper, dopo aver affermato che “in certe situazioni la Chiesa non può proporre una soluzione diversa o contraria alle parole di Gesù”, indica due situazioni con relative soluzioni, lasciando “però” al Sinodo, in sintonia con il Papa, il compito di una risposta finale. Nella prima situazione Kasper, piuttosto che rinviare tutto ai tribunali ecclesiastici – come dice il Diritto Canonico –, proporrebbe altre procedure più pastorali e spirituali, affidando il compito di risolvere alcune cause di nullità matrimoniale a un sacerdote con esperienza spirituale e pastorale. Non è difficile leggere tra le righe un affondo ad alcune forme espressive del Magistero della Chiesa, che possono risultare talvolta di difficile comprensione. Quasi a voler dire che mentre la storia sacra racconta di un Gesù disponibile all’ascolto per le necessità di tutti gli uomini (soprattutto per quanti vivono ai margini della società), la Chiesa mostrerebbe un atteggiamento eccessivamente rigoroso nei confronti di altri escludendoli dai sacramenti. Già Ratzinger (spina nel fianco per tanti commentatori e teologi moderni), in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a questa obiezione aveva risposto affermando che “i recenti documenti della Chiesa uniscono in modo molto equilibrato le esigenze della verità con quelle della carità”. Del resto nessuno di noi può arrogarsi il diritto di annacquare, per opinabili motivi pastorali, le verità della fede cristiana.

Nella seconda situazione, Kasper ricorda quanto stabilito nel 1994 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e riaffermato da Papa Benedetto XVI nel 2012, e cioè che, in alcuni casi, i divorziati risposati che non possono ricevere la comunione sacramentale possono però ricevere quella spirituale. Ma – altro affondo dell’illustre porporato – se “chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo; come può quindi essere in contraddizione con il comandamento di Cristo? Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale?”. Noi, però, stando così le cose, potremmo chiederci: perché non adottare un analogo ragionamento a proposito del sacramento della Confessione? Se, infatti, il fedele mostra una reale contrizione per il proprio peccato, e chiede “spiritualmente” perdono a Dio senza la mediazione del sacerdote, perché non concedergli l’assoluzione? Non sarebbe da considerare valida anche questa ipotesi? E’ evidente che se percorriamo il criterio del sentimento spirituale, svuotiamo l’essenza stessa del sacramento, e – né più, né meno – ci ritroveremmo in brevissimo tempo sulla stessa lunghezza d’onda teologica della religione protestante!

Kasper parla poi della Chiesa dei primordi ricordando alcuni casi di adulterio con conseguente secondo legame quasi-matrimoniale. “La cosa certa, però, – afferma il porporato – è che nelle singole Chiese locali esisteva il diritto consuetudinario in base al quale i cristiani che, pur essendo ancora in vita il primo partner, vivevano un secondo legame, dopo un tempo di penitenza avevano a disposizione non una seconda nave, non un secondo matrimonio, bensì, attraverso la partecipazione alla comunione, una tavola di salvezza”. Ma cosa ne pensavano davvero i Padri della Chiesa? Kasper ne cita alcuni presentandoli favorevoli a questa ipotesi. Henri Crouzel, noto gesuita e patrologo, a tal proposito affermava: “Nell’epoca in cui, come oggi nella maggior parte dei paesi, la legge civile permetteva divorzio e nuove nozze, che cosa impediva ai pastori d’esprimere chiaramente ciò che essi pensavano, se credevano che ciò era la volontà di Cristo? E se la Chiesa autorizzava i mariti a contrarre nuove nozze dopo l’adulterio delle loro mogli, come mai ne rimangono così poche tracce, mentre abbondano trattazioni generali sull’indissolubilità del matrimonio?”. Non si può parlare – come invece asserisce il card. Kasper – di una pastorale della tolleranza, della clemenza e dell’indulgenza nella Chiesa dei primordi, né possiamo fa passare per prassi consolidata alcune “eccezioni” che confermano la regola; non si tratta nemmeno di dettagli storici o di controversie tra esperti, e la Chiesa – nelle sue decisioni – (ci dispiace che il card. Kasper la pensi in modo totalmente diverso) non è “fissata” sull’una o sull’altra posizione. “Una pastorale pienamente responsabile – ricorda Gerhard Ludwig Müller – presuppone una teologia che si abbandoni a Dio che si rivela «prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa»”. “Attraverso quello che oggettivamente suona come un falso richiamo alla misericordia – sottolinea ancora mons. Müller – si incorre nel rischio della banalizzazione dell’immagine stessa di Dio, secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare. Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia”.

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