Sulla questione di un papa eretico

Pubblichiamo una traduzione italiana, autorizzata dall’autore, di un importante studio di S. E. Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana dedicato all’ipotesi del Papa eretico, nella certezza che esso possa arricchire il dibattito e offrire utili elementi di orientamento.

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Perché abbiamo inviato la lettera Corretio filialis a Papa Francesco

Chi sono i firmatari della Correctio filialis indirizzata a Papa Francesco? Non “eretici”, “lefevriani” e nemmeno “tradizionalisti”, come vengono definiti, ma cattolici, apostolici romani, mossi solo – come scrivono nel loro documento – “dalla fedeltà a Nostro Signore Gesù Cristo, dall’amore alla Chiesa e al Papato”.

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L’enigma di Papa Francesco

“Meglio agitarsi nel dubbio che riposare nell’errore” (Manzoni).

di Patrizia Stella

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Leggevo recentemente su una rivista di informazione cattolica un articolo che evidenziava come nella Santa Chiesa di Dio, per circa duemila anni il fedele cattolico praticava e trasmetteva ai posteri la sua fede in Gesù Cristo attraverso i canali normali delle preghiere cristiane, della S. Messa, dei Sacramenti, delle opere buone, tradizioni, devozioni ecc. sostenuto essenzialmente dalla presenza del suo parroco, dalla comunità cristiana, dal Catechismo e dalla Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura, senza aver mai visto né conosciuto direttamente il Papa, e pochissime volte anche il suo Vescovo, tranne che per qualche celebrazione liturgica particolare e solenne riservata a loro. Il fedele cristiano, pur sapendo che al vertice di tutto c’è la Chiesa nel suo aspetto gerarchico voluto da Cristo, cioè Papa e Vescovi uniti con Lui a formare il Magistero, e poi tutti gli altri sacerdoti, religiosi, consacrati, laici, non sentiva affatto il bisogno di collegarsi direttamente con gli “alti vertici” per vivere la sua fede.

Con l’avvento delle moderne tecnologie, la figura del Papa è un po’ alla volta emersa da una sorta di rifugio privato, dal quale sapeva comunque dirigere efficacemente tutto il gregge del mondo perché la Grazia di Dio che penetra i cuori è più efficace e veloce della luce, per salire su un piedistallo da dove ha iniziato a ricevere, talvolta elogi, talvolta biasimi, ma sempre con rispettosa distanza, come si conviene nei confronti di una “Autorità Morale Speciale”, la più alta che esista al mondo, perché insignita da Dio stesso del ruolo di “Mediatore tra Cielo e terra”, tra la Maestà di Dio e la povertà degli uomini.

Finché arrivò il 13 marzo 2013 con l’elezione di Papa Francesco che immediatamente salì alla ribalta di tutti i riflettori con un’esposizione mediatica tale da suscitare reazioni anche contrapposte tra loro, che vanno da un’esaltazione collettiva di tipo trionfalistico, fino all’estremo di chi non può tacere la sua preoccupazione davanti a certi suoi discorsi o comportamenti davvero insoliti, o contraddittori, comunque non consoni alla figura che deve avere il Papa, che non è affatto un Vescovo tra gli altri, e ancor meno uno di noi, perché è nientemeno che il Vicario di Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, Colui che ha ricevuto da Cristo stesso, attraverso Pietro, “le chiavi” del Paradiso, il cosiddetto “Primato”, che consiste non solo nel potere di “sciogliere o legare”, cioè di perdonare o meno i peccati, ma soprattutto nel potere di “governo” della Chiesa.

Ma ciò che più stupisce è che Papa Francesco continua a definirsi solo “Vescovo di Roma”, firma i documenti solo con il nome “Francesco”, senza la sigla che comunemente appongono tutti i Papi accanto al loro nome: “p.p.” cioè “pastor pastorum” e perfino sull’Annuario Pontificio 2014 appare solo col titolo di Vescovo di Roma, mentre troneggia la figura di Benedetto XVI come “Sommo Pontefice emerito”, a tal punto che viene da pensare che Bergoglio non sia molto convinto di voler fare il Papa o che, peggio ancora, ritenga “superata” questa figura della tradizione perenne della Chiesa da sempre collegata con il “Primato Petrino”, per lasciare spazio a un governo, come egli stesso ha proposto, ancor più collegiale di quello previsto dalla Tradizione della Chiesa: “Il Papa e i Vescovi uniti con Lui!”. Un governo “democratico” affidato in buona parte alle Conferenze episcopali locali alle quali viene data molta autonomia oltre che a pericolosi sondaggi pubblici, come se la Verità della Chiesa scaturisse dal voto della maggioranza e non dalla Parola di Dio incarnatasi in Gesù Cristo che il Papa ha il dovere di custodire e di tramandare nella sua integrità.

E il fatto incredibile che possa essere proprio il Papa a facilitare, in modo oltretutto non chiaro, ma nebuloso e contorto, l’abbandono del Primato Petrino è inquietante, ma pare che riguardi proprio certe profezie che prevedono l’insinuarsi del “fumo nel Tempio”, come dalle parole di Paolo VI, fino ai più alti vertici della Chiesa. La certezza che la Chiesa è di Cristo e le porte dell’Inferno non trionferanno mai, non ci dispensa dal dovere che abbiamo di continuare le nostre battaglie in sua difesa, chiedendo allo Spirito Santo il dono del discernimento, cioè di capire che cosa sta realmente accadendo perché il diavolo è astuto nell’imbrogliare le carte e ci sta prendendo astutamente in giro.

Sono mesi che indugio nel rendere pubblica questa mia allarmante lettera, soffocando la mia impazienza con la preghiera, essendo una fedele credente e praticante da tutta una vita, che ama il Papa e la Chiesa più di sé stessa, ma a un certo punto mi sono detta: “A chi giova questo mio silenzio, questo mio voler giustificare a tutti i costi certi discorsi, o azioni, o affermazioni di questo Papa quando stridono ormai in maniera plateale con la dottrina perenne della Chiesa cattolica? Col mio colpevole silenzio non rischio di unirmi al “coro” multiculturale, multietnico e multi-religioso che lo sta osannando?”.

In effetti, al di là del tripudio di folle anonime che sembrano quasi telecomandate, al di là delle innumerevoli sue pubblicazioni, libri, cd, magliette, foulard… che tappezzano librerie, tabaccherie, autogrill, ecc. compresi i cartoncini natalizi dove si vede la Madonna e Papa Francesco che bacia un bambino, a mo’ di Gesù Bambino, spodestando S. Giuseppe dal presepio, al di là di questo e di molto altro, sta di fatto che sono moltissimi i buoni fedeli entrati in crisi a causa dell’enigmatico comportamento di questo Papa, dei suoi innumerevoli e per nulla chiari pronunciamenti, molti dei quali vengono addirittura censurati da qualche suo stretto collaboratore nel timore che creino scandalo, altri devono essere spiegati e ricondotti all’ortodossia da bravi e zelanti parroci, preoccupati che possano recare turbamento o confusione alle anime del loro gregge, molti altri, invece, vengono applauditi per lo più da miscredenti o da cattolici progressisti “adulti” che adorano questo Papa perché si sentono confermati nei loro errori e protetti dalla divina misericordia, senza necessità di pentimento o cambiamento di vita.

Due sono state le gocce che hanno fatto traboccare il vaso della mia pazienza:

  1. La visita del Papa al Quirinale dove il presidente Napolitano (scandalosamente “insignito” della medaglia dalla Pontificia Università Lateranense, lui, un comunista e relativista mai pentito che sta portando l’Italia alla rovina!) ha esordito con un discorso che esalta l’operato del Papa con queste parole: “A tutti, credenti e non credenti, è giunta attraverso semplici e forti parole la sua concezione della Chiesa e della fede. Ci ha colpito l’assenza di ogni dogmatismo, la presa di distanza da posizioni “non sfiorate da un margine di incertezza”, il richiamo a quel “lasciare spazio al dubbio” proprio delle grandi guide del popolo di Dio”. Ecco in sintesi che cosa ha capito la gente di buona cultura dell’insegnamento di Papa Bergoglio: “il trionfo di relativismo, incertezza, dubbio” sintetizzati con gioia da un miscredente come Napolitano che si è perfino congratulato col Papa per questo suo prezioso servizio reso alla società!
  2. L’ultima esortazione apostolica “Evangelii gaudium” che fa venire i brividi perché intessuta di qualche verità, di parecchi errori e di molta confusione, che mettono per lo più in risalto l’abilissima capacità di Bergoglio nel saper “conciliare tutti gli opposti” in un sincretismo davvero preoccupante. A tal punto che la Chiesa, “ospedale da campo”, ha il dovere di accogliere tutti indiscriminatamente per essere aiutati, “non certamente convertiti, solenne sciocchezza!”, col rischio che tutti, col tempo, reclamino il diritto di celebrare i loro culti pagani sui nostri sacri altari in nome di una Chiesa “povera e aperta a tutti” (fra virgolette parole del Papa).

La vera povertà della Chiesa è la mediocrità dei suoi membri. Un grande Santo diceva che “il mondo va male perché la Chiesa va male!”. Infatti, se nel mondo stanno dilagando calamità, disoccupazione, crollo economico a livello mondiale, omicidi e perversione, è perché sta inesorabilmente crollando anche l’ultimo, vero baluardo contro il male e il peccato costituito dalla forza divina della Chiesa cattolica nel mondo, lasciando imperversare il potere delle tenebre! Perché qui non si tratta solo di scontri politici ad alto livello, bensì di una lotta soprannaturale fra il potere delle tenebre e quello della Luce, laddove la Luce è rappresentata da una Chiesa nella quale gli stessi Preti non credono più perché ormai la concepiscono (non tutti ovviamente) come puro potere temporale.

A questo punto mi sono proposta di uscire allo scoperto anche perché ritengo doveroso venire in aiuto di quei cattolici fedeli e praticanti che sono presi da terribili sensi di colpa e da grande sofferenza per non sentirsi in sintonia con il Papa. A costoro io suggerisco di mettersi il cuore in pace e di continuare a sentirsi pienamente e fieramente cattolici leggendo in merito il Catechismo della Chiesa cattolica (n.891, 892), il Codice di diritto canonico (n.212), la Lumen Gentium, n.25; la Dei Verbum n.10. Oltre a valide letture offerte da chi è ben documentato sulla “Storia della Chiesa”, come ad esempio il libro del prof. Roberto de Mattei, Vicario di Cristo, il primato di Pietro tra normalità ed eccezione, ed. Fede & Cultura, per la profondità e chiarezza con cui tratta l’argomento; o il libro del teologo Padre Enrico Zoffoli, Potere e obbedienza nella Chiesa, Ed. Segno; oppure come argomento più attuale, Chiesa povera, non impoverita, di Francesco Cuppello, ed. Fede & Cultura.

Infatti, se è vero che un cattolico deve obbedire al Papa, è altrettanto vero che l’obbedienza non è mai cieca e incondizionata perché trova innanzitutto il suo fondamento nella legge naturale, in quella divina e nella Tradizione della Chiesa, di cui il Papa è custode e non creatore o rivoluzionario, o ciclone, come viene definito. Un ciclone ovunque passi, porta solo danno e sofferenza perché spazza via tutto. La moda oggi diffusa di rifiutare la trascendenza per cercare il divino negli uomini e nella storia in una sorta di moderno panteismo, può rappresentare un pericolo perché c’è il rischio di fermarsi alla persona, (la chiamano papolatria) a tal punto da divinizzarla e sostituirla a Cristo stesso, anche se inconsapevolmente e molte volte in buona fede.

Le prime delusioni le abbiamo avute proprio sin dalla sera della sua elezione quando, presentatosi in abito bianco senza la mozzetta rossa che normalmente portano i Papi almeno nelle occasioni solenni, esordì con quel suo saluto più da politico che da ecclesiastico: “Cari fratelli e sorelle, buonasera!”, al posto di “Sia lodato Gesù Cristo” oppure “Il Signore sia con tutti voi!”, saluto che ci ha lasciati di gelo, anche se ci ha rasserenato poi il suo invito a pregare per lui in silenzio e a fuggire il demonio che sempre insidia le anime. I grandi Papi della storia chiamavano i loro fedeli “Figli! Cari figli!” e ci sentivamo veramente figli del Papa, figli della Chiesa, figli di Dio con santo orgoglio! Adesso ci sentiamo orfani in mezzo a tanto frastuono, per alcuni motivi che spiegherò:

1) È stato presentato come segno di povertà, ad esempio, il fatto che Papa Francesco abbia pubblicamente rinunciato, oltre che alla citata mozzetta, anche all’abito bianco di fattura e tessuto particolare riservato ai Papi, (ne porta uno qualunque di stoffa leggera orribilmente trasparente), al pettorale e all’anello d’oro, senza parlare delle famose scarpe rosse e della rinuncia all’appartamento papale.

Sembrano dettagli insignificanti, ma in realtà ognuno di quegli oggetti contiene un significato simbolico particolarissimo che travalica l’aspetto puramente venale del valore dell’oro, o delle perle o altro. Il pettorale ad esempio, che consiste in una croce d’oro, contiene un frammento della reliquia della Santa Croce di Gesù, e l’anello d’oro detto del “Pescatore” ricorda al Papa che Egli, come S.Pietro, è innanzitutto “pescatore di uomini”. Il materiale usato, l’oro, ha sempre significato la regalità, la maestà, e sono comunque oggetti preziosi antichissimi perché vengono tramandati da Papa a Papa come simbolo di un qualcosa che li trascende e li impegna, cioè come segno di fedeltà e di continuità con il Mandato che Cristo ha voluto affidare al Primo Papa che è stato San Pietro. Perché invece non pensare di portarli spiegando al popolo quale profondo significato essi racchiudono nella loro bellezza? Rifiutare questi oggetti è emblematico perché, in un certo senso, è come rifiutare la continuità con i Papi precedenti! 

Se noi, che nella nostra semplicità di vita, cerchiamo di trasmettere ai nostri figli e nipoti quegli oggetti cari e preziosi ricevuti dai nonni o bisnonni come segno di “appartenenza” ad una famiglia, ad un casato, ad una confraternita, nobile o meno che sia, perché mai il Papa, che rappresenta nientemeno che lo stesso Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, successore di Pietro, “Roccia” su cui Cristo ha voluto fondare la Sua Chiesa, Voce Morale universalmente riconosciuta, perché proprio il Papa dovrebbe rinunciare alle sue sacrosante e doverose insegne, mescolandosi quasi “Uno inter pares” in mezzo all’anonimato della folla che si crede confermata nella fede solo perché lo tocca, lo bacia e lo abbraccia, nella più assoluta ignoranza della dottrina della fede?

Se mi è permesso il paragone, che ne sarebbe dei vari Corpi dei Carabinieri, o Bersaglieri, o Polizia, o altri se rinunciassero alle loro belle divise, ai loro stemmi, coccarde, gradi, segno di comando, ma anche di una precisa appartenenza, di un servizio pubblico riconoscibile anche dall’abbigliamento e dal comportamento? Quale concetto ci faremmo di loro se, peggio ancora, si mettessero a ballare durante il loro servizio, magari quando sono schierati per una parata, come hanno deplorevolmente fatto molti Vescovi in Brasile nientemeno che durante la massima delle celebrazioni liturgiche quale è la Santa Messa, quasi dissacrandola? E su quell’esempio, anche qui da noi adesso sta avanzando la nuova moda della preghiera liturgica con ballo, col tacito consenso del Papa!

E se è vero che anche Gesù visse da povero in mezzo alla gente, perché nacque in una grotta, cercò rifugio in terra straniera, si mantenne col lavoro delle proprie mani passando umilmente in mezzo alla folla, ecc. sta di fatto che questa sua povertà e semplicità non furono mai a scapito della sua identità, dignità e autorevolezza. Infatti accettò l’oro e l’incenso dei sapienti di questo mondo, sedette alla tavola dei ricchi e dei potenti per parlare anche a loro del Regno dei Cieli, comandò agli spiriti immondi e questi gli obbedivano, confuse gli Scribi e stupì i Sacerdoti che lo riconobbero come discendente di Davide e inviato di Dio, accettò gli osanna della folla che lo chiamava “Rabbi”, chiedendosi: “Ma chi è costui che parla con tanta autorità e sapienza?” Gesù in pratica parlava, agiva, comandava e anche confortava con “grande autorevolezza!” e non come uno inter pares!

In questo sta appunto il “potere” del Papa di legare o di sciogliere come Vicario di Cristo, potere che alla fine è servizio, perché significa governare, e questo implica anche il dovere di giudicare, di dare un giudizio sul bene o sul male, cioè sul grado di colpevolezza del penitente in base alla sincerità delle sue disposizioni. Ebbene, quando Papa Bergoglio è uscito con quella sua storica frase “Chi sono io per…?” è come se avesse smentito la sua Autorità e il suo altissimo ruolo di Vicario di Cristo dal momento che non c’è Autorità al mondo più alta e idonea della sua per esprimere un giudizio morale su qualunque fatto, o evento, o persona della storia!

Realtà preoccupante ma significativa di una crisi gravissima, che lo Spirito Santo si incaricherà di chiarire, se lo invochiamo con forza, perché non è la prima volta nella storia della Chiesa che la presenza di due o tre Papi viventi contemporaneamente mette in dubbio la validità della loro elezione. Infatti io chiedo agli esperti di diritto canonico: “Se un Papa eletto sia pure regolarmente dal collegio cardinalizio, si comportasse non in piena sintonia con la tradizione e il Magistero perenne della Chiesa, sarebbe da considerare vero Papa? O ci troveremmo, come alcuni suppongono, in una situazione di sede-vacantismo, o di ambiguo “papismo” camuffato da buonismo, ecumenismo, irenismo?” Questo va chiarito al più presto se davvero amiamo il Papa e la Chiesa. Che la Vergine Immacolata ci aiuti e ci protegga.

(segue seconda parte)

8 dicembre 2013, festa di Maria Immacolata.

© PATRIZIA STELLA BLOG

Dal “cattolico eticista” al “cattolico alla Denzinger”… una etichetta in più, ma i problemi rimangono

di Corrado Gnerre

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Il nostro è il tempo in cui si esalta la bio-diversità. Vi è la convinzione che “diverso” è bello, che più c’è e meglio è, che più è varia la realtà e più essa sarebbe affascinante … insomma, un po’ come si dice dalle mie parti per la pizza piena: più ci metti e più ci trovi!

Anche nella Chiesa in un certo qual modo si vive questa atmosfera. Ma fosse l’atmosfera della sinfonia, non ci sarebbe nulla da ridire, perché la sinfonia è l’“unità nella diversità”, diversità nei modi ma unità nella dottrina. Questo c’è sempre stato nella Chiesa, anzi è stata la sua caratteristica principale. Ciò che però c’è adesso non è questo. Non prendiamoci in giro: non è questo. Domina non l’esaltazione della sinfonia ma della contraddizione, che è ben altra cosa.

Da qualche giorno abbiamo scoperto che esiste anche il cattolico ideologico ed eticista. In realtà, se proprio volessimo dare la giusta interpretazione alle parole, una simile scoperta doveva essere fatta da tempo. Se infatti le parole hanno un senso, il cattolico ideologico dovrebbe essere colui che deforma il proprio credo in ideologia, e l’ideologia è la pretesa di ridurre il reale in costruzione intellettuale e soggettiva. D’altronde il padre dell’ideologia fu il razionalista Cartesio. E – sempre se le parole hanno un senso – il cattolico eticista dovrebbe essere colui che trasforma la morale naturale e soprannaturale in etica umana, ovvero che opera il passaggio dalla Legge (con la “L” maiuscola) alle regole, quelle regole fondate solo sulla debolezza delle opinioni umane e dei contesti socio-culturali.

Ma invece abbiamo scoperto, in questi giorni, non solo l’esistenza del cattolico ideologico ed eticista come se fosse una novità, ma anche che con questa etichetta (cattolico ideologico ed eticista) deve intendersi tutt’altra cosa rispetto al vero significato delle parole, deve intendersi il cattolico fedele alla Tradizione (che è il Dio vivente ed immutabile nella storia, quindi tutt’altro che ideologia) e alla morale di sempre (che è la sequela al Dio vivente e immutabile nella storia, quindi tutt’altro che eticismo).

Ma perché questa confusione? Per un motivo molto semplice: perché si è persa la bussola, né più né meno. Venendo meno la consapevolezza della verità e di quanto soprattutto la verità debba “in-formare” tutto (“in-formare” nel senso di dare forma) non solo la diversità diventa fine a se stessa, ma lo stesso significato dei termini va a carte quarantotto.

E così si trascura il problema e ci si concentra sul metodo e sulla forma.

Prendiamo il caso Gnocchi-Palmaro. Non voglio entrare nella questione del metodo, dove posso anch’io avere idee poco chiare a riguardo, se cioè Gnocchi-Palmaro abbiano fatto bene o meno a scrivere certe cose. Ciò che però rifiuto è che le discussioni in atto vertano sul fatto se siano stati irriverenti o meno, senza che nessuno – dico nessuno – si prenda la briga di dimostrare che ciò che hanno scritto sia sbagliato.

L’ultimo intervento di Socci su Il foglio del 24 ottobre scorso ha complicato ancora più le cose. Ha scritto molto ma di fatto non ha scritto nulla. Ci ha informato che Benedetto XVI è stato un maestro del Logos. Bene. Ci ha informato che Paolo VI scrisse delle cose molto interessanti in merito alla fedeltà alla Tradizione. Benissimo. Ci ha informato che tutti sono nella continuità. Speriamo. Ha condito il tutto con una tirata di orecchi ai vari intellettuali e teologi gnostici alla moda, in stile salotto scalfariano. Ci fa piacere. Ci ha informato di tante cose belle … ma non ha risolto il problema. Non ci ha spiegato, per esempio, perché le affermazioni sulla coscienza di papa Francesco nei suoi colloqui con il fondatore de La Repubblica siano in linea, non dico con tutto il Denzinger, ma almeno con la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. Apoditticamente ci ha detto che così è, ma non lo ha spiegato. E se ne è convinto solamente perché papa Francesco è figlio di sant’Ignazio, beh’ non è poi un argomento così forte… se è vero, come è vero, che anche il cardinale Martini era un gesuita. Se poi ne è convinto perché ciò che dice papa Francesco è sempre in linea con il Logos, quel Logos che, salvaguardato, evita – lo ha scritto lo stesso Socci – qualsiasi riduzione del Cristianesimo a emozione e sentimento così come – a detta dello stesso Socci – sono soliti fare i movimenti carismatici, allora è bene che Socci si vada ad informare che opinione papa Francesco abbia sui movimenti carismatici cattolici. Sua Santità li ha sempre lodati e sostenuti.

Ma torniamo alla “bio-diversità”, che tutto accorda, che tutto armonizza nella dialettica e anche nella lotta, come il lupo con l’agnello e la gazzella con il ghepardo. Una “bio-diversità” che in termini logici si traduce in negazione del principio di non-contraddizione.

Ma torniamo all’intervento di Socci. Definire il lefebvriano (chi scrive non è un lefebvriano né tanto meno si riconosce in particolari etichette) un cattolico alla Dezinger non so se sia davvero un’offesa. Lasciamo stare l’eleganza dell’espressione e soffermiamoci sulla sostanza: cattolico alla Denzinger vuol un dire un cattolico che guarda all’interezza del Magistero, che, e Socci lo dovrebbe sapere molto bene, non è un guardare facoltativo del cattolico ma obbligato, perché il Magistero è continuità; quella stessa continuità che Socci tanto apprezzava e dice di continuare ad apprezzare citando Ratzinger/Benedetto XVI. Siamo alle solite: si dà una definizione più o meno suggestiva per colpire ed evitare di spiegare.

Veniamo adesso ad un altro punto. Il cattolico eticista insisterebbe troppo sulla morale. Ma ci siamo mai chiesti cosa è la morale nell’ambito della teologia cattolica? Il Dio Logos è un Dio che non è al di là del bene e del male, ma che è costitutivamente buono; per cui la legge morale non è una decisione arbitraria di Dio ma la sua stessa natura. I Dieci Comandamenti, per esempio, altro non sono che la natura stessa di Dio codificata per la vita quotidiana dell’uomo. Dunque, rispettare la legge di Dio vuol dire aderire alla Sua natura, abbracciare Dio; per cui, di converso, non è possibile scegliere e convivere con Dio se non si rispetta la Sua Legge. In questo non c’è nulla di moralistico, perché il moralismo è un’accettazione senza motivi persuasivi della legge morale, convincendosi tutto sommato che la morale è una pura astrazione e decisione intellettuale che è in un modo, ma poteva anche essere in tutt’altro modo. I Santi invece hanno capito che non c’è Dio senza Legge morale e non c’è Legge morale senza Dio. Definire eticista il comportamento di chi è attento alla Legge morale e invita a tutti a fare altrettanto significa contraddire il comportamento dei Santi. Che dire, per esempio, di un San Pio da Pietrelcina e della sua risaputa intransigenza. Gesù parla chiaro: «Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli» (Matteo 5,19).

In questo senso Benedetto XVI insisteva molto sui cosiddetti principi non-negoziabili, perché dal giudizio concreto sulla vita, da come ci si rapporta a quelle grandi questioni che danno il tono del tempo attuale (per esempio Benedetto XVI definì l’ideologia del gender come la più grave sfida a cui la Chiesa di oggi deve fare fronte) si esprime la testimonianza e l’amore del cristiano a Colui che è l’unica Via, l’unica Verità, l’unica Vita.

E allora faccio un appello. Vogliamo sì o no ragionare sui contenuti, invece che sparare definizioni offensive di catalogazione dei cattolici, a mo’ di entomologia ecclesiale? Vogliamo risolvere sì o no i problemi? Dire che basterebbe seguire la percezione soggettiva del bene e del male per salvarsi, dire che si può non perdere la Fede prescindendo dalla fede in Cristo, dire che Dio non è cattolico, dire che lo scopo del cristiano non sarebbe quello principalmente di convertire … tutto questo dire pone o no dei problemi? La questione è qui.

Nella favola di Pinocchio fu un semplice grillo a parlare (a proposito di entomologia), fu schiacciato, parlò ma fece il suo dovere. Pose delle giuste questioni. Pinocchio disse che doveva stare zitto perché era solo un misero grillo, lo schiacciò, ma non risolse i problemi … né i suoi, né del babbo.

© Il Giudizio Cattolico

Come criticare il Papa senza essere eretici, né scismatici

di Tommaso Scandroglio (17/10/2013)

Il Papa, qualsiasi Papa non solo l’attuale, deve essere sempre ascoltato senza batter ciglio oppure può essere criticato? Proviamo a verificare cosa dice sul punto la chiesa. La congregazione per la Dottrina della fede nel 1998 elaborò una “Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professio fidei”, a firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, che delimitava i campi e le modalità attraverso cui l’infallibilità petrina si esprime. Solo in alcuni ambiti e unicamente nell’osservanza di precise condizioni è impegnata l’infallibilità del Sommo Pontefice e dunque i relativi asserti sono assolutamente vincolanti per tutti i cattolici e non criticabili perché in tali assunti non ci può essere nascosto nessun errore dottrinale. Va da sé che al di fuori di queste materie e condizioni il Papa non è infallibile e dunque può sbagliare. Ad esempio ciò che dice un Papa in un’intervista non impegna la sua infallibilità. Ciò naturalmente non significa che tutto quello che ha detto sia opinabile.

Ma laddove il Papa non è infallibile può essere criticato? In altri termini: il fedele ha un diritto di critica? Il Catechismo della chiesa cattolica impone obbedienza al Papa perché seguendo la sua volontà si aderisce a quella di Dio. Ma laddove questa volontà fosse in conflitto con quella divina, l’auctoritas pontificia verrebbe meno, perché ogni potestas – insegna Tommaso D’Aquino – riceve validità dall’ossequio al bene. La suprema legge nella chiesa, si legge nel codice di Diritto canonico, è la salus animarum e il primo balsamo per le anime è la verità a cui è sottomesso lo stesso Vicario di Cristo. Quindi sì obbedienza, ma non papolatria. Infatti il codice di Diritto canonico al n. 212 chiede ai fedeli da una parte obbedienza ai pastori e dall’altra riconosce a loro il diritto di esprimere delle riserve “su ciò che riguarda il bene della chiesa”. Nulla di nuovo sotto il sole. San Paolo criticò Pietro, primo Papa della storia, in merito all’obbligo da parte dei convertiti di sottoporsi al giudaismo: “Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Il problema sta nel fatto che Paolo riprendeva Pietro per un aspetto pastorale e invece le recenti critiche mosse a Papa Francesco sono anche e soprattutto di carattere dottrinale.

Da qui una seconda domanda: accertato che esiste un diritto alla critica esiste anche un dovere di critica? Anche in questo caso facciamo parlare i documenti della chiesa. Sempre il codice di Diritto canonico al numero già citato afferma che i fedeli possono e devono in alcuni casi manifestare le loro perplessità “salvo restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone”, o per dirla con il n. 37 della Lumen Gentium, “con verità, fortezza e prudenza, con rispetto e carità verso coloro che, per ragione del loro sacro ufficio, rappresentano Cristo”. Il n. 62 della Gaudium et spes poi indica un atteggiamento di umiltà nel manifestare la propria opinione. Se si tratta infine di coloro che si dedicano alla studio delle scienze sacre il n. 218 del Codice richiede prudenza nell’esprimere il proprio pensiero. In questi passi si rinviene, per chi vuole essere fedele alla chiesa sino in fondo e pienamente cattolico, il criterio per comprendere quale sia lo spazio di manovra del cattolico dubbioso delle parole del Papa. Se io mi sento in dovere di criticare il Pontefice, magari anche a ragion veduta perché noto delle divergenze tra ciò che lui afferma e ciò che invece dichiara il Magistero (esclusiva unità di misura della verità per il cattolico), e lo faccio con il fine di avvalorare la verità, di illuminare i dubbiosi, di far chiarezza sulla dottrina ma poi, nelle circostanze concrete, a queste utilità si sommano altri effetti di carattere negativo come la mancanza di rispetto verso la figura del Santo Padre perché ci si pone di fronte a lui come il più bravo della classe, l’aumento di confusione tra le fila dei cattolici e il disorientamento dei semplici, forse è bene desistere dall’intento censorio proprio a motivo del fatto che le conseguenze negative annullerebbero quelle positive. Mai si deve fare il male, ma a volte è necessario astenersi dal bene per un bene maggiore.

Come non escludere ad esempio che il fronte laicista-relativista approfitti di queste critiche per sostenere che nemmeno il Papa è più credibile dato che ce lo confermano i cattolici stessi? Che il Papa può essere portato sotto processo da tutti dal momento che lo fanno pure i suoi fedeli più osservanti? Che l’importanza del Papa è ormai deteriorata e dunque il suo ruolo ecclesiale deve essere rivisto? Che nemmeno i cattolici si trovano più d’accordo su quale sia la verità dogmatica da seguire?

A tutto ciò si obietterà che anche di fronte a un simile rischio di scandalo è sempre doveroso e preferibile annunciare la verità. Ma se le modalità di annuncio per paradosso danneggiassero la verità stessa? Il rimedio non sarebbe peggiore del male? Non si otterrebbe operando così proprio l’effetto opposto a quello desiderato? Faremmo davvero un bel servizio alla verità? Allora forse la strada è quella della ripresentazione dei contenuti di fede e di morale contenuti nel Magistero ma usando la virtù della prudenza che indica gli strumenti più efficaci per raggiungere lo scopo prefissato. E’ quindi un problema che attiene alle modalità di critica più che al merito della critica stessa. Non è questione di etichetta, bensì concerne il miglior modo di servire la verità.

Diagnosi: il cattolicesimo ridotto a tifoseria papista

Cominciamo subito col rinfrescare la memoria corta di buona parte dei lettori: questo Papa è stato eletto proprio da quei cardinali che avevano fatto ogni sgambetto possibile al suo dimissionario predecessore, e la sua ascesa al soglio ha coinciso con l’improvviso silenzio dei media sui cosiddetti “scandali” che si abbattevano quotidianamente sulla Chiesa retta da Benedetto XVI ed alle enormi opposizioni e difficoltà subite durante tutto il suo pontificato. Quelle note le trovate elencate qui. Per contro, oggi, registriamo indizi evangelicamente preoccupanti (guai quando tutti parleranno bene di voi!), grazie ai quali viene meglio alla luce un fenomeno curioso: quello della riduzione del cattolicesimo a tifoseria del Papa.

Cito quattro recentissimi casi, premettendo subito che si tratta di autori non certo sospettabili di progressismo chiesastico, ma che sembrano suggerire l’idea che l’identità cattolica consista nel fare il tifo per il papa, come se il Papa non fosse il custode del deposito della fede ma incarnasse la fede stessa. Premetto subito che mi interessa parlare non dei quattro autori, ma della mentalità diffusa che emerge accarezzata (se non addirittura abbracciata) dai loro interventi.

Il primo è un articolo di Rino Cammilleri dove leggiamo:
Ma l’intervista a Civiltà cattolica ha spazzato ogni dubbio: il papa sa quello che fa, e quello che fa è parte di una precisa strategia. […] Quella che sta proponendo è una sorta di gigantesca «scelta religiosa» da parte dell’intera Chiesa: curare in primis le umane sofferenze, poi, solo poi, insegnare il catechismo e tutto il resto. Da qui anche la reticenza a parlare di temi «scomodi» come nozze gay, aborto, eutanasia. […] Se non inietti costantemente nella prassi la tua dottrina, un’altra ne prenderà il posto, magari una che le somiglia: ieri il marxismo, oggi il buonismo relativista. È un rischio, speriamo calcolato. Trasformare l’intera Chiesa in una Caritas sarà sufficiente alla nuova evangelizzazione? Dare alla gente quell’immagine della Chiesa che la gente vuole (assistenza gratuita, silenzio sul peccato e l’errore) è davvero l’idea vincente? A queste domande solo il futuro potrà rispondere.

È curioso che ci sia oggi tanta ansiosa urgenza di rassicurare i fedeli che «il papa sa quello che fa», e di presentare sotto la miglior luce possibile la sua «precisa strategia» pastorale. Come dei tifosi che vedono il loro campione che da mezz’ora ancora non riesce a toccare palla: tranquilli, si dicono infervorandosi a vicenda, è una «precisa strategia», è un «rischio speriamo calcolato».

Anche Giuda Iscariota riteneva necessario curare in primis i sofferenti, e solo successivamente insegnare la verità: quei trecento denari si potevano benissimo dare ai poveri, invece di utilizzarli per onorare Cristo. Che peraltro, ridicolizzando ogni «scelta religiosa», ci aveva fatto sapere che i poveri li avremmo avuti sempre con noi. L’essersi fermamente imposti di “non criticare mai il Papa” non è eroismo cristiano ma è un devozionalismo che cede alla diabolica tentazione di anteporre la carità alla verità, che è il nome elegante del buonismo.

Questi buonisti “di destra” che amano dichiararsi ortodossi “ma senza esagerare”, che amano definirsi “dalla parte del Papa” e “kattolici” baldanzosi e battaglieri (sulla tastiera del computer), che disprezzano il “politicamente corretto” ma ne professano uno tutto loro, veramente credono in buona fede che l’appartenenza alla Chiesa sia la stessa cosa dell’appartenenza ad un partito, di cui per dovere di lealtà occorre far gioco di squadra osannando il caro leader financo al più piccolo ruttino.

Il secondo caso è un articolo in cui Luigi Copertino ci somministra uno spiegone altalenante il cui sforzo è teso a convincerci della bontà del principale gesto programmatico del Papa. Ecco una citazione:
Papa Francesco, nonostante abbia negato la volontà di convertire il suo interlocutore, ha evidentemente sperato, e pregato, affinché la Luce si faccia strada nel cuore di Scalfari. Lo si capisce chiaramente dalle parole usate nell’intervista, tutte tese a provocare nell’interlocutore ateo un moto di apertura, almeno problematica, almeno possibilista, alla Trascendenza. Non è dovere di ogni cristiano operare e pregare per la conversione, magari in punto di morte, del miscredente? E a tal fine – nonostante l’inutilità apparente del dialogo tra chi dell’Essere riconosce la trascendenza e chi crede che sia solo immanente – è meglio condannare o invece provare la medicina della Misericordia? Attenzione, però! Misericordia ma senza recedere di un millimetro dalla Verità di Fede. Questo è stato lo sbaglio di tanti cattolici postconciliari: credere che aprirsi al peccatore fosse farsi simile a lui gettando via dogma e vita ecclesiale. Tuttavia a questo sbaglio non si rimedia con i rigorismi, vecchi o nuovi. La Misericordia di Dio è la Sua Pazienza.

Sembra di leggere una mielosa pagina della rivista ciellina Tracce. Don Luigi Giussani soleva ricordare un episodio di una favoletta apocrifa in cui Nostro Signore e Pietro attraversando i campi si imbattono in una carcassa di un cane morto: di fronte al putridume Nostro Signore avrebbe esclamato: «che denti bianchi!» insegnando così a ricercare sempre l’aspetto positivo di ogni cosa. La maggioranza dei ciellini, anziché cogliere l’eco della virtù della speranza, deduce solo il dovere di professare un ottimismo sorridente, riducendo il giudizio critico alla banale selezione di un qualche aspetto positivo secondario (in modo poi da sentirsi comodamente con la coscienza a posto obiettando a chiunque: “sei il solito lamentoso!”).

Anche il Copertino, di fronte all’evidente carcassa, si affatica ad evidenziarne i “denti bianchi”, ossia ridurre la realtà ad uno solo (anche minimo) dei suoi aspetti apparentemente positivi, tentando di non notare che la presenza dei “denti bianchi” non rende affatto desiderabile o utile la presenza del cane morto. Notate in particolare come astutamente ponga come unica assoluta alternativa i «rigorismi»: per il Copertino o si fa quel che ha fatto il Papa, o si fa «rigorismo», tertium non datur, non esiste una terza possibilità. È proprio la tecnica retorica dei progressisti, quella di presentare il proprio punto di vista (lo spiegone sul Papa della “Misericordia”) contrapposto ad un’unica deformata ed esagerata alternativa: vi prego di riassaporare lentamente quanto disprezzo ispira quel termine «rigorismi».

Sebbene quel poco esaltante scambio tra Francesco e Scalfari abbia indubitabilmente il valore di manifesto del pontificato (così come per Benedetto XVI lo ebbe il discorso alla Curia Romana del dicembre 2005), il dovuto ossequio al successore di Pietro avrebbe dovuto consistere in un prudente silenzio piuttosto che una gara a contemplare e spiegare i “denti bianchi”. Solo una tifoseria accecata può vantare come importante azione da goal quella che era una maldestra caduta a centro campo, solo una tifoseria autoeccitata può fingere di non vedere (o addirittura giustificare come legali e necessari) i falli della propria squadra e lamentarsi delle meritate punizioni. Un cattolicesimo ridotto a tifoseria difende infatti non la fede, ma la propria etichetta di cattolico, pensando di far bella figura in immaginari talk-show qualificandosi ad ogni pié sospinto con: «oh, esisto anch’io! e sto dalla parte del Papa, eh!».

Il terzo caso è un articolo di Camillo Langone che così concludeva:
Insomma avete ragione su ogni dettaglio, cari cattolici tradizionalisti, eppure riuscite ad avere un torto complessivo perché se aveste davvero ragione le porte dell’Inferno avrebbero già prevalso mentre non è così. Quale alternativa proponete non l’ho mica capito: un antipapa? Il passaggio agli ortodossi? Non vorrei dover ascoltare i vostri mugugni fino alla fine di un pontificato che potrebbe essere lungo. La tradizione è fedeltà, anche a una sposa che non piace più tanto.

Già è un mistero il modo in cui si potrebbe aver «ragione in ogni dettaglio» e contemporaneamente un «torto complessivo», ma è ancor più misterioso il fatto che quelle «ragioni in ogni dettaglio» corrisponderebbero al prevalere delle porte degli inferi: pare la solita reductio ad Hitlerum, nel nostro caso reductio ad sedevacantistam, la solita reazione pavloviana per cui non appena si nominano certi tabù postconciliari scatta fulmineo lo stracciamento di vesti e la goffa demonizzazione dell’interlocutore.

Vi prego di osservare lo stesso meccanismo dell’articolo sopra citato: il concedere come unica alternativa qualcosa di grottesco («un antipapa? il passaggio agli ortodossi?») in modo da poter tirare conclusioni preconfezionate («torto complessivo») nonostante i fatti concreti («avete ragione su ogni dettaglio») che ci si rifiuta anche solo di considerare nel merito («i vostri mugugni»). Come tutte le tifoserie, anche quella papista ha bisogno di escogitare astuzie retoriche per potersi dichiarare fedele alla propria squadra, ed infatti il primo insulto è quello di non appartenere alla tifoseria stessa: «un antipapa? il passaggio agli ortodossi?». Come se l’osservare con onestà la situazione corrispondesse automaticamente al desiderare un antipapa. Reductio ad sedevacantistam.

La perla conclusiva è confondere la Tradizione con la fedeltà alla persona del Papa che magari «non piace più di tanto». Cioè insinuare non solo la confusione tra oggetto e soggetto, ma anche la riduzione ad opinione dei fatti che davano «ragione in ogni dettaglio».

Il termine “tifoseria papista” identifica principalmente l’aspetto psicologico del problema (e cioè il maldestro tentativo di autoassegnarsi un’identità “cattolica” sulla base dell’elogiare il Papa anche quando fa qualche vaccata). Le sue radici sono invece in quella malattia spirituale che riduce il cattolicesimo ad una “civiltà”, una “cultura”, un elenco aggiornabile di “valori giudeocristiani”, in fin dei conti un’ideologia. Malattia che ha un nome perché è stata diagnosticata già da parecchi anni: è quella dei cristianisti. Che cioè possono perfino professare l’ortodossia dottrinale più pura, ma che finiscono in fin dei conti per utilizzarla solo come strumento di lotta contro chi non è daccordo con loro. Vi prego di riflettere un attimo sulla diabolica tentazione del passare dall’amare e desiderare la Verità, al solo sfruttare e adoperare le verità di fede contro qualcuno (per esempio scagliandole contro chi non professa i “valori dell’occidente giudeocristiano”, o contro chi non è inquadrabile in una tifoseria papista). E questo ci introduce al quarto caso: quello del direttore di Radio Maria.

Il compagno Livio Stalin Fanzaga ha personalmente liquidato per direttissima due pericolosi controrivoluzionari, Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, colpevolissimi di aver «criticato» il Papa, di averlo fatto senza deragliare dalla dottrina cattolica, di averlo fatto dalle pagine di un quotidiano anziché dai microfoni di Radio Livio, di averlo fatto in modo tale da non destare scandalo nei fedeli. Ma l’occhiuto controllore se ne è accorto subito: a lui non la si fa, eh! E quando gli ascoltatori sbigottiti e addolorati gliene domandano il motivo, ottengono la tipica risposta untuosamente clericale: beh, vedete, per collaborare a Radio Maria si firma un accordo in cui ci si impegna a non criticare mai il Papa… Sottinteso: tifoseria papista.

A questo punto verrebbe da chiedergli come mai sulla sua radio si cita Dante Alighieri, che certi Papi li descriveva all’inferno, o addirittura l’apostolo Paolo che con fermezza si oppose pubblicamente a papa Pietro (facendogli per di più azzeccare una notevole figuraccia; Gal 2,11) poiché quest’ultimo aveva un po’ troppo riguardo per i circoncisi. Finora non risulta che da Radio Maria siano stati epurati gli scritti danteschi e paolini. Nemmeno risulta che Gnocchi e Palmaro si siano opposti al Papa «a viso aperto», né che abbiano almeno dichiarato all’inferno qualche Papa conciliare.

Vi prego di riflettere un attimo sul punto centrale di tutta la questione: qui non si parla del diritto di criticare il Papa (una discussione del genere suonerebbe infatti infantile), ma del motivo per cui la Chiesa ha il Papa. Suo dovere è custodire il deposito della fede. Una volta ravveduto, confermi i suoi fratelli. Pare proprio che la tifoseria papista lo abbia dimenticato. I cattolici in crisi di identità hanno trasformato la figura del Papa nella loro etichetta autocelebrativa. Il Papa come mascotte della Chiesa, il beniamino da elogiare in ogni caso, anche quando fa qualche marachella (e, a denti stretti e pezze a colori, perfino quando la marachella è un po’ grossa). Per cui anziché allontanarsi silenziosi dalla carcassa del cane, vi corrono a cercare affannosamente qualche “denti bianchi” da opporre contro i «mugugni», avvertendo in pericolo la loro identità di tifosi, la loro immagine di una Civiltà Occidentale di Valori Giudeocristiani. Vi prego di notare come siano gli stessi meccanismi mentali e spirituali del cattoprogressismo, con la sola differenza che cristianisti e tifoseria papista partono “da destra”, da posizioni “ortodosse” (“perbacco, sto dalla parte del Papa, io, eh!”).

Questo scivolare verso la confusione tra la funzione del Papa con la persona del Papa finisce presto per ridurre l’ubbidienza alla mera esecuzione di ordini, e il dovuto ossequio ad un servilismo intellettuale (si pensi ad esempio all’ermeneutica della continuità, cioè alla proposta di una soluzione “politica” ad un problema “teologico”: come se l’espressione giusta, il parolone elegante, il comando di vedere “tutto in continuità” anche laddove non lo sembri, cambino magicamente la sostanza dei fatti). Si finisce per pensare che la fedeltà alla persona del Papa sia il punto di partenza (anziché un risultato) della fedeltà al Signore ed alla Tradizione (attenzione alla sottigliezza: si è fedeli al Papa perché cattolici; se si ragionasse al contrario, cioè se si fosse cattolici perché fedeli al Papa allora il Papa sarebbe banalmente il Grande Capo di un Club denominato Chiesa). Si finisce insomma per credere che il custode del deposito della fede coincida col deposito stesso (cosa che certuni amano impropriamente chiamare “Tradizione vivente”, introducendo così un’ambiguità: se la Tradizione “vivente oggi” contraddice anche solo un pochino quella che era “vivente ieri”, allora non possono più sussistere certezze nel mondo cattolico, e la Chiesa sarebbe una banale Associazione che ogni tre giorni può cambiare drasticamente il proprio statuto, e guai a chi non si aggiorna – cioè, in fin dei conti, un progressismo elegantemente mascherato da ortodossia).

B.T.

Dalla papolatria all’indifferentismo

cristianesimocattolico:

Una cosa è il rispetto del Magistero costante del Pontefice, una cosa è l’obbedienza ai comandi impartiti allo scopo di difendere e tramandare il Depositum. Ben altro il servilismo ottuso, l’adulazione sfacciata, l’esaltazione incondizionata. Magari quest’ultime usate come alternative alle prime.

di Marco Bongi (Papale Papale, 22/08/2013)

Con il termine “papolatria”, volutamente esagerato per evidenziarne con chiarezza le distorsioni, non intendo assolutamente mettere in questione il senso di rispetto, la giusta reverenza, la docilità al Magistero e neppure l’obbedienza dovuta al S. Padre quando esercita, su questioni di Fede e morale, il Suo supremo insegnamento. Né si vuole misconoscere o sminuire il Primato di giurisdizione  o la potestà di governo diretto sulla S. Chiesa che la dottrina cattolica ha sempre riconosciuto al Sommo Pontefice.

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Il papa ha detto una cosa commovente: “buona sera”

Mi riferisco piuttosto, e spero mi scuseranno i critici, ad un diffuso atteggiamento psicologico, molto in voga nel mondo cattolico, sia fra i chierici che fra i cosiddetti “laici impegnati”, che porta sempre e comunque ad osannare, oltre ogni limite di decenza intellettuale, ogni atto, comportamento o stile d’azione del Papa, presentandoli invariabilmente come il migliore possibile, il più giusto in assoluto, il più corretto, la più “azzeccata” soluzione possibile alla situazione contingente di quel momento. Chi non si sarà ad esempio imbattuto in commenti del tipo: “Davvero commoventi e significative le parole del primo saluto di Papa Francesco dalla loggia delle benedizioni la sera della sua elezione: buona sera…”; oppure, per non infierire solo sul regnante Pontefice, come valutare le lodi sperticate, scritte e pronunciate spesso dai medesimi osservatori, che giudicavano allo stesso modo “eroica”, “coraggiosa” e “segno di profondissima fede nell’Onnipotente”, sia la scelta di Giovanni Paolo II di resistere fino alla morte sulla Cattedra di Pietro, sia l’atteggiamento diametralmente contrario di Benedetto XVI di presentare le proprie dimissioni? Erano passati, del resto,  solo otto anni; difficile dunque invocare il cambiamento di contesto storico. Posti di fronte a contraddizioni come queste gli interlocutori spesso si trovano a disagio ma non disarmano. Essi invocano la differenza di contesto storico, la diversità delle vocazioni e soprattutto, sempre più di frequente, l’argomento, chiaramente di sapore relativista,  che porta inevitabilmente a definire buoni e giusti, nella medesima misura, anche atteggiamenti chiaramente opposti ed antitetici.

Ma la musica non cambia…

Benedetto XVI esigeva che i comunicandi ricevessero l’eucarestia in ginocchio. Papa Francesco non si genuflette neppure alla consacrazione… Ebbè? Che c’è di strano? Sono ottimi entrambi i comportamenti. Sottolineano soltanto due aspetti complementari della medesima verità! Giovanni Paolo II organizzava viaggi scenografici e grandiosi senza badare a spese. Papa Francesco si porta la valigia sull’aereo  ostentando una povertà che sfiora il pauperismo… Si tratta solo di due modalità “apparentemente” diverse di vivere il Cristianesimo. Ognuno ha la sua personalità e Dio certamente voleva da loro ciò che, in quel momento, hanno fatto. Ma, potremmo continuare: Benedetto XVI amava tanto la musica di Mozart, se la suonava spesso lui stesso con il pianoforte installato nell’appartamento pontificio. Era ben lieto di assistere a qualche concerto classico. Papa Francesco non solo ha clamorosamente “dato pacco” a chi aveva organizzato un concerto in suo onore ma pare addirittura che si sia giustificato affermando sdegnosamente di non sentirsi un principe rinascimentale. E cosa fanno i nostri commentatori? Due anni fa ci davano sotto con l’esaltazione della “profonda sensibilità” del successore di Pietro, una sensibilità che si manifesta potentemente nell’amore per la musica. Oggi, gli stessi personaggi, si compiacciono del senso pratico espresso dal Vescovo di Roma che lo porta a disdegnare orpelli inutili e cerimoniali anacronistici.

Dei papi dopo Pio XII è proibito dir male…

Comprendiamoci bene. Da sempre i papi si sono differenziati molto l’uno dall’altro, per carattere, personalità e stile di vita. L’ascetico Celestino V conduceva un’esistenza agli antipodi rispetto al decisionista Bonifacio VIII. Il pavido Clemente XIV non somigliava in nulla al coraggioso Gregorio VII. E che dire del mondano Alessandro VI rispetto al piissimo San Pio V? Non è certo questo il problema. La questione sta in ben altri termini. Nessuno infatti mi può tacciare di non sentire “cum Ecclesia” se affermassi, ad esempio, che Callisto III probabilmente fu un simoniaco, che Alessandro VI condusse una vita amorale, che Clemente XIV si mostrò debole quando sciolse l’ordine dei Gesuiti, che i papi avignonesi erano proni ai voleri del Re di Francia, che Urbano VIII sbagliò – in realtà non lo penso – a condannare Galileo Galilei. Qualche critica è possibile però formularla, senza correre il rischio di “scomuniche”, fino, ed assolutamente non oltre, Pio XII. Dal 1958 in avanti invece… guai a chi si azzardasse a ventilare, sia pur timidamente, una pur minima riserva sui papi successivi! Tutti perfetti, tutti insuperabili, tutti santi! Fra qualche secolo sicuramente molti rideranno di questo nostro conformismo bieco ed acritico. Sarà cortigianeria? Sarà solo poca voglia di mettersi in gioco? Sarà, soprattutto per giornalisti e scrittori, che… “tengo famiglia…”? In conclusione possiamo comunque serenamente affermare che questo piattume intellettuale non ha nulla di autenticamente cattolico. Una cosa è il rispetto delle dottrine proclamate e del Magistero costante del Romano Pontefice, una cosa è l’obbedienza ai comandi impartiti allo scopo di difendere e tramandare il Deposito della Fede. Ben altro il servilismo ottuso, l’adulazione sfacciata, l’esaltazione incondizionata. Oltre tutto, a mio parere, questi atteggiamenti intellettuali, oltre che far perdere autorevolezza a chi li propone,  finiscono per condurre anch’essi, prima o poi, sulla china che porta all’indifferentismo. Quando infatti il valore di un’affermazione o di un comportamento dipendono, in definitiva, non dal contenuto intrinseco dei medesimi, ma dalla persona che li pone in essere, si rischia di non essere più in grado di distinguere autenticamente ciò che è giusto e vero, da quanto è sbagliato e quindi falso. Il giudizio non si basa del resto su elementi oggettivi ma essenzialmente su aspetti legati esclusivamente, o quasi, alla persona ed al ruolo che ricopre. Meno male che i grandi santi, loro sì davvero cattolici, ci hanno insegnato a fuggire il “cristianesimo da sacrestia”. San Paolo, Sant’Atanasio e S. Caterina da Siena amavano tanto il successore di Pietro che, per amore ed autentica carità nei suoi confronti, non gli negarono anche ammonizioni e richiami.