Quando resistere al Papa è un dovere. Il singolare caso del vescovo Roberto Grossatesta

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di Cristiana de Magistris (11/10/2013)

Il nome del vescovo inglese Roberto Grossatesta (1175-1253) è quasi del tutto sconosciuto al mondo italiano. Ai pochi che ne hanno qualche erudizione è noto per il suo genio in campo scientifico dove le sue opere sono considerate di pregio inestimabile tanto da avergli meritato il titolo di “pioniere” di un movimento scientifico e letterario, nonché di “primo” matematico e fisico del suo tempo.

Ma Roberto Grossatesta fu anzitutto un santo Vescovo, che si distinse per il suo zelo nel promuovere la salus animarum e per il suo amore al Papato.

Mente assolutamente prodigiosa e versata non solo negli studi scientifici ma anche in quelli letterari, teologici e scritturistici, Roberto Grossatesta divenne vescovo di Lincoln nel 1235. “Da quando sono stato nominato vescovo – scrisse – mi considero il pastore e custode delle anime che mi impegno a curare con tutte le mie forze, poiché del gregge che mi è stato affidato mi sarà chiesto stretto conto nel giorno del Giudizio”[1]. Il suo scopo principale fu quello di “riformare la società attraverso le riforma del clero”[2]. L’austera disciplina che esigeva dai suoi preti era nota in tutta Inghilterra: rinuncia a ricompense pecuniarie, obbligo alla residenza, riverenza nella celebrazione della Santa Messa, fedeltà nella recita dell’Ufficio divino, istruzione del popolo, piena disponibilità per i malati e i bambini. Con queste regole il Vescovo inglese, oltre che elevare il livello di predicazione e d’insegnamento del clero, voleva migliorarne la condotta morale.

Ma una delle caratteristiche più singolari del Grossatesta fu la sua venerazione per il primato petrino che uno dei suoi biografi descrisse in questi termini: “L’aspetto più interessante della teoria del Grossatesta sulla costituzione e funzione della gerarchia ecclesiastica è la sua esaltazione del Papato. Egli è stato probabilmente il più fervente e risoluto papista tra gli scrittori medievali inglesi”[3].

Tale venerazione per la plenitudo potestatis del Romano Pontefice assume un significato del tutto speciale ed una portata quanto mai interessante in relazione alla sua successiva resistenza a Innocenzo IV.

Nel 1239 il Grossatesta, in un discorso sulla gerarchia ecclesiastica rivolto al Decano e al Capitolo di Lincoln, disse: “[…] seguendo le prefigurazioni dell’Antico Testamento, il Signor Papa ha il primato del potere sulle nazioni e sui regni, ha il potere di demolire e di sradicare, di distruggere e di disperdere, di piantare e costruire […] Samuele era tra il popolo d’Israele come un sole, proprio come lo è il Papa nella Chiesa universale e ogni vescovo nella sua diocesi”[4].

Nel 1237 aveva scritto ad un legato pontificio: “Dio non permetta che la Santa Sede e coloro che vi presiedono, ai quali normalmente occorre prestare obbedienza in tutto ciò che comandano, divengano invece la causa della perdita di fede per il popolo comandando ciò che è contrario ai precetti di Cristo e alla Sua volontà. Dio non permetta che ad alcuno che è veramente unito a Cristo, non volendo in alcun modo andare contro la di Lui Volontà, questa Sede e coloro che vi presiedono possano essere causa di perdita di fede o di scisma apparente, comandando di fare ciò che si oppone alla volontà di Cristo”.

Il vescovo Grossatesta guardava con orrore anche alla semplice idea di disobbedire all’autorità ecclesiastica legittimamente costituita, poiché considerava l’obbedienza come la sola risposta adeguata a tale autorità che viene da Dio. Ma l’autorità esiste entro limiti ben precisi. Non v’è autorità oltre tali limiti – ultra vires – e rifiutarsi di obbedire all’autorità quando questa oltrepassa tali limiti non è una disobbedienza, ma l’affermazione che l’autorità sta abusando del suo potere. Molti teologi, come il Suarez, ritengono che sia lecito resistere anche al Papa “se questi fa qualcosa che si oppone manifestamente alla giustizia e al bene comune”[5].

Nel Medioevo forse nessuno come il Grossatesta era convinto che il Papa possedesse la plenitudo potestatis. Ma egli sosteneva, con i medievali del suo tempo, che tale potere non è un potere arbitrario, bensì è un ufficio affidato a lui “per il servizio dell’intero Corpo (di Cristo)”, che è la Chiesa. Tale potere è dato al Papa per la salvezza delle anime, per edificare il Corpo di Cristo e non per distruggerlo. Il Papa – non bisogna dimenticarlo – è il vicario di Cristo, non Cristo stesso, e deve esercitare il suo potere secondo la volontà di Cristo e non in manifesto contrasto con essa. Dio non permetta, diceva il Grossatesta, che la Santa Sede divenga la “causa” di un apparente scisma comandando ai fedeli cattolici qualcosa che si oppone alla Volontà di Cristo Signore.

L’occasione che provocò la resistenza del Grossatesta fu data dal problema dei benefici ecclesiastici, la cui prima funzione era la cura d’anime. Il complesso rapporto Chiesa-Stato di quel tempo scardinò questa funzione, e spesso i benefici venivano elargiti a chierici che non avrebbero potuto (o voluto) in alcuni modo curare il gregge loro affidato. Accadeva che il Papa stesso nominava per un beneficio, una prebenda o un canonicato ecclesiastici che molto spesso non risiedevano nei luoghi loro assegnati o, in ogni caso, erano incapaci per un motivo o per un altro di occuparsene. Per l’alta stima che nutriva per il Papato, il Grossatesta si oppose a questa pratica che era in forte odore di simonia e, talvolta, di nepotismo. Egli accettava pienamente le nomine del Papa quando i beneficiari erano in grado assolvere alle funzioni per cui ricevevano i benefici. Sia il potere papale che i benefici, infatti, avevano per il Grossatesta un unico scopo: la salvezza delle anime.

Il Vescovo inglese resistette a questo stato di decadenza con tutti i mezzi possibili, specie attraverso un intelligente e saggio uso del diritto canonico. Nel 1250, oramai ottuagenario, si recò a Lione – dove allora risiedeva Innocenzo IV – e si confrontò col Papa in persona. “Egli solo si alzò […] Papa Innocenzo sedeva con i suoi cardinali e i familiari per ascoltare l’attacco più veemente e completo che alcun papa abbia mai udito nel pieno del suo potere”[6].

L’oggetto dell’accusa era la mancanza di cura pastorale, che poneva la Chiesa in uno stato di profonda sofferenza. “L’ufficio dei pastori versa in condizioni miserevoli. E la causa del male va ricercata nella Curia papale […] essa provvede cattivi pastori per il suo gregge. Che cos’è un ufficio pastorale? I suoi doveri sono molteplici, ma in particolare esso comporta il dovere delle visite (ai fedeli)…”[7]. Ora, come poteva un pastore non residente provvedere al suo gregge? A questa domanda neppure il Papa poteva rispondere. Il Grosattesta, del resto, insegnava con l’esempio prima che con le parole. Anni addietro, nel 1232, aveva rinunciato a tutti i suoi benefici e le prebende, ad eccezione di una prebenda che deteneva a Lincoln, cosa che lo aveva coperto di ridicolo agli occhi dei contemporanei. Ma egli aveva risposto con queste superne parole che rivelano la nobiltà del suo animo: “Se sono più disprezzato agli occhi del mondo, sono però più gradito ai cittadini del Cielo”[8].

L’eroica visita del Vescovo inglese a Innocenzo IV – eroica sia per l’arditezza dell’avvenimento sia per l’età avanzata del Grossatesta – non sortì alcun effetto. Il Papa dipendeva dal sistema delle provvigioni per mantenere la Curia e per finanziare le interminabili guerre contro Federico II.

Nel 1253, il Papa assegnò a un suo nipote, Federico di Lavagna, un canonicato nella cattedrale di Lincoln. Il Grossatesta ricevette il comando di porre in esecuzione la volontà del Romano Pontefice e si trovò in un atroce dilemma. Il comando del Papa era assolutamente legale, avendo egli tutti i diritti di assegnare canonicati, e in quanto tale occorreva obbedire. Ma, pur essendo legale, il comando era un chiaro “abuso di potere”, poiché il nipote del Papa non avrebbe mai messo piede nella terra degli Angli e dunque non avrebbe mai esercitato il suo ministero a Lincoln, per il quale però avrebbe riscosso il beneficio.

In tal caso, il Papa usava del suo ufficio di Vicario di Cristo in un senso contrario a quello per il quale gli era stato affidato. La risposta del Grossatesta fu il rifiuto di obbedire ad un comando che era un chiaro abuso di potere. Il Papa in quel frangente agiva ultra vires, ossia oltre i limiti della sua autorità. La resistenza del Grossatesta fu dovuta non al fatto che mancasse di riconoscere l’autorità del Papa, ma per l’immensa stima e rispetto che nutriva per essa.

Il vescovo Grossatesta si rifiutò di assegnare al nipote del Papa il canonicato della Cattedrale di Lincoln e scrisse una lettera di rimostranza e rifiuto, non al Papa in persona, ma ad un suo commissario, il Maestro Innocenzo, attraverso il quale aveva ricevuto il comando.

Ecco quanto vi si legge: “Nessun fedele soggetto alla Santa Sede, nessun uomo che non è escluso con lo scisma dal Corpo di Cristo e dalla stessa Sede Apostolica, può obbedire a comandi, precetti o altri ordini di questo tipo, neppure se venissero dal più alto coro degli Angeli. Egli deve ripudiarli e rigettarli con tutte le forze. Per l’obbedienza che mi lega e per l’amore che porto alla Santa Sede nel Corpo di Cristo, come figlio obbediente io disobbedisco, contraddico e mi ribello. Voi non potete far nulla contro di me poiché ogni mia parola e ogni mia azione non è una ribellione ma un atto di onore filiale dovuto al padre e alla madre attraverso il comando di Dio. Come ho detto, la Sede Apostolica nella sua santità non può distruggere ma solo costruire. È questa la plenitudo potestatis: essa deve fare tutto per l’edificazione. Ora, queste cosiddette “provvigioni” non costruiscono ma distruggono. Esse non possono essere l’opera della Sede Apostolica, poiché sono dettate “dalla carne e dal sangue”, che non posseggono il Regno di Dio, e non dal Padre che è nei cieli”[9].

Commentando queste parole, W. A. Pantin, nel suo studio sulle relazioni tra il vescovo Grossatesta e il Papato, scrive: “Sembrano esserci qui due linee di pensiero. Una prima, secondo cui, poiché la plenitudo potestatis esiste al fine dell’edificazione e non della distruzione, ogni atto che tende alla distruzione o alla rovina delle anime non può essere considerato un vero esercizio della plenitudo potestatis… Una seconda, secondo cui, se il Papa o chiunque altro comandasse qualcosa di contrario alla legge divina, allora sarebbe sbagliato obbedire e, in ultima istanza, mentre si afferma la propria fedeltà, occorre rifiutarsi di obbedire. Il problema di fondo è che mentre l’insegnamento della Chiesa è soprannaturalmente garantito contro l’errore, i ministri della Chiesa, dal Papa in giù, non sono impeccabili e possono formulare giudizi errati e impartire comandi sbagliati”[10].

“Non potete fare niente contro di me”, aveva protestato il Grossatesta, e gli eventi gli diedero ragione. Quando Innocenzo IV lesse la lettera, sdegnato oltremisura, voleva chiederne l’incarcerazione, ma i Cardinali lo dissuasero. “La Santità Vostra – gli dissero – non deve far nulla. Noi non possiamo condannarlo. È un uomo cattolico e santo, l’uomo migliore che abbiamo, senza eguali tra gli altri prelati. Il clero francese e inglese lo sa bene e un nostro intervento non avrebbe alcun vantaggio. La verità contenuta in questa lettera, che è probabilmente nota a molti, potrebbe spingere altri ad agire contro di noi. Grossatesta è stimato come grande filosofo, conoscitore della letteratura latina e greca, zelante per la giustizia, teologo, predicatore e nemico degli abusi”[11].

Innocenzo IV comprese che la cosa migliore da fare era di astenersi da qualunque intervento. E così fu. In quello stesso anno 1253, il Grossatesta morì. Sulla sua tomba avvennero molti miracoli e divenne subito un luogo di culto e di devozione, né sono mancati tentativi di avviare la sua causa di canonizzazione[12]. L’Inghilterra vanta solo un altro Vescovo santo, John Fisher, il cui amore e la cui fedeltà alla Santa Sede non superava quella del Grossatesta. Certamente se questi fosse vissuto al tempo di John Fisher non avrebbe esitato a dare, come lui, la vita per la Sede Apostolica. Ma è anche certo che, se John Fisher fosse vissuto nel XIII secolo, sotto il pontificato di Innocenzo IV, avrebbe resistito agli abusi del potere papale.

Il caso del vescovo Grossatesta riveste un’importanza del tutto particolare poiché la sua resistenza non è motivata dall’eresia, nel cui caso è opinione comune che non bisogna obbedire. Egli non difese l’ortodossia cattolica ma si rifiutò di porre in esecuzione una direttiva pratica del Papa che egli considerava dannosa per la salus animarum.

Il caso “Grossatesta” fece storia. Silvestro Prierias, insigne domenicano e strenuo difensore dell’autorità pontificia, nel suo Dialogus de Potestate Papæ (1517), riprendendo le parole e l’esempio del Grossatesta, asserì che il Sovrano Pontefice può abusare del suo potere: “Se il Papa volesse sperperare i beni della Chiesa o distribuirli ai suoi parenti, se volesse distruggere la Chiesa o compiere un atto di simile portata, allora sarebbe un dovere impedirglielo e un obbligo opporglisi e resistergli. La ragione è che egli non possiede il potere per distruggere. Dal che consegue che, se agisse così, sarebbe legittimo resistergli”.

Durante il Concilio Vaticano I, il caso Grossatesta fu citato varie volte non per condannarne la resistenza del Vescovo inglese ma per dimostrare che la plenitudo potestatis del Romano Pontefice – nonostante l’infallibilità pontificia che quel Concilio stava per definire – ha dei limiti ben precisi, non essendo né assoluta né arbitraria.

Riprendendo le parole del Grossatesta – “la Sede Apostolica nella sua santità non può distruggere ma solo costruire” – il vescovo D’Avanzo, in sede di Concilio, disse: “Pietro ha tanto potere quanto ha voluto dargliene Nostro Signore, non per la distruzione ma per l’edificazione del Corpo di Cristo che è la Chiesa”[13].

E così, dopo sei secoli, la resistenza al Papa del più “papista” dei Vescovi inglesi del XIII secolo contribuì alla definizione dell’infallibilità pontifica. Questa è l’ironia di Dio di cui gli Angeli e i Santi – anche il Grossatesta! – gioiscono in cielo. 

NOTE

[1] D. A. Callus, Robert Grosseteste, Oxford 1955, p .150.

[2] Ivi, p. 85.

[3] Ivi, p. 183.

[4] Ivi, p. 185.

[5] “Se il papa comanda qualcosa che sia contrario alla morale non bisogna obbedirgli. Se prova a fare qualcosa che sia contrario alla giustizia e al bene comune, è lecito resistergli. Se egli attacca con la forza, può essere respinto con la forza, con la moderazione propria di una giusta difesa”: De fide, disp. X, sect. VI, n. 16.

[6] M. Powicke, “Robert Grossateste, Bishop of Lincoln”, Bullettin of the John Rylands Library, Manchester, vol. 35, n. 2, march 1953, p. 504.

[7] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , Oxford 1959, p. 284.

[8] D. A. Callus, cit., XIX.

[9] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , cit., p. 286.

[10] W. A. Pantin, “Grosseteste’s relations with the papacy and the crown”, in D. A. Callus, cit., pp. 190-191.

[11] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , cit., p. 287.

[12] Cf E. W. Kemp, “The attempted canonization of Robert Grossateste”, in D. A. Callus, cit., pp. 241-246.

[13] J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissa collectio, Parigi 1857-1927, LII, p. 715

L’obbedienza di Padre Pio e i Francescani dell’Immacolata

di Marco Bongi (03/09/2013)

Nel recente dibattito sviluppatosi in conseguenza del commissariamento dei frati Francescani dell’Immacolata, si è tentato, da parte di taluni benpensanti, di raccomandare l’accettazione del grave ed ingiusto provvedimento ricorrendo all’esempio dell’obbedienza prestata da San Pio da Pietralcina nei confronti degli atti vessatori di cui fu vittima in almeno due momenti della sua vita.

“Padre Pio scelse sempre di obbedire in perfetta umiltà, anche di fronte agli ordini più ingiusti” – si sente spesso affermare – “Il tempo gli ha dato poi ragione e la sua santità è prevalsa a dispetto di ogni sopruso”.

Tale constatazione porta quindi irrimediabilmente alla conseguente sentenza: voi tradizionalisti invece… non siete umili… vi ribellate all’Autorità della Chiesa… Dio non può amarvi!

Ovviamente le due situazioni sono in realtà profondamente diverse e non possono essere paragonate. Ma… tant’è, l’argomento può comunque fare breccia su talune anime semplici, specialmente se devote al santo cappuccino di S. Giovanni Rotondo.

Proviamo allora, con estrema brevità, a smascherare questo sofisma assolutamente pernicioso.

Primo argomento: I problemi che diedero avvio alla persecuzione contro P. Pio non riguardavano questioni di Fede, quanto piuttosto accuse relative alla sua condotta di vita personale e la presunta falsità dei fenomeni mistici che la caratterizzavano.

Nel caso dei tradizionalisti la posta in gioco è invece assai diversa ed incomparabilmente più importante. Qui si tratta di difendere il deposito della Fede chiaramente messo in pericolo da dottrine quali l’ecumenismo, la libertà religiosa, la collegialità episcopale, la natura sacrificale della S. Messa. Nessuno ha il diritto di svendere questi fondamentali valori né appare giusto delegare esclusivamente alla Divina Provvidenza un compito, la difesa della Fede,  che spetta, in realtà, ad ogni singolo fedele. Sarebbe come chiedere ad un padre di non lavorare, pur essendo in condizione di farlo, perché, in fin dei conti, ci penserà Dio a sfamare i suoi figli.

Secondo argomento: A chi obietta che le Verità di Fede sono esclusivamente quelle espresse dal “Magistero vivente” e non quelle apprese nel Catechismo, esplicitate costantemente dalla Chiesa Docente ed elaborate dalla nostra retta coscienza, si può agevolmente rispondere che, se così stessero veramente le cose, non avrebbe senso alcuno l’istruzione religiosa. Basterebbe sintetizzare ogni catechismo nella formula: “Obbedisci al tuo Parroco e… spegni il cervello!”.

La Fede infatti, come ben sappiamo, trascende la nostra ragione ma non la contraddice. La ragione anzi è un dono di Dio e certo chi non lo utilizza, come, al contrario, chi lo assolutizza, non può essere gradito all’Altissimo.

Terzo argomento: Il Vangelo ci invita a “porgere l’altra guancia” accettando le ingiustizie fatte contro di noi quando tali ingiustizie coinvolgono unicamente la nostra persona. Il comportamento obbediente di p. Pio corrisponde certamente a tale situazione.

Ben diversa appare invece la questione della illegittima privazione di un diritto riconosciuto ai fedeli e cioè quello di poter assistere, secondo quanto riconosciuto dal “Summorum Pontificum” alla S. Messa tradizionale. Quì si tratta di un sopruso compiuto ai danni delle pecore ed il pastore, come afferma sempre il Vangelo, ha il dovere di dare la vita per le sue pecore. Nessuna acquiescenza passiva è possibile dunque quando sono in gioco i diritti degli altri. Possiamo, in altre parole, decidere di porgere la nostra guancia, non abbiamo il diritto di porgere quella altrui.

Quarto argomento: Nei periodi in cui P. Pio, per obbedienza, non celebrava la S. Messa in pubblico o non confessava, i medesimi sacramenti potevano essere ricevuti dai fedeli, grazie all’attività degli altri frati di San Giovanni Rotondo. La Messa allora, grazie a Dio, era unica e non sussisteva alcun problema relativo alle cosiddette “due forme” del rito romano.

Completamente opposta appare oggi la prospettiva di chi vieta aprioristicamente, a tutto un ordine religioso in cura d’anime, di celebrare il S. Sacrificio nella forma più antica e venerabile.

Una simile proibizione ha rilevanza pubblica e, se anche astrattamente possibile, esigerebbe comunque spiegazioni altrettanto pubbliche rivolte ai fedeli. La qual cosa ovviamente non è avvenuta.

Quinto argomento: L’ordine impartito a P. Pio oggi a noi può apparire eccessivo e forse anche ingiusto. In realtà però, se lo si osserva in astratto, esso, innanzitutto non era illegittimo e non contrastava con le norme del Diritto Canonico. Si trattava di una misura cautelare inserita in un legittimo processo volto a verificare l’effettiva verità di presunti fenomeni soprannaturali. Le medesime cautele vengono giustamente sempre adottate dall’Autorità Ecclesiastica nelle more di un giudizio su apparizioni, miracoli o fenomeni straordinari in genere.

Il divieto impartito ai Francescani dell’Immacolata invece appare, come ampiamente dimostrato dagli articoli dei prof. de Mattei e Turco, assolutamente illegittimo perché contrasta con norme di rango superiore come la bolla “Quo Primum” di S. Pio V ed il Motu Proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI.

Chi volesse dunque essere davvero obbediente alla Chiesa avrebbe il dovere di mantenersi fedele a tali ordini piuttosto che a quelli, assolutamente arbitrari, vergati da una semplice Congregazione di Curia.

Come si può dunque vedere chi invoca, spesso in mala fede, P. Pio per convincere chierici e fedeli alla quiescenza passiva di fronte ad ordini palesemente ingiusti, parla a sproposito e cerca di far leva inopinatamente sulla grande devozione popolare di cui è circondato il grande mistico cappuccino. Egli fu, al contrario, sempre molto intransigente nella difesa della Fede Cattolica e non mancano, nella sua vita, episodi in cui egli rimproverò aspramente uomini di Chiesa rifiutando di soggiacere alle loro pretese.

Basta ricordare, a tale proposito, il netto rifiuto opposto dal frate, nel 1920, a P. Gemelli che, su incarico del S. Uffizio, gli aveva perentoriamente ordinato di mostrare le sue ferite. 

Qui non erano neppure in questione problemi di Fede… Figuriamoci come avrebbe reagito San Pio di fronte ad un diktat, chiaramente illegittimo,  come quello del card. Aviz…

Come si deve obbedire alla Chiesa :: Anticlericali Cattolici

cristianesimocattolico:

“Che farà pertanto un Cristiano cattolico, se qualche piccola porzione di battezzati siasi separata dalla comunione di tutti i fedeli?
Che altro in vero avrà a fare, se non anteporre a un membro putrido e contagioso tutto il restante del corpo sano?
E se qualche nuova infezione non contenta d’attaccare una sola piccola parte, tenti di dare il guasto a tutta la Chiesa, che farà egli allora?
Avrà allora l’avvertenza di tenersi forte all’antichità, la quale non è più affatto soggetta alle fallaci seduzioni della novità.

E se se in mezzo alla stessa antichità traviata rinvengasi qualche partita d’uomini, o qualche intera città, o tutt’anche una provincia, come s’avrà a contenere?
In questo caso sarà sua cura di dare la preferenza sopra la temeriarità e l’ignoranza di pochi a’ decreti di tutta la Chiesa, quando ve n’abbia d’universalmente ab antico accettati….”

SAN VINCENZO DI LERINO

Come si deve obbedire alla Chiesa :: Anticlericali Cattolici

Ubbidienza e fedeltà

Questo articolo  fu scritto dal compianto Don Giuseppe Pace nel 1978, fu poi raccolto nel volume Zibaldone (di Fra Galdino da Pescarenico, Editiones Sancti Michaelis, pp. 42-45). Nonostante l’articolo risenta di elementi legati al tempo in cui è stato scritto, il tempo delle riforme “ad experimentum”, per esempio, esso mantiene tutta la sua attualità nel ribadire il senso vero dell’ubbidienza strettamente connessa alla fedeltà… alla fedeltà a Dio piuttosto che agli uomini.

Ubbidienza e fedeltà