Il ricatto dell’obbedienza

L’obbedienza è una virtù esimia, ma ha un limite invalicabile: il peccato.

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Il vescovo “intercettato” e i moralizzatori di Stato

Il caso di monsignor Negri, arcivescovo di Ferrara, a cui è stata intercettata una chiacchierata privata e sbattuta in prima pagina su Il Fatto Quotidiano, mette in evidenza il sistema totalitario verso cui siamo già avviati, con tutti i cittadini trasformati in delatori e spie.

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La filiale resistenza di san Bruno di Segni a Papa Pasquale II

di Roberto de Mattei

Tra i più illustri protagonisti della riforma della Chiesa dell’XI e del XII secolo, spicca la figura di san Bruno, vescovo di Segni e abate di Montecassino. Bruno nacque attorno al 1045 a Solero, presso Asti, in Piemonte. Dopo aver studiato a Bologna, fu ordinato prete nel clero romano e aderì entusiasticamente alla riforma gregoriana. Papa Gregorio VII (1073-1085) lo nominò vescovo di Segni e lo ebbe tra i suoi più fedeli collaboratori. Anche i suoi successori, Vittore III (1086-1087) e Urbano II (1088-1089), si valsero dell’aiuto del vescovo di Segni, che univa l’opera di studioso ad un intrepido apostolato in difesa del Primato romano.

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Un papa eretico? Ulteriori approfondimenti.

Continuiamo l’opera di approfondimento teologico su un tema discusso serenamente nei secoli da molti teologi cattolici di grande fama e di indubbia dottrina, quello della possibilità di un papa eretico.

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In difesa di Roberto de Mattei

cristianesimocattolico:

di Fabrizio Cannone

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Pochi giorni fa, padre Livio Fanzaga, stimabile e dinamico direttore di Radio Maria, ha deciso, in modo a dir poco inatteso, e con ragioni risibili e ben poco convincenti, di cacciare il professor Roberto de Mattei dalla sua numerosa e importante equipe di collaboratori. Il sito internet che fa capo allo storico romano, Corrispondenza Romana, ha pubblicato sia la lettera di padre Fanzaga che la risposta, di ben altro spessore, del professor de Mattei.

Certo, siamo nell’ambito del contingente e resta sempre opinabile la scelta di un direttore di avvalersi o meno di un collaboratore, per quanto pregiato possa essere. Ciò che però appare secondo noi assai meno opinabile è la ragione invocata da padre Livio per il licenziamento, ovvero la presunta poca consonanza dell’editoriale pubblicato da de Mattei il 12 febbraio 2014 con la linea pastorale di Papa Francesco. Facciamo semplici considerazioni storico-critiche più che dottrinali per aiutare i nostri lettori ad orientarsi nel mare magnum delle opinioni varie e contrastanti che fatti come questo suscitano sempre, specie sul web e sui social network.

  1. Oggi, e padre Livio questo lo sa benissimo, anzi è uno dei rari preti italiani a denunciarlo, sono innumerevoli le prese di posizione poco ortodosse da parte del clero, alto e basso, e a volte altissimo. E nessuno, proprio nessuno (incluso il Romano Pontefice) dice nulla. Pare quasi che essere a favore degli anticoncezionali, dell’eutanasia o della legge 194, come espresso tante volte da membri del clero o del laicato cattolico, sia meno grave che criticare, che so, gli esiti balordi dell’ecumenismo, della riforma liturgica (con le chierichette che danno la comunione alle attempate signore) e dell’andazzo mondano della Chiesa attuale. Ma questo non è vero. Se non viene censurato l’errore, e chi lo diffonde, perché mai dovrebbe essere censurato chi lo denuncia? Sarebbe contro e l’equità e la misericordia.
  2. Da molti decenni ormai, ma con una notevole accelerazione dopo il Vaticano II, i teologi del cattolicesimo (a volte con la porpora), seguendo i teologi del secondo protestantesimo, hanno detto e scritto di tutto contro la cosiddetta “obbedienza cieca” che vigeva, a lor dire, nei secoli bui della cristianità, specie da Trento in poi (per inciso il beato Rosmini, seguendo san Tommaso, dimostrò in sapienti pagine quanto l’obbedienza cieca sia in realtà luminosissima). Ebbene, mentre si fa questo e si esalta la disobbedienza eretta a principio – magnificando un falso profeta come quel don Milani che scrisse “L’obbedienza non è più una virtù” – si pretende una obbedienza illimitata solo da coloro che vorrebbero una vera riforma della Chiesa, nella ripresa della sua più profonda e più universale Tradizione. Esempi recenti abbondano. Sull’Osservatore Romano un sacerdote loda sperticatamente un autore censurato da Giovanni XXIII nel 1962, senza accorgersi della disobbedienza formale che sta compiendo, ma poi criticare il linguaggio di Papa Francesco, o i suoi particolari modi espressivi, o le sue abilità retoriche, o il suo approccio generale al mondo (cf. i due ottimi contributi di Pietro de Marco e Alessandro Gnocchi su Catholica, 122, pp. 36-50) è visto come una mancanza di sensus Ecclesiae.
  3. Proprio il professor Roberto de Mattei nel libretto Apologia della Tradizione (Lindau, 2011) ha fatto un elenco significativo ma certamente incompleto del numero dei santi e delle sante che, durante la loro esistenza, ebbero a sollevare critiche, a volte pesanti, ad alcuni Vicari di Cristo, e/o all’andamento della religione in un particolare momento storico. Senza quei sollevamenti diciamo così dal basso la Chiesa sarebbe sprofondata chissà dove e le tenebre della storia avrebbero nascosto agli occhi del mondo la sua persistente (ma a volte evanescente) santità. Padre Pio, perseguitato, tacque, è vero: ma avrebbero avuto ragione coloro che avessero combattuto l’iniqua persecuzione romana o coloro che silenti l’avessero sostenuta
  4. L’argomento ad hominem è il più debole, ma qui è perfettamente adeguato. Padre Livio fonda il suo indubitabile zelo per il Signore e la sua Casa su una fede mariana invidiabile, ma anche sul riconoscimento della veridicità storica delle apparizioni di Medjugorie. Ma fino ad oggi queste apparizioni non sono state ancora approvate da Roma. Con quale autorità allora pretende di ergersi a paladino della romanità e del papato se lui per primo almeno in un punto, fondamentale per Radio Maria, non ha atteso il giudizio della competente autorità della Chiesa, ma l’ha scavalcato?

Caro Padre Livio, sono 20 anni che ascoltiamo la tua voce dalla radio di casa e hai contribuito non poco alla nostra crescita spirituale (mia, intendo, e dei miei) ma stavolta per un eccesso di zelo, tipico però di chi è un poco frettoloso nell’approfondimento dottrinale scientifico, hai sbagliato avversario. Avresti dovuto tenerti stretto il professor Roberto de Mattei. Si possono discutere in famiglia – e in Ecclesia – mille punti di vista e mille sfumature, ma guai a prendere gli amici per nemici, o i nemici per amici…

© CAMPARI E DE MAISTRE

Obbedienza al Papa, solo in relazione a Cristo

Il dis-orientamento di tanti cattolici davanti alle polemiche sui discorsi del Papa e alle diverse interpretazioni, si supera solo con la consapevolezza che l’interesse, l’obbedienza e la devozione per il Papa deriva solo da un motivo di fede: Cristo stesso lo ha voluto come Pastore.

di Mons. Antonio Livi (18/1/2014)

L’opinione pubblica cattolica, in Italia e non solo, continua a essere agitata da polemiche attorno ai discorsi del Papa e alle diverse interpretazioni che essi hanno avuto da parte di opinionisti che si dichiarano conservatori o progressisti (ma pur sempre credenti) e da parte di altri opinionisti che si dichiarano non credenti ma che hanno praticamente il monopolio dei media.

Io, come sacerdote, quando mi riferisco all’opinione pubblica cattolica ho presente soprattutto la fede delle singole persone, e la constatazione che questi eventi mediatici aumentano ogni giorno di più lo sconcerto e il disorientamento tra i fedeli mi induce a prendere ancora una volta la parola per contribuire, con il rigore della logica (che è la mia competenza scientifica) e quella “luce della fede” della quale ha parlato papa Francesco, a ri-orientare i fedeli dis-orientati. Ho collaborato recentemente alla pubblicazione di un volume di vari autori che si intitola appunto Verità della fede: che cosa credere, e a chi (Leonardo da Vinci editore). Ora mi inserisco invece nel proficuo confronto di opinioni che c’è stato su La Nuova Bussola Quotidiana tra Mario Palmaro (che in precedenza era intervenuto a più riprese, assieme ad Alessandro Gnocchi, sul Foglio di Giuliano Ferrara) e il direttore Riccardo Cascioli, ai quali si è poi aggiunto il sociologo Massimo Introvigne.

Palmaro ha esposto di nuovo, nel modo rispettoso che gli è proprio, i suoi dubbi circa l’opportunità (per la pastorale) e l’efficacia (per l’evangelizzazione) degli atteggiamenti e delle parole di papa Francesco; Cascioli, ha replicato ribadendo la linea editoriale della Nuova Bussola Quotidiana, che non ritiene giusto che i cattolici manifestino sui media le proprie opinioni critiche nei confronti del Papa: meglio insistere a chiarire all’opinione pubblica la verità cattolica garantita dal Magistero, e poi confidare nell’indefettibilità che Cristo assicura sempre alla sua Chiesa. Infine Introvigne ha creduto di poter giustificare quegli orientamenti dottrinali e pastorali di papa Francesco che Palmaro criticava, riconducendoli alla teologia e alla spiritualità gesuitica.

Io non posso non condividere le preoccupazioni di Palmaro, e allo stesso tempo comprendo le obiezioni di Cascioli. Sono d’accordo con l’uno e con l’altro, non tanto perché sono amico di tutti due, ma perché ritengo che entrambe le posizioni siano espressione di sincero amore per la fede della Chiesa, per quella fede che sola può garantire l’unità nell’essenziale e allo stesso tempo il legittimo pluralismo nel campo delle scelte teologiche e pastorali, che per loro natura devono essere libere, in quanto non riguardano il dogma ma l’opinabile. Come sacerdote ammiro la mens catholica di questi intellettuali laici che nel loro lavoro professionale si sforzano sempre di fornire all’opinione pubblica i criteri dottrinali per poter distinguere, appunto, tra ciò che è dogmatico e ciò che è opinabile. Non sono affatto d’accordo, invece, con Introvigne, e quanto adesso dirò servirà a spiegare le ragioni del mio accordo con i primi due e del disaccordo con il terzo. Sono ragioni di natura non ideologica e men che meno politica, ma esclusivamente teologica (e pazienza se qualcuno, anche tra i teologi, non è in grado di apprezzare queste distinzioni).

Va ricordato, innanzitutto, che per tutti noi cattolici, la principale (e talvolta unica) ragione per cui dobbiamo interessarci delle parole e dei gesti del Papa è perché egli è a capo della Chiesa di Cristo per volontà espressa di Cristo stesso, come sappiamo per fede. È dunque l’adesione convinta al dogma del Corpo Mistico ciò che giustifica l’obbedienza incondizionata alle direttive pastorali del Papa e motiva l’unione affettiva ed effettiva con lui, quella devozione che faceva dire a santa Caterina da Siena, nel Trecento, che il Papa è «il dolce Cristo in terra» (il che non le impediva di recarsi ad Avignone per rimproverarlo di non risiedere a Roma). Un santo del Novecento, Josemaria Escrivà, per indicare il giusto ordine di una devozione sostanziata di fede, diceva che «per noi cristiani i grandi amori sono Cristo, Maria e il Papa».

Quello che il Papa fa e dice nell’esercizio del ministero petrino deve interessare tutti i fedeli – indipendentemente dalle diverse appartenenze all’interno della Chiesa, dal diverso feeling o da qualunque altra variabile sul piano umano – sempre e solo per un motivo di fede: perché Cristo stesso lo ha voluto come Pastore della Chiesa universale, ossia perché in modo eminente egli è davvero il “Vicario di Cristo”. Ciò significa che il Papa – chiunque egli sia in un dato momento della storia – non interessa tanto come personalità umana o come “privato dottore”, cioè come semplice teologo, quanto invece come supremo garante della verità divina affidata alla Chiesa dall’unico Maestro, che è Cristo.

Insomma, detto un po’ brutalmente (diciamo pure “papale – papale”, usando un’espressone popolare scherzosa ma non senza contenuto), il Papa interessa relativamente, cioè interessa solo in relazione a Cristo, dal quale riceve l’autorità di «pascere le sue pecorelle» nel suo Nome; solo in relazione a Cristo, la cui Parola egli deve custodire, interpretare e annunciare al mondo, «senza aggiungere e senza togliere alcunché»; solo in relazione a Cristo, del quale il primo Papa, san Pietro, disse che «non ci è stato dato alcun altro Nome sotto il Cielo nel quale possiamo essere salvati»; solo in relazione a Cristo che nel Giubileo dell’anno 2000 la Chiesa, con papa Giovanni Paolo II, ha di nuovo messo al centro della propria vita e della propria missione come Colui che «ieri, oggi e sempre» è l’unico Salvatore.

In un’ottica di fede, in un orizzonte di senso autenticamente cristiano, chi interessa assolutamente è solo Cristo, del quale parlano le Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento, e la cui vita, morte e Risurrezione è costantemente commemorata dalla liturgia della Chiesa perché a tutti i fedeli sia consentita una sempre maggiore comprensione spirituale del Mistero del «Verbo che si è fatto carne».

Invece, la personalità umana, la biografia, i gesti e le parole dell’uomo che in ogni momento storico occupa la sede di Pietro meritano di essere conosciuti e interpretati dai credenti unicamente nella misura in cui servono a conoscere e interpretare sempre meglio la Parola di Cristo, così come l’affetto, la devozione e l’unione con il Papa attuale meritano di essere incentivati nella misura in cui si risolvono puntualmente in un accresciuto spirito di adorazione del “Dio-con-noi” e nel rafforzamento di quella unione con Lui che è iniziata con la grazia del Battesimo. Peraltro, nessuno dei grandi santi che conosciamo sono dipesi, nel loro cammino di fede e nel loro impegno ascetico e apostolico, da una conoscenza approfondita della biografia e delle idee personali del papa o dei papi del loro tempo; dipendevano invece interamente dalla dottrina della fede, ossia dal dogma, conosciuto attraverso l’ordinaria predicazione ecclesiastica e la consuetudine delle Scritture, e confrontato con le diverse esperienze ecclesiali, tra le quali soprattutto le vite dei santi. Un dottore della Chiesa come Agostino, ad esempio, giunse alla conversione dopo aver ascoltato la predicazione di Ambrogio e aver meditato il Vangelo, e scelse la condizione monastica leggendo la Vita di Antonio scritta dal vescovo Atanasio. Teresa d’Avila, anch’essa dottore della Chiesa, in nessuna delle sue opere nomina il papa allora regnante, pur sapendo bene che da lui avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione finale per la riforma del Carmelo.

Ora, se tutto questo è vero – e indubbiamente è vero, anzi è proprio una “verità sacrosanta” -, allora che cosa si può trovare, che cosa si deve eventualmente cercare oggi, nei discorsi e nelle iniziative di un Papa così assiduamente seguito dalla stampa e dalla televisione di tutto il mondo? Come interpretare rettamente il senso di ciò che fa e di ciò che dice? Ecco dei criteri di discernimento che come sacerdote mi sembra indispensabile fornire a tutti quei fedeli che cercano sinceramente un incremento della loro vita di fede e una maggiore unione con Cristo attraverso l’unione con il Papa.

Il criterio fondamentale è che il Papa, ogni Papa, ci ri-porta a Cristo ri-presentando e ri-attualizzando il Vangelo con gli atti del suo magistero e con le sue direttive pastorali. Di questo Papa, come di ogni Papa, non debbono necessariamente interessare tutti i discorsi estemporanei, soprattutto se non vengono poi riprodotti negli Acta Apostolicae Sedis, perché essi non costituiscono un vero e proprio magistero pontificio, nemmeno all’infimo grado di autorevolezza: non sono atti che impegnano in qualche modo quella infallibilità personale che il Vaticano I (1870) ha riconosciuto essere prerogativa del Romano Pontefice e che di per sé è sempre collegata all’intenzione di parlare come Pastore della Chiesa universale per “definire” una dottrina dogmatica o morale. Per di più, il contenuto dottrinale di tali discorsi va compreso ascoltandoli o leggendoli integralmente, tenendo conto del contesto, di tutte le circostanze di tempo e di luogo, cosa che non può avvenire se ci si limita a leggerne un sunto e un’interpretazione arbitraria sulla stampa.

Mi si dirà: ma un comune fedele non avrà mai il tempo né sentirà mai il bisogno di andare a verificare se ogni discorso di papa Francesco è stato correttamente interpretato dai media… Giusto!, rispondo io. Ma proprio per questo conviene ai semplici fedeli lasciar perdere l’accavallarsi di notizie estemporanee che fanno di tutta l’erba un fascio, mettendo in risalto solo gli aspetti esteriori e contingenti del papato; non è obbligatorio e nemmeno possibile seguire attentamente e valutare adeguatamente ogni catechesi del mercoledì, ogni omelia nella Messa a Santa Marta, e poi tutti gli interventi estemporanei del Papa (una media di tre al giorno), così come non è obbligatorio e nemmeno possibile conoscere “in tempo reale” tutte le nomine e i cambiamenti che il Papa fa in vista della cosiddetta “riforma della Curia” e per la cosiddetta “provvista di Chiese” in tutto il mondo cattolico.

E, siccome solo conoscendo tutto approfonditamente si può tentare di mettere ciò in rapporto con il “cammino” della Chiesa come tale, in definitiva è meglio che i semplici fedeli (ai quali non interessano affatto le polemiche ideologiche e tanto meno i giochi di potere all’interno della casta clericale) dedichino, come ho detto, lo scarso tempo a disposizione a quei pochi documenti che costituiscono davvero il magistero di questo Papa: l’enciclica Lumen Fidei e l’esortazione apostolica post-sinodale Evangelii gaudium. Lo dico da sacerdote che ha il dovere di conoscere, rispettare e seguire fedelmente le direttive del Papa: non perdete tempo dietro ai pettegolezzi, non fatevi coinvolgere dagli interessi mondani (così li chiama papa Francesco) e dalle speculazioni pseudo-teologiche dei media; fatevi guidare piuttosto dal vostro buon senso cristiano e limitatevi a leggere, con l’intenzione di trarne profitto, quei due documenti. Vedrete che il Papa, quando esercita il suo magistero ordinario, è sostanzialmente in linea con tutto il magistero precedente (non può essere altrimenti); vi accorgerete che la Lumen fidei non contraddice affatto la Fides et ratio di Giovanni Paolo II, e inoltre riconosce esplicitamente il contributo che il suo predecessore Benedetto XVI ha fornito alla stesura del testo; comproverete che nessun Papa sconfessa la dottrina contenuta nei documenti del magistero precedente e che non è possibile che il carisma dell’infallibilità personale porti paradossalmente a “rompere” con la Tradizione, cioè a insegnare il falso.

Ma allora – mi diranno alcuni di questi fedeli – perché “la gente” è convinta che Francesco sia un Papa anti-dogmatico e rivoluzionario, e di conseguenza c’è chi, come Enzo Bianchi, sale sul carro del vincitore nella guerra contro la Tradizione, e sul fronte opposto c’è chi resta sconcertato e scandalizzato credendo di assistere alla liquidazione della Chiesa ad opera dello stesso suo Capo visibile? Il perché è presto detto: tutte le informazioni, di ogni genere e specie, meritano credito solo se provenienti da fonti verificabili e garantite, e se ammettono controlli incrociati: è la logica della conoscenza per testimonianza, che comprende, oltre l’informazione, la conoscenza storica, la divulgazione scientifica, la conoscenza della coscienza altrui, e infine la conoscenza dei misteri soprannaturali, ossia la fede cristiana. Ora, le fonti che forniscono ai comuni fedeli le informazioni riguardanti la vita della Chiesa e il ministero del Papa e le corredano di commenti, non sono mai verificabili e garantite, e difficilmente ammettono controlli incrociati, per cui in questa materia risultano tutte inattendibili. Meglio lasciar perdere, come dicevo. Ma se proprio si vuole cercare di sapere e di capire, occorre almeno seguire questi spassionati consigli che ora do (ai semplici fedeli, s’intende, non a chi ha il dovere d’ufficio di informarsi sulle direttive pastorali e le disposizioni disciplinari della Santa Sede).

Per prima cosa, consiglio ai comuni fedeli di non dare alcun credito, in questa materia, ai media dichiaratamente “laici” (il che, nel linguaggio politico attuale, equivale ad atei o almeno agnostici, e in pratica significa pregiudizialmente ostili al dogma e alla morale cattolica). Le notizie e i commenti sull’operato del Papa diffusi da chi non crede né alla divinità di Cristo né al fine soprannaturale della Chiesa sono viziati all’origine, sicché ai credenti possono fornire solo informazioni mistificanti e devianti.¬ L’esempio più clamoroso è l’articolo nel quale il fondatore della Repubblica, non contento di aver già prima manipolato il contenuto del suo colloquio con papa Francesco, ritorna a parlarne per inventare «svolte epocali» nella dottrina cattolica, sostenendo addirittura che «il Papa ha abolito il peccato!».

Più recentemente, L’Unità e La Stampa parlano di «strappo» alla disciplina canonica che il Papa avrebbe operato battezzando il giorno 12 gennaio il figlio di una coppia di giovani che non avevano celebrato il matrimonio cattolico. In America, The Advocate, la più antica rivista delle organizzazioni omosessuali, mette in copertina papa Bergoglio come l’uomo dell’anno 2013, affermando che con le sue dichiarazioni egli «ha legittimato i gay». Si possono fare mille esempi a dimostrazione che la malsana attenzione con la quale la stampa e la televisione di orientamento laicista segue tutto ciò che il Papa fa e dice, facendo parlare “vaticanisti” e opinionisti di ogni tipo (compresi gli immancabili Cacciari, Vattimo, Flores d’Arcais, Giorello, Odifreddi e Severino) non si deve ovviamente al fatto che si vogliano fornire informazioni corrette sulla realtà religiosa della Chiesa – che per quegli organi di stampa è solo superstizione e ipocrisia – ma alla ben nota strategia culturale dei “poteri forti”, i quali mirano ad abbattere ogni resistenza alle riforme giuridiche e sociali che l’ideologia della secolarizzazione (nella quale confluiscono il progressismo libertino, l’ateismo militante, l’animalismo, lo scientismo, l’omosessualismo) sta imponendo in tutto l’Occidente.

È una strategia evidente, che da settant’anni in qua si è fatta ogni giorno più accanita, grazie anche al fatto che questi malintenzionati commentatori dell’attualità ecclesiale godono oggi di un’egemonia politico-culturale incontrastata, esercitata anche attraverso il monopolio dei media, al punto che gli stessi fedeli cattolici sanno del Papa solo quello che i giornalisti anticattolici propinano loro giorno dopo giorno. Se poi gli opinion makers che pure esistono all’interno della Chiesa (la cosiddetta “stampa di ispirazione cattolica”, ma soprattutto gli operatori della pastorale in tutti gli ambienti) si accontentano di fungere da compiacente eco dei media anticattolici (ritenendo che questo sia un dovere di “dialogo” e di “apertura al mondo di oggi” secondo l’indirizzo pastorale del Concilio e ancora più del Papa attuale), allora il danno che si fa all’autentica pastorale è immenso, perché ai fedeli arrivano solo messaggi ambigui, quando non addirittura mistificatori.

È comprensibile – anche se non accettabile, perché contrario alle regole di un vero dialogo, senza secondi fini – che i massoni, i materialisti dialettici e i nichilisti vogliano spacciare per fatti reali, documentabili, quello che altro non è se non il loro sogno, ossia l’auto-distruzione della Chiesa cattolica mediante l’accantonamento dei dogmi e della dottrina morale, fino all’equiparazione della fede cristiana a ogni altra fede e persino all’ateismo; meno comprensibile è che chi ha il dovere istituzionale di orientare l’opinione pubblica intra-ecclesiale contribuisca a trasmettere ai fedeli il messaggio che papa Francesco, con le sue direttive dottrinali e disciplinari, stia attuando una radicale riforma della Chiesa, riforma che porterà a non condannare più alcun errore dottrinale o pratico e a considerare buone e giuste tutte le opzioni esistenziali, compresa l’irreligiosità e l’ateismo.

Sarebbe come a dire che la Chiesa intende riformarsi proprio nel senso inteso dai suoi nemici di sempre, i quali intendono il dialogo di papa Francesco con loro come una resa senza condizioni, come la piena accettazione della loro denuncia della Chiesa come sistema di potere oscurantista, nemico del progresso e della libertà di coscienza. In parole povere, il messaggio che arriva ai fedeli è che la Chiesa, con papa Francesco, rinnega il suo Credo e la sua Tradizione e rinuncia alla sua stessa ragion d’essere, che è di proclamare il messaggio soprannaturale della salvezza in Cristo Gesù. Logicamente, chi crede nell’indefettibilità della Chiesa sa che questo è impossibile, e comprende bene che tutti gli argomenti di fatto avanzati dai media anticattolici a favore di questa tesi sono falsi, non sono altro che interpretazioni abusive o addirittura fantasiose di atteggiamenti e di parole pronunciate da papa Francesco in occasioni diverse e con interlocutori diversi: atteggiamenti e parole la cui opportunità ed efficacia pastorale possono non risultare evidenti, ma che sono indubbiamente ispirati dal proposito di perseguire i fini propri della Chiesa di Cristo. Così, in coscienza, penso io e così ritengo che debba pensare ogni fedele che nutra sentimenti di devozione per il Vicario di Cristo e doveroso rispetto per la persona del Papa, chiunque egli sia.

Ma, per tutto quello che ho detto, ai comuni fedeli non conviene fidarsi, in questa materia, nemmeno dei media ufficialmente cattolici. L’attenzione prestata ai discorsi del Papa e il modo nel quale questi vengono commentati da parte dei giornali, dalle riviste e dalle emittenti che si presentano come “di ispirazione cattolica” sono evidentemente materia di libera scelta religiosa e professionale, ma in nessun caso possono prescindere dai dettami della coscienza, perché è dovere di ogni credente, nella Chiesa, di contribuire al bene comune, ossia alla vita di fede del Popolo di Dio. Nell’interesse del popolo di Dio, che ha diritto a essere orientato dai suoi Pastori, bisogna che tutti contribuiscano, appunto, a orientare, ossia a indirizzare la mente e il cuore dei credenti all’Oriente che è Cristo.

Se l’operato del Papa viene presentato come l’espressione di una “corrente” all’interno della Chiesa (quella dei progressisti, dei riformatori, degli antidogmatici), o peggio ancora come l’imposizione a tutta la Chiesa di un “carisma” particolare e di una specifica “via” spirituale (quella dei gesuiti), non si fa giustizia della funzione propria del papato: il Santo Padre è il padre di tutti, e il suo “carisma” gli impone di riconoscere e promuovere tutti i “carismi” che lo Spirito suscita nella Chiesa, ossia le diverse spiritualità degli ordini e delle congregazioni religiose, dei movimenti e delle associazioni laicali, così come i diversi riti liturgici e le diverse tradizioni pastorali delle Chiese locali in Occidente e in Oriente.

Certamente, egli ha tutto il diritto di sentirsi «orgogliosamente gesuita» (come ha detto recentemente nella chiesa del Gesù a Roma) e di optare per forme di pastorale che si ispirano a sant’Ignazio: ma se si presentano le scelte personali del Papa come se con questo egli intendesse stabilire nuove regole, anche canoniche, valide per tutta la Chiesa, appiattisce la figura del Papa al livello delle beghe clericali. Si ricasca così nell’errore funesto di spacciare l’opinabile per dogmatico, il che poi conduce, nella coscienza dei fedeli, a quella relativizzazione dell’assoluto che consegue all’assolutizzazione del relativo. Per questo disapprovo la replica di Introvigne a Palmaro pubblicata dalla Bussola Quotidiana; e per questo disapprovo anche la campagna che sta portando avanti da mesi il gesuita Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, il quale, oltre a chiedere e ottenere un’intervista esclusiva di papa Francesco alla sua rivista (presentandola come una specie di enciclica programmatica del pontificato), ne ha poi fatto una personale esegesi in più di un’occasione, fino alla pubblicazione di un volume di vari autori tradotto in varie lingue e pubblicato, oltre che in Italia, anche in Francia e in America. Successivamente, ha continuato a fare l’esegeta ufficiale del papa gesuita con l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (cfr Antonio Spadaro, «Evangelii gaudium: radici, struttura e significato ella prima Esortazione apostolica di Papa Francesco», in La civiltà cattolica, n. 3923, 7 dicembre 2013, pp. 417-433), presentandola come espressione genuina della tradizione teologico-morale dei gesuiti, cosa che viene più avanti confermata, nel medesimo fascicolo della rivista, da un articolo del gesuita Brian O’Leary, intitolato «Il vocabolario spirituale di Pietro Favre», il gesuita recentemente canonizzato da papa Bergoglio (pp. 459-472).

Tutto ciò non contribuisce a orientare i fedeli ma li disorienta definitivamente. Se la scelta (opzione prudenziale) di una determinata spiritualità o l’adozione di una determinata prassi pastorale vengono ideologizzate, tramutate nella dottrina teologica con la quale si intende ri-formare la Chiesa e ri-formulare i dogmi, allora non c’è modo di evitare che alcuni fedeli esaltino il Papa come artefice di quella riforma radicale o rivoluzione che certi pretesi teologi (a cominciare da Enzo Bianchi) auspicano, suscitando la scomposta reazione di altri (giustamente definiti “reazionari”) che finiscono addirittura per temere che il papa non garantisca più l’ortodossia. Pietro Prini parlava molti anni fa di uno «scisma sommerso», alludendo al distacco di gran parte dei comuni fedeli dalla dottrina dogmatica e morale della Chiesa; ora il conflitto tra cattolici dell’una e dell’altra fazione (un conflitto così ideologico da ricordare gli «opposti estremismi» della politica italiana degli anni Settanta) può degenerare in un moltiplicarsi di scismi conclamati (già c’è stato l’episodio doloroso della Fraternità di san Pio X).

Meglio allora, come ho detto, lasciar perdere le tante interpretazioni delle intenzioni del Papa che certi malintenzionati impongono all’opinione pubblica cattolica manipolando il contenuto dei suoi discorsi: ci si attenga ai suoi insegnamenti ufficiali, e certamente si vedrà che – al di là di iniziative di “dialogo” che possono essere imprudenti o accenni ad argomenti dottrinali che possono risultare ambigui – i capisaldi della dottrina cristiana non sono minacciati e ogni riforma pastorale della Chiesa sarà, come insegnato da Benedetto XVI, una «riforma nella continuità». E per i fedeli comuni, giustamente non interessati a nomine, sostituzioni e deposizioni in campo ecclesiastico, è quanto basta.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Quando resistere al Papa è un dovere. Il singolare caso del vescovo Roberto Grossatesta

cristianesimocattolico:

di Cristiana de Magistris (11/10/2013)

Il nome del vescovo inglese Roberto Grossatesta (1175-1253) è quasi del tutto sconosciuto al mondo italiano. Ai pochi che ne hanno qualche erudizione è noto per il suo genio in campo scientifico dove le sue opere sono considerate di pregio inestimabile tanto da avergli meritato il titolo di “pioniere” di un movimento scientifico e letterario, nonché di “primo” matematico e fisico del suo tempo.

Ma Roberto Grossatesta fu anzitutto un santo Vescovo, che si distinse per il suo zelo nel promuovere la salus animarum e per il suo amore al Papato.

Mente assolutamente prodigiosa e versata non solo negli studi scientifici ma anche in quelli letterari, teologici e scritturistici, Roberto Grossatesta divenne vescovo di Lincoln nel 1235. “Da quando sono stato nominato vescovo – scrisse – mi considero il pastore e custode delle anime che mi impegno a curare con tutte le mie forze, poiché del gregge che mi è stato affidato mi sarà chiesto stretto conto nel giorno del Giudizio”[1]. Il suo scopo principale fu quello di “riformare la società attraverso le riforma del clero”[2]. L’austera disciplina che esigeva dai suoi preti era nota in tutta Inghilterra: rinuncia a ricompense pecuniarie, obbligo alla residenza, riverenza nella celebrazione della Santa Messa, fedeltà nella recita dell’Ufficio divino, istruzione del popolo, piena disponibilità per i malati e i bambini. Con queste regole il Vescovo inglese, oltre che elevare il livello di predicazione e d’insegnamento del clero, voleva migliorarne la condotta morale.

Ma una delle caratteristiche più singolari del Grossatesta fu la sua venerazione per il primato petrino che uno dei suoi biografi descrisse in questi termini: “L’aspetto più interessante della teoria del Grossatesta sulla costituzione e funzione della gerarchia ecclesiastica è la sua esaltazione del Papato. Egli è stato probabilmente il più fervente e risoluto papista tra gli scrittori medievali inglesi”[3].

Tale venerazione per la plenitudo potestatis del Romano Pontefice assume un significato del tutto speciale ed una portata quanto mai interessante in relazione alla sua successiva resistenza a Innocenzo IV.

Nel 1239 il Grossatesta, in un discorso sulla gerarchia ecclesiastica rivolto al Decano e al Capitolo di Lincoln, disse: “[…] seguendo le prefigurazioni dell’Antico Testamento, il Signor Papa ha il primato del potere sulle nazioni e sui regni, ha il potere di demolire e di sradicare, di distruggere e di disperdere, di piantare e costruire […] Samuele era tra il popolo d’Israele come un sole, proprio come lo è il Papa nella Chiesa universale e ogni vescovo nella sua diocesi”[4].

Nel 1237 aveva scritto ad un legato pontificio: “Dio non permetta che la Santa Sede e coloro che vi presiedono, ai quali normalmente occorre prestare obbedienza in tutto ciò che comandano, divengano invece la causa della perdita di fede per il popolo comandando ciò che è contrario ai precetti di Cristo e alla Sua volontà. Dio non permetta che ad alcuno che è veramente unito a Cristo, non volendo in alcun modo andare contro la di Lui Volontà, questa Sede e coloro che vi presiedono possano essere causa di perdita di fede o di scisma apparente, comandando di fare ciò che si oppone alla volontà di Cristo”.

Il vescovo Grossatesta guardava con orrore anche alla semplice idea di disobbedire all’autorità ecclesiastica legittimamente costituita, poiché considerava l’obbedienza come la sola risposta adeguata a tale autorità che viene da Dio. Ma l’autorità esiste entro limiti ben precisi. Non v’è autorità oltre tali limiti – ultra vires – e rifiutarsi di obbedire all’autorità quando questa oltrepassa tali limiti non è una disobbedienza, ma l’affermazione che l’autorità sta abusando del suo potere. Molti teologi, come il Suarez, ritengono che sia lecito resistere anche al Papa “se questi fa qualcosa che si oppone manifestamente alla giustizia e al bene comune”[5].

Nel Medioevo forse nessuno come il Grossatesta era convinto che il Papa possedesse la plenitudo potestatis. Ma egli sosteneva, con i medievali del suo tempo, che tale potere non è un potere arbitrario, bensì è un ufficio affidato a lui “per il servizio dell’intero Corpo (di Cristo)”, che è la Chiesa. Tale potere è dato al Papa per la salvezza delle anime, per edificare il Corpo di Cristo e non per distruggerlo. Il Papa – non bisogna dimenticarlo – è il vicario di Cristo, non Cristo stesso, e deve esercitare il suo potere secondo la volontà di Cristo e non in manifesto contrasto con essa. Dio non permetta, diceva il Grossatesta, che la Santa Sede divenga la “causa” di un apparente scisma comandando ai fedeli cattolici qualcosa che si oppone alla Volontà di Cristo Signore.

L’occasione che provocò la resistenza del Grossatesta fu data dal problema dei benefici ecclesiastici, la cui prima funzione era la cura d’anime. Il complesso rapporto Chiesa-Stato di quel tempo scardinò questa funzione, e spesso i benefici venivano elargiti a chierici che non avrebbero potuto (o voluto) in alcuni modo curare il gregge loro affidato. Accadeva che il Papa stesso nominava per un beneficio, una prebenda o un canonicato ecclesiastici che molto spesso non risiedevano nei luoghi loro assegnati o, in ogni caso, erano incapaci per un motivo o per un altro di occuparsene. Per l’alta stima che nutriva per il Papato, il Grossatesta si oppose a questa pratica che era in forte odore di simonia e, talvolta, di nepotismo. Egli accettava pienamente le nomine del Papa quando i beneficiari erano in grado assolvere alle funzioni per cui ricevevano i benefici. Sia il potere papale che i benefici, infatti, avevano per il Grossatesta un unico scopo: la salvezza delle anime.

Il Vescovo inglese resistette a questo stato di decadenza con tutti i mezzi possibili, specie attraverso un intelligente e saggio uso del diritto canonico. Nel 1250, oramai ottuagenario, si recò a Lione – dove allora risiedeva Innocenzo IV – e si confrontò col Papa in persona. “Egli solo si alzò […] Papa Innocenzo sedeva con i suoi cardinali e i familiari per ascoltare l’attacco più veemente e completo che alcun papa abbia mai udito nel pieno del suo potere”[6].

L’oggetto dell’accusa era la mancanza di cura pastorale, che poneva la Chiesa in uno stato di profonda sofferenza. “L’ufficio dei pastori versa in condizioni miserevoli. E la causa del male va ricercata nella Curia papale […] essa provvede cattivi pastori per il suo gregge. Che cos’è un ufficio pastorale? I suoi doveri sono molteplici, ma in particolare esso comporta il dovere delle visite (ai fedeli)…”[7]. Ora, come poteva un pastore non residente provvedere al suo gregge? A questa domanda neppure il Papa poteva rispondere. Il Grosattesta, del resto, insegnava con l’esempio prima che con le parole. Anni addietro, nel 1232, aveva rinunciato a tutti i suoi benefici e le prebende, ad eccezione di una prebenda che deteneva a Lincoln, cosa che lo aveva coperto di ridicolo agli occhi dei contemporanei. Ma egli aveva risposto con queste superne parole che rivelano la nobiltà del suo animo: “Se sono più disprezzato agli occhi del mondo, sono però più gradito ai cittadini del Cielo”[8].

L’eroica visita del Vescovo inglese a Innocenzo IV – eroica sia per l’arditezza dell’avvenimento sia per l’età avanzata del Grossatesta – non sortì alcun effetto. Il Papa dipendeva dal sistema delle provvigioni per mantenere la Curia e per finanziare le interminabili guerre contro Federico II.

Nel 1253, il Papa assegnò a un suo nipote, Federico di Lavagna, un canonicato nella cattedrale di Lincoln. Il Grossatesta ricevette il comando di porre in esecuzione la volontà del Romano Pontefice e si trovò in un atroce dilemma. Il comando del Papa era assolutamente legale, avendo egli tutti i diritti di assegnare canonicati, e in quanto tale occorreva obbedire. Ma, pur essendo legale, il comando era un chiaro “abuso di potere”, poiché il nipote del Papa non avrebbe mai messo piede nella terra degli Angli e dunque non avrebbe mai esercitato il suo ministero a Lincoln, per il quale però avrebbe riscosso il beneficio.

In tal caso, il Papa usava del suo ufficio di Vicario di Cristo in un senso contrario a quello per il quale gli era stato affidato. La risposta del Grossatesta fu il rifiuto di obbedire ad un comando che era un chiaro abuso di potere. Il Papa in quel frangente agiva ultra vires, ossia oltre i limiti della sua autorità. La resistenza del Grossatesta fu dovuta non al fatto che mancasse di riconoscere l’autorità del Papa, ma per l’immensa stima e rispetto che nutriva per essa.

Il vescovo Grossatesta si rifiutò di assegnare al nipote del Papa il canonicato della Cattedrale di Lincoln e scrisse una lettera di rimostranza e rifiuto, non al Papa in persona, ma ad un suo commissario, il Maestro Innocenzo, attraverso il quale aveva ricevuto il comando.

Ecco quanto vi si legge: “Nessun fedele soggetto alla Santa Sede, nessun uomo che non è escluso con lo scisma dal Corpo di Cristo e dalla stessa Sede Apostolica, può obbedire a comandi, precetti o altri ordini di questo tipo, neppure se venissero dal più alto coro degli Angeli. Egli deve ripudiarli e rigettarli con tutte le forze. Per l’obbedienza che mi lega e per l’amore che porto alla Santa Sede nel Corpo di Cristo, come figlio obbediente io disobbedisco, contraddico e mi ribello. Voi non potete far nulla contro di me poiché ogni mia parola e ogni mia azione non è una ribellione ma un atto di onore filiale dovuto al padre e alla madre attraverso il comando di Dio. Come ho detto, la Sede Apostolica nella sua santità non può distruggere ma solo costruire. È questa la plenitudo potestatis: essa deve fare tutto per l’edificazione. Ora, queste cosiddette “provvigioni” non costruiscono ma distruggono. Esse non possono essere l’opera della Sede Apostolica, poiché sono dettate “dalla carne e dal sangue”, che non posseggono il Regno di Dio, e non dal Padre che è nei cieli”[9].

Commentando queste parole, W. A. Pantin, nel suo studio sulle relazioni tra il vescovo Grossatesta e il Papato, scrive: “Sembrano esserci qui due linee di pensiero. Una prima, secondo cui, poiché la plenitudo potestatis esiste al fine dell’edificazione e non della distruzione, ogni atto che tende alla distruzione o alla rovina delle anime non può essere considerato un vero esercizio della plenitudo potestatis… Una seconda, secondo cui, se il Papa o chiunque altro comandasse qualcosa di contrario alla legge divina, allora sarebbe sbagliato obbedire e, in ultima istanza, mentre si afferma la propria fedeltà, occorre rifiutarsi di obbedire. Il problema di fondo è che mentre l’insegnamento della Chiesa è soprannaturalmente garantito contro l’errore, i ministri della Chiesa, dal Papa in giù, non sono impeccabili e possono formulare giudizi errati e impartire comandi sbagliati”[10].

“Non potete fare niente contro di me”, aveva protestato il Grossatesta, e gli eventi gli diedero ragione. Quando Innocenzo IV lesse la lettera, sdegnato oltremisura, voleva chiederne l’incarcerazione, ma i Cardinali lo dissuasero. “La Santità Vostra – gli dissero – non deve far nulla. Noi non possiamo condannarlo. È un uomo cattolico e santo, l’uomo migliore che abbiamo, senza eguali tra gli altri prelati. Il clero francese e inglese lo sa bene e un nostro intervento non avrebbe alcun vantaggio. La verità contenuta in questa lettera, che è probabilmente nota a molti, potrebbe spingere altri ad agire contro di noi. Grossatesta è stimato come grande filosofo, conoscitore della letteratura latina e greca, zelante per la giustizia, teologo, predicatore e nemico degli abusi”[11].

Innocenzo IV comprese che la cosa migliore da fare era di astenersi da qualunque intervento. E così fu. In quello stesso anno 1253, il Grossatesta morì. Sulla sua tomba avvennero molti miracoli e divenne subito un luogo di culto e di devozione, né sono mancati tentativi di avviare la sua causa di canonizzazione[12]. L’Inghilterra vanta solo un altro Vescovo santo, John Fisher, il cui amore e la cui fedeltà alla Santa Sede non superava quella del Grossatesta. Certamente se questi fosse vissuto al tempo di John Fisher non avrebbe esitato a dare, come lui, la vita per la Sede Apostolica. Ma è anche certo che, se John Fisher fosse vissuto nel XIII secolo, sotto il pontificato di Innocenzo IV, avrebbe resistito agli abusi del potere papale.

Il caso del vescovo Grossatesta riveste un’importanza del tutto particolare poiché la sua resistenza non è motivata dall’eresia, nel cui caso è opinione comune che non bisogna obbedire. Egli non difese l’ortodossia cattolica ma si rifiutò di porre in esecuzione una direttiva pratica del Papa che egli considerava dannosa per la salus animarum.

Il caso “Grossatesta” fece storia. Silvestro Prierias, insigne domenicano e strenuo difensore dell’autorità pontificia, nel suo Dialogus de Potestate Papæ (1517), riprendendo le parole e l’esempio del Grossatesta, asserì che il Sovrano Pontefice può abusare del suo potere: “Se il Papa volesse sperperare i beni della Chiesa o distribuirli ai suoi parenti, se volesse distruggere la Chiesa o compiere un atto di simile portata, allora sarebbe un dovere impedirglielo e un obbligo opporglisi e resistergli. La ragione è che egli non possiede il potere per distruggere. Dal che consegue che, se agisse così, sarebbe legittimo resistergli”.

Durante il Concilio Vaticano I, il caso Grossatesta fu citato varie volte non per condannarne la resistenza del Vescovo inglese ma per dimostrare che la plenitudo potestatis del Romano Pontefice – nonostante l’infallibilità pontificia che quel Concilio stava per definire – ha dei limiti ben precisi, non essendo né assoluta né arbitraria.

Riprendendo le parole del Grossatesta – “la Sede Apostolica nella sua santità non può distruggere ma solo costruire” – il vescovo D’Avanzo, in sede di Concilio, disse: “Pietro ha tanto potere quanto ha voluto dargliene Nostro Signore, non per la distruzione ma per l’edificazione del Corpo di Cristo che è la Chiesa”[13].

E così, dopo sei secoli, la resistenza al Papa del più “papista” dei Vescovi inglesi del XIII secolo contribuì alla definizione dell’infallibilità pontifica. Questa è l’ironia di Dio di cui gli Angeli e i Santi – anche il Grossatesta! – gioiscono in cielo. 

NOTE

[1] D. A. Callus, Robert Grosseteste, Oxford 1955, p .150.

[2] Ivi, p. 85.

[3] Ivi, p. 183.

[4] Ivi, p. 185.

[5] “Se il papa comanda qualcosa che sia contrario alla morale non bisogna obbedirgli. Se prova a fare qualcosa che sia contrario alla giustizia e al bene comune, è lecito resistergli. Se egli attacca con la forza, può essere respinto con la forza, con la moderazione propria di una giusta difesa”: De fide, disp. X, sect. VI, n. 16.

[6] M. Powicke, “Robert Grossateste, Bishop of Lincoln”, Bullettin of the John Rylands Library, Manchester, vol. 35, n. 2, march 1953, p. 504.

[7] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , Oxford 1959, p. 284.

[8] D. A. Callus, cit., XIX.

[9] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , cit., p. 286.

[10] W. A. Pantin, “Grosseteste’s relations with the papacy and the crown”, in D. A. Callus, cit., pp. 190-191.

[11] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , cit., p. 287.

[12] Cf E. W. Kemp, “The attempted canonization of Robert Grossateste”, in D. A. Callus, cit., pp. 241-246.

[13] J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissa collectio, Parigi 1857-1927, LII, p. 715