Il ritorno del Nominalismo

Viviamo in una Chiesa dominata dal “secondo me”.

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Il sottofondo di Amoris laetitia, dal «sic et non» al Gesù «fatto diavolo»

Da mesi circola in rete una falsa e satirica prima pagina dell’Osservatore Romano con data del 17 gennaio 2017. Titolo: «Ha risposto!». L’anonimo immagina infatti la risposta del Papa ai Dubia dei 4 Cardinali sull’Amoris Laetitia. Non sarà che scherzando scherzando il falso OR ha colto nel segno?

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Perché abbiamo inviato la lettera Corretio filialis a Papa Francesco

Chi sono i firmatari della Correctio filialis indirizzata a Papa Francesco? Non “eretici”, “lefevriani” e nemmeno “tradizionalisti”, come vengono definiti, ma cattolici, apostolici romani, mossi solo – come scrivono nel loro documento – “dalla fedeltà a Nostro Signore Gesù Cristo, dall’amore alla Chiesa e al Papato”.

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Dalla nouvelle theologie alla nuova morale della situazione

Con la “nuova morale” non è più la legge a gettare una luce su ciò che si deve o no fare, ma è la situazione dell’individuo a “dettar legge”.

7 agosto 2014

Il modernismo classico teoretico

[Ernesto Buonaiuti (Roma, 25 giugno 1881 – Roma, 20 aprile 1946), esponente di primo piano del modernismo italiano.]

San Pio X condannando il modernismo lo qualifica come “il collettore di tutte le eresie/omnium hereseon collectaneum” (Pascendi, 1907) in quanto cerca di conciliare il soggettivismo della filosofia moderna con la religione cattolica, erodendola dal di dentro come un tarlo, di modo che di essa resti solo il nome e l’apparenza, ma scompaia la sostanza e la realtà ed infine perisca totalmente (si fieri potest). Papa Sarto spiega che il soggettivismo moderno è applicato dai modernisti a tutti i rami della religione cattolica: a partire dalla filosofia scolastica e dalla teologia dogmatica (teoria), sino alla morale, all’esegesi filologica, alla storia ecclesiastica e al diritto canonico (pratica). Il modernismo, per poter restare dentro la Chiesa e cambiarla sotterraneamente, non ha voluto presentarsi esplicitamente come un sistema teologico ben definito[1], dato il suo carattere segreto (“foedus clandestinum / setta segreta”, S. Pio X, Sacrorum Antistitum, 1910) e il suo orrore per le definizioni, per la logica e la speculazione razionale, la filosofia e la teologia scolastica. Padre Fabro[2] insegna che la pericolosità del modernismo consiste nella sua non facile definibilità, che vuol schivare ogni qualificazione determinata e precisa, sia in filosofia che in teologia, onde si mantiene sul vago, sul “mitico” o poetico ed arriva a conclusioni pratiche totalmente difformi dall’etica oggettiva, naturale e divina. Il modernismo di fatto non è e non vuol essere una dottrina sistematica, ma è piuttosto una forma di sentimentalismo religioso[3], che diffonde l’errore dell’agnosticismo e dello scetticismo relativista ovunque, in maniera confusa, indefinita, per meglio evitare di essere scoperto e condannato e per ingannare i semplici fedeli, che inorridirebbero davanti all’errore esplicito e chiaramente palese. Nonostante ciò, l’errore modernistico fu ben individuato da San Pio X (Lamentabili e Pascendi, 1907; Sacrorum antistitum, 1910).

Il neomodernismo speculativo

L’errore modernistico venne poi ricondannato da Pio XII come neo-modernismo o “nuova teologia” nell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950). Questi Documenti magisteriali mettevano in luce soprattutto gli errori inizialmente teoretici (filosofici e dogmatici) del modernismo e neomodernismo, dai quali derivavano delle conclusioni pratiche ed etiche (“agere sequitur esse”) gravissimamente erronee (“parvus error in principio, fit magnus in fine”). Infatti non vi è stato campo (anche pratico e non solo teoretico) delle scienze religiose che non sia stato avvelenato dai modernisti a partire dalla metafisica e dalla dogmatica.

Il neomodernismo pratico o morale

Nel presente articolo studieremo soprattutto il campo della teologia morale, che en passant era già stato attaccato (primissimi anni del Novecento) a mo’ di conclusioni pratiche dal modernismo classico condannato da San Pio X, ma che è tornato prepotentemente all’assalto con la nouvelle théologie neomodernista (anni Quaranta/Cinquanta) ed infine è assurto alla ribalta dell’ultima moda nel periodo conciliare e post-conciliare (anni Sessanta/Settanta) per far tabula rasa anche della morale naturale e divina con Francesco I. Come vi è una “nouvelle théologie”[4], all’inizio soprattutto filosofico/dogmatica, ed una “nuova esegesi”[5] (delle quali abbiamo già parlato abbondantemente su ‘sì sì no no’) così vi è pure una “nuova morale” detta della situazione[6] per corrodere e relativizzare ogni pratica di vita virtuosa, dopo aver abbattuto i principi speculativi. Di questa tratteremo particolarmente ora.

[Pierre Teilhard de Chardin SJ (Orcines, 1º maggio 1881 – New York, 10 aprile 1955), fondatore della nouvelle theologie].

In che cosa consiste la “nuova morale”?

Più che un vero e proprio sistema di teologia morale, la morale neomodernistica della situazione è un fenomeno, una tendenza o una moda, in breve una mentalità sentimentale, secondo il modus operandi a-dogmatico ed irrazionale del modernismo. Non esiste un manuale sistematico di teologia morale della situazione, un documento o un “Manifesto” autentico che raccolga i princìpi fondamentali della nouvelle morale. Tuttavia “si constata un po’ dappertutto e sotto le forme più disparate […], particolarmente in letteratura, dove si abitua un pubblico troppo fiducioso ad opporre alle leggi giudicate troppo rigide della Chiesa cattolica la legge semplice e sovrana della coscienza individuale. Dunque essenzialmente l’errore consiste nel voler sostituire alle norme oggettive […] le aspirazioni soggettive e il sentimento personale” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, p. 1065, voce “Morale della situazione”, a cura di Pietro Palazzini). La nuova morale parla molto di coscienza soggettiva[7]. Ora la coscienza ha due significati: uno morale e uno psicologico; il significato principale è quello morale: essenzialmente la coscienza è la consapevolezza morale della bontà o malizia degli atti umani. Con la morale soggettiva della situazione, invece, prevale il significato psicologico, ossia l’uomo cosciente o consapevole di esistere ed agire e che reclama il primato assoluto della coscienza soggettiva sulla legge morale oggettiva[8]. San Tommaso d’Aquino definisce la coscienza un atto di giudizio pratico, con il quale si applicano i princìpi universali alle azioni particolari (S. Th., I, q. 79, a. 13). Quindi – secondo la retta morale – la coscienza applica la norma morale oggettiva al caso particolare e non crea – come vorrebbe la nuova morale neomodernistica – la norma secondo la situazione soggettiva in cui ci si trova. Il termine “coscienza” che ci riguarda è, dunque, quello morale, ossia il giudizio col quale la persona valuta le proprie azioni in quanto moralmente buone o cattive. Inoltre la voce della coscienza, dopo aver giudicato se un’azione è moralmente buona o cattiva, dice all’uomo se è suo dovere compierla o no e poi approva l’azione buona (la tranquillità della buona coscienza) e disapprova quella cattiva (il rimorso della coscienza). La coscienza morale è il giudice interiore di ogni uomo. Suo compito è quello di applicare i precetti oggettivi della legge morale naturale e divina ai casi singoli. Per esempio, la coscienza applica il comandamento “non uccidere” al caso particolare di una gravidanza indesiderata in un periodo difficile. Anche in quel caso o situazione particolare la voce della coscienza dice che non è lecito uccidere l’innocente per alleviare le difficoltà soggettive dell’individuo concreto.

La morale della situazione esito del modernismo

Il modernismo, dopo aver fatto tabula rasa nel campo teoretico, ha invaso quello pratico ed etico con la nuova morale della situazione della nouvelle théologie. La morale della situazione, quindi, rappresenta lo stadio terminale del neomodernismo, che vuol distruggere anche l’agire umano morale separandolo dalla legge divina, naturale e positiva. Si veda l’assalto che si sta scatenando oggi, con Francesco I, nella fase terminale dell’ultra-modernismo, contro la morale coniugale (sacramenti ai divorziati, che vogliono continuare a convivere) e naturale (i matrimoni omosessuali legalizzati; l’affidamento dei figli alle coppie omosessuali e l’ incitamento, sotto forma di educazione sessuale, al peccato contro la purezza, anche contro natura, insegnato all’asilo sin dai quattro anni). Il modernismo – inizialmente soprattutto teorico – condannato da San Pio X nella Enciclica Pascendi del 1907, si è ripresentato nella seconda parte del Novecento terminalmente nel campo morale cercando di conciliare ciò che è inconciliabile, ossia l’etica oggettiva e il soggettivismo, che annulla l’oggettività della morale rendendola soggettiva, individuale e personale per cui in questa situazione per me (hic et nunc) il tal Comandamento (oggettivo)[9] o la tal Virtù (oggettiva)[10] non è praticabile e quindi non mi obbliga. Le conseguenze per i cattolici sono l’ indebolimento dello spirito di fede, della pratica delle buone opere ed infine della virtù di umiltà, che ci fa riconoscere i nostri sbagli con vero dolore e sincero proponimento di correggerci conformando la nostra condotta alla morale oggettiva. La morale laica o kantiana, autonoma e indipendente da Dio (di cui tratteremo), è l’antesignana della morale neomodernistica penetrata nell’ambiente ecclesiale negli anni Sessanta, così come il cogito di Cartesio e le categorie soggettive a priori di Kant sono stati gli avi del modernismo teoretico dei primi del Novecento. L’unica differenza, non da poco, è che, mentre il magistero ecclesiastico dei secoli XIX-XX condannò il soggettivismo kantiano[11], la “pastorale” del Vaticano II ha accolto le istanze del soggettivismo relativista della modernità[12].

Pio XII condanna la nuova morale

La Chiesa, con lungimiranza, aveva già condannato negli anni Cinquanta la nuova morale della situazione con tre solenni dichiarazioni pontificie di Pio XII: Radiomessaggio agli educatori cristiani del 23 marzo 1952 (AAS, n. 44, 1952, p. 273); Discorso ai delegati della Fédération mondiale des jeunesses féminines catholiques (AAS, n. 44, 1952, p. 414); Discorso in occasione del quinto Congresso mondiale di psicologia clinica del 13 aprile 1953 (AAS, n. 45, 1953, p. 278). Infine il S. Uffizio emanava il Decreto del 2 febbraio 1956 (AAS, n. 48, 1956, pp. 144-145). Il Papa, nel primo intervento, condannava il voler sostituire alla legge divina e naturale il proprio arbitrio soggettivo; nel secondo equiparava la nuova morale alla filosofia idealista, attualista, esistenzialista e soggettivista ed infine, nel terzo, metteva in guardia dal voler lasciare la morale tradizionale per adattarsi ed aggiornarsi alle esigenze dell’ uomo moderno e concreto in tutte le situazioni in cui si trova ad agire. Il S. Uffizio, poi, ricordava che la morale oggettiva e tradizionale ha sempre studiato le circostanze (quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando/chi, cosa, dove, con quali mezzi, perché, come, quando[13]) che accompagnano l’atto umano, ma non ha mai messo le circostanze, le esigenze soggettive e le situazionali al posto della legge morale oggettiva, naturale e divina. Le circostanze possono mutare la specie del peccato (per esempio, se “chi / quis” viene ucciso è una persona che ha fatto il voto di religione ci si macchia anche di sacrilegio oltre che di omicidio), possono diminuirla ed anche annullarla (se qualcuno è costretto sotto tortura, “con quali mezzi/quibus auxiliis”, a rivelare un segreto) oppure possono aggravarla (se si ruba una materia grave si commette peccato mortale, mentre se si ruba una materia lieve si commette peccato veniale), ma non sono la legge e la morale. La circostanza è qualcosa che sta attorno (“circum-stare”) ad un nucleo essenziale, come suo accessorio. In teologia morale si parla delle circostanze dell’atto umano, le quali sopravvengono a modificare[14] la moralità dell’ atto, che è data essenzialmente dall’oggetto, mentre le circostanze ne sono la parte secondaria e accessoria, anche se non insignificante[15].

Dal nominalismo alla “nuova” morale

Alla base della morale della situazione c’è la filosofia nominalista, iniziata sistematicamente con Roscellino (secolo XI), continuata da Abelardo, ripresa e sviluppata da Guglielmo Occam (†1349), aggravata dalla filosofia moderna (Cartesio-Hegel) e specialmente da quella sensista ed empirista britannica (XVIII secolo) ed infine dal nichilismo post-moderno (Nietzsche-Freud) ed applicata alla vita morale dalla morale della situazione. Il nominalismo ritiene che i concetti universali (per esempio, “umanità”), la natura o essenza generica (per esempio, “animale”) e specifica (per esempio, “umana”) non hanno nessuna realtà oggettiva fuori della mente pensante e che l’unica realtà extra-mentale è la cosa singolare, l’individuo (per esempio, Antonio). Gli universali logici (nomi) e ontologici (essenze o nature) sono solo voci (“flatus vocis”) di cui ci serviamo per indicare gli individui reali, che si assomigliano tra di loro (Antonio, Marco, Giovanni…). Se Abelardo riteneva almeno che l’universale fosse un concetto o idea, Occam[16] nega anche la realtà del concetto, che esiste solo nel pensiero dell’ individuo, aprendo, così, le porte a Cartesio e a Kant. Il nominalismo radicale di Occam, infatti, riduce la metafisica alla logica e l’essere al pensiero, deprime la capacità della ragione umana di conoscere la realtà e spalanca la via allo scetticismo e all’agnosticismo posteriori. Il nominalismo, spiega l’eminente studioso di Occam padre Carlo Giacon, è erede della sofistica greca antica combattuta da Socrate, Platone e Aristotele, poi ripresa dall’ empirismo o sensismo inglese, secondo cui la conoscenza umana non è razionale, ma solamente sensibile. Il nominalismo è all’origine dell’ individualismo sensista filosofico, del liberalismo politico e quindi del libertarismo morale. Infatti esso ritiene che si può conoscere solo il fatto e il singolare nella sua singolarità sensibile e quindi è la negazione della metafisica, della speculazione intellettuale, della sana ragione e del senso comune[17]. La conclusione pratica e morale del nominalismo, negando esso che ogni uomo mantiene la stessa essenza o natura di essere umano (animale razionale e libero) nelle situazioni particolari e concrete in cui si trova a vivere, è che la situazione soggettiva ha il primato sulla legge morale oggettiva e diventa, così, la regola dell’agire etico dell’uomo.

Il luteranesimo: la situazione soggettiva prevale sulla morale oggettiva

[Martin Lutero (Eisleben, 10 novembre 1483 – Eisleben, 18 febbraio 1546), è stato un teologo tedesco. Fu l’iniziatore della rivoluzione protestante.]

Inoltre il nominalismo, negando la realtà delle qualità stabili (per esempio, la salute/la malattia naturale o la grazia/lo stato di peccato soprannaturale), sconvolge la dottrina della grazia santificante ed apre le porte al luteranesimo. Infatti la grazia abituale o santificante è un dono permanente o un abito divino infuso soprannaturalmente nella sostanza dell’anima umana, cui conferisce la santità o la presenza della SS. Trinità. Ma la natura, l’abito entitativo per il nominalismo sono soltanto voci e parole, che non hanno nessuna realtà. Lutero, formatosi filosoficamente sul nominalismo occamista, rigettò la dottrina cattolica sulla grazia santificante, riducendo la grazia santificante ad una estrinseca imputazione o attribuzione puramente nominale della santità di Cristo al peccatore, la quale non cancella realmente il peccato e non conferisce la vita soprannaturale, ma copre soltanto come un velo il peccato, che, perciò, resta egualmente nell’animo umano, intrinsecamente corrotto ed insanabile[18], come la sporcizia sotto un tappeto. Per la sana filosofia la natura o essenza di un ente (per esempio Antonio) si ritrova in tutti gli altri enti (gli uomini in generale) della medesima specie (umana) individuata in maniera assolutamente unica in ogni singola persona, in qualsiasi situazione si trovi. Infatti la situazione soggettiva non muta l’essenza oggettiva dell’uomo, ossia tutti gli uomini, in ogni situazione, mantengono la loro natura di animali razionali, liberi e responsabili. Quindi, tranne casi eccezionali o circostanze che tolgono o diminuiscono notevolmente l’uso di ragione e l’impiego del libero arbitrio, ogni uomo è responsabile dei propri atti, che debbono corrispondere alla morale oggettiva, naturale e divina, per essere buoni; altrimenti sono moralmente cattivi o peccaminosi. Una volta negato ciò, ogni uomo è lasciato in balìa dei suoi istinti soggettivi e personali ed inoltre la stessa legge morale non è più un comandamento, un ordine universale, avente valore oggettivo e reale per ogni uomo concreto in quella particolare situazione, ma è la situazione particolare che prevale sulla morale e la legge oggettiva, naturale e divina. Proprio come per Cartesio non è più il pensiero che si deve conformare alla realtà extra-mentale, ma l’essere e il reale sono un prodotto del pensiero soggettivo (cogito ergo sum/penso quindi sono). Così la situazione soggettiva prevale e libera il singolo uomo dagli obblighi universali della morale reale ed oggettiva (situatio ista particularis gravis est, ergo lex divina non obligat me/questa situazione è troppo penosa, quindi non sono obbligato soggettivamente dalla legge oggettiva, divina e naturale).

Una fuga dalla responsabilità morale

Come la filosofia moderna (Cartesio/Kant) è una fuga dalla realtà, che non sempre è piacevole, fuga simile a quella del dissociato mentale, così la morale moderna (Lutero)[19] è una fuga dalla responsabilità del dovere morale per rifugiarsi nella non-responsabilità soggettiva. Ma questa è la strada dell’allucinazione (immaginare o vedere cose non reali come se fossero realtà), che conduce alla dissociazione o alla follia. Ed infatti il mondo attuale è un mondo dissociato, allucinato, avulso dal reale, impazzito e preter-naturalmente indemoniato, in cui tutto è lecito, tranne il vero e il bene. La rivoluzione antropologica[20] e antropocentrica della filosofia moderna ha comportato in morale un primato rivoluzionario e sovversivo delle esigenze del singolo uomo sulla legge divina e l’etica oggettiva. Siccome, per la modernità, le relazioni tra l’uomo e Dio e tra gli uomini stessi sono unicamente soggettive e personali, ne segue che anche la legge morale non è assoluta, oggettiva e universale ma personale, soggettiva e particolare. Ognuno è legge a se stesso: “Il cielo stellato al di sopra di me, la legge dentro di me” (Kant). Questa frase apparentemente bella e sentimentalmente accattivante è realmente e metafisicamente mostruosa perché Dio (“il cielo stellato”) è il noumeno, che sta oltre l’uomo e quindi non è realmente conoscibile così come è, ma solo come appare, mentre la legge morale sta dentro l’uomo e quindi è soggettiva, autonoma e indipendente da Dio, così che l’uomo è legge a se stesso. Per i “nuovi” moralisti la legge oggettiva ed universale è un corpo estraneo che si interpone tra l’uomo e Dio e disturba i loro rapporti immediati e personali. Tra l’uomo e Dio non vi deve esser più nessun intermediario (Chiesa, sacerdozio, magistero, morale, comandamenti, virtù, sacramenti, dogmi, formule dogmatiche, conclusioni teologiche…). L’uomo, che per il modernismo ha una dignità assoluta, deve essere lasciato libero di rispondere, specialmente col sentimento, a Dio nella situazione particolare che si trova ad affrontare e senza l’ostacolo della legge. La fede non è più un assenso della ragione, mossa dalla volontà e soprattutto dalla grazia soprannaturale, ad una verità rivelata. No! la fede è puro emozionalismo, sperimentalismo e sentimentalismo espresso con “parole in libertà”.

La perversità sovversiva della “nuova” morale

Certamente la situazione è un momento in cui l’uomo si trova a dover agire così o colà, in maniera morale o immorale, a dir di sì a Dio o a dirgli di no con una decisione personale, ma pur sempre razionale e libera, che deve corrispondere alla legge e all’etica naturale e divina. Questo è il vero concetto di situazione: dover prendere posizione (in ogni situazione, per quanto difficile sia) pro o contro Dio, la sua legge e la morale oggettiva. Questo concetto non ha nulla di soggettivistico, relativistico, nominalistico e non piega la legge ai capricci del soggetto umano, ma cerca di elevare l’uomo, con la grazia divina, a corrispondere all’appello di Dio, seguendo la Sua legge e la morale da Lui rivelata e scritta nella natura dell’uomo e delle cose. Invece il pretendere, prescindendo dall’aiuto della grazia soprannaturale, di risolvere i problemi morali seguendo il proprio capriccio soggettivo e non i precetti universali, oggettivi rivelati da Dio e insiti nella natura dell’uomo o delle cose, è deleterio ed è questa la perversità sovversiva della morale della situazione. Inoltre i Comandamenti negativi (non avrai altro Dio all’infuori di Me; non nominare il Nome di Dio invano; non uccidere, non fornicare, non rubare, non dire falsa testimonianza) si impongono a tutti sempre e in ogni circostanza (semper et pro semper), perché hanno come oggetto atti intrinsecamente cattivi, che mai in nessun caso e in nessuna situazione possono diventare leciti. Solo l’ignoranza invincibile in buona fede scusa dal peccato formale, ma resta il disordine o il peccato materiale, il che non autorizza a fare dell’eccezione la regola e a disinteressarsi della conoscenza del valore oggettivo buono o malvagio dei propri atti. Invece i Comandamenti positivi della legge naturale e rivelata (ricordati di santificare le feste; onora il padre e la madre) obbligano sempre, ma non per sempre (semper sed non pro semper), ossia in caso particolare di grave difficoltà fisica o morale si è scusati dall’osservanza di tali ordini. Per esempio in caso di malattia non si è tenuti ad andare a Messa la domenica. Ma resta fermo il principio che, nella misura del possibile, bisogna conformarsi ai precetti positivi e non bisogna fare dell’eccezione la regola e delle circostanze la legge morale. Sono dunque evidenti i rischi e i pericoli cui espone la morale della situazione. Quando ci si lascia guidare solo dal proprio punto di vista (“chi dirige se stesso è diretto da un asino” dice San Bernardo di Chiaravalle) e si vuol non vedere o ignorare il valore assoluto e oggettivo della legge naturale e divina (“se un cieco conduce un altro cieco, tutti e due cadranno nella fossa” Lc., VI, 39), si mette l’uomo al posto di Dio e la legge soggettiva umana al posto di quella divina e naturale. È la tentazione del serpente dell’Eden proposta ad Eva ed ad Adamo: “sarete come Dei, conoscendo da voi ciò che è bene e ciò che è male” (Gen., III, 22).

L’oggettività della legge morale naturale

S. Tommaso insegna che la legge naturale è la regola che dirige l’ uomo e fa concordare la condotta umana coi fini che Dio ha inserito nella natura umana, di cui è il Creatore. La natura, come principio formale o attivo, dice ordine all’azione, il tendere verso qualche cosa ossia verso un fine, il che presuppone l’appetito verso il fine e l’intelletto che ordini l’appetito al fine, poiché ordinare una cosa ad un’altra come mezzo al fine è proprio dell’ intelligenza che è ordinatrice[21]. Naturale, in questo contesto, non significa causalità cieca, necessitante e necessitata, ma finalità intelligente e ordinatrice. La legge naturale, quindi, non è qualcosa di esclusivamente genetico e istintivo, come vorrebbero lo scientismo, il materialismo e il freudismo, ma anche e soprattutto qualcosa di razionale e volontario, è una attività della potenza conoscitiva e volitiva, in forza delle quali l’uomo agisce conformemente al suo fine: il vero e il bene. La legge morale naturale in primo luogo «deve corrispondere all’ essenza della natura umana»[22], e in secondo luogo si fonda in Dio , autore della natura umana. L’essenza metafisica dell’uomo, infatti, è il fondamento primo della legge o diritto naturale, ma tale essenza è stata data all’uomo da Dio, assieme all’operare conformemente alla sua natura di animale razionale, libero e sociale. Perciò la legge naturale ci dice di essere e diventare ciò che siamo: “uomini siate e non pecore matte” direbbe Dante. Dall’essere dipende il dover essere, l’agire (“agere sequitur esse”). La metafisica sfocia inevitabilmente in filosofia morale. Inoltre, in quanto animale razionale, l’uomo si auto-orienta ragionevolmente e liberamente al suo fine[23]. In breve, dobbiamo realizzare liberamente e ragionevolmente la nostra natura umana fornita di intelletto e volontà: “Esto vir” (vir = “uomo buono”, da virtus, ossia capace di agire veramente bene). Ancora Dante ci canta: “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtude e conoscenza”. Onde saremo veramente uomini se seguiamo le leggi naturalmente scritte in noi, alle quali dobbiamo ubbidire volontariamente e liberamente, se non vogliamo tradire la nostra essenza di animali ragionevoli e liberi, ordinati al vero e al bene.

Occam, padre della “modernità”

[Guglielmo di Ockham, o Occam (Ockham, 1285 – Monaco di Baviera, 1349)]

L’Aquinate definisce la legge naturale come «partecipazione della creatura razionale alla legge eterna»[24]. Essa, cioè, è un ordine stabilito e tutelato da Dio, per cui deviare da quest’ordine è uno snaturarsi o andare contro natura. Gli antichi greci e romani, ancor prima della Rivelazione cristiana, seppero con la sola ragione naturale elevarsi all’ altezza di una legge divina dalla quale quella naturale deriva. Purtroppo la modernità, già a partire dal suo padre spirituale Occam, avendo rotto i ponti con la metafisica classica e soprattutto tomistica, ha invertito anche il concetto di legge naturale, giungendo alle aberrazioni della post-modernità con Freud e la scuola psicanalitica e la nuova morale neomodernistica, che hanno promulgato una contro-legge anti-naturale ed anti-divina, ossia oggettivamente diabolica. In breve la Provvidenza divina fonda la nozione stessa di legge in quanto ordina al loro fine tutte le cose; la legge eterna si fonda nell’Essenza di Dio, coincide con essa ed è Dio stesso il regolatore supremo, che da tutta l’eternità conosce se stesso come imitabile ed amabile in quanto Fine ultimo. Quindi il diritto non si fonda sull’arbitrio umano né per eccesso (tirannia dispotica) né per difetto (lassismo permissivista) né si fonda sulle situazioni soggettive, ma sulla legge di natura in quanto partecipazione di quella eterna. Il vero concetto di legge o diritto naturale comporta una dipendenza ontologica, teologica e finalistica delle creature dalla Causa prima incausata: Dio è la ragione ultima dell’essere, del divenire e dell’agire e quindi è la regola primo/ultima della moralità. Conseguentemente «Dio è la causa prima e principale di ogni nostro obbligo o dovere, essendo Egli il Principio primo e il Fine ultimo di tutte le cose»[25]. Come il principio di non contraddizione regola la metafisica e la logica, così il principio di finalità e la sinderesi regolano ogni agire pratico o morale. Questo ordine del mondo (sia fisico che morale) è la legge eterna: finalità fisica scritta nelle cose irrazionali e finalità morale scritta nelle creature ragionevoli, che ci fa risalire al Legislatore e Giudice supremo. Così Dio non solo comunica l’essere alle creature, ma le ordina ad un fine e provvede affinché lo conseguano. Il concetto di Dio Causa finale ultima completa quello di Dio Causa efficiente prima: come “agere sequitur esse”, così, ordinando le cose ad un fine (“omne agens agit propter finem”), Egli aggiunge una perfezione finale (legislazione) ad una iniziale (creazione). Per S. Tommaso il concetto di legge include le leggi fisiche, giuridiche positive e naturali in quanto partecipazioni di quella eterna. La legge abbraccia cielo e terra. La legge per l’Angelico non è un paragrafo del codice civile o penale.

Il migliore augurio per l’uomo moderno

Ai nostri tempi di pensiero debole (popperiano) o addirittura auto-distruttore (nicciano) trionfa la morale debole o della situazione, priva di fondamento reale e oggettivo. Invece la morale è oggettiva. Vi è una priorità assoluta dell’oggetto dell’ atto umano (“gli atti e le facoltà son specificate dai loro oggetti / facultates et acta specificantur ab obiectibus suis” San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 18) sulle circostanze, sul fine dell’atto (“il fine non giustifica i mezzi”, contro Machiavelli), sulle situazioni soggettive (morale della situazione). L’oggetto (bestemmiare, uccidere, fornicare, rubare, dire il falso; adorare Dio, santificare le sue feste, onorare i genitori) ha già una moralità o immoralità intrinseca, indipendente dall’ intenzione di chi agisce o dalla situazione in cui si trova ad agire. Dare la vita è bene, sopprimerla è male. Solo il primato dell’oggetto, della realtà, della legge morale sul soggetto, sull’idea, sulla coscienza psicologica soggettiva e sulle circostanze o situazioni garantisce la stabilità, la solidità e l’universalità della morale. Affinché un’azione possa essere considerata moralmente buona occorre che siano buone l’oggetto e le circostanze (delle quali è importantissima l’intenzione o il “cur / per quale fine”). Invece, se uno di questi due elementi non è buono (fo l’elemosina per farmi vedere, parlo in chiesa): l’azione è moralmente guasta e cattiva, “Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu” (S. Th., I-II, q. 71, a. 5, ad 2). Dunque «dobbiamo riaffermare la dipendenza dell’uomo dal fine ultimo e dalla legge eterna imposta da Dio tramite la legge naturale, che costituisce la nostra stessa essenza di animali intelligenti e liberi e la cui osservanza attua tale nostra natura nel modo migliore»[26]. Purtroppo la nostra epoca è caratterizzata da una specie di fobia per la metafisica, la quale si incentra sull’essere per essenza (Dio) e per partecipazione (creatura) e dalla creatura risale al Creatore, il quale trascende sia lo Stato che l’uomo. Perciò la modernità si preclude la possibilità di giungere alla nozione di diritto naturale, il quale, «muovendo dall’ antichità veterotestamentaria e greco-romana, è arrivato sino a noi attraverso la tradizione della scolastica, della filosofia perenne, che riduce il diritto naturale a pochi, sommi princìpi, che non possono mai essere violati, ma sono suscettibili di diverse applicazioni storiche nei casi particolari, e bisognosi di essere determinati nei contenuti, integrati nelle istituzioni, fatti rispettare anche con congegni più positivi»[27]. Dalla restaurazione della metafisica e del realismo della conoscenza dipende anche la restaurazione della morale naturale, la quale ci aiuta ad essere veramente uomini intelligenti e liberi e ci impedisce di farci travolgere dalla marea montante della sovversione nichilistica animalesca, la quale rende l’uomo simile al bruto, schiavo e determinato dai suoi istinti più bassi. «Se Dio non esiste, tutto è permesso. Nulla è più proibito, non c’è più limite, non c’è nulla che non si possa tentare, che non si debba tentare, perché se tutto ciò che è stato vero un tempo lo è stato partendo dall’ipotesi che Dio esisteva, ora che Dio non esiste, nulla di ciò che era vero allora è adesso vero, nulla di ciò che era bene è bene; dobbiamo ricreare tutto. Ma, prima di ricreare, bisogna cominciare col distruggere […], il migliore augurio che si possa fare all’uomo moderno è di rientrare nell’ordine naturale, che è quello della creazione divina» (E. Gilson in “Se Dio non esiste tutto è permesso”, ne “Il nostro tempo”, 24 novembre 1960). Speriamo e sforziamoci di iniziare a risalire la china per poter esclamare col Poeta, che si era smarrito in “una selva selvaggia, aspra e forte”: “e quinci uscimmo a riveder le stelle”.

La radice prossima della “nuova” morale: l’empirismo britannico

La filosofia su cui si fonda la nuova morale della situazione è remotamente quella di Occam e prossimamente quella dell’empirismo rappresentato principalmente da Hobbes (†1679), secondo cui tutto è materia, anche l’anima umana. Il principio e fondamento di questa filosofia è il tornaconto personale e l’egoismo, fonte del liberalismo politico e del liberismo finanziario. Un altro autore su cui si fondano i “neo-moralisti” è Locke (†1704), che è un puro sensista: l’uomo conosce solo il sensibile e non può cogliere l’essenza delle cose materiali né innalzarsi al trascendente e alla legge oggettiva e universale; le idee e i concetti sono solo “nomi” e non colgono la realtà né la esprimono (nominalismo). Anche Berkeley (†1753) affonda come tutti gli empiristi le radici del suo pensiero nel nominalismo di Occam (†1349), secondo cui le idee sono puri nomi. Berkeley anzi accentua il sensismo di Locke perché non accetta neppure la conoscenza sensibile interna, ma si ferma solo ai sensi esterni. La realtà è materiale e coincide con la sensazione che abbiamo di essa (“esse est percipi / l’essere consiste nell’essere conosciuto dai sensi”). Altro filosofo empirista è Hume (†1776), secondo il quale tutto ciò che supera l’esperienza sensibile non ha nessun valore conoscitivo. Egli nega in maniera categorica e totale il principio di causalità (“un effetto deve avere una causa”): ciò che volgarmente chiamiamo causa non produce l’effetto, ma lo precede soltanto. Quindi l’effetto è “post hoc sed non propter hoc”. Ora, se ci si limita alla sola sensazione, è chiaro che vedo un effetto dopo un altro e non il nesso tra causa ed effetto perché non posso toccar con mano la causalità ossia la produzione dell’effetto. Tuttavia tale nesso, anche se non è sperimentabile sensibilmente, è intelligibile e me ne formo un’idea razionale astraendola dalla conoscenza sensibile. Per Hume, invece, la causa è un puro nome (“nominalismo”) e normalmente precede l’effetto, ma non in maniera costante e necessaria, e soprattutto senza produrlo. Per esempio, se colpisco una palla ed essa corre, secondo la metafisica classica e tomistica il movimento della palla è effetto del colpo che le ho dato mentre secondo Hume vi è solo un susseguirsi opinabile o probabile di movimenti senza che il primo influisca sull’ altro. Così il padre non è causa del figlio, il fuoco non è causa del fumo, la rivoltellata non è causa dell’omicidio e, se un fenomeno (padre/rivoltellata) sin ora ha sempre preceduto un altro fenomeno (figlio/omicidio), è probabile che lo precederà anche in futuro, ma non lo causa e quindi in morale non vi è il concetto di responsabilità soggettiva. Infine Stuart Mill (†1873) si rifà a Hume e riafferma che tutta la conoscenza umana si riduce a semplice sensazione. Egli nega ogni valore alla ragione e si limita alla sola sensazione e all’induzione sperimentale. Nega il principio di causalità e afferma che tale fenomeno (paternità/pugnalata) precede normalmente tal altro (figliolanza/uccisione) senza causarlo[28]. La morale della situazione o della convenienza personale, che è capriccio e licenza, è la conclusione pratica del nominalismo e dell’ illuminismo britannico ed è la contraddizione radicale della morale oggettiva e naturale.

Alfonsus

[1] C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Modernismo”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1191.

[2] C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Modernismo”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1193.

[3] La concezione eterodossa di esperienza religiosa è soprattutto quella del soggettivismo protestantico e modernista. In religione il Protestantesimo, con Lutero, ha posto il soggettivismo nel rapporto con Dio. Martin Lutero si appellava alla soggettività della ‘sola Fides’ (che non è la virtù teologale quale atto intellettivo e volontario, ma è una “fede fiduciale”, che in realtà è “presunzione di salvarsi senza meriti”) e del ‘testimonium Spiritus Sancti’, i quali coincidono – secondo lui – con il sentimento individuale e soggettivo, unico criterio ed oggetto (che coincide e si perde nel soggetto) della religiosità. Padre Fabro definisce tale teoria come «dissociazione della coscienza dal contenuto oggettivo della Fede» (C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Esperienza religiosa”, Città del Vaticano, 1950 vol. V, col. 603). Tale concezione soggettivista e sentimentale con il modernismo comincia a prendere un indirizzo sempre più irrazionalista e l’esperienza religiosa si sostituisce totalmente sia alla retta ragione che alla divina Rivelazione e alla Fede teologale. Padre Fabro, inoltre, asserisce che la contaminazione più essenziale della dottrina cattolica da parte modernistica «è stata il tentativo d’interpretare l’esperienza intima del soggetto (autocoscienza) in diretta continuità con la vita religiosa e di prendere la coscienza o esperienza religiosa come l’essenza della divina Rivelazione e della vita della Grazia. Invece ogni esperienza religiosa, nell’ambito della vita della Grazia e della Fede, può avere soltanto un valore secondario e in dipendenza della Rivelazione e del Magistero ecclesiastico. […]. Il pericolo del modernismo non è mai completamente debellato perché è insita nella ragione umana, corrotta dal peccato originale, la tendenza ad erigersi a criterio assoluto di verità per assoggettare la Fede a sé. Un tentativo affine al modernismo teologico è la cosiddetta “théologie nouvelle” comparsa in Francia dopo la seconda guerra mondiale ed energicamente denunziata dall’enciclica Humani generis (12 agosto 1950) di Pio XII» (voce “Modernismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1196).

[4]R. Garrigou-Lagrange, “La nouvelle théologie ou va-t-elle?”, in Angelicum, n. 23, 1946, pp. 134 ss.; Id., “L’ immutabilité des formules dogmatiques”, in Angelicum, n. 24, 1947, pp. 136 ss.

[5] F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, Sion, 1996.

[6] Cfr. J. Fuchs, Morale théologique et morale de situation, in Nouv. rev., théol., n. 76, 1954, pp. 1073-1085 ; A. Boschi, Una nuova morale : la così detta etica della situazione, in Palestra del clero, n. 35, 1956, pp. 969-980; F. Olgiati, Una morale nuova e la condanna del S. Uffizio, in Rivista del clero italiano, n. 37, 1956, pp. 481-490; F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, voce “Morale della situazione”, pp. 1065-1067, a cura di Pietro Palazzini; C. Fabro, L’avventura della teologia progressista, Milano, Rusconi, 1974, parte II, “Teologia e Morale”, cap. 1, “Il valore permanente della morale”, pp. 171-251; D. Composta, La nuova morale e i suoi problemi, Roma, 1990.

[7] Cfr. O. Lottin, La valeur normative de la conscience morale, in Ephem. Lovan., 1932, pp. 409-431; E. Lio, Conscientia, in Dictionarium morale et canonicum, Roma, 1962.

[8] Cfr. P. Palazzini, La coscienza, Roma, Ares, 1961.

[9] Per esempio il comandamento “non uccidere”, se nella situazione particolare di una persona soggettivisticamente considerata (una giovane che non si è ancora fatta una strada nella vita e deve accettare una gravidanza indesiderata), riesce troppo gravoso, non obbliga il soggetto e si può abortire. Così pure se sopportare un anziano malato diventa difficile, allora è lecita l’eutanasia e così via.

[10] Per esempio il voto di castità o il celibato ecclesiastico obbligano oggettivamente. Ma se per un sacerdote o un religioso, che si trova immerso nel mondo contemporaneo con tutte le sue esigenze, diventano troppo gravosi, non obbligano il soggetto.

[11] Cfr. G. Mattiussi, Il veleno kantiano, Monza, 1907.

[12] Francesco I ha risposto a Eugenio Scalfari: “Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare” (Repubblica, 1° ottobre 2013, pag. 3).

[13] Quis indica le qualità accidentali del soggetto operante, per esempio se è un sacerdote; quid esprime la quantità della materia: se ho rubato 1000 lire o 1 milione, se ho ucciso 1 o 7 persone; ubi accenna al luogo particolare, per esempio se ho rubato in chiesa; quibus auxiliis dice i mezzi con cui l’atto è stato compiuto, per esempio se ho calunniato a viva voce o mediante scritti pubblicati; cur è l’intenzione o il fine dell’azione, che è la circostanza principale, per esempio se prego per farmi notare e per vanagloria; quomodo indica il modo in cui si è agito, per esempio se con piena avvertenza o no, oppure con violenza; quando indica il tempo, per esempio se ho portato odio per 1 minuto o per 1 anno, se ho rubato di domenica.

[14] Ci sono circostanze che aumentano o diminuiscono la moralità proveniente principalmente dall’oggetto; per esempio, se rubo 1000 lire o 100 mila, commetto un peccato veniale o mortale contro il medesimo 7° comandamento. Vi sono anche circostanze che mutano la specie della moralità dell’atto, ossia apportano all’atto un’altra moralità di specie diversa da quella dell’oggetto principale; esse costituiscono un secondo oggetto morale distinto dal primo. Per esempio, se rubo un calice consacrato, oltre l’oggetto del furto (peccato contro il 7° comandamento), vi è un altro oggetto morale che è il sacrilegio (peccato contro il 1° comandamento).

[15] S. Th., I-II, q. 18; A. Lanza – P. Palazzini, Princìpi di teologia morale, Roma, 1957, vol. III, n. 117 ss.

[16] Cfr. C. Giacon, Guglielmo di Occam, Milano, 1941, 2 voll.

[17] Ivi.

[18] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 110; Concilio di Trento, sess. VI, canone 11, DB 821; L. Billot, De gratia Christi, Roma, 1923; R. Garrigou-Lagrange, De Deo uno, Parigi, 1938; P. Parente, Anthropologia supernaturalis, Roma, 1949.

[19] Secondo Lutero il peccato originale ha distrutto totalmente il libero arbitrio dell’uomo, che non è responsabile dei suoi atti e quindi non è libero di fare il bene o il male, ma è determinato a fare il male morale, data la corruzione assoluta della sua libertà. Perciò quando l’uomo pecca non è lui a peccare, ma è Dio che pecca in lui. Quindi conclude Lutero: “pecca fortiter, sed fortius crede / pecca fortemente, ma abbi ancor più fortemente la fede fiduciale di salvarti e ti salverai” perché per lui la sola fede senza le opere basta a santificare e salvare l’uomo. Cfr. H. Grisar, Lutero, la sua vita e le sue opere, Torino, 1933; M. Bendiscioli, La Riforma protestante, Roma, 1953; R. Garcia-Villoslada, Lutero, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 2 voll., 1985.

[20] Cfr. C. Fabro, La svolta antropologica di Karl Rahner, Milano, Rusconi, 1974.

[21] In II Sent., d. 38, q. 1, a. 3, sol. 1.

[22] Pio XII, Sintesi di verità e di morale, 30 settembre 1954, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Città del Vaticano, LEV, vol. XVI, p. 177. Cfr. anche S. Th., I-II, qq. 91-95.

[23] S. Th., I-II, q. 91, a. 2: «Tra tutti gli enti, l’uomo è soggetto alla divina Provvidenza in maniera più eccellente, poiché colla sua ragione e libertà ne partecipa maggiormente degli altri, provvedendo a se stesso e agli altri».

[24] S. Th., I-II, q. 91, a. 2.

[25] S. Th., II-II, q. 106, a. 1.

[26] R. Pizzorni, Diritto naturale e diritto positivo, Bologna, ESD, 1999, p. 6.

[27] Ibidem, p. 14.

[28] Per una confutazione di questi errori filosofici cfr. R. Garrigou-Lagrange, Dieu. Son Existence et sa Nature, Parigi, Beauchesne, 1914, 1° vol., sez. II ; par. 12, 13 e 14.

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