Un monaco teologo rompe il silenzio sulla metamorfosi della Chiesa

La situazione di confusione è palese. Naturalmente c’è chi nega che si tratti di confusione, ritenendo che questo sia il positivo risultato di uno stile di governo ecclesiale teso “ad avviare processi più che a occupare spazi” (cfr. Evangelii gaudium 223). Dunque, il primo discernimento da fare sarebbe proprio sulla natura di questa situazione: la confusione, i disaccordi fra vescovi su punti dottrinali sensibili, possono essere frutti dello Spirito Santo?

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Attenuanti in fuori gioco, il matrimonio non è una morale

Sulle controverse interpretazioni di AL interviene il benedettino Meiattini: «Il matrimonio in quanto Sacramento possiede un carattere pubblico, ecclesiale e liturgico. Ciò che impedisce ai “divorziati risposati” di partecipare pienamente all’Eucaristia, è la dimensione simbolica della loro vita, che contraddice la dimensione simbolica del sacramento. Impostare le questioni morali a prescindere dalla natura e struttura dei sacramenti, significa ledere qualcosa di fondamentale nella stessa forma della rivelazione».

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Quella Babele argentina che manda in confusione l’intera Chiesa

Il teologo benedettino Giulio Maiettini illustra in un libro la “svolta moralista” dell’Amoris Laetitia.

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Tanti saluti al peccato. Sempre la stessa omelia

Un’omelia standard ricorre ogni domenica: Dio ti ama così come sei. Ma è proprio così?

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Quei cristiani “più buoni di Gesù” che lo ostacolano

Il “super-cristianesimo” è la peggiore falsificazione del Cristianesimo.

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La morale “fai da te” diventa contagiosa

cristianesimocattolico:

Un articolo del quotidiano online Il Sussidiario vorrebbe “abbattere il pregiudizio anti-cattolico sull’omosessualità”, e invece fa a pezzi il Magistero della Chiesa, benedicendo qualsiasi tipo di attrattiva e considerando l’omosessualità “un dono del Signore”.

di Roberto Marchesini (29-05-2013)

Nella vita ci sono poche certezze, e stanno crollando pure quelle.

Il riferimento va al quotidiano on line “Il Sussidiario”, della Fondazione per la Sussidiarietà, che si distingue nel panorama mediatico per la serietà e la ragionevolezza delle posizioni espresse.

Una certezza fino a pochi giorni fa, quando sul sito del quotidiano è apparso un editoriale intitolato L’amore ha vita breve, che si propone di “abbattere il pregiudizio anti-cattolico sull’omosessualità”. Bene, penseranno i lettori della Nuova Bussola Quotidiana: finalmente si chiarirà che la Chiesa si rivolge alle persone con tendenze omosessuali con rispetto e delicatezza.

Invece no: ciò che l’articolo del Sussidiario abbatte è il Magistero ecclesiale sull’omosessualità.

Scrive l’autore: “La Chiesa […] non ha paura di guardare con simpatia a [sic] qualunque tipo di attrattiva – tra uomo e donna, tra uomo e uomo o tra donna e donna – che si sviluppi nella storia”.

Ecco invece cosa dice il Magistero: “[…] la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata” (Homosexualitatis problema, 1 ottobre 1996, § 3; cfr. il Catechismo della Chiesa Cattolica § 2358). Le attrattive, dunque, non “[…] sono poste tutte sullo stesso piano, senza discrimininazioni”.

“[…] Perché”, prosegue l’autore dell’articolo, “la Chiesa non va contro i fatti, e certe attrattive sono fatti inequivocabili”. Probabilmente l’autore confonde la Chiesa con Hegel (“Ciò che è reale è razionale”), perché la Chiesa, invece, va contro certi fatti elencati, ad esempio, nel Dieci Comandamenti.

Non è finita. Secondo l’articolista, infatti, l’omosessualità è “[…] un dono del Signore”. E qui le cose si complicano.

Innanzitutto bisognerebbe conoscere la fonte di tale affermazione, che non è contenuta nel Magistero. Come fa l’autore dell’articolo a sapere che l’omosessualità è “un dono del Signore”? Rivelazione? Illuminazione? Apparizione personale? Forse l’autore dovrebbe essere edotto che, grazie a san Tommaso, il cristiano (meglio: il cattolico) è libero dal fatalismo di altre religioni (ad esempio l’islam, per il quale tutto avviene perché “inshallah”, così vuole Dio). Per il cattolico esistono le cosiddette cause seconde, ossia cause razionali ma non soprannaturali.

Guarda caso da almeno un centinaio d’anni il mondo occidentale si sta interrogando sulle cause (seconde) proprio del fenomeno dell’omosessualità: sarà di origine biologica? Psico-sociale? Sarà l’effetto dell’interazione di entrambe?

Risolvere le questioni scientifiche con un bel “Deus vult”, Dio lo vuole, è comodo e semplice, ma non contribuisce al progresso delle scienze.

L’articolo, dopo aver distrutto i matrimoni fondati sull’amore (ma forse l’autore intendeva riferirsi all’innamoramento…), si chiude con un ambiguo appello a considerare la scelta del “compagno” come qualcosa che “[…] coinvolge tutto il corpo, tutta la storia del singolo che diventa terreno del dialogo tra l’Io dell’uomo e l’attrazione che l’ha toccato”. Varrà anche per le relazioni omosessuali? Boh. Comunque sia, il Magistero è chiaro anche su questo punto: “[…] le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale” (Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni omosessuali, 3 giugno 2003, § 4).

Le sorprese non sono ancora finite, perché l’autore, Federico Pichetto, è un giovane sacerdote con un curriculum lungo da qui a lì. Don Pichetto, dopo l’articolo in questione, ne ha scritto un altro nel quale denuncia “[…] un cristianesimo ignorante della propria dottrina e desideroso di diventare alla moda” ([…] per chi non se ne fosse accorto”).

Dobbiamo considerare questa affermazione come una ammissione di colpa per l’articolo precedente? Speriamo! Finalmente un sacerdote che fa proprio il monito di Matteo 7,5!

La folle “crociata” di don Gianfranco

di Vincenzo Sansonetti (La Bussola Quotidiana06-03-2013)

A poco più di una settimana dall’esito (a sorpresa) delle urne, e mentre ci si arrovella su come dare un governo al Paese, resta l’interrogativo: come può essere accaduto? Di chi è la colpa? Di un sistema elettorale che dà il 55 per cento dei deputati a una coalizione, il centrosinistra, che ha meno del 30 per cento dei voti validi e ha sopravanzato la coalizione avversaria per uno zero virgola? Dei vecchi partiti che non hanno saputo cogliere i bisogni dei cittadini? Della corruzione e del malaffare dilaganti? Dei costi della politica? Della crisi economica? Di Grillo e della sua grande forza di persuasione basata sul nulla? No, signori; il responsabile della pericolosa situazione di ingovernabilità che si è creata è di un certo don Gianfranco e di chi la pensa come lui. Vediamo perché. 

L’APPELLO DI UNA SENATRICE. Qualche settimana prima del voto una senatrice umbra uscente del Pdl, Ada Spadoni Urbani, manda una lettera a tutti i parroci della regione, spiegando il motivo per cui si ricandida e quali sono i suoi ideali. Iniziativa forse poco ortodossa, che sa di vecchie, ammuffite, liturgie democristiane, ma pur sempre legittima. Libera la signora di scrivere, liberi i parroci di cestinare la sua lettera o di prenderla in considerazione. La senatrice si mostra preoccupata perché il nuovo Parlamento dovrà affrontare «parecchi argomenti che riguardano temi etici importanti e delicatissimi». Ed esemplifica: «le disposizioni sul fine vita, la legge sul matrimonio per le coppie omosessuali, l’adozione di bambini nelle stesse coppie omosessuali, le problematiche sull’uso degli embrioni, l’apertura all’aborto eugenetico». In pratica cita (quasi) tutti i principi negoziabili così vivacemente richiamati dal Magistero proprio in vista delle elezioni. La senatrice aggiunge di aver fondato, insieme con altri colleghi, l’Associazione parlamentare per la Vita, formata da una sessantina di deputati e senatori di vari schieramenti, e precisa che il suo partito, il Pdl, «sui temi etici è sempre stato unito e coerente». La lettera si conclude con l’impegno a respingere «la modificazione dei valori di fondo della nostra società» e con l’auspicio «che nel futuro Parlamento ci sia un numero di persone sufficienti a non far passare leggi contro la famiglia, l’uomo e la sua vita». Ada Spadoni Urbani chiede a ogni parroco il sostegno, ringraziando «per tutto quello che riterrà di fare».

AL ROGO! AL ROGO! Lettera inusuale, anacronistica, quella della senatrice (che non verrà rieletta), magari poco opportuna, ma sincera, che fotografa la realtà per quello che è; e soprattutto prende le mosse dalle autorevoli indicazioni dei vescovi. Ebbene, la reazione di un certo don Gianfranco Formenton, parroco a Spoleto ma di origini venete, già noto alle cronache per le sue viscerali campagne antiberlusconiane, è stupefacente: anziché riflettere, anche criticamente, sui contenuti della lettera, la rimanda al mittente con argomenti risibili, mette il tutto in rete, e chiama alla rivolta il Paese contro il Nemico di Arcore, facendo partire una sorta di catena di Sant’Antonio, nel segno del livore e della ribellione di stampo giacobino.

Per l’ineffabile don Gianfranco i «cosiddetti» temi etici richiamati dalla lettera (il fine vita, le unioni omosessuali, gli embrioni, l’aborto) non sono altro che «luoghi comuni»; sono ignorati invece ben altri «valori non negoziabili», quelli inerenti a «comportamenti di vita, di etica pubblica e di testimonianza». E arriva la ciliegina: «mentre nel Vangelo non c’è una sola parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull’aborto» (sic!), invece ci sono «monumenti innalzati alla tolleranza, alla nonviolenza, all’accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere». Dopo aver imputato al Cavaliere la maggior responsabilità nell’affermazione del relativismo morale, grazie al suo strapotere mediatico (?!) e dopo aver condannato la vicinanza della senatrice «a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste che sono assolutamente anticristiane, antievangeliche, antiumane», il parroco conclude rifiutando l’aiuto richiesto dalla senatrice pidiellina, tacciandola di esibire «presunte credenziali di cattolicità» e vantandosi per il fatto che, anzi, le farà una campagna contro suggerendo alle «pecorelle» del suo gregge di non votarla.

IL DEMONE DEL MORALISMO. In una successive intervista, lo stesso don Gianfranco ribadirà, rincarando la dose, che la sua risposta alla senatrice è stato un «dovere morale» e che, entrando nel merito, «sul fine vita e sull’aborto i cristiani spesso fanno un grosso errore: si preoccupano della parte iniziale e finale della vita, senza pensae che in mezzo c’è tutta l’esistenza di un uomo». Infine invita Berlusconi a farsi da parte, come «gesto di misericordia, dopo tutti i cattivi esempi dati in questi anni». Fin qui il prete umbro, che rifiuta l’etichetta di «prete comunista». Ha ragione. È peggio. È un sacerdote che, anziché aiutare il popolo cristiano che gli è stato affidato, orientandolo con un intelligente criterio di fede, di fatto lo ha gettato tra le braccia del più banale moralismo, il vero peccato mortale di tanti cattolici del nostro tempo. Cita la frase, che Bagnasco prima delle elezioni aveva buttato lì come risposta alle domande incalzanti della stampa («gli elettori cattolici non si faranno abbindolare»), interpretandola a senso unico come un invito a non votare centrodestra, ignorando totalmente (anzi irridendo) l’indicazione magisteriale a individuare forze politiche e candidati attenti ai «valori non negoziabili» (liquidati come «luoghi comuni»), preoccupazione espressa con forza, e in modo ufficiale, dallo stesso presidente della Cei, cui don Gianfranco si richiama con tanta superficialità. Probabilmente molti suoi parrocchiani avranno votato convinti e sereni Grillo, perché l’ex (o ancora) comico non ama sculettamenti televisivi e igieniste mentali, è integerrimo e incorruttibile e sicuramente sarà in grado di risolvere con la sua bacchetta magica i drammatici problemi dell’Italia. Ciò che conta è che non abbia vinto il cattivo Cavaliere nero, causa di tutti i mali: peccato non averlo completamente annientato…

UNA NEFANDA OPERA DISEDUCATIVA. Ciò che sfugge completamente ai numerosi (ahimè) don Gianfranco in giro per le parrocchie italiane, e che tanti danni arrecano alla Chiesa e al Paese, è una visione corretta del significato profondo della politica, che è fatta di uomini e di donne in carne e ossa (non di mostri immaginari biechi razzisti e fascisti) e di scelte concrete legate a precise antropologie: non è la stessa cosa, ad esempio, dovendo scegliere, indirizzare fondi pubblici ad associazioni pro nozze gay o a favore di chi vuole aiutare le mamme in difficoltà nel portare avanti una gravidanza… In altre parole, manca lo sguardo attento a cogliere che cosa sia davvero il bene comune, soprattutto in una prospettiva a lungo respiro. Il risultato di questa nefanda opera diseducativa? Due sono gli esiti. Uno è sotto gli occhi di tutti: l’ingovernabilità dell’Italia per il successo del movimento Cinque Stelle, considerato una forza giovane e innovatrice, in realtà foriera di inquietanti svolte autoritarie, giustizialiste e avanguardiste. L’altro esito, ancor più grave, è la dissoluzione della presenza dei cattolici sulla scena politica, ridotta a poche, eroiche testimonianze individuali. Già era poca cosa la pattuglia dei «cattolici democratici» nel Pd, con scarsissimi spazi di manovra in un partito che andava, e che va, da tutt’altra parte; ora abbiamo un pattuglione di grillini cui non importa proprio nulla dei valori cristiani; anzi, alla prima occasione saranno ben felici di combatterli. L’unica, residua speranza era di poter contare su una presenza significativa di parlamentari attenti a questi valori all’interno del centrodestra e del centro. Sicuramente la senatrice umbra tanto svillaneggiata dal parroco inquisitore era una di questi: seria, chiara nel dichiarare i suoi ideali, pronta a battersi per il bene comune e disposta al dialogo. Nossignori! Questa senatrice è da mettere al rogo o per lo meno da tenere fuori dalle Camere perché è in un partito guidato dal più pericoloso criminale che si sia mai visto nel panorama politico italiano, forse mondiale. Questo è quello che pensa il nostro caro don Gianfranco, che si è comportato di conseguenza, è venuto meno ai suoi doveri di pastore attento alla realtà e di fatto ha contribuito alla disgregazione del quadro politico. Magari lui è ben contento di questo risultato; noi diciamo che se l’Italia è piombata nell’ingovernabilità, la colpa è anche sua.

Cristianesimo Cattolico: Antonio Rosmini, lo svelamento del nichilismo hegeliano

cristianesimocattolico:

di Piero Vassallo, da Riscossa Cristiana (30/10/2012)

Non si trova la via d’uscita dalla catastrofe morale causata dall’immanentismo moderno, se non si ammette che la fase incandescente della crisi inizia dal sistema hegeliano, regno di pensieri mobili e di fitte oscurità, dove il…

Cristianesimo Cattolico: Antonio Rosmini, lo svelamento del nichilismo hegeliano

Don Giussani, la modernità, il modernismo e il protestantesimo

L’IO, IL POTERE E LE OPERE

(pagg. 205-207)

Il mio parere è che certa teologia cattolica ha assunto accenti protestanti. Da dove nasce questo spirito protestante? Dalla riduzione del cristianesimo a parola. Ora, anche il Vangelo di Giovanni dice: «In principio era la Parola», ma per dire che la Parola si è fatta carne. E, in effetti, il cristianesimo sorge con un uomo, con un fatto. C’è una bella frase di Dostoevskij: «Il fatto più drammatico è che Dio, il Mistero che fa tutte le cose, sia coinciso con un uomo». È diventato uomo e da quel momento quel punto fisico si è dilatato nella storia. E la fisionomia di questo sviluppo si chiama Chiesa. Se il Cristianesimo fosse solo Parola di fronte al problema «Qual è l’ultima cattedra per interpretare questa parola?» non si potrebbe che rispondere come ha risposto l’epoca moderna: la coscienza individuale. Questo è il protestantesimo. Ma se il cristianesimo è un fatto, l’ultima cattedra è un fatto umano: la Chiesa con la sua Autorità. Con ultimo garante il Papa. E se è così, tutti gli aspetti umani sono investiti, si intrecciano tra loro. Il cattolicesimo non si vive «da soli». Lo dico sempre ai ragazzi: io non posso barare con voi, ma neppure voi con me.

Don Luigi Giussani

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IL SENSO DI DIO E L’UOMO MODERNO

La “protestantizzazione” del cattolicesimo (pag. 119)

Di fronte alla situazione di ateismo esistenziale e pratico che abbiamo descritto, ma anche di fronte all’urgenza di un nesso col destino, cioè di una religiosità autentica, che abbiamo rilevato, sarebbe assolutamente necessario che il significato della vita ridiventasse amico della vita. Il Cristianesimo è entrato nel mondo per contestare quella rovina dell’uomo che si perpetra laddove l’uomo perde il nesso con Dio. Esso è l’annuncio del Dio fatto uomo e dovrebbe costituire l’opposizione più determinante all’ostracizzazione odierna del rapporto con l’infinito dalle vicende della vita. Ricordiamo che Cristo disse prima di morire, pregando il Padre: «Non ti prego per il mondo». E intendeva con quest’espressione riferirsi non certo alla creazione che ci offre le stelle, il mare, la tenerezza e l’amore, ma alla realtà, che tristemente può comprendere anche le stelle, il mare, la tenerezza e l’amore, affrontata senza il rapporto ultimo col divino. Questo è il mondo per cui Cristo non prega: la realtà affrontata a prescindere da Dio; di fatto, una realtà così manipolata tenderebbe a distruggere quell’uomo che Cristo è venuto a salvare. Ma oggi il fatto cristiano si presenta nel mondo profondamente ridotto. Non è quella presenza in lotta contro la rovina dell’uomo, così come dovrebbe essere. Non lo è se non potenzialmente. Parlando di questa riduzione voglio specificare che non parlo dell’incoerenza etica. Da quando il Signore è venuto, infatti, la Chiesa ha reso avveduto l’uomo della verità fondamentale che egli è peccatore, e che Cristo è venuto appunto per i peccatori. Non parlo di quella fragilità terribile cui accennava anche il brano teatrale di Ibsen citato prima, per cui l’uomo non riesce da solo a stare in piedi, ad essere se stesso. Non parlo di questo: Cristo è venuto proprio perché noi potessimo, appoggiandoci a Lui, camminare, lentamente, ma camminare. Parlo invece di una riduzione del Cristianesimo nel modo di vivere la sua natura. Il mio parere è che il cristianesimo del nostro tempo è stato come angustiato, debilitalo e affievolito da un influsso che potremmo definire «protestante». Non è questa la sede per soffermarci a descrivere la profondità religiosa da cui il protestantesimo nasce o cui può giungere; ciò che sto per dire è una critica non certo al mondo protestante, ma alla realtà cattolica, starei per dire all’intelligenza cattolica, che oggi si presenta gravemente protestantizzata. L’osservazione capitale che motiva tale giudizio sta nella riduzione del cristianesimo a «Parola» («Parola di Dio», «Evangelo», o semplicemente «Parola»). Ciò lascia spazio a conseguenze decisive per una cultura.

1) Il soggettivismo

Quella riduzione apre, dal punto di vista metodologico, ad un soggettivismo inevitabile che, da un punto di vista pratico, favorisce una sentimentalità e un pietismo. In questo modo la parola di Dio avrebbe come ultimo criterio interpretativo la coscienza personale: drammatica relativizzazione in cui ogni uomo è sorgente di dettato, ultima cattedra e profeta di se stesso, alla mercé della sua sensibilità, del suo risentimento, dell’istante che vive. Tot capita, tot sententiae: tante teste, tanti pareri. Potrebbe anche essere uno slogan della libertà razionalista. Se si vuole un correttivo a quell’esasperato soggettivismo ci si affida agli ermeneuti della parola, agli esegeti. Ma non bastano gli intellettuali alla obbiettività necessaria. Così come, per salvare l’oggettività, non è sufficiente la comunità di base con il suo parere, e neanche quello della Chiesa locale: Cristo non ha commesso a nessuna di queste entità come tali l’inequivocabile ultima oggettività della Sua guida.

2) Il moralismo

Se il cristianesimo è parola di Dio interpretata dalla coscienza sorge un’ulteriore grave domanda. Il cristianesimo reso «parola» interpretabile dalla coscienza nel senso detto, quale comportamento suggerirà di fronte all’urto dei problemi umani personali o all’urgenza della realtà sociale? Come può quel soggettivismo estremo confrontarsi con la congerie di reclami formulati dalle sempre più complesse vicende della vita moderna? La risposta è purtroppo una: il comportamento dell’uomo necessariamente verrà guidato e identificato come valore dagli ideali che la cultura dominante approverà. La moralità è allora qualcosa che deriva dalle leggi e dalla coerenza con una concezione della vita avallata dal potere e quindi riconosciuta dai più. Se il Cristianesimo è ridotto a parola coincide con un’emozione della coscienza che ha il diritto di interpretarla e tale coscienza non può disarticolarsi dal flusso di quei valori che sono più stimati nel momento storico in cui essa vive. Ecco allora che il comportamento più corretto e più dignitoso per l’uomo sarà immaginato secondo idee e convinzioni ritenute più urgenti dalla mentalità sociale al potere. Questa è la seconda mutilazione che offre al nostro tempo la realtà del cattolicesimo secondo una diffusa interpretazione. Un orizzonte morale reso angusto, per cui i parametri cui riferirsi sono quelli della concezione di vita dominante nella società in cui si è. Una riduzione della moralità a moralismo. Il moralismo è sempre riduttivo dell’orizzonte morale ed è sempre accusativo dell’uomo: o meglio, lo accusa da una parte e lo giustifica dall’altra. Si esaltano dei valori e se ne censurano altri, per alcuni si pretende la piena coerenza, di altri si accetta e talvolta si plaude l’assenza. Perciò se da una parte la Parola di Dio soggettiva-mente interpretata può anche aprire spazi sentimentalmente vivi, o anche risorse di sacrifici particolari, la morale per gli uomini che vivono in una società è fissata dal potere reale. Allora la posizione dell’uomo, anche credente, di fronte al cristianesimo è impossibile che non ceda alla sua identificazione con i valori morali che la società sembra rendere ovvi. Ed è così che la moralità diviene moralismo accanito: o il comportamento fluisce dal dinamismo intrinseco ad un avvenimento cui uno appartiene, oppure è una selezione arbitraria e pretenziosa di affermazioni fra cui do-minano le scelte più pubblicizzate dal potere, e ad esse si è tenuti con scrupolo ad uniformarsi.

3) Indebolimento dell’unità organica del fatto cristiano

Diretta conseguenza della riduzione del cristianesimo a parola è anche lo sfuocarsi del nesso tra presente e passato, vale a dire lo sfuocarsi della unità organica, strutturale, propria di un fatto come quello cristiano. Si indebolisce il valore della storia, della tradizione e quindi di quella organicità dell’avvenimento cristiano che rende viva la vita della Chiesa. È come se un uomo adulto vivesse solo del presente, delle reazioni istintive o momentanee e obliterasse, per una strana malattia, o per una reazione negativa, il suo passato. Tale illanguidimento dello spessore storico e vitale del fatto cristiano arriva sino al tentativo di svuotare il più possibile di contenuto il nesso con il fattore garante di quella organicità unitaria di cui parlavamo poc’anzi, cioè con il Vescovo di Roma. In un certo allentarsi della sequela al Pontefice noto un altro riverbero di protestantesimo, che potremmo chiamare «congregazionalismo » — con un’espressione tratta dalla storia protestante — o «episcopalismo»: la Chiesa locale cioè avrebbe capacità sufficienti e autonome di fondare il rapporto dell’uomo con il Cristo, con il divino. Il primato reale del Vescovo di Roma è rarefatto e con esso anche l’unico ancoraggio adeguato del rapporto con Dio, che è il mistero della Chiesa nella sua totalità. Già presentì questo pericolo Paolo VI, quando ancora era cardinale a Milano, e così si espresse in una lettera indirizzata al cardinal Cicognani prima dell’apertura del Concilio: «Questo Concilio dovrebbe, sempre al suo inizio, esprimere un atto unanime e felice di omaggio, fedeltà, amore ed obbedienza al Vicario di Cristo. Dopo la definizione del primato e dell’infallibilità del Papa, ci furono alcune defezioni, alcune incertezze e poi docili acquiescenze. Ora la Chiesa gode di riconoscere in Pietro e nel suo successore quella pienezza di poteri che sono il segreto della sua unità, della sua forza, della sua misteriosa capacità di sfidare il tempo e fare degli uomini una Chiesa. Perché il Concilio non lo deve dire? Perché il Concilio non esprime questa acquisita certezza? Perché, dovendo poi discutere i poteri episcopali, non allontana da sé ogni tentazione e dagli altri ogni dubbio che si possa momentaneamente rimettere in questione la sovrana grandezza e solidità di quella verità? Anche su questo punto basterebbe un atto semplice e breve, ma solenne e cordiale». Occorre fare una nota. Una Chiesa «locale» non può stare di fronte ad un a cultura dominante: può solo subirla. Una cultura può diventare dominante solo per valori che si pongano con forza o con pretesa di universalità. Una Chiesa locale, proprio in quanto delimitata, non può che essere presa nel gioco: i suoi valori universali sono quelli che essa attinge dalla «catholica», come si espresse Giovanni Paolo II nel discorso alla Chiesa italiana riunita con i vescovi e i suoi rappresentanti a Loreto (1985). Ecco allora tre «cadute» che tendono a ridurre dall’interno il fatto cristiano, e in particolare il cattolicesimo, che lo smantellano dal di dentro, ne indeboliscono la lotta contro un a mentalità per cui «Dio non c’entra con la vita». Sono, lo abbiamo visto, il soggettivismo di fronte al destino, come concezione e come prassi; un moralismo accentuato di fronte ai valori esaltati dalla cultura dominante; l’indebolimento dell’unità viva del popolo di Dio con la sua tradizione e attorno al capo garante che è il Vescovo di Roma. Si presenta così oggi svigorita l’organicità potente della Chiesa, quell’unità in cui sta il segno della presenza salvifica di Cristo. Diceva un teologo belga, Chantraine, scrivendo su un periodico: «Si è svuotata l’ontologia cristiana e sono rimaste le parole».

Don Luigi Giussani

Cristianesimo Cattolico: Perché difendo Berlusconi

cristianesimocattolico:

di Federico Catani, da Campari e de Maistre (03/10/2011)

Forse i maligni, notando che l’ultimo mio post qui porta la data dell’8 settembre, hanno pensato che me la sia data a gambe a causa degli ultimi eventi. Ma posso assicurare che così non è. Non ho intenzione di mettermi al sicuro come Re…

Cristianesimo Cattolico: Perché difendo Berlusconi