Dal Vaticano (II) all’Amazzonia. Come siamo arrivati ad una tale apostasia?

Col sinodo dell’Amazzonia, l’apostasia è arrivata ad un punto di non ritorno? Ma come siamo arrivati da una tale apostasia così sfacciata? Provano a dare una risposta il teologo  americano P. Thomas Berg e il filosofo tedesco Martin Hähnel.

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Video. Senza la talare, il prete è nudo

Importante catechesi di don Federico Bortoli che ci spiega l’importanza dell’Abito Sacerdotale e la sua obbligatorietà. Ci rammarichiamo che oggi molti sacerdoti hanno abbandonato questo loro abito.

Storia dell’autodemolazione del cattolicesimo in Olanda

La Chiesa olandese ha pagato a caro prezzo l’aver seguito negli anni ’60 il mito di una Chiesa del futuro che si adeguasse al mondo. Primo obiettivo: abolire il celibato sacerdotale. Ma la conseguenza è stata il gran numero di preti che hanno abbandonato e il crollo delle vocazioni.

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Se la Chiesa si consegna alla giustizia terrena

Sull’onda degli abusi sessuali, la Chiesa sembra cercare una soluzione nella giustizia civile. Una strada pericolosa che porta all’interferenza dello Stato nella vita della Chiesa o, peggio, all’azzeramento della Chiesa. Ma questo è anche la conseguenza del fatto che nella Chiesa si è perso il senso della giustizia divina.

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Se la Chiesa si consegna al mondo e alla sua giustizia

Sull’onda degli abusi (omo)sessuali, la Chiesa sembra cercare una soluzione nella giustizia civile. Una strada pericolosa che porta all’interferenza dello Stato nella vita della Chiesa o, peggio, all’azzeramento della Chiesa. Ma questo è anche la conseguenza del fatto che nella Chiesa si è perso il senso della giustizia divina.

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Così la Chiesa anti-dogmatica cede al dogma del relativismo

Il sito The Post Internazionale intervista il vaticanista Aldo Maria Valli.

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La Chiesa che si condanna alla peggiore mondanizzazione

Sono tempi, questi, in cui sentiamo “belle parole” contro la ricchezza, contro le tentazioni di potere che minaccerebbero tanti ambienti ecclesiali… Eppure, mai come in questi tempi, la Chiesa, dai vertici fino al basso, sta patendo la peggiore mondanizzazione che possa esistere.

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La battaglia del Cairo che la Chiesa sta perdendo

Venti anni fa, in questi giorni, si svolgeva nella capitale egiziana la Conferenza ONU su popolazione e sviluppo che vide una furiosa battaglia diplomatica tra Stati Uniti (pro-aborto e per la ridefinizione della famiglia) e Santa Sede. Grazie anche all’impegno personale di Giovanni Paolo II fu evitato che passasse il diritto all’aborto, ma, 20 anni dopo, anche nella Chiesa abbia fatto breccia una mentalità mondana. I casi Agesci, Meeting e Sinodo sulla famiglia.

di Riccardo Cascioli

Venti anni fa, proprio in questo giorno infuriava al Cairo una battaglia destinata ad avere gravi ripercussioni internazionali. La battaglia si svolgeva al chiuso di un grande centro congressi e non si usavano armi da fuoco, ma lo scontro – di dimensioni mondiali – non era per questo meno grave: era intorno al riconoscimento o meno del diritto all’aborto, e dell’aborto come metodo di controllo delle nascite, una cosetta da 50 milioni di morti l’anno.

Stiamo parlando della Conferenza Internazionale dell’Onu su Popolazione e Sviluppo (5-14 settembre 1994). Due erano gli schieramenti principali: uno era guidato dagli Stati Uniti (con l’Unione Europea a fare da principale sostegno), il cui presidente Bill Clinton si era premurato in vista della Conferenza del Cairo di inviare un messaggio a tutti i capi di governo del mondo per spiegare che le politiche di controllo delle nascite erano una priorità di politica estera degli Stati Uniti (a buon intenditor…). Se consideriamo che oggi il presidente Barack Obama ha fatto cosa analoga per promuovere le unioni gay nel mondo, capiamo anche la continuità delle amministrazioni democratiche americane.

A fronteggiare gli Usa era la Santa Sede – capo delegazione era il cardinale Renato Raffaele Martino, allora Osservatore permanente presso l’Onu a New York – irriducibile nel difendere la dignità dell’uomo e il valore della famiglia, «patrimonio più originario e sacro dell’umanità», come aveva detto papa Giovanni Paolo II per spiegare l’interesse della Chiesa in questa battaglia. Non a caso intorno alla Santa Sede si coagularono molti paesi del Sud del mondo, perché i poveri sono le prime vittime del movimento per il controllo delle nascite.

La posta in gioco era altissima e la cronaca di quella battaglia riempì le pagine dei giornali di tutto il mondo. Alla fine la Santa Sede colse due successi non di poco conto: fu respinto il tentativo di ridefinire il concetto di famiglia, trasformandolo in “famiglie”, e nel Programma di Azione fu scritto chiaramente che l’aborto non può essere considerato un metodo di pianificazione familiare. E malgrado i successivi tentativi – che proseguono tuttora – di intervenire su questo punto, quella clausola ancora resiste, e nessun documento internazionale può tuttora essere presentato a sostegno di un presunto diritto all’aborto.

Cionondimeno bisogna riconoscere che il Cairo è stato un punto di svolta per le politiche di controllo delle nascite: si è lì stabilito per la prima volta che i programmi per il controllo della popolazione entrano a pieno diritto nelle politiche di sviluppo, così che ad esempio la Banca Mondiale si sentì libera da allora di imporre condizioni fino a quel momento “suggerite” sottobanco ai paesi poveri: chi vuole un prestito si deve impegnare nella riduzione dei tassi di fertilità (contraccezione, sterilizzazione e così via). Ma soprattutto furono dirottati sui programmi di controllo delle nascite, che da allora assunsero il nome più accattivante e meno colonialista di “servizi di salute riproduttiva”, un’enormità di fondi che hanno favorito anche la nascita di numerose Organizzazioni non governative che si sono affermate in questi anni come il braccio operativo degli interessi di circoli elitari che influenzano i governi occidentali.

Fino ad allora gli Stati Uniti finanziavano per tre quarti tutti i programmi sulla popolazione nel mondo, incluso il bilancio del Fondo Onu per la Popolazione (Unfpa), che aveva tra l’altro organizzato la Conferenza del Cairo. Con l’approvazione del Programma di Azione ci fu un impegno economico di tutti i paesi occidentali e il moltiplicarsi di canali – anche privati – attraverso cui fare convergere denaro allo scopo di diminuire la popolazione mondiale o, quantomeno, rallentarne la crescita. Al punto che oggi è praticamente impossibile stabilire con esattezza quanti soldi vanno per programmi che diffondono contraccezione e aborto nel mondo (chi volesse approfondire cosa accadde al Cairo e gli interessi in gioco può consultare R. Cascioli, Il Complotto demografico, Piemme 1996).

Questi venti anni hanno dunque visto procedere la macchina per il controllo delle nascite di pari passo con le sempre più forti pressioni per riconoscere l’aborto come diritto umano. Senza considerare che anche l’avanzata ideologica del gender ebbe al Cairo il “battesimo”, anche se il tentativo di inserire già in quel Programma d’Azione la definizione di cinque generi da sostituire al sesso biologico fu respinto (del resto il legame tra controllo delle nascite e promozione dell’omosessualità è facilmente intuibile).

Il mondo – soprattutto quello occidentale – è diventato dunque molto più come l’immaginavano le forze che sulla Conferenza del Cairo avevano puntato forte. Quello che era forse meno prevedibile è che in questi venti anni un cambiamento radicale avvenisse anche nella Chiesa cattolica, nel senso di una clamorosa perdita di ragioni per difendere l’uomo – immagine e somiglianza di Dio – e di un adeguamento alla mentalità mondana.

San Giovanni Paolo II si batté come un leone per difendere la famiglia.
San Giovanni Paolo II si batté come un leone per difendere la famiglia.

Per mesi, durante la preparazione della Conferenza del Cairo, quando il disegno anti-umano prendeva consistenza, Giovanni Paolo II lottò strenuamente per impedire che si arrivasse a distruggere la vita e la famiglia in un documento delle Nazioni Unite che sarebbe stato firmato da tutti i capi di Stato e di governo. E poi proprio nell’anno che l’Onu aveva deciso di dedicare alla Famiglia. Scrisse una lettera a tutti i capi di Stato del mondo e al segretario generale dell’Onu richiamandoli al fatto che la Conferenza del Cairo si era messa su una brutta strada, che c’era un tentativo di manipolare la famiglia che sarebbe stato distruttivo per l’intera comunità umana. Scrisse una lettera durissima a Nafis Sadik, la donna pachistana a capo dell’Unfpa e grande regista della Conferenza del Cairo. Ma soprattutto si preoccupò di spiegare a tutto il popolo le ragioni di quella che oggi certi cattoliconi definirebbero in modo spregiativo “una Crociata”.

Usò in modo particolare l’appuntamento dell’Angelus per proporre domenica dopo domenica una catechesi sulla famiglia, ma anche sul diritto naturale, senza il quale non si comprende la ragione di un impegno così radicale. Diceva ad esempio il 19 giugno: «La famiglia è la cellula primaria della società. Essa poggia sulla solida base di quel diritto naturale che accomuna tutti gli uomini e tutte le culture. È urgente prendere coscienza di questo aspetto. Non di rado infatti, l’insistenza della Chiesa sull’etica del matrimonio e della famiglia viene equivocata, come se la comunità cristiana volesse imporre a tutta la società una prospettiva di fede valida solo per i credenti (…). In realtà il matrimonio, quale unione stabile di un uomo e di una donna che si impegnano al dono reciproco di sé e si aprono alla generazione della vita, non è soltanto un valore cristiano, ma un valore originario della creazione. Smarrire tale verità non è un problema per i soli credenti, ma un pericolo per l’intera umanità».

Proprio questa verità pare invece essere stata in gran parte smarrita nel mondo cattolico, malgrado i Papi si siano sforzati di ricordarla. Alcuni fatti recenti sono lì a dimostrarlo: il primo è la “Carta del Coraggio” redatta da 3mila rover e scolte dell’Agesci, un vero documento programmatico presentato alla Route Nazionale di San Rossore a metà agosto. Nel capitolo dedicato all’amore, i ragazzi scout parlano di famiglia «intesa come qualunque nucleo di rapporti basati sull’amore e sul rispetto» e chiedono alla Chiesa di «mettersi in discussione e di rivalutare i temi dell’omosessualità, convivenza e divorzio». Si tratta di affermazioni che, prima dei giovani, mettono in discussione il tipo di educazione e testimonianza che hanno trasmesso gli adulti.

Più sorprendentemente ancora, posizioni accomodanti sono state espresse autorevolmente al recente Meeting di Rimini, dove – ad esempio – nell’incontro dedicato ai “Nuovi diritti” si è totalmente ignorato il diritto naturale, ovvero «la legge iscritta dal Creatore nella natura umana», senza il quale non ha neanche senso parlare di “nuovi diritti”. La “novità” dei diritti infatti non si riferisce tanto al dato cronologico (sinonimo di “recenti”) quanto a quello ontologico (si sostituiscono alla legge naturale che è nel cuore di ogni uomo). Così a Rimini si è arrivati a valorizzare i “nuovi diritti” e teorizzare l’inutilità, anzi la dannosità, di battaglie a difesa della famiglia.

Basterebbe confrontare queste posizioni con quelle espresse a suo tempo da Giovanni Paolo II per capire cosa è accaduto in questi venti anni.

E ora ci troviamo alla vigilia di un Sinodo straordinario sulla famiglia, la cui preparazione ha evidenziato ancora una volta come una parte non marginale della Chiesa – mi sia lasciata passare questa espressione – abbia disertato e sia passata al nemico. Invece di preoccuparsi di offrire al mondo la testimonianza e la bellezza di una vita matrimoniale e familiare vissuta secondo natura, assistiamo addirittura a un attacco contro la stessa natura del matrimonio, mascherato da premura pastorale e sostenuto da eminenti cardinali.

Vale a dire che quella «urgenza di prendere coscienza» del significato della famiglia e della vita, che Giovanni Paolo II vedeva venti anni fa, oggi è ancora più attuale, per i cattolici e per chiunque abbia a cuore la verità. Perché in gioco non c’è solo la morale cattolica, come qualcuno vorrebbe far credere, ma la sopravvivenza della nostra stessa società.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA (8 settembre 2014)

Ferrara e Gnocchi alla Fondazione Lepanto

di Mauro Faverzani (27/03/2014)

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Non un laico minuto di silenzio, ma una convinta, partecipata preghiera recitata per Mario Palmaro dagli oltre 200 presenti ha aperto la conferenza, promossa da Fondazione Lepanto martedì scorso a Roma, per presentare Questo Papa piace troppo (ed. Piemme, Milano 2014, €15,90), il libro, l’ultimo, scritto da Palmaro a sei mani con Alessandro Gnocchi e Giuliano Ferrara, presenti all’evento.

«Mario Palmaro non è presente soltanto nel ricordo – ha detto, aprendo la serata, il Prof. Roberto de Mattei – ma anche con l’esempio ed il modello lasciatoci di cristiano integro e libero». Appassionato e coinvolgente l’intervento del direttore del “Foglio”, Giuliano Ferrara, che fin dall’inizio ha avuto il coraggio ed accettato la sfida di ospitare senza filtri, senza infondati timori e senza inutili censure gli articoli di Gnocchi e Palmaro sul proprio giornale, aprendo così le sue pagine ad un interessante dibattito teologico e culturale. «La Chiesa aveva bisogno di nuovo cemento – ha detto ad un pubblico numeroso ed attento – dopo la pastoralità arrembante e vigorosa di Giovanni Paolo II e dopo il dialogo forte avviato col mondo da Joseph Ratzinger, come Cardinale prima, come Benedetto XVI poi».

Ma il nuovo Pontefice, Papa Francesco, divenuto sacerdote dopo il Concilio Vaticano II, latinoamericano con radici europee, corrisponde a questo cemento? Il fatto che di botto le violente critiche, vomitate dal mondo sulla Chiesa flagellata dall’accusa di pedofilia, fossero sparite di fronte al «gesuita che dice buonasera» ha ingenerato in Ferrara la percezione che «le forze che vogliono democratizzare e laicizzare la Chiesa ce l’avessero fatta». Bastano il «patetismo e il sentimentalismo mimetico versato nell’abisso del perdono, trascurando i rigori della giustizia, dell’etica cattolica, della pedagogia esterna all’interiorità del credente», bastano «uno stile ed un atteggiamento pastorale diverso», per «operare la riconquista» del mondo secolarizzato?

La «Chiesa Cattolica esce indebolita dalla frattura, dall’abisso tra ciò che insegna e le pratiche dei credenti – ha detto ‒ Giocando la carta della collegialità confusa, si passerà dalle nuove forme di pastoralità ad una nuova esperienza di dottrina e questo rappresenta un cedimento strutturale, il trionfo del relativismo. Io – ha proseguito – sono innamorato della Chiesa che contraddice il mondo e che si lascia anche contraddire dal mondo , portando Verità e Tradizione. Una rottura dottrinale sulla famiglia, ad esempio, costituirebbe un dramma dalle conseguenze incalcolabili».

Alessandro Gnocchi ha invece proposto un sentito, commosso ricordo dell’«amico fraterno» e collega Mario Palmaro: «Io e Mario parlavamo quotidianamente del fatto di non essere di fronte ad una cesura tra tradizione e progresso, bensì tra Chiesa e mondo», una Chiesa lentamente, progressivamente privata delle proprie connotazioni più specifiche ovvero degli aspetti sacramentale, dogmatico e liturgico. Dal «“buonasera” di Papa Francesco è giunta una popolarità mediatica, che ne ha fatto un leader invece del Sommo Pontefice». Ciò cui siamo oggi di fronte è uno «stravolgimento di quella che è la struttura della Chiesa» e questo «con la connivenza dei mezzi di comunicazione. Ciò che ha spaventato me e Mario è stato constatare come tutti coloro ai quali questo nuovo Pontificato piace tanto siano gli stessi, che noi abbiamo sempre combattuto». Ma Mario Palmaro oggi porta avanti la propria battaglia ad un altro ed alto livello, dopo aver accolto con «piena sottomissione» la volontà divina. Osservarlo attraverso le lenti del male che progrediva, della sofferenza che avanzava inesorabile, ma anche della serenità con cui attendeva l’abbraccio col Padre, «è stato per me un motivo di Grazia», ha ricordato Gnocchi, commuovendosi e commuovendo con le parole e con uno sguardo, in cui si leggeva con chiarezza la profonda fraternità cristiana vissuta con l’amico e collega.

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Il prof. de Mattei, dopo un ampio, partecipato dibattito, ha concluso, proponendo un confronto: «Se pensiamo allo stile della Compagnia di Gesù, una formidabile armata guidata come da un generale da S.Ignazio di Loyola e capace di fermare il protestantesimo dilagante della Riforma, e lo confrontiamo con certe scelte quali lo show canoro proposto in tv da Suor Cristina, capiamo come certe parole e certe movenze non esprimano una Chiesa capace di conquistare il mondo, bensì un mondo capace di secolarizzare la Chiesa». Una prospettiva, cui è urgente opporre, invece, un progetto di riconquista culturale e spirituale della società e dell’uomo.

© CORRISPONDENZA ROMANA

Pastorale dialogante e condanne selettive

di Marco Bongi (27/03/2014)

Preti anti-mafia ed anti-camorra: hanno saputo condannare e combattere la criminalità organizzata. Qualcuno è stato pure ucciso e dunque meritano lodi, encomi e processi di beatificazione. Nessuno ha nulla da contestare ai loro metodi pastorali.

Vescovi che si sono coraggiosamente opposti alle dittature sud-americane. Hanno condannato i soprusi e tuonato contro i regimi anti-democratici. Bene…, bene. Anche per loro grandi Osanna ed elogi sui media cattolici.

Lo stesso dicasi per quegli ecclesiastici che hanno condannato e duramente continuano a stigmatizzare il razzismo, l’antisemitismo, lo sfruttamento dei capitalisti sui lavoratori, la pena di morte e, forse ancora per poco, la pedofilia.

Non intendo assolutamente, in queste poche righe, entrare nel merito di tali delicate questioni. Mi limito soltanto ad esporre alcune semplici riflessioni di carattere metodologico.

Quando infatti i “normalisti” si sforzano di giustificare alcuni orientamenti pastorali del nuovo corso ecclesiale, spesso ci ammanniscono commoventi fervorini coniugati sulla seguente lunghezza d’onda:

“Non serve a nulla lanciare condanne e scomuniche: è assai più utile annunciare il Vangelo in senso positivo. Mostrare quanto sia bella la famiglia, l’amore fra un uomo e una donna, allevare tanti figli, aiutare gli anziani malati cronici… Questo è il metodo più sicuro per diffondere la vera dottrina che comunque non cambia”.

Ed allora mi chiedo: se così stanno le cose… perché non criticate anche i preti anti-mafia. Non sarebbe meglio che essi mostrassero, con l’esempio, come sia bello vivere onestamente ma si astenessero dalle omelie infuocate dal pulpito?

Perché criticate aspramente i supposti silenzi di alcuni pastori durante i regimi militari sud-americani e, addirittura, quelli, costruiti a tavolino, di Pio XII sullo sterminio degli ebrei?

Perché non invocate, in tutte le situazioni citate sopra, la pastorale dialogante fatta propria dal Concilio Vaticano II?

E’ assolutamente inevitabile, del resto, che chiunque si accinga a sostenere un’idea a cui tiene molto, qualunque possa essere la sua tesi, dovrà argomentare le proprie posizioni, sia in senso positivo, sia contestando le obiezioni e le prassi contrarie.

Tutti hanno fatto così, in ogni luogo e in ogni tempo. Se l’idea è considerata importante le si dedicano molti studi e sforzi espositivi. Se tale non la si considera, può bastare qualche buona parola, tanto per tacitarsi la coscienza.

In verità dunque, per quanto mi sforzi di riflettere, non riesco a trovare, a queste importanti domande, altre risposte se non la seguente:

Non si deve condannare ciò che il mondo non vuole che si condanni: divorzio, aborto, omosessualismo, eutanasia, relativismo, mondialismo ecc.

Si deve invece condannare, ed anzi guai a chi non condanna, ciò che il mondo vuole che sia condannato: disegualianze sociali, unicità della Verità, valori tradizionali nella Religione e nella Liturgia, legge naturale ecc.

Questa è purtroppo la realtà delle cose e molti cristiani, compresi parecchi pastori, si stanno rapidamente adeguando. Ammantano la vergognosa capitolazione culturale con discorsi accattivanti, con ragionamenti buonisti, con parole levigate e distinguo sofistici.

Tutto bene, salvo il fatto, inequivocabile e incancellabile, che non è questo l’atteggiamento che Nostro Signore ci ha insegnato con il Suo Vangelo. Possibile che così pochi se ne rendano conto?

© RISCOSSA CRISTIANA