I femministi cattocomunisti della FUCI

di Catto Maior (17/12/2013)

Recentemente mi sono imbattuto in una copia di «Ricerca», la rivista della FUCI, lasciata su di un tavolo in oratorio. Da buon becero tradizionalista e con la mia proverbiale diffidenza, ho gettato l’occhio sulla copertina, dove campeggiava una citazione di papa Montini sull’importanza del ruolo delle donne nella vita sociale. Se fino ad allora inveivo tra me e me contro chi avesse introdotto sittale esiziale rivista modernista in un luogo cattolico, a quel punto il terrore ha preso il sopravvento: la gioventù cattocomunista italiana ardisce ormai propagandare apertamente aberrazioni quali il sacerdozio femminile? Si calmino i militanti lettori: fortunatamente il vecchio Catto Maior, per una volta, ha potuto trarre un sospiro di sollievo. Ma fino a un certo punto.

Messomi con somma preoccupazione alla lettura del libercolo, poscia inevitabile invocazione di protezione da eventuali contagi, ho potuto constatare che tra la FUCI e la chiesa anglicana sussiste ancora una qualche differenza, benché i motivi di sdegno non manchino e il venerando Sant’Uffizio avrebbe espresso una ferma condanna. Il numero di Luglio-Agosto di «Ricerca» è stato infatti dedicato alle donne, secondo una moda molto in voga in questi mesi tra le cosiddette intellighenzie mondane. L’editoriale, a firma di Andrea Michieli, è tutto un programma: la storia della progressiva emancipazione delle donne permetterebbe di «contemplare una ricerca di libertà, dignità e uguaglianza» e bisognerebbe assolutamente evitare «sia nella comunità civile, sia in quella ecclesiale, […] ogni tipo di emarginazione». Addirittura, la dedica del numero al tema delle donne è presentato come una «scelta per stare accanto alle donne vittime di violenza» e vorrebbe «contribuire a far crescere la coscienza che tale violenza di cui quotidianamente troviamo traccia nei giornali è una ferita profonda all’umanità che non può essere tollerata». Al di là della sopravalutazione dell’importanza che può avere «Ricerca» e della lisciata di pelo nei confronti del trend mass-mediatico, fa sorridere la banalità delle affermazioni, peraltro non corroborate dai dati reali e lontane dal vero. Se le stranezze si limitassero a questo, avrei potuto, pur alterato, soprassedere e stendere un velo pietoso, ma le colpe della FUCI si spingono ben oltre e non è consentito tacerne.

Lo stesso Michieli, probabilmente suggestionato dal contributo della professoressa Pulcini, sostiene che il Cristianesimo, pur avendo «dato una svolta significativa al riconoscimento della dignità femminile», «per certi versi l’ha confinato all’ambito spirituale». Notiamo quanto le eresie moderniste siano radicate nella gioventù cattolica: l’ambito spirituale diventa un qualcosa di limitato e secondario, quasi una prigione, mentre tutta l’attenzione è rivolta al materiale, a quel secolo che invece il buon cattolico deve, per lo più, disprezzare. La miopia è tanto forte da non comprendere che l’esplosione delle «contraddizioni di una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività», auspicata dal Pontefice Giovanni Paolo II in seguito alla maggiore presenza sociale della donna, contiene una ferma condanna del sistema socio-economico vigente, non il desiderio che la donna ne sia assimilata come l’uomo.

Segue nella rivista un lungo sproloquio sentimentalistico della già citata Elena Pulcini, femminista doc, che fa una vera e propria rassegna storica del femminismo con tanto di immancabili spunti psicanalitici. Dopo aver cantato la solita mitologia della donna svalutata ed emarginata nell’antichità, da cui traspare una bassissima considerazione del ruolo fondamentale della famiglia, si arriva alla principale eresia: nemmeno il Cristianesimo avrebbe portato vera dignità alla donna, in quanto «l’affermazione cristiana di una universale uguaglianza degli individui concerne essenzialmente la vita spirituale e interiore, la vita “fuori dal mondo”, potremmo dire con Louis Dumont, e non la vita “nel mondo”». Anche qui, come per Michieli, la gerarchia delle priorità è capovolta, ma la malignità dell’affermazione è maggiore, venendo a mancare l’attenuante della giovane età. I paradossi toccano vette quali la tesi per cui sarebbe stato il liberalismo a portare una considerazione positiva della famiglia e, quindi, del ruolo femminile, tacendo totalmente sulle conseguenze educative e demografiche delle recenti tendenze.

Come i gentili lettori avranno notato, manca il protagonista principale, Gesù Cristo, che in una rivista sedicente cattolica dovrebbe essere il faro attorno a cui ruota l’operazione di riflessione e di acculturazione. Nemmeno la giornalista Nicoletta Dentico ci smentisce: il suo contributo è una tendenziosa dinamica socio-economica, con toni tragici e, ancora una volta, senza alcun dato documentato. Si passa dai luoghi comuni (la «martellante consuetudine di donne uccise in nome di una vecchia concezione patriarcale del loro corpo come proprietà») all’esaltazione di donne coraggiose (dalle contadine maya alle donne-sindaco antimafia, citando anche quella Carolina Girasole recentemente arrestata…). In questa sorta di teoria della rivoluzione femminea, dove si propaganda un assurdo «desiderio femminile di potere pubblico per la costruzione comune di istituzioni democratiche», emblematicamente non viene mai citata la famiglia. Non si parla di Cristo né della Santa Famiglia nemmeno nell’articolo di Ilaria Vellani, nonostante si apprenda che l’autrice appartenga alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna: la sua grossolana sintesi storica e sociale si fonda su un presunto ostracismo nei confronti di «un riconosciuto e trasparente protagonismo femminile», con ovviamente i prevedibili riferimenti «alla cronaca quotidiana e ai troppi femminicidi». L’abominio maggiore, tuttavia, riguarda quanto si legge a proposito del tentativo di ricostruzione post-bellico: la cura del focolare domestico da parte delle donne avrebbe rappresentato «quasi un passo indietro dal punto di vista culturale»!

La galleria degli orrori non è, purtroppo, ancora finita. Scopriamo infatti l’esistenza del Coordinamento Teologhe Italiane e la sua presidente Cristina Simonelli ci diletta esordendo con l’adozione dell’esiziale gender theory: «[…] non si può semplicemente assumere l’idea come evidente, in un quadro statico in cui appaia scontato cosa è essere donna o uomo». Zelus domus tuae comedit me et opprobria exprobrantium tibi ceciderunt super me! Il tentativo di descrivere una fiorente corrente di riflessione “femminile” nella teologia, pubblicizzando in sostanza alcuni libri di sue amiche, non si accompagna né a una chiarificazione di come intendano questa serissima disciplina – anzi, alcuni accenni fanno pensare piuttosto a riflessioni di rielaborazione del dogma o comunque del Magistero – né, soprattutto, viene citata la più grande evidenza teologica “femminile” della religione cattolica: l’importanza straordinaria di Maria Santissima, così come le migliaia di Sante donne. De Mariae offensionibus numquam satis: manca ancora il coronamento ultimo a queste eresie. Ce lo dona tal Francesca Simeoni con le sue lodi sperticate a Simone Weil, un personaggio che, in effetti, ben rappresenta la FUCI nella sua natura catto-comunista ed ereticheggiante. Se a me, becero tradizionalista reazionario, si storce il naso già nel notare gli schieramenti della Weil nelle fila antifranchiste e della resistenza francese, nessun cattolico può accettare che ne venga addirittura esaltata la decisione «di non battezzarsi e di rimanere estranea alla Chiesa, con chi non crede o ne è escluso». L’autrice forse non sa, con gravissima colpa sua e di chi avrebbe dovuto insegnarglielo, che senza il Magistero della Chiesa, l’unico che orienta correttamente la Fede, c’è solo un nebuloso spiritualismo, lontano dalla Verità, dalla Via e dalla Vita?

L’unico elemento positivo di questo numero di «Ricerca» è costituito da un breve articolo, peraltro quasi solo biografico, su Edith Stein, lei sì vero modello di santità femminile. Per il resto manca completamente un reale approfondimento della questione da un’ottica sinceramente cristiana, mancano totalmente riferimenti ai tanti insegnamenti in proposito del Magistero, del Catechismo e dei Padri della Chiesa, manca una riflessione attorno al modello di Maria Santissima. Un cattolico, parlando di donne, non può non pensare al ruolo materno, alla funzione educativa, al dramma mai sufficientemente condannato dell’aborto, tutte tematiche qui volutamente ignorate. Eppure la riflessione cattolica in merito conosce diversi esempi eccellenti, anche di successo, partendo dall’apostolato editoriale e mass-mediatico di Costanza Miriano fino alle tante giornaliste e blogger cattoliche che si impegnano per una reale rinascita spirituale della società. Insomma, questa lettura ha confermato la totale deriva dottrinale della FUCI, peraltro in linea con buona parte delle associazioni sedicenti cattoliche, ormai completamente ignare o quasi dei contenuti fondamentali della Fede. Non dovevo stupirmi, allora, quando un amico prelato mi raccontò, allibito, che un’assemblea regionale della FUCI in una regione del centro Italia si è ritrovata a discutere a lungo attorno alla proposta di aprire il ruolo di assistente spirituale delle varie sezioni, riservato da statuto a sacerdoti, anche alle donne. Il Signore ci salvi dai femministi cattocomunisti!

© CAMPARI E DE MAISTRE

“Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale ed i fatti ci insegnano che l’uomo è un uomo politico per eccellenza, le Scritture ci mostrano che le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, ma niente più di questo” (Jorge Mario Bergoglio, 2007)

cristianesimocattolico:

A sinistra di Dio — Origine e destino del laicismo

AutoreGiovanni Zenone

Editore: Fede & Cultura

Pagine: 96

Collana Saggistica n. 3

ISBN: 978-88-89913-07-9

Data di pubblicazione: Giugno 2006

In poche paroleAnalisi e confutazione (divulgativa e frizzante) della pretesa di fare a meno di Dio, dalla Bibbia ai nostri giorni attraverso le ideologie.

DescrizioneRipercorrendo la pretesa umana di farsi dio al posto di Dio, dalla Bibbia alle più varie filosofie e ideologie sino alla dittatura del relativismo denunciata da Benedetto XVI, l’Autore smaschera l’origine antiumana della cultura della morte, del pensiero dominante e del politicamente corretto. Mette a fuoco gli errori dei miti moderni, dalla Libertà, Uguaglianza, Fraternità di rivoluzionaria memoria, all’opzione preferenziale per i poveri, al femminismo, all’ideologia gay e transessuale, dall’ecologismo al pacifismo, dall’idealismo al pensiero debole, sino a giungere alla manipolazione della vita in nome di un progresso e una felicità futura che produce però solo tristezza e morte.

Enzo Bianchi e “il complesso di Eva tentatrice”

di Luisella Saro

Dov’era il 25 dicembre Enzo Bianchi, il priore di Bose? La barba ce l’ha. Magari, vestito da Babbo Natale, se n’è andato in giro a consegnare regali, chissà! 

Ci penso mentre leggo “La Chiesa e il complesso di Eva tentatrice”: il suo commento su Repubblica alla vicenda di don Piero Corsi. Questo scrive il priore: «Purtroppo a livello di istituzione storica, la Chiesa ha il retaggio di una eredità pesante, di poco apprezzamento verso la donna: Eva, tentatrice. Donna, colei che trascina l’uomo nel peccato, “che fa sfogare la sua concupiscenza”, si sosteneva nel Medioevo. Una logica che nella Casta si trascina da allora». 

Gliel’ha detto qualcuno che da Eva in poi sono accadute un bel po’ di cosette? Che ne so… ad esempio che anche quest’anno, il 25 dicembre, abbiamo celebrato la nascita del Bambino Gesù perché Dio, l’Onnipotente, ha deciso di incarnarsi, di crescere in un ventre di donna (donna!) ed ha scelto Maria, Madre Sua e Madre nostra? Ha mai riflettuto, Enzo Bianchi, sul rapporto specialissimo che Cristo ha sempre avuto con le donne? Su come le onorava, tanto da scandalizzare tutti, al suo tempo? Gli risulta che è alle donne che per prime si è fatto vedere quando è risorto?

Qualcuno lo dica al priore di Bose quante donne sono state proclamate sante o beate, o dottori della Chiesa. E poi, priore, non sarebbe male che qualche volta posasse la penna e, anziché scrivere, leggesse. Magari le encicliche. Mulieris dignitatem, tanto per fare un esempio. O le Lettere alle donne scritte dai pontefici: sì, proprio dai rappresentanti ultimi di quella che, in perfetta sintonia con il lessico politically correct, lei chiama “la Casta”. Ma anche libri un po’ più “leggeri” potrebbero esserle di grande aiuto, perché per capire come le donne cristiane vedono se stesse non c’è miglior modo che sentire le interessate. 

Ad esempio, li ha letti i due libri di Costanza Miriano? In Sposati e sii sottomessa, a pagina 38 scrive: «Dovrai imparare a essere sottomessa, come dice san Paolo. Cioè messa sotto, perché tu sarai la base della vostra famiglia. Tu sarai le fondamenta. Tu sosterrai tutti, tuo marito e i figli, adattandoti, accettando, abbozzando, indirizzando dolcemente. È chi sta sotto che regge il mondo, non chi si mette sopra gli altri». Le pare poco?

(Non le svelo nulla del secondo libro, Sposala e muori per lei. Le lascio il gusto della scoperta. Una conferenza in meno, priore, e una buona lettura in più. Così quando parlerà di donne e di uomini cristiani avrà le idee un po’ più chiare)

Vede, priore, checché ne dicano le vetero, neo o post-femministe, c’è un’evidenza evidentissima: noi e i maschi siamo diversi e quella delle pari opportunità fuori e/o dentro la Chiesa è una gran boiata. La parità per noi cattolici (si informi!) è avere la stessa dignità, non fare le stesse cose. È da sempre così. E la Chiesa – anche quella che lei chiama “la Casta”(?) – ama a tal punto le donne che, ben sapendo di andare controcorrente, le difende strenuamente – pensi un po’! – sin da quando vengono concepite. 

Eh già. Mi rendo conto che, osasse scrivere QUESTO sulle colonne di Repubblica, le toglierebbero la visibilità guadagnata in anni e anni di impegno per adeguarsi al pensiero dominante, ma Gesù su questo è stato chiarissimo: «Nessuno può servire due padroni (Mt 6, 24-34)». Sarà bene che scelga.

P.S. Don Piero Corsi ha sbagliato. Punto. Su di lui non mi dilungo perché a fronte di una indifferenza generale sul terzo Natale di sangue in Nigeria e sulla persecuzione dei cristiani nel mondo, i commenti sul volantino del prete di Lerici hanno invaso la rete, hanno mobilitato il comitato Se non ora quando, tutti i media senza eccezioni e la meglio (si fa per dire) intelligenza del Paese. Amen.

Piero Corsi, prete. 

Omicidi, stupri e violenze sessuali? Colpa delle vittime. «Le donne devono fare un esame di coscienza: provocano gli istinti con abiti succinti e vanno a cercare guai» quindi la responsabilità del femminicidio è dell’altra metà del cielo. Bufera poco natalizia attorno al manifesto misogino affisso per le festività dal parroco don Piero Corsi sul portone della chiesa di San Terenzo a Lerici. Lo sconcerto dei fedeli, la denuncia del Telefono Rosa («Istiga la violenza contro le donne») e l’ira del vescovo di La Spezia, Luigi Ernesto Palletti, hanno fatto ritirare lo scandaloso tazebao. (Vatican Insider)

D’accordo che oggi moltissime donne quando si vestono si spogliano, ma non è questa la causa scatenante degli istinti animaleschi e lussuriosi nei maschi. Nei paesi islamici, dove certamente le donne non girano nude, il tasso di stupri e violenze domestiche è altissimo.