Via libera di Vencenzo Paglia all’uccisione di Alfie: cacciatelo dalla PAV!

In una surreale intervista, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita legittima le decisioni di medici e giudici inglesi che hanno deciso di staccare il respiratore che tiene in vita il piccolo Alfie Evans. E incredibilmente concorda nella strumentalizzazione delle parole del Papa che il giudice ha usato per giustificare la sua decisione ai due genitori cattolici. I gesuiti della rivista Aggiornamenti Sociali concordano.

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Kasper: L’Amoris laetitia è un cambio di paradigma

Il punto di vista del cardinale non è secondario, sopratutto tenendo conto che tutto il dibattito sinodale è originato proprio dalla relazione che fu chiamato a tenere al concistoro segreto del febbraio 2014, una relazione molto discussa, ma che già conteneva in nuce molte delle “novità” presenti nell’Amoris laetitia.

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Paolo VI e le suore violentate in Congo. Ciò che quel papa non disse mai

Che Paolo VI abbia dato il permesso alle suore del Congo di prendere la pillola anticoncezionale non risulta per niente.

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Può un cattolico riconoscere i “diritti delle coppie gay”?

di Roberto de Mattei (10/07/2013)

Si fa strada, anche nel mondo cattolico, una pericolosa convinzione: quella secondo cui il  riconoscimento giuridico delle convivenze omosessuali sarebbe l’unico rimedio per evitare il “matrimonio gay” che avanza. «No alle nozze gay, sì al riconoscimento dei diritti per le coppie di fatto e omosessuali», è la parola d’ordine di chi vorrebbe organizzare una linea di resistenza  fondata sul fallimentare principio del “cedere per non perdere”.

Non si tratta solo di un colossale errore strategico, ma anche, e soprattutto, di un grave errore morale. La morale non solo cattolica, ma naturale, ha infatti il suo cardine nel principio secondo cui bisogna fare il bene ed evitare il male: bonum faciendum et malum vitandum. Questo principio primo è immediatamente evidente all’uomo, in ogni tempo e luogo, e non ammette interpretazioni o compromessi. Postulando l’esistenza del bene e del male, esso presuppone l’esistenza di un ordine oggettivo e immutabile di verità morali che l’uomo scopre innanzitutto nel proprio cuore, perché esso è una legge naturale, incisa «sulle tavole del cuore umano col dito stesso del Creatore» (Rm. 2, 14-15).

Dal principio secondo cui bisogna fare il bene ed evitare il male scaturisce una conseguenza necessaria: non è mai lecito a nessuno, e in nessuna sfera, né privata né pubblica, fare il male. Il male, che è la violazione della legge morale, può essere in casi eccezionali tollerato, ma mai positivamente compiuto. Ciò significa che nessuna circostanza e nessuna buona intenzione potranno mai trasformare un atto intrinsecamente cattivo in un atto umano buono o indifferente. Mai e poi mai si può compiere un male, seppur minimo, e quali che siano le pur nobili motivazioni.

Il sistema morale del “proporzionalismo”, oggi in voga,  rifiuta l’idea di princìpi assoluti in campo morale e ammette la possibilità di compiere il “minor male” possibile in una situazione particolare, per ottenere un bene proporzionalmente maggiore. Questa teoria è stata condannata da Giovanni Paolo II nella enciclica Veritatis Splendor, che ribadisce l’esistenza di “assoluti morali”, aventi un loro contenuto, immutabile e incondizionato. «La ponderazione dei beni e dei mali, prevedibili in conseguenza di un’azione, – spiega il Papa -non è un metodo adeguato per determinare se la scelta di quel comportamento concreto è (…) moralmente buona o cattiva, lecita o illecita» (n. 77).

Il retto criterio del giudizio morale, infatti, è quello che valuta un atto come “buono” o “cattivo” secondo che rispetti o violi la legge naturale e divina, considerandolo innanzitutto in sé e per sé, ossia nell’oggetto, nelle circostanze e nelle conseguenze sue proprie. Invece il criterio proporzionalista è relativistico, perché valuta un atto come “migliore” o “peggiore” secondo che migliori o peggiori una situazione data. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Nota del 21 dicembre 2010 a proposito della banalizzazione della sessualità, riferendosi a chi interpretava alcune parole di Benedetto XVI nel suo libro Luce del mondo, ricorrendo alla teoria del cosiddetto “male minore”, dichiarò che «questa teoria, è suscettibile di interpretazioni fuorvianti di matrice proporzionalista», condannate dalla Veritatis Splendor, perché «un’azione che è un male per il suo oggetto, anche se un male minore, non può essere lecitamente voluta». Ciò è cogente sia sul piano della condotta personale che su quello del comportamento pubblico.

I parlamentari cattolici possono essere impossibilitati a realizzare in concreto il massimo bene, ma non possono mai promuovere una legge in sé ingiusta, quale che ne sia la motivazione. Se si accetta il principio che il male minore possa essere compiuto per ottenere un bene maggiore, i cattolici potrebbero promuovere l’aborto terapeutico, per evitare quello selettivo, la fecondazione artificiale omologa per evitare l’eterologa, le unioni civili per evitare il matrimonio omosessuale. Ma, così facendo, crollerebbe la morale intera, perché, di male minore, in male minore, ogni arbitrio potrebbe essere pretestuosamente permesso.

Non manca chi, per giustificare il principio del male minore in campo politico, si riferisce ad una frase di Giovanni Paolo II, nella Evangelium Vitae, secondo la quale «potrebbe essere lecito offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge (abortista) diminuendone gli effetti negativi» (n. 74). Ma questo passo non può che essere interpretato in coerenza con la Veritatis Splendor e con il Magistero morale della Chiesa, il quale insegna che si può tollerare un male, rinunciando a reprimerlo; si può perfino regolare un male, nel senso di ridurne la libertà e il campo di azione; ma non si può permettere o regolare un male autorizzandolo, perché questo significherebbe approvarlo rendendosene complici (cfr. Ramon Garcia de Haro, La vita cristiana, Ares, Milano 1995).

Il Papa, in quel passo, non dice che al cattolico è lecito proporre una legge cattiva, ma che gli è lecito intervenire su una legge, in via di elaborazione parlamentare, modificandola mediante emendamenti meramente abrogativi o restrittivi di disposizioni permissive ed immorali. Si tratta, in questo caso, di emendamenti che impediscono che alcune proposte  normative, ottengano forza di legge. Va però precisato che, nel nostro ordinamento giuridico, la legge va votata non solo articolo per articolo, ma, alla fine, anche nel suo complesso, in segno di approvazione globale.

Pertanto, al parlamentare cattolico non sarebbe comunque mai consentito di dare il proprio voto finale positivo ad una legge che autorizzi azioni immorali, anche se tale legge risulti anche dall’approvazione dei suoi emendamenti. Egli infatti non può assumersi, in nessun caso ed in nessun modo, la responsabilità globale di un testo finale che autorizzi, ad esempio, pratiche abortive, anche solo in casi rari ed estremi. Ciò significa che egli potrà correggere la proposta di legge mediante emendamenti correttivi; ma non potrà approvarne il testo finale, se vi permangono disposizioni.

Per essere moralmente proponibile da un parlamentare cattolico, una legge deve avere una propria integritas: deve essere cioè totalmente giusta, nel senso che nessuna delle sue disposizioni contraddica la Legge naturale e divina. Ma se una legge contiene anche una sola disposizione intrinsecamente e oggettivamente immorale, essa è una “non-legge”. Un parlamentare cattolico non potrà in nessun caso votarla nel suo complesso, pena l’assunzione della responsabilità morale e giuridica dell’intero testo. «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu», non si stanca di ripetere san Tommaso d’Aquino (Summa Theologica,  I-II, q. 71, a. 5, ad 2; II-II, q. 79, a. 3, ad 4).

In Italia esponenti del centro-destra e del centro-sinistra stanno trovando una “larga intesa” sulla riesumazione dei DICO (“Diritti e doveri delle persone stabilmente  conviventi”), il disegno di legge sul riconoscimento giuridico dei rapporti di convivenza presentato dal governo Prodi, nel febbraio 2007. Allora il progetto non andò in porto per l’opposizione dei cattolici. Oggi invece anche alcune personalità del mondo cattolico considerano il riconoscimento delle unioni omosessuali di fatto come un “male minore”, che si potrebbe compiere per evitare il “male maggiore” del “matrimonio gay”.

Ma dal punto di vista morale, il riconoscimento legale delle unioni omosessuali è altrettanto grave che la loro equiparazione legale al matrimonio. Per questo la Congregazione per la dottrina della Fede nel documento su I progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali del 3 giugno 2003, approvato dal papa Giovanni Paolo II, stabilisce che «il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali».

Votare una legge del genere significa rendersi complici di un male che non viene certo cancellato dalla pretesa “riduzione del danno”. Se ci fossero in Parlamento due leggi, una che legalizza il matrimonio omosessuale e l’altra che riconosce i diritti delle coppie omosessuali, pur non equiparandoli al matrimonio, i cattolici non potrebbero votare la seconda legge, perché “meno cattiva” della prima, e se passasse la peggiore, la responsabilità sarebbe solo di chi l’avesse firmata. Come immaginare che un cattolico possa approvare una legge che protegge giuridicamente uno di quei «peccati che gridano verso il Cielo», come «il peccato dei sodomiti» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1867)?

I cattolici e quel buchino nella diga

La giravolta dottrinale sulle unioni gay da parte di autorevoli ecclesiastici e degli organi ufficiali di stampa ha origine in quella “dottrina del male minore”: anticipare con una legge di compromesso una legge moralmente peggiore che verrebbe proposta da altri. Ignorando però che ogni concessione al male, prima o poi distruggerà la verità intera.

di Mario Palmaro (01-05-2013)

Giustamente il direttore della Nuova Bussola Quotidiana ha espresso su queste pagine con molta chiarezza tutte le sue perplessità di fronte a una strana posizione che nel mondo cattolico italiano va facendosi strada in materia di unioni gay. Si tratta di una nuova dottrina che si può riassumere nello slogan: no al matrimonio tra omosessuali, ma sì al riconoscimento dei diritti civili e di forme di unioni diversamente denominate. 

Ora, la faccenda è di notevole portata, quando si pensi che a sostenere questa posizione sono, fra gli altri, monsignor Vincenzo Paglia, monsignor Piero Marini, il quotidiano della CEI Avvenire, il portavoce della sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi, il filosofo del diritto e presidente dell’Unione Giuristi cattolici Francesco D’Agostino.

Fino a qualche decennio fa, quando fra i cattolici qualcuno sbandava e la sparava grossa, ce la si cavava dicendo: beh, è una posizione isolata, è una voce stonata fuori dal coro. Succedeva così con i teologi ribelli, le comunità di base, i preti operai, i frate mitra, i cattocomunisti del regime sandinista, i moralisti dell’università di Nimega, eccetera eccetera. Adesso il quadro si è fatto più complicato, e di fronte alla presa di posizione che caldeggia forme di riconoscimento delle unioni diverse dal matrimonio, nessuno può più cavarsela dicendo che si tratta di sparate solitarie. Anzi: i solitari rischiano di diventare quelli che a tali posizioni aperturiste provano a opporsi.

Qui assistiamo a un fenomeno organico: dopo aver sostenuto per decenni che non c’era alcun bisogno di legiferare per tutelare le persone omosessuali o eterosessuali conviventi more uxorio – ragioni riassunte in modo cristallino da Gianfranco Amato sempre su queste pagine – tutt’a un tratto il mondo cattolico italiano ufficiale fa marcia indietro, e scopre che invece la tutela ci vuole, e che bisogna fare una legge in materia.

Era giusta la posizione precedente, o quella attuale? Il principio di non contraddizione impedisce di ammettere che siano entrambe vere, poiché sono intrinsecamente alternative e contraddittorie fra loro. Per quale ragione Avvenire e i giuristi di area cattolica prima liquidavano i Dico del Governo dei “cattolici” Prodi-Bindi come un mostro inaccettabile, e adesso invece invocano soluzioni giuridiche che ripercorrono quella strada? Che cosa è successo? Semplice: sta per essere girata una nuova puntata della telenovela cattolica dedicata al cosiddetto male minore.

Da una decina d’anni, la dottrina del male minore si è impossessata come un demone di importanti fette del mondo cattolico. In base a questa strategia, i cattolici in politica – e gli organi di informazione e formazione che li spalleggiano – non devono più “limitarsi” (sic) ad affermare i principi non negoziabili opponendosi alle iniziative legislative che li negano, ma devono assumere l’iniziativa legislativa promuovendo leggi che affermano quei principi solo in parte, ma che impediscono l’approvazione di leggi peggiori.

La madre di tutte le battaglie per il male minore è stata quella sulla fecondazione artificiale: gli esponenti dell’ex Pci – sinceramente non mi ricordo se all’epoca si chiamassero Pds, Ds, o Pd – promossero una legge che avrebbe legalizzato i bambini in provetta ammettendo sia la fivet omologa che quella eterologa, e adottando una linea estremamente permissiva. A quel punto, i cattolici produssero un documento che definiva “buona” una legge che avesse vietato la fecondazione artificiale eterologa. Tra i promotori principali di quel manifesto si segnalò il professor Antonio Maria Baggio, lo stesso intellettuale cattolico che l’altro giorno ha salutato la nomina di Emma Bonino a ministro degli Esteri dicendo: “Vorrei sottolineare, per esempio, l’inserimento della signora Bonino nel governo, posta in un luogo come gli Esteri, che lei ha sempre vissuto in chiave soprattutto di diritti umani e di diritti dei popoli piuttosto che di rapporti tra gli Stati. Anche questa, vorrei sottolineare, è una scelta che a me sembra positiva».

La conseguenza operativa di quel manifesto fu la legge 40 del 2004, che fu presentata dai mass media come “la legge cattolica sulla fecondazione artificiale”, e culturalmente divenne anche sul piano morale “la via cattolica alla provetta”. Sappiamo che la legge da allora è oggetto di un’operazione di smantellamento giudiziario, al quale il mondo cattolico si oppone con particolare tenacia. Al punto che la fivet omologa viene presentata come buona, e quella eterologa come cattiva. Con il fenomeno legge 40 si compiva una svolta epocale nel modus operandi del mondo cattolico: si accettava di lavorare a favore di leggi di compromesso, allo scopo di limitare i danni, rinunciando a combattere sul piano giuridico, politico, culturale, morale e teologico per proclamare la verità tutta intera su una questione cruciale di rilevanza pubblica. Non a caso la legge 40 fotografava la prassi clinica in atto all’ospedale “cattolico” San Raffaele, il cui comitato etico sosteneva già nel 1996 che la fivet omologa senza embrioni soprannumerari fosse conforme alla dottrina cattolica sulla procreazione. Tesi smentita – anche se non pubblicamente – dalla Congregazione per la dottrina della fede.

Una seconda puntata di quella telenovela venne girata nell’autunno del 2008, quando, sotto la spinta del caso Englaro –  che avrebbe avuto il suo tragico epilogo nel febbraio del 2009 – il presidente della Conferenza Episcopale cardinale Angelo Bagnasco decise un altro cambiamento di rotta: sì al testamento biologico, ribattezzato Dichiarazioni anticipate di trattamento, le famose Dat. Ogni studioso di bioetica sa che gli autori cattolici sono sempre stati contrari all’uso di questo strumento. Quindi anche in questo caso si assisteva allo sdoganamento politico e giuridico di una soluzione – quella delle Dat – che fino a pochi giorni prima di quel discorso della Cei era totalmente osteggiato dal mondo cattolico. La legge fu sostenuta con furore dagli ambienti cattolici ufficiali, ma non passò a causa della crisi del Governo Berlusconi. Anche in questo caso, il risultato è stato che il testamento biologico viene presentato nel mondo cattolico come uno strumento buono, auspicabile, e perfino necessario.

Il caso della giravolta dottrinale sulle unioni gay si può comprendere solo dentro a questo scenario. Anche in questo caso, i cattolici temono – e hanno ragione – che la massa di deputati del Pd, di Sel, dei grillini, insieme a spezzoni dei laici del Pdl e di Scelta Civica, votino una legge sui gay del tutto simile a quella francese. Ed ecco il “colpo di genio”: prendere l’iniziativa, promuovendo una legge che riconosca alcuni diritti civili, che permetta anche di regolamentare le unioni fra persone dello stesso sesso, rimuovendo l’aspetto sessuale-affettivo del legame, e permettendo a chiunque – quindi anche ai gay – di beneficiare di tale normativa. In questo modo – pensano questi autorevoli cattolici – eviteremo che si usi a sproposito il termine matrimonio, e impediremo le adozioni da parte di persone conviventi dello stesso sesso. 

Come si vede, la logica è sempre la stessa: la linea del Piave morale non è più tracciata da principi invalicabili proclamati anche con l’azione politica e giuridica. Non ci si assesta più su posizioni intransigenti, del tipo:  no al divorzio, no all’aborto, no ai bambini in provetta, no all’eutanasia, no al riconoscimento dell’omosessualità come valore che genera uno status giuridico. Per carità, queste posizioni non sono apertamente negate. Semplicemente, scompaiono dal dibattito pubblico. Il politico di riferimento, al quale i cattolici hanno appaltato i temi eticamente sensibili, su questi principi tace. E diventa molto loquace nel sostenere le soluzioni di compromesso – ovviamente lodate come punto di equilibrio alto e civile – che verranno sostenute in sede parlamentare. Dunque la linea del Piave morale per i cattolici si sposta continuamente: in un certo momento coincide con il rifiuto dei matrimoni gay; in un momento successivo, arrivate le nozze gay, coincide con il rifiuto delle adozioni per i gay; in un momento ancora successivo, giunte le adozioni, il politico cattolico sposta la trincea al punto in cui si richiede che i gay siano conviventi da almeno cinque anni, e facciano la raccolta differenziata correttamente e allevino un cucciolo di cane da almeno tre. E così via.

Insomma: al mondo cattolico sta accadendo quello che succede, da sempre, ai partiti politici, in special modo di sinistra: la “linea” del comitato centrale sostituisce e si mangia la dottrina ideologica, modificandola in continuazione. Per il militante del Pci italiano, nel 1956 i carri armati sovietici in Ungheria vanno bene, nel 1968 quelli a Praga vanno già meno bene; nel 1978 i carri armati in Polonia non vanno più bene; nel 2013 il militante ex comunista dichiara: “quali carri armati?”

Ovviamente, con riferimento alla Chiesa cattolica non stiamo parlando di una ideologia, ma di una dottrina divinamente ispirata, fondata sulla Tradizione e sulla Sacra Scrittura. Il nostro è solo un ragionamento analogico, per capirci. Questa è la ragione per cui il cattolico – peggio se è un intellettuale, o un giornalista, o perfino un politico – che oggi insista a testimoniare pubblicamente la non negoziabilità di certi principi, finisce in fuorigioco, fa la fine del classico giapponese che combatte nell’isola del Pacifico una guerra che non c’è più.

Ma almeno, uno potrebbe chiedere, questa “dottrina del male minore” porta davvero dei risultati? Sì: il disastro. Quando ero bambino, mio padre mi ripeteva spesso l’apologo della diga. Per quanto grande e robusta possa essere una diga – mi diceva – se in quel cemento armato si apre un piccolo forellino, e l’acqua comincia a passarci attraverso, è solo questione di tempo, e prima o poi la diga viene giù tutta quanta. Ecco, la dottrina del male minore ignora che ogni concessione fatta pubblicamente al male e alla menzogna è un buco nella diga della verità. Prima o poi, tutto è travolto dalla logica, distruttiva, del compromesso.