Il compromesso tra la fede e il mondo di Giorgio La Pira

Giorgio La Pira (1904-1977) rappresenta il cristianesimo liberale e sociale, la Democrazia Cristiana statalista, il cristianesimo pauperista, quello «delle periferie» (secondo l’accezione di papa Bergoglio) ed ecumenico. Il suo modo di pensare la religione e l’amministrazione pubblica è pertanto in linea con il governo attuale della Chiesa.

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Papa Francesco e la pericolosa rivoluzione del politicamente corretto

Il vaticanista Americo Mascarucci nel suo libro La rivoluzione di papa Francesco racconta le tante aperture di Bergoglio, i dubbi, le perplessità e il disorientamento di una parte del mondo cattolico e i rischi di un carisma che appare svuotato di riferimenti dottrinali.

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Eretici e contenti

In Provincia di Biella va in scena il Festival dell’eresia. No, non è uno scherzo. Ci sono anche molti cattolici à la page e della rottura: dall’ex prete Franco Barbero a Vito Mancuso, cui non fa problema andare a parlare nelle parrocchie. E don Ciotti fa il testimonial: “Siate eretici”. Obiettivo? Combattere la dottrina con l’eresia. Che una volta veniva vista come la peste, per evitare la dannazione eterna. Oggi invece è eretta a sistema, celebrata e finanziata coi soldi pubblici.

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Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

Il Forteto, il gulag omosessuale cattocomunista fondato dagli allievi di don Lorenzo Milani e frequentato da molti parlamentari del PCI-PDS-DS-PD.

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Il vero volto di don Lorenzo Milani

Le lodi di Bergoglio a questo sacerdote, sulla cui tomba di Barbiana è andato in preghiera il 20 giugno scorso, hanno creato malumori non certo infondati. Chi era don Milani?

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Se Bergoglio omaggia i preti divisivi

Un Bergoglio che non ha mai nascosto le sue simpatie per i leader e i movimenti di sinistra sudamericani, nonché per tutti i temi politicamente corretti del momento, questo pellegrinaggio alle tombe di due preti che ai loro tempi divisero gli animi è, dunque, perfettamente in stile.

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La discutibile “riabilitazione” di don Milani

di Amerigo Augustani (14/05/2014)

Lo scorso 17 aprile 2014 tutte le principali testate italiane hanno lanciato la seguente notizia: Riabilitato un libro di don Milani. Il riferimento è al volume Esperienze pastorali (lo citeremo come EP, ndr), edito a Firenze nel 1958.

Il giorno prima, l’arcivescovo di Firenze, cardinal Betori, aveva concesso un’intervista al settimanale “Toscana Oggi”; sul finire della conversazione, il porporato diede a sorpresa la seguente notizia: «nel novembre scorso, dopo un accurato lavoro di ricerca, ho inviato al Santo Padre un’ampia documentazione su Esperienze pastorali. (…) Questo dossier il Papa lo ha passato alla Congregazione per la dottrina della fede che proprio in questi giorni mi ha risposto sottolineando (…) che non c’è stato mai nessun decreto di condanna contro EP né tantomeno contro don Lorenzo Milani. Ci fu soltanto una comunicazione data dalla Congregazione all’Arcivescovo di Firenze nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo. (…) L’intervento aveva un chiaro carattere prudenziale ed era motivato da situazioni contingenti. Oggi la Congregazione mi dice che ormai le circostanze sono mutate e pertanto quell’intervento non ha più ragione di sussistere. Da ora in poi la ristampa di EP non ha nessuna proibizione da parte della Chiesa e torna a diventare un patrimonio del cattolicesimo italiano».

Questa la dichiarazione del presule fiorentino che ha fatto la gioia dei sostenitori del Priore di Barbiana, spesso purtroppo ideologizzati in senso cattocomunista. Tuttavia, il comunicato riferito da Betori non sembra esente da imprecisioni e silenzi nella ricostruzione della tormentata vicenda di EP. Anzitutto, la lettera del S. Uffizio all’arcivescovo di Firenze non “suggeriva” ma “ordinava” il ritiro dal commercio di EP; questo proprio perché il 10 dicembre 1958 un decreto della Suprema aveva sancito che il Liber Esperienza Pastorali Sacerdotis Laurentii Milani e commercio retrahatur. Eidem Sacerdotis Ordinarius inviliget. Non è ben chiaro, inoltre, cosa intendessero gli esperti vaticani quando hanno giudicato che «ormai le circostanze sono mutate e pertanto quell’intervento non ha più ragione di sussistere». Si allude forse al preteso superamento della nota condanna del comunismo voluta da Pio XII?

Non ci risulta che la Chiesa abbia smentito se stessa. Come rimanere allora insensibili alle annotazioni critiche vergate dall’ “Osservatore Romano” del 20 dicembre 1958, nelle quali si rimproverano a don Lorenzo il «classismo di marca proletaria» e la scelta di «allinearsi spesso con i nemici della Chiesa contro la dottrina sociale cristiana e le ben note direttive impartite in tale materia dalla Gerarchia» e si esprimeva un «legittimo sospetto circa l’ortodossia del nuovo metodo pastorale di don Milani».

Siamo sicuri che fosse solo questione di “contingenze”? Cruciale è poi la questione dell’imprimatur e del nulla osta concessi al volume: secondo un’indagine condotta nell’autunno 1958 dalla curia fiorentina, le autorizzazioni canoniche furono ottenute in modo ben poco ortodosso, con tutta una serie di equivoci e mezzi inganni che non è possibile qui ricostruire.

Da ultimo, bisognerebbe chiarire il ruolo svolto da La Pira e da Mons. D’Avack, protettori del Milani: erano consapevoli delle anomalie della vicenda dell’imprimatur? Hanno esercitato delle pressioni per mitigare la sentenza del S. Uffizio (EP sarebbe potuto finire all’Indice e don Milani ne era consapevole)? Questi cenni bastano per ricordare quanti aspetti controversi rimangano ancora irrisolti. Si deve ancora notare, peraltro, che la “riabilitazione” del libro di don Milani non è una vera notizia; si pensi che già nel 1967 apparve la seconda edizione di EP (più volte ristampata e tradotta negli anni successivi), senza che giungesse alcuna censura ecclesiastica. “La Civiltà cattolica” e gli arcivescovi fiorentini succeduti al cardinal Florit hanno fatto quasi a gara nel tessere gli elogi di EP e del suo autore.

Nel 1988, l’arcivescovo Piovanelli dichiarò a un convegno che EP «è da tempo diventato patrimonio di tutta la Chiesa italiana (sic)» e il suo successore Antonelli magnificò nel 2007 a Barbiana «l’autenticità e la grandezza» del Milani. Qual è dunque il vero significato di questa insolita riabilitazione? Si può ipotizzare che il dicastero romano abbia inteso soddisfare le insistenti richieste avanzate in tal senso da Michele Gesualdi, uno degli allievi prediletti del Milani ed ex presidente della Provincia di Firenze, il quale aveva inoltrato più volte lettere di sollecitazione alla S. Sede, nel 1987, nel 2007, e da ultimo nel settembre 2013 a Papa Francesco, sempre con la richiesta «di esplicitare la decadenza formale del provvedimento del S. Uffizio contro EP».

Ora che la richiesta è stata esaudita, dovremo forse aspettarci a breve una nuova petizione per l’apertura del processo di beatificazione del Priore di Barbiana? In tal caso, ci auguriamo che i dossier siano compilati con maggiore scrupolo e attenzione ai non pochi aspetti discussi e discutibili dell’operato del prete fiorentino.

© CORRISPONDENZA ROMANA

IL FORTETO, VICENDA ESEMPLARE

di Armando Ermini

“Come è stato possibile che sia successo quanto abbiamo ascoltato? Come è potuto accadere?”, si chiede la Relazione finale della “Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori” della Regione Toscana, istituita in seguito all’emergere pubblico della vicenda Forteto, e approvata all’unanimità nella seduta dell’8 gennaio 2013.

Al punto 8.2 della Relazione, si elencano i riferimenti normativi regionali che “fanno da cornice all’Istituto dell’affidamento dei minori”. Scorrendoli, la prima cosa che balza agli occhi è l’insistenza sul termine “famiglia”: associazioni familiari, comunità familiari, sostegno alla famiglia, politiche per la famiglia, affidamento familiare, servizi per la tutela del minore fuori dalla sua famiglia d’origine, e via discorrendo.

Il concetto di famiglia è dunque posto al centro di tutto il sistema normativo che intende tutelare i minori.

Ora, se c’è una cosa chiara fin da subito, è l’odio totale per la famiglia nutrito dai leader della comunità del Forteto. Si faceva in modo che i ragazzi affidati non avessero più alcun contatto con la famiglia d’origine, si faceva loro credere di essere stati abbandonati nel più completo disinteresse, si incentivava in loro ogni tipo di rancore e di rivalsa affinché ogni ponte col passato fosse tagliato.

Quanto poi ai rapporti all’interno della comunità, le coppie affidatarie erano in realtà composte da estranei privi di legami affettivi fra di loro. E anche quando nella comunità ne nasceva uno, vi era l’assoluto divieto di costruire qualsiasi simulacro di vita di coppia. I rapporti eterosessuali erano osteggiati in ogni modo, e fra maschi e femmine esisteva una separazione assoluta. La così detta “famiglia funzionale”, geniale invenzione di Rodolfo Fiesoli, poteva significare qualsiasi cosa ma non aveva nulla a che fare con la famiglia naturale e nemmeno con un suo qualsiasi surrogato.

Perché, allora, i giudici deliberavano di affidare i bambini alle “non coppie” del Forteto? Perché i servizi sociali indicavano come affidabili queste “non coppie”? Perché per giornalisti, scrittori, sindacalisti, politici, preti, il sistema Forteto era additato come esempio? Perché la Regione Toscana lo favoriva in ogni modo?

La risposta, credo, può essere una sola. Se non direttamente l’odio del Forteto per la famiglia, quantomeno era condivisa la concezione secondo la quale la famiglia naturale era il problema, un luogo di oppressione destinato ad essere soppiantato da altre forme di aggregazione fra individui, o comunque un istituto da modificare in profondità nel suo significato tradizionale.

Leggiamo nella Relazione della commissione d’inchiesta:

“Solo questo pregiudizio può spiegare l’incredibile serie di omissioni che hanno consentito quegli accadimenti. Si può affermare che il concetto di ‘famiglia funzionale’ si basa sul presupposto per cui la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. Solo disaggregando l’unità familiare, secondo quanto asserito da Fiesoli e recepito dai componenti della comunità, ci può essere il perseguimento di tali valori”.

Ci avviciniamo così al cuore del problema che non è politico o giudiziario, ma culturale.

Penso che, abbandonate le punte più dichiaratamente estreme e per questo indigeribili, quelle idee siano entrate in gran parte nel bagaglio culturale condiviso della modernità, fra i laici ma anche fra molti cattolici. Non potendo prendere di petto il problema, si è agito per linee interne, svuotando il contenitore-parola del suo significato tradizionale e riempiendolo di significati diversi o opposti.

La dissimulazione linguistica è una strategia molto diffusa per occultare, e quindi normalizzare nell’immaginario collettivo, concetti e pratiche che altrimenti troverebbero una forte opposizione. Si parla, ad esempio, di “tutela sociale della maternità consapevole” per contrabbandare il diritto di abortire liberamente.

Tornando al nostro tema, cosa intendono, oggi e non ieri, la Regione Toscana oppure la corte di Cassazione, col termine “famiglia”? Quello tradizionale di unione potenzialmente feconda fra un uomo e una donna, e per questo socialmente riconosciuta anche come entità educativa primaria composta da un padre e una madre, oppure una qualsiasi unione di due soggetti indifferente al sesso d’appartenenza?

È del tutto evidente che l’allargamento del concetto di famiglia non solo cambia la sua natura, ma comporta esiti ineluttabili rispetto al rapporto coi figli. Se famiglia è anche quella fra due persone dello stesso sesso, non esiste un solo motivo per negare le adozioni ai gay oppure per continuare a parlare di padre e madre, i cui compiti e funzioni diventano intercambiabili ed esercitabili da qualsiasi persona di ‹buona volontà›.

Ne discende che il termine “famiglia” o “familiare” citato in una legge o in una norma, non ha più un significato immediatamente percepibile e condiviso. In sua mancanza si aprono perciò autostrade ad interpretazioni soggettive, magari con la scusa di adeguarsi alle mutate sensibilità dei tempi attuali. È ciò che, in definitiva, è accaduto col Forteto. Ed è ciò che potrebbe ripetersi anche con le nuove più stringenti normative se alle loro fondamenta non esiste una riflessione culturale davvero approfondita.

Ciò che intendo sostenere non è, certamente, che i soggetti istituzionali implicati nella vicenda del Forteto o che i personaggi che a vario titolo lo hanno favorito, condividessero le regole occulte e tantomeno le pratiche di quella comunità, ma che ci fosse quantomeno simpatia per i principi dai quali sono discese, sia pure come variabile impazzita, quelle regole e quelle pratiche. È su questo che siamo chiamati ad una riflessione, prima ancora che sulle norme di legge.

Bene ha fatto, a questo proposito, Stefano Borselli quando ha ricordato le analogie con la gnosi catara. In effetti le analogie ci sono, e impressionanti. Sul piano dei principi, al Forteto come fra i Catari si disprezzavano la materia e la carne intesi come rapporti eterosessuali.

Leggiamo sempre nella Relazione:

“Al Forteto l’omosessualità era non solo permessa ma addirittura incentivata, un percorso obbligato verso quella che Fiesoli definiva ‘liberazione dalla materialità’. L’amore riconosciuto e accettato, l’amore vero, alto e nobile era solo quello con lo stesso sesso. Il bene e l’amore vero erano quelli di tipo omosessuale, perché lì non c’è materia”.

Così che in nome della purezza spirituale le pratiche omosessuali diventavano terapeutiche.

© Il Covile

La storia degli abusi del Forteto e dei cattivi scolari di don Milani

Come è stato possibile che per 35 anni un guru violento, odiatore della famiglia, sia stato difeso dalla sinistra.

di Nicoletta Tiliacos (03/11/2013)

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Molti elementi, alcuni incredibili, rendono unica la storia degli abusi consumati per decenni nella comunità e cooperativa agricola del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Luogo che dal 1977 accoglie bambini e adulti in difficoltà e che si è rivelato una sorta di inferno dei vivi, come ora risulta anche dalla relazione – votata all’unanimità nello scorso gennaio – della commissione d’inchiesta istituita dalla Regione Toscana, oltre che dal nuovo processo tuttora in corso a carico del suo responsabile, il settantunenne Rodolfo Fiesoli, di Prato (in carcere dal 2011) e di ventidue suoi collaboratori.

Unica e incredibile è la cecità di chi doveva garantire l’affidabilità del Forteto. Stiamo parlando di giudici del tribunale dei minori, di assistenti sociali, di Asl, di amministrazioni locali, regione compresa, che in trentacinque anni hanno elargito fondi alla comunità di Fiesoli, dello stesso mondo delle coop. Ma anche di politici, giornalisti, sociologi, educatori e circoli cattolici progressisti che hanno avallato il mito del Forteto. Santificato in una messe di pubblicazioni, tra cui alcuni saggi editi dal Mulino. Nel 2003 c’era stato “La strada stretta: storia del Forteto”, del ricercatore Nicola Casanova, con prefazione dello storico Franco Cardini, mentre nel 2008 è uscito “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, Don Milani e il Forteto”, sempre a cura di Casanova e di Giuseppe Fornari. Nella pagina di presentazione della Fondazione del Forteto, si dice che il volume traccia “un parallelismo tra l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani e l’esperienza di solidarietà e accoglienza della comunità del Forteto: in entrambi i casi l’attenzione per i dimenticati, per gli ultimi, si è rivelata la più grande forza in grado di conferire dignità e significato all’essere umano”. Parole che spiegano perché il Forteto abbia goduto, per tanto tempo e nonostante tutto, di un’illimitata apertura di credito presso l’intellighenzia progressista italiana, laica e cattolica. Molto si deve proprio alla sua aura di depositario dell’eredità educativa e antiautoritaria di don Lorenzo Milani, cioè dell’animatore della scuola di Barbiana (siamo sempre nel Mugello) e celebrato autore di “Lettera a una professoressa”.

Quell’apertura di credito, in modo ingiustificabile, non ha vacillato nemmeno dopo che Fiesoli, nel 1979, subì una condanna a due anni di carcere per atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti (sentenza passata in giudicato nel 1985). Il giudizio faceva seguito al lavoro di indagine dell’allora magistrato inquirente Carlo Casini – futuro fondatore del Movimento per la vita – e del suo collega Gabriele Chelazzi, poi sostituto procuratore all’Antimafia, morto nel 2003. Nel 1978, i due magistrati avevano acquisito le testimonianze di persone passate per il Forteto che avevano subìto abusi e avevano assistito a violenze su bambini e adulti. Era l’iniziazione alla quale Fiesoli sottoponeva i suoi ospiti, teorizzandone il valore “liberatorio”.

Il guru del Forteto, che all’epoca negò tutto, uscì dal carcere nel giugno del 1979. “E proprio in quelle stesse ore – ha scritto lo scorso 20 ottobre il quotidiano la Nazione – il tribunale dei minorenni allora guidato da Giampaolo Meucci gli affida un bambino down, un segnale chiarissimo di quale parte avrebbe tenuto quell’istituzione in quel momento e negli anni successivi”. Meucci, ricorda il vaticanista Sandro Magister sul suo blog Settimo Cielo, era “grande amico di don Milani” e continuava a ritenere il Forteto una comunità “accogliente e idonea” (alla vicenda Magister ha dedicato diversi articoli, tra cui l’utile cronologia: “Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto”). Ma accanto a Fiesoli si sarebbe schierata anche la rivista cattolica progressista Testimonianze, fondata dal sacerdote fiorentino Ernesto Balducci.

Solo due settimane fa, è tornato alla luce, dopo una lunga e misteriosa sparizione, il fascicolo processuale del 1978 con le testimonianze raccolte da Casini e Chelazzi. La Nazione cita, tra le altre, quella di una coppia di Prato: “E’ successo due o tre volte che nel corso delle riunioni egli (Fiesoli, ndr) si sia tirato giù i pantaloni e le mutande, prendendosi in mano il membro e mostrandolo, secondo lui doveva essere un gesto disinibitorio”. E’ l’inizio, prosegue il quotidiano, “di un racconto choc fatto di divieti ad avere rapporti sessuali fra coniugi, di richieste di rapporti omosessuali, di riunioni collettive per guardarsi reciprocamente i genitali, di parolacce, di insulti, di inviti a picchiare i propri genitori. E qui torna anche l’altro lato emerso nell’inchiesta di oggi: ‘Tra le cose che secondo il Fiesoli bisognava fare c’era rompere con la famiglia. A me disse che non sarei stata libera da mia madre finché non l’avessi picchiata’”.
Per capire che cosa siano quelle che al Forteto erano dette “famiglie funzionali”, leggiamo anche ciò che scrive Armando Ermini sul blog fiorentino Il Covile, diretto da Stefano Borselli, che negli anni ha sempre seguito con attenzione la vicenda: “Se c’è una cosa chiara fin da subito, è l’odio totale per la famiglia nutrito dai leader della comunità del Forteto. Si faceva in modo che i ragazzi affidati non avessero più alcun contatto con la famiglia d’origine, si faceva loro credere di essere stati abbandonati nel più completo disinteresse, si incentivava in loro ogni tipo di rancore e di rivalsa affinché ogni ponte col passato fosse tagliato… le coppie affidatarie erano in realtà composte da estranei privi di legami affettivi fra di loro. E anche quando nella comunità ne nasceva uno, vi era l’assoluto divieto di costruire qualsiasi simulacro di vita di coppia. I rapporti eterosessuali erano osteggiati in ogni modo, e fra maschi e femmine esisteva una separazione assoluta. La così detta ‘famiglia funzionale’, geniale invenzione di Rodolfo Fiesoli, poteva significare qualsiasi cosa ma non aveva nulla a che fare con la famiglia naturale e nemmeno con un suo qualsiasi surrogato”. Ma allora, si chiede Ermini, “perché i giudici deliberavano di affidare i bambini alle ‘non coppie’ del Forteto? Perché i servizi sociali indicavano come affidabili queste ‘non coppie’? Perché per giornalisti, scrittori, sindacalisti, politici, preti, il sistema Forteto era additato come esempio? Perché la Regione Toscana lo favoriva in ogni modo? La risposta, credo, può essere una sola… quantomeno era condivisa la concezione secondo la quale la famiglia naturale era il problema, un luogo di oppressione destinato ad essere soppiantato da altre forme di aggregazione fra individui, o comunque un istituto da modificare in profondità nel suo significato tradizionale”. Senza l’ideologia che l’ha originata, nutrita e protetta – quella della famiglia nemica, da disintegrare e neutralizzare – la vicenda del Forteto non si capirebbe (in Francia quell’ideologia nel frattempo è diventata, con il ministro Peillon, la missione della scuola). Il suo presupposto, leggiamo nella relazione della Regione Toscana sul Forteto, è che “la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. Solo disaggregando l’unità familiare, secondo quanto asserito da Fiesoli… ci può essere il perseguimento di tali valori”.

© FOGLIO QUOTIDIANO