Se tocchi la Messa crolla il papato

Gran parte del cattolicesimo cosiddetto “conservatore” sta commettendo un errore gravissimo: per salvare ciò che resta della presenza cattolica nel mondo, per rendere più forte la missione della Chiesa nella società secolarizzata, per tentare un sussulto di orgoglio cattolico di fronte alla stanchezza dilagante di molti settori ecclesiali, sta puntando tutto sul Papa. Inoltre gestisce questa attenzione sul Papa esattamente come fanno giornali, televisione e siti internet, che esaltano la figura umana del pontefice sottolineando con orgoglio l’attenzione popolare sulla sua persona. Si comportano esattamente come fa il mondo senza fede o non preoccupato della fede, che parla dei raduni oceanici intorno al vicario di Cristo, dei suoi gesti eclatanti, delle scelte controcorrente che sembra fare.

No, non è dal Papa che occorre partire, per salvare la vita cattolica tra di noi, non è proprio dal Papa, bensì dalla Santa Messa, dalla Santa Eucarestia.

Per spiegarci ricorriamo ad un autore spirituale tra i più importanti del ‘900, Dom Chautard, abate della Trappa di Sept-Fons. In un suo testo in cui spiega la vocazione cistercense, Les cisterciens Trappistes, l’ame cistercienne, ad un certo punto l’abate benedettino racconta di un suo colloquio con il primo ministro francese Clemenceau, il famoso “Tigre”. Si era negli anni delle soppressioni degli ordini religiosi, e Dom Chautard era incaricato del delicato compito di salvare la presenza monastica in Francia. Così si trovò a colloquio con il radicale e anticlericale “Tigre”.

Crediamo molto utile tradurre e trascrivere ciò che l’abate riferisce del loro parlare:

“Mi accingerò – è Dom Chautard che parla a Clemenceau – a rispondere alla vostra domanda: Che cos’è un Trappista? Perché vi siete fatto Trappista? E per non allargarmi oltre misura, mi accontenterò di questo argomento: una religione che ha per base l’Eucarestia, deve avere dei monaci votati all’adorazione e alla penitenza. 

“L’Eucarestia è il dogma centrale della nostra religione. Lo si è chiamato il dogma generatore della pietà cattolica.

“Non lo è il papato, come sembrate credere.

“Il papato non è che il porta parola di Cristo. Grazie ad esso i fedeli custodiscono intatto il dogma e la morale insegnata da Gesù Cristo. Esso è la protezione che ci mantiene sulla strada tracciata in modo preciso dal nostro divino fondatore. Ma è solo Cristo che resta Via, Verità e Vita.

“Ora, il Cristo non è un essere scomparso dove non sappiamo, né un essere lontano al quale pensiamo. Egli è vivente; abita in mezzo a noi; è presente nell’Eucarestia. Ed è per questo che l’Eucarestia è la base, il centro, il cuore della religione. Da là parte ogni vita. Non da altrove.

“Voi non ci credete. Ma noi ci crediamo, noi. Crediamo fermamente, risolutamente, nel fondo del nostro essere, che nel tabernacolo di ognuna delle nostre chiese, Dio risiede realmente sotto l’apparenza dell’Ostia.”

E’ chiaro, il dogma centrale del cristianesimo è la Santa Eucarestia, tutto parte da lì, non da altrove… e se diminuisce la fede nel dogma centrale, nella Santa Eucarestia, tutto crolla nel cristianesimo, nella Chiesa. E non è stato forse così in questi anni? Pensiamo alle nostre chiese, con dentro Cristo “abbandonato”. Si è fatto di tutto per nascondere il tabernacolo, e quando non lo si è nascosto in qualche antro secondario, con la scusa che lì i fedeli avrebbero adorato meglio, quando lo si è lasciato centrale nella chiesa, lo si è coperto con tutto e di più: con i tavoli per celebrare la nuova Messa e con tutto un ciarpame di cose che rivelano solo, oltre il cattivo gusto, il disordine mentale del cattolicesimo di questi anni, che non ha certo fatto dell’Eucarestia il dogma centrale della fede. Pensiamo alla quasi scomparsa nelle chiese della genuflessione e del raccoglimento: in chiesa bisogna custodire il silenzio, sempre, perché Dio è presente nel tabernacolo: è Lui che fa vera la nostra preghiera, e non il nostro agitarci e il nostro fare baccano. 

Ma Dom Chautard nel suo lungo discorso a Clemenceau, arriva a parlare della Messa, ascoltiamolo:

 “La Messa, è il sacrificio divino del Calvario che si riproduce ogni giorno in mezzo a noi. Tutti i giorni, il Cristo offre a Dio la sua morte per le mani del prete, esattamente come in cielo nella Messa di gloria egli presenta a suo Padre le cicatrici gloriose delle sue piaghe per perpetuare l’efficacità redentrice della croce. Tutti i giorni, alla Messa, il Cristo rinnova l’opera immensa della redenzione del mondo.

“E a questo avvenimento, il più grande che possa accadere sulla terra, più importante che il rumore degli eserciti, più salutare che la più feconda delle scoperte scientifiche, voi pensate che potremmo assistervi senza un fremere di tutto il nostro essere… non ci si abitua alla Messa. O allora che sarebbe la nostra fede?

(…) All’Amore crocifisso, noi cerchiamo di rispondere con un amore crocifiggente… Voi vi scandalizzate del nostro genere di vita; lo trovate contro natura. Sì, lo sarebbe se noi non avessimo la fede nell’Eucarestia. Ma crediamo al divino Crocifisso e l’amiamo; e vogliamo vivere come lui, noi che per la comunione partecipiamo alla sua vita.”

Carissimi, ma è ancora questa la fede realmente vissuta nella maggioranza delle nostre chiese. La Messa è ancora intesa così? Come il sacrificio divino del Calvario? Chi parla con questa chiarezza della Messa? Al di là dei cosiddetti “tradizionalisti”, c’è ancora qualcuno che si esprime in questo modo parlando dell’Eucarestia?

È avvenuto uno spaventoso mutamento nella fede e nel vissuto di quasi tutti i cattolici, e si chiama protestantizzazione: come dicevano i Cardinali Ottaviani e Bacci a Paolo VI nel loro Breve esame critico: “il Novus Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero.”

Anche qui è ribadito ciò che è stato detto da Dom Chautard: il centro del cattolicesimo è l’Eucarestia, è la Messa; il Concilio di Trento fissando definitivamente i canoni del rito aveva eretto una barriera per salvare l’integrità del magistero…

Così è drammaticamente avvenuto che toccando i canoni del rito tutto è andato insieme, nulla sta più in piedi nel “nuovo” cattolicesimo. Martin Lutero lo aveva detto, non perdete tempo ad attaccare il papato, combattete la Messa cattolica e il papato crollerà con essa.

Per questo, per amore alla Chiesa tutta, della sua dottrina e della sua disciplina, per amore del Papa Vicario di Cristo in terra, siamo chiamati semplicemente a custodire il rito della Messa così come fissato da Trento e da San Pio V. Non c’è nulla di più urgente perché la Chiesa, il Papa, possano vivere.

Cristianesimo Cattolico: ANCORA SULLA LITURGIA. RICORDI E ATTUALITA’

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di Giovanni Lugaresi (Riscossa Cristiana, 22/08/2013)

Giova tornare a parlare della liturgia. Anch’io come la gentile autrice (Carla D’Agostino Ungaretti) nei ricordi faccio spesso riferimento all’esperienza personale, perché penso sia emblematico di un tempo, di una temperie, di una…

Cristianesimo Cattolico: ANCORA SULLA LITURGIA. RICORDI E ATTUALITA’

Occhio, la liturgia non può essere povera, la sua ricchezza è simbolo di alterità e divinità

cristianesimocattolico:

di Mattia Rossi (04/04/2013)

L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.

In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.

Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. È evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.

B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22). 

E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346). 

Cristianesimo Cattolico: Comunione sulla mano: un diritto del fedele?

cristianesimocattolico:

No. Diritto è riceverla in bocca. Santo e riverente anche in ginocchio. Un articolo di p. Francesco M. Budani, FI introduce una questione scottante, lasciata spesso in balia dell’equivoco. Con l’auspicio che si faccia chiarezza.

di P. Francesco M. Budani, FI (da UNAFIDES)

Cristianesimo Cattolico: Comunione sulla mano: un diritto del fedele?

Anche Dio ha i suoi diritti

di Federico Catani, da Campari e de Maistre (22/11/2012)

Parliamoci chiaro. La Messa di Paolo VI è valida e tutti ci andiamo, volenti o nolenti. Resta il fatto però che quella antica è tutt’altra cosa… E non parlo di motivi estetici, ma prettamente spirituali! C’è poco da fare. Girate la frittata come volete, ma la Messa di S. Pio V ti fa entrare a contatto col Crocifisso. Nella Messa nuova, invece, per capire di stare sotto la Croce ci vuole davvero tanta fede.

Ora, tra le riforme del Concilio Vaticano II, quella liturgica è senza dubbio la più discussa. I cambiamenti avvenuti sembrano in effetti costituire una vera e propria rottura con le norme fondamentali della liturgia romana e dello stesso diritto liturgico. Ma cosa è accaduto realmente? A questa domanda cerca di rispondere il giovane Daniele Nigro nel suo I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II (Sugarco Edizioni, pp. 136, € 15, prefazione del card. Raymond Leo Burke). 

In questi ultimi 50 anni le norme liturgiche sono state disattese e la vigilanza delle autorità ecclesiastiche è quasi del tutto mancata. Molte formule della tradizione da fisse sono diventate modificabili, la musica liturgica è scaduta in canzonette troppe volte ridicole, l’architettura sacra ha prodotto degli edifici orribili e per nulla adatti alla preghiera, il latino è stato abbandonato, nelle chiese sono scomparse le balaustre e gli altari sono stati trasformati in mense. I ministri di Dio, poi, si sono spesso macchiati di gravi abusi. “Dopo il Concilio non si è trattato più di mitigare la rigidità della legge, ma si è arrivati a minimizzarla al punto che risulta inutile porre il problema dell’osservanza, tanto meno quello della sua forza vincolante; in tal modo l’uso della liturgia ha ceduto il passo all’abuso” (p. 108). Eppure da sempre la Chiesa ha fissato delle regole ben precise, racchiuse nelle rubriche, per normare quello che è il suo culto pubblico ufficiale, la cui sacralità e santità “comporta un mistero che chiede di essere avvicinato con la massima riverenza” (p. 50). Come diceva San Roberto Bellarmino, infatti, “il fine precipuo dei divini uffici non è l’istruzione o la consolazione del popolo, ma il culto dovuto a Dio dalla Chiesa” (p. 31). Ora, visto che “l’abuso liturgico implica gravi responsabilità personali e sociali, perché può trasformare un mezzo salvifico (…) in una privazione o diminuzione di grazia” (p. 117), è più che mai necessario che i laici facciano sentire la propria voce, a norma del diritto canonico. È un dovere del fedele segnalare gli scempi, “pena l’omissione e in un certo senso un concorso di colpa” (p. 118).

Secondo Nigro, la crisi dello ius liturgicum non è frutto solo di una cattiva interpretazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. “Se si ammette che il principio dello sperimentalismo ha dato luogo alla malintesa creatività (…); che quello dell’adattamento ha dato luogo all’inculturazione selvaggia o meno (…); che quello dell’antirubricismo ha dato origine agli abusi e ai reati, si dovrà ammettere pure che essi sono i punti deboli o almeno ambigui insiti nella Costituzione liturgica e soprattutto nella riforma conciliare” (pp. 112-113). Il semplice fatto che ad essa siano seguite numerose istruzioni chiarificatrici (tra cui la Redemptionis Sacramentum, del 2004, che però nessuno si è mai preso la briga di far rispettare) significa effettivamente che qualcosa non va. Purtroppo si è cercato di rimediare troppo tardi! Un’ulteriore correzione di rotta, volta a ribadire il principio della continuità dottrinale e liturgica con la tradizione, è venuta da Benedetto XVI col Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, che ha ridato finalmente piena cittadinanza nella Chiesa alla messa in rito antico. Ma anche in questo caso, mancando seri provvedimenti autoritativi e disciplinari, l’esempio e l’insegnamento liturgico del Papa risultano ignorati e in molti casi addirittura osteggiati. È vero che oggi la liturgia è tornata al centro del dibattito. Ma è pur vero che della cosiddetta “riforma della riforma”, la cui realizzazione appare assai remota, in tanti parlano senza però far capire in cosa dovrebbe consistere.

Quale progetto di preciso si vuol portare avanti? Forse non sarebbe male tornare al Messale del 1965, accettato anche da mons. Lefebvre… Ma questa è, ovviamente, un’opinione del tutto personale su cui si potrebbe aprire una discussione con chi ne sa più del sottoscritto in campo liturgico.

Cristianesimo Cattolico: I diritti di Dio e la liturgia dopo il Vaticano II

cristianesimocattolico:

di Federico Catani, da Corrispondenza Romana (24/10/2012)

Tra le riforme del Concilio Vaticano II, quella liturgica è senza dubbio la più discussa. I cambiamenti avvenuti sembrano in effetti costituire una vera e propria rottura con le norme fondamentali della liturgia romana e dello…

Cristianesimo Cattolico: I diritti di Dio e la liturgia dopo il Vaticano II

Quarant’anni dopo. Il Concilio Ecumenico Vaticano II/5

La questione liturgica

Scritto da Don Claudio CRESCIMANNO, da Il Timone (12/2005) 

Il primo documento approvato dai Padri del Vaticano II è la Sacrosantum Concilium (SC), la costituzione sulla riforma della liturgia.

Mentre infatti riguardo ad altre materie la discussione si prospettava faticosa e quindi l’iter di produzione del documento corrispondente non poteva che essere ancora lungo, l’intervento conciliare sulla liturgia veniva da sé come il frutto maturo del benemerito movimento liturgico che nei decenni precedenti aveva già elaborato quei principi che sarebbero poi confluiti nella SC, e che già aveva in certo modo ispirato gli interventi di san Pio X sul breviario e sul canto sacro, e del venerabile Pio XII nella Mediator Dei e nella riforma dei riti della Settimana santa.

Sulla scia di questo ampio lavoro preparatorio, i Padri conciliari affermano la grandezza del culto cattolico (nn. 6-8); ne ribadiscono la centralità nella vita della Chiesa (n. 10) e dei singoli fedeli (nn. 11,30 e 48) per i quali chiedono la possibilità di una partecipazione più attiva e consapevole (nn. 30-31, 48 e 100); deliberano di procedere ad una prudente innovazione dei riti nel solco della tradizione, modificando solo ciò che si comprende essere strettamente necessario modificare (n. 23); prescrivono un più ampio e congruo rapporto tra liturgia e sacra Scrittura (nn. 24,51 e 92); riaffermano il valore dell’uso della lingua latina e lo contemperano con l’esigenza di introdurre anche la lingua parlata (nn. 36,54 e 63).

Già da questi brevi accenni sul suo contenuto, appare chiaro che se da una parte ci si possa rallegrare per le salutari indicazioni espresse dalla SC e non si possa che auspicare la loro sempre più retta e profonda attuazione, dall’altra si debba riconoscere francamente che lo spirito e la lettera del testo conciliare sono stati ampiamente superati: anzitutto, la commissione preposta all’attuazione della riforma liturgica ha ritenuto di dover ampliare notevolmente gli spazi riservati dalla SC al cambiamento; in secondo luogo, il decennio seguente alla chiusura del concilio, dedicato alla sperimentazione, talvolta manifestamente selvaggia, ha potuto esercitare una notevole pressione anche sui documenti ufficiali, tanto che in diverse occasioni ciò che inizialmente è stato condannato come abuso, in seguito ad una vasta e persistente diffusione è stato poi recepito come prassi e infine autorizzato (caso esemplare quello della facoltà di ricevere la comunione sulla mano).

Il risultato è che accanto alle tanto necessarie e benefiche innovazioni, la riforma liturgica seguita al Vaticano II abbia sofferto anche una troppo vistosa discontinuità tra il rito tradizionale e quello post conciliare, e non di meno una ulteriore persistente divaricazione tra la forma ufficiale di quest’ultimo e la prassi celebrativa come di fatto si realizza ancora troppo spesso.

Non resta quindi che attendere con fiducia quella “riforma della riforma” di cui tanti sacerdoti e fedeli sensibili sentono l’urgenza, e che più volte anche eminenti prelati hanno auspicato.