Un requiem per Martini

Un requiem per Martini

di Antonio Righi (01/09/2012)

“Sui morti niente, se non bene”. Si diceva così, e vorrei essere fedele a questo detto. Non dire niente. Ma poichè tutti dentro e fuori la Chiesa si sbracciano per incensare un uomo che ha combattuto di continuo la Chiesa, la sua dottrina, e la sua morale (Humanae vitae), mi limito a ricordare la proficua collaborazione tra Martini e Ignazio Marino, alfiere “cattolico” di aborto, ricerca occisiva sulle embrionali, liberalizzazione delle droghe, eccetera. E penso tra me e me che qualcuno avrebbe dovuto farlo firmare a Martini, un preambolo sulla sua adesione alla fede cattolica; che, per lui, un cattolico dovrebbe solo pregare “con timore e tremore”. Gli elogi post mortem, tanto più a chi non li merita, non servono a nulla per la salvezza dell’anima…

La famiglia che va difesa

Torno ancora una volta sulle gravissime affermazioni espresse da Carlo Maria Martini nel libro-intervista con Ignazio Marino (Credere e conoscere, Einaudi) e riportate dal Corriere della Sera (Martini: il valore di un legame tra persone dello stesso sesso, 23/4/2012), riguardo all’assistenza che lo Stato dovrebbe dare alle coppie omosessuali: «Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili. Io sostengo il matrimonio tradizionale con tutti i suoi valori e sono convinto che non vada messo in discussione. Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia? Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio e d’altra parte non credo che la coppia eterosessuale e il matrimonio debbano essere difesi o puntellati con mezzi straordinari perché si basano su valori talmente forti che non mi pare si renda necessario un intervento a tutela. Anche per questo, se lo Stato concede qualche beneficio agli omosessuali, non me la prenderei troppo. La Chiesa cattolica, dal canto suo, promuove le unioni che sono favorevoli al proseguimento della specie umana e alla sua stabilità, e tuttavia non è giusto esprimere alcuna discriminazione per altri tipi di unioni».

A me sembra che il messaggio sia (tragicamente) chiaro: Martini sta dicendo che non è giusto esprimere alcuna discriminazione per tutte le “unioni”, a meno che non siano eterosessuali. Lo Stato dovrebbe quindi favorire la stabilità delle coppie omosessuali, dirottando eventualmente i (miseri) aiuti per la famiglia a tutte le “nuove unioni” possibili.

La “coppia eterosessuale” (definizione ridicola, quasi come a dire “gay non dichiarati che vanno con persone di sesso diverso dal loro”) è talmente forte che lo Stato non deve fornirle alcun aiuto, poiché altrimenti compirebbe un atto di discriminazione.

Sul cardinal Martini, condividiamo il giudizio del compianto Cossiga dopo il suo addio alla Diocesi meneghina: «La fine di un imbarazzante equivoco per la Chiesa e per la società politica italiana». (Speravamo andasse veramente così, ma purtroppo l’establishment lo idolatra ancora…).

Rifiutiamo quindi anche la sua ultima patetica lezioncina e, sperando di rendere un servizio all’intelligenza e alla ragione contro il “bispensiero” e il politicamente corretto, rimandiamo alle parole di Leone XIII dalla sua inossidabile enciclica Rerum Novarum sui rapporti tra Stato e famiglia: «“Lo Stato e il suo intervento nella famiglia” È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in si gravi strettezze che da sé stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l’intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga lo Stato e renda a ciascuno il suo, poiché questo non è usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre. La patria potestà non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. I figli sono qualche cosa del padre, una espansione, per così dire, della sua personalità e, a parlare propriamente, essi entrano a far parte del civile consorzio non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati. È appunto per questa ragione che, essendo i figli naturalmente qualcosa del padre prima dell’uso della ragione stanno sotto la cura dei genitori. Ora, i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie»

Parole chiare e comprensibili a tutti, oggi come ieri. Il Martini, invece, annacqua la verità fino a pervertirla in menzogna (anche come cocktail sarebbe indigesto): è chiaro che la famiglia è una istituzione forte, millenaria, e lo Stato non ha alcun bisogno di mettere in atto sofisticati esperimenti di ingegneria sociale per garantirne la durata. Tuttavia non si può sostenere questa tesi e al contempo affermare l’esatto contrario: ovvero che c’è bisogno di un intervento straordinario dello Stato per “favorire” delle unioni innaturali e irrealizzabili. Sappiamo che lo stile di vita del gay “orgoglioso” (cioè superbo) è una forma compulsiva di narcisismo che si sfoga attraverso l’edonismo più sfrenato, fino ad allargare il concetto stesso di “consumismo” alla sfera della bioetica (e della riproduzione): i gay non vogliono solo stare assieme, vogliono pure avere dei figli da allevare. Ma è solo nelle dittature che lo Stato interviene per regolare la riproduzione della coppia: in questo caso, per soddisfare i capricci di una minoranza prepotente, dovremmo permettere la creazione di un vasto “mercato” della procreazione, aspettandoci poi interventi di “personalizzazione” (cioè manipolazione genetica) del nascituro.

Ogni “diritto” concesso alle “nuove unioni” non è che un nuovo anello della catena stretta attorno al corpo sociale: se non volete essere stritolati, smettete di farvi sbeffeggiare dai sacerdoti del conformismo.

Come mai costoro non sono obbligati a firmare un preambolo dottrinale?

Il preambolo dottrinale somiglia sempre più come alle Forche Caudine della FSSPX.

di Francesco Colafemmina, da Fides et Forma (15/07/2012)

Faccio mie le parole dell’abbé de Cacquerai, superiore del distretto francese della FSSPX in merito ai recenti sviluppi delle trattative fra Roma e la FSSPX e i timori di possibili evoluzioni “punitive”. Parole riprese oggi per contrapporle all’intervista a Mons. Fellay pubblicata ieri dal DICI: “Come si può ancor oggi accettare che dei preti, dei vescovi, dei cardinali, e anche in gran numero, possano insegnare delle autentiche eresie, esaltare una morale che non è più cattolica, senza nonostante tutto essere preoccupati? Chi meriterà di essere scomunicato? Coloro che si sforzano di trasmettere ciò che la Chiesa di ogni giorno ha insegnato o coloro che travisano il deposito rivelato?”.

Per onestà d’informazione riporto il comunicato di don de Cacquerai, palesemente ignorato da tutti i giornalisti che oggi ne hanno ripreso un testo di almeno un mese fa: “L’agenzia APIC ha utilizzato il mio editoriale su Fideliter n. 208 per opporlo all’intervista del 16 Luglio concessa dal Superiore Generale. È da più di un mese che tale testo è stato redatto, sono quasi tre settimane che è stato ricevuto dai nostri abbonati e, il 9 luglio è stato pubblicato sul sito Tradinews. Questo testo non aveva altro scopo che far seguito all’incontro del 13 giugno fra Mons. Fellay e il Cardinal Levada. Nel corso dell’incontro, infatti, il nostro Superiore Generale aveva espresso all’ex prefetto della CDF la nostra impossibilità di sottometterci alle esigenze dottrinali nuove che ci venivano richieste. Di qui ci si poteva domandare se un tale rifiuto ci avrebbe potuto valere delle nuove sanzioni. Ecco il contesto preciso nel quale è stato scritto questo editoriale. L’interpretazione che viene data dall’agenzia stampa è dunque falsata. La dichiarazione finale del nostro capitolo, che sarà presto pubblicata, offrirà le conclusioni dottrinali che sono state quelle di tutti i membri del capitolo, anche se questo potrà dispiacere a tutti gli opinion makers”.

Ad ogni modo come dargli torto? Di seguito alcuni recenti esempi…

“Non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili” (Carlo Maria Martini a colloqui con Ignazio Marino, da L’Espresso, 23/05/2012).

“Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio altrimenti non ci intendiamo. Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri. La Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore” (Mons. Paolo Urso – Vescovo di Ragusa, da Il Quotidiano Nazionale, 11/01/2012).

“Credo che noi dovremmo essere d’accordo e di fatto siamo d’accordo che nel giudizio su una tale relazione o un tale rapporto c’è una grande differenza di giudizio quando le persone si assumono la responsabilità l’uno per l’altro, quando vivono e si relazionano in un rapporto omosessuale durevole, come similmente avviene in un rapporto eterosessuale” (Cardinal Rainer Maria Woelki, da Vatican Insider, 06/06/2012).

“Credo nel valore del celibato sacerdotale… Ma amerei comunque ordinare preti degli uomini sposati se ciò fosse possibile” (Mons. Johan Bonny – Vescovo di Antwerp [Belgio], da De Standaard del 7 Aprile 2012).

“Nelle votazioni per il nuovo consiglio pastorale di Stützenhofen, un piccolo comune a nord di Vienna, il ventisettenne Florian Stangl era stato il più votato dai parrocchiani ma il parroco non aveva voluto ratificare la nomina in quanto convive con un compagno, con il quale ha contratto un’unione civile. L’arcivescovo di Vienna, dopo aver espresso un’iniziale riserva, aveva invitato a pranzo la coppia gay. E dopo l’incontro non ha bloccato la nomina, in quanto «profondamente impressionato dalla fede di Stangl, dalla sua umiltà, e dal modo in cui concepisce il suo servizio». Il giovane in un un’intervista aveva dichiarato: «Io mi sento legato agli insegnamenti della Chiesa, ma la richiesta di vivere in castità mi sembra irrealistica»” (Cardinal Christoph Schönborn, da “La Stampa” del 17 Maggio 2012).

Carlo Maria Martini è cattolico?

Nel libro “Credere e conoscere”, dialogo tra Ignazio Marino e Carlo Maria Martini, edito da Einaudi, a quanto pare sembra che il Porporato abbia dato il meglio di sé … nel peggio. Già l’incipit di copertina dice tutto: “La chiusura aprioristica della Chiesa e delle religioni, di fronte agli inevitabili cambiamenti legati al progresso della scienza e della tecnica, non è mai stata di grande utilità”. Per il momento è doveroso essere dubbiosi, in quanto le indiscrezioni giornalistiche a buon mercato, spesso e volentieri, sono atti poco onesti commissionati da persone altrettanto inique, che fanno della notizia un collage a soli scopi economici.

È anche difficile, da laico, dover “parlar male” di un Cardinale, anzitutto perché questi dovrebbe essere un diretto successore degli Apostoli ed in secondo luogo perché un uomo che, da Consacrato, esprime posizioni contrarie al Magistero infallibile della Chiesa, purtroppo per lui si giudica da solo e si auto esclude dalla Comunione di Grazia; a volte addirittura dalla stessa Comunione con Roma, ma ormai ci siamo abituati.

Ho letto qualche breve estrapolato del testo di sua Eminenza Cardinal Martini e, se gli estratti corrispondo al vero, non si può far altro che rimanere sconcertati.

Mi domando: ma è Cattolico?

Non spetta certo a me dirlo, dato che il dissenso dalle posizioni ufficiali della Santa Sede, sia direttamente che indirettamente, porta ad ovvie conclusioni; ecco perché, lo scrivo da anni, sembra essere giunto il momento di un nuovo Concilio Dogmatico, che ponga un freno alla deriva modernista, ossia eretico / protestante, che impazza in alcuni ambienti ed uomini di Chiesa, ma che in realtà sono ambienti ed uomini fuori dalla Chiesa di Roma e nessuno provvede ad avvisarli mediante scomunica od altri provvedimenti disciplinari drastici. Insomma il Codex Iuris Canonici parla chiaro.

Dicevo che ho letto, a proposito di sessualità, un simpatico preambolo del Porporato teologo, ossia: “La sessualità è un argomento molto complesso, sul quale esiste anche un conflitto di interpretazioni […] È un campo oscuro, profondo, magmatico, difficilmente definibile […] il filone evolutivo che tocca anche l’uomo non si è esaurito e perciò non possiamo prevedere facilmente gli sviluppi dei prossimi millenni […]non sono competente su questo argomento e qui lo affronto solo per cercare di dire con semplicità ciò che la vita mi ha insegnato”.

Lascio ad un teologo, di pari levatura del Cardinal Martini, il redigere un’adeguata confutazione teologica a questi 5 iniziali “sonetti” che sono terribili da un punto di vista sia teologico che dottrinale/educativo. In sostanza, il Porporato sembra affermare di non essere esperto in materia, di non condividere il pensiero cattolico Divinamente rivelato sulla sessualità e sembra proiettarsi in un fantomatico “viaggio astrale” che sveli nuovi ed oscuri orizzonti magmatici (quindi satanici) della sessualità, come se non esistesse la dogmatica Inerranza della Scrittura e la certa interpretazione unanime dei Padri, che è altro Dogma.

Dopo 2000 anni di errori di Cristo, degli Apostoli, dei Padri, dei Papi, dei Dottori, dei Santi, dei Martiri … (????) … giustamente doveva arrivare il nuovo Elia (Carlo Maria Martini) ad illuminarci! Totò direbbe: ma ci faccia il piacere!

Lasciamo perdere, chi di dovere leggerà il suo “libro” e farà il necessario; non mancherò di rilanciarne le ovvie confutazioni teologiche.

Poi ho letto un estrapolato che, se vero, porrebbe il Porporato in conflitto con gli stessi insegnamenti di Cristo, oltre che con quelli degli Apostoli e con tutto l’intero Magistero infallibile della Chiesa Cattolica (sulla materia oggetto di dibattito). In essenza, in altri tempi, per una frase del genere il Cardinale sarebbe stato scomunicato (accadeva per molto meno); ecco il “sonetto” della disgrazia:

“Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili”.

Inutile riportare, per l’ennesima volta, la Dottrina cattolica sull’omosessualità, sul matrimonio, sulla legge naturale e sul senso stesso del Creato, ho scritto fin troppi articoli su queste posizioni ufficiali della Chiesa APOSTOLICA (a volte dogmatiche) e, con il sacerdote Marcello Stanzione – a 4 mani – stiamo riassumendo il tutto in un bel libro che, a Dio piacendo, sarà edito entro la fine dell’anno 2012.

Anche un catechista per bambini, leggendo la citazione estrapolata, come sembra, dal testo del Cardinal Martini, sarebbe legittimato a rispondergli per le rime; ovviamente in privato, proprio come soleva fare Santa Caterina da Siena con Papa Urbano VI (28 novembre 1378 e succ.).

Sarà vero quello che ha riportato l’Espresso e che molti media hanno diffuso e, forse, ben strumentalizzato? Mi auguro sinceramente per il Porporato, che sia tutto falso o che il suo scritto sia stato manipolato ad hoc; si sa, se scrivi qualcosa che compiace ai gay, fai audience e vendi, il problema però è che bisogna piacere a Dio e non agli uomini perché, se hai consensi umani, Cristo insegna che sei sulla cattiva strada…

Sarà forse, piuttosto, che la Diocesi di Milano sia affetta dal morbo dell’eresia? Speriamo che il Cardinal Scola, ex Patriarca di Venezia, sia ben vaccinato… perché il morbo dell’eresia colpisce in fretta ed è molto doloroso e deleterio soprattutto per la fede dei semplici, ovvero per le persone umili che non hanno i soldi per comprare il Catechismo e non sono in grado di smascherare i “camaleonti della fede”, ovvero i “falsi profeti”.

Per concludere, dato che siamo nella Settimana Santa ed è opportuno dedicare più tempo alla preghiera, mi limito a riportare quanto già chiaramente espresso dal profetico Monsignor Raffaello Martinelli – Vescovo di Frascati – nei suoi numerosi e sapientissimi scritti. (Carlo Di Pietro)

***

Secondo la morale cristiana, qual è la differenza, nell’omosessualità, tra orientamento e atto?

Un orientamento (tendenza/inclinazione) omosessuale, pur essendo oggettivamente un disordine morale, non va considerato peccaminoso in se stesso: lo è solo nel senso che può condurre a un atto sessuale. L’atto omosessuale è invece peccato gravemente contrario alla castità. Esso, infatti, esclude il dono della vita. Non è il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo può essere approvato.

Qual è l’atteggiamento della Chiesa Cattolica nei confronti delle relazioni omosessuali?

La Chiesa dice SI:
1) al rispetto della persona omosessuale, alla quale, proprio in quanto persona, si deve dignità, accoglienza, aiuto. Non si può infatti dimenticare che la persona umana, in quanto creata a immagine e somiglianza di Dio, precede e trascende la propria sessualità, il proprio orientamento sessuale;
2) alla distinzione: tra peccatore e peccato;  tra orientamento e atto omosessuale;
3) al rispetto degli specifici diritti delle singole persone, diritti che anche gli omosessuali hanno in quanto persone e in quanto cittadini né più né meno delle altre persone umane, e non in quanto omosessuali;
4) all’educazione e, per quanto possibile, alla guarigione della persona omosessuale;
5) all’avvio di iniziative pastorali concrete a favore dell’omosessuale;
6) alla chiamata alla castità e alla santità dell’omosessuale;
7) alla preghiera e alla vita sacramentale, quali luce e aiuto perché l’omosessuale possa vivere nella castità.

La Chiesa dice NO:
1) all’approvazione del comportamento omosessuale o della relazione omosessuale;
2) alla concezione dell’omosessualità come una dimensione del tutto al di fuori o al di sopra delle norme morali;
3) alla legalizzazione o all’equiparazione della relazione omosessuale al matrimonio;
4) ad ogni marchio di ingiusta discriminazione, a ogni eventuale forma di rifiuto, di emarginazione o di disprezzo nei confronti della persona omosessuale.

Gli omosessuali possono diventare sacerdoti?

Non possono essere ammessi agli Ordini Sacri quanti:
1) compiono atti omosessuali (negli ultimi tre anni prima dell’Ordinazione sacerdotale), oppure;
2) presentano tendenze omosessuali profondamente radicate, oppure sostengono la cultura gay;
3) Quanti hanno tendenze omosessuali di natura transitoria possono essere ammessi agli Ordini Sacri, purchè tali tendenze siano state chiaramente superate almeno tre anni prima dell’Ordinazione diaconale (cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale, 4 nov. 2005).

Quali frutti generano l’amore eterosessuale e  la relazione omosessuale?

L’amore tra l’uomo e la donna ha il potere di generare vari e complementari “amori”: l’amore coniugale, quello parentale, quello fraterno e quello filiale.

La relazione omosessuale non ha questa ampiezza di vita. Si esaurisce nella relazione tra due persone.

La ricchezza di vita che la relazione eterosessuale produce nelle persone e i benefici che dona alla società non sono equiparabili alla vita e ai benefici di una relazione omosessuale.

Si può stabilire un’analogia tra il matrimonio e le unioni omosessuali?

Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia.

Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali sono condannate come gravi depravazioni (cfr. Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10).

Per quali motivi le unioni omosessuali non devono essere legalizzate?

Per vari e complementari motivi.

Motivo naturale
La legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza. Ogni legge, fatta dagli uomini, ha ragione di legge solo in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona. Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono all’unione tra due persone dello stesso sesso garanzie giuridiche analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale.

Motivo biologico-antropologico
Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici propri del matrimonio e della famiglia.

– Infatti nell’unione omosessuale:
1) manca la differenziazione genitale-sessuale, che è il dato oggettivo di realtà con cui veniamo al mondo: maschio o femmina. Questo dato originario è scritto nel corpo, nel cervello, nel cuore;
2) è del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei due diversi sessi nel matrimonio;
3) non vengono attuate la procreazione e la sopravvivenza della specie umana;
4) l’assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni omosessuali. Ad essi manca l’esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell’adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini, nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l’interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa.

Motivo sociale
– Se le unioni omosessuali venissero legalizzate, ciò significherebbe:
1) approvare un comportamento deviante;
2) farlo diventare un modello nella società;
3) approvare l’indeterminatezza sessuale;
4) offuscare valori fondamentali, quali trimonio e la famiglia. Infatti il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune: perderebbe l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo.

Ci sono inoltre buone ragioni per affermare che tali unioni omosessuali sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale.

Sussiste anche sempre il pericolo che una legislazione che faccia dell’omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge.

Motivo giuridico
Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune. Gli omosessuali, in quanto persone e in quanto cittadini, possono sempre ricorrere come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse.

Che cosa la Chiesa Cattolica chiede allo Stato di fare nei confronti delle relazioni omosessuali?
– La Chiesa Cattolica chiede allo Stato di:
1) affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione;
2) contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica;
3) ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall’approvazione o dalla legalizzazione del male;
4) smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare della giusta tolleranza verso le persone omosessuali;
5) non procedere alla legalizzazione delle unioni omosessuali o alla loro equiparazione legale al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo;
6) rispettare il principio di uguaglianza, in forza del quale non si possono attribuire gli stessi benefici e vantaggi a soggetti che non sono nella stessa situazione giuridica. Infatti mentre i soggetti legati da matrimonio sono impegnati ad osservare una somma di doveri e di obblighi previsti dal diritto di famiglia, i soggetti di unioni di fatto si sottraggono, per libera scelta, a questi impegni. Pertanto lo Stato violerebbe il principio di uguaglianza conferendo ai soggetti di unioni di fatto, i benefici che la legge prevede per le unioni coniugali familiari.

Impegno comune dello Stato e della Chiesa, seppure su piani diversi e con mezzi diversi, è soprattutto quello di non esporre le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso.

Qualcuno dice: l’eventuale legalizzazione dell’unione omosessuale non obbliga nessuno ad usufruire di tale legge. E quindi perché non venire incontro a chi vuole usufruirne?

A questo proposito occorre riflettere sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell’ordinamento giuridico. Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune.

Le leggi civili sono principi strutturanti della vita dell’uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume. Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l’oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell’istituzione matrimoniale.

Come devono comportarsi i politici cattolici nei confronti di legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali?

Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.

Nel caso sia già in vigore una legge favorevole alle unioni omosessuali, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica, a condizione che sia chiara e a tutti nota la sua personale assoluta opposizione a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo.

Monsignor Raffaello Martinelli
Vescovo di Frascati

Apologo: un cardinale e i siti gay, atei, laicisti…

di Saro Luisella, da Cultura Cattolica (25/03/2012)

Poniamo il caso che ad un certo numero di studenti (una minoranza) non vada qualche voce del regolamento d’Istituto. Qualcuno di loro, una delegazione, si reca dal dirigente, solleva le sue obiezioni, dice – faccio un esempio – che, nonostante sia vietato recarsi ai distributori di merendine durante l’orario di lezione, alcuni lo fanno, e siccome alcuni lo fanno bisognerebbe togliere il cartello “l’uso dei distributori è consentito solo durante l’intervallo”.

Il preside ascolta, argomenta pazientemente la ragionevolezza del divieto, rammenta che la trasgressione di alcuni dovrebbe essere sanzionata e non un buon motivo per chiedere l’abolizione della norma, e la delegazione se ne torna in classe con le pive nel sacco.

Poniamo che questi studenti (una minoranza) non demordano. Vogliamo andare ai distributori delle merendine quando ne abbiamo voglia. Anche se c’è lezione e l’insegnante sta spiegando. Se abbiamo fame, abbiamo fame. Chissenefrega del cartello, chissenefrega se non è ricreazione, chissenefrega se il dirigente ci ha spiegato il senso e la ragionevolezza del divieto. Vogliamo mangiare quando abbiamo voglia di mangiare e tanto basta. Gli altri, liberi di recarsi ai distributori solo a ricreazione; noi, liberi di andarci quando ci va.

Poniamo che uno di loro decida di darsi appuntamento, al bar, con un anziano, emerito docente in pensione. Un insegnante che non può intervenire sul regolamento d’Istituto, ma che non è un docente “a caso”. E’ un professore che “sa come va il mondo” ed è affascinato dai cambiamenti. Che è sempre stato dalla parte dei ragazzi a prescindere; dalla parte delle minoranze a prescindere. O al quale, siccome gli è sempre piaciuto dialogare su tutto, mediare su tutto, viene d’istinto più facile dire “ni” piuttosto che “no” oppure “sì”. O che, siccome da sempre gli stanno strette le regole (seppur ragionevoli), a prescindere dai regolamenti d’Istituto e anche dal preside, è portato per carattere a dire sempre e comunque “la sua”.

L’ascolti ed è tutto un periodo ipotetico: “se i distributori fossero usati con moderazione…”, “se voi ragazzi foste un po’ più responsabili…”, “se valutassimo caso per caso…”. Bypassando il regolamento e anche il dirigente dell’Istituto, alla domanda: “prof., lei che ne pensa?”, in queste quattro chiacchiere al bar all’anziano docente non sembrerà vero di parlare finalmente a ruota libera e di sfoderare i suoi famosi “secondo me…”, “io credo che…” e tutti i condizionali che occorrono quando si sta immaginando qualcosa che… non c’è. “Sarebbe ipotizzabile…”, “si potrebbe pensare…”, “andrebbe rilevato…”, e via discorrendo.

Poniamo che quel giovane, parte della minoranza che preme perché il desiderio “merendine a tutte le ore” diventi norma (o ne venga abolito il divieto, che poi è lo stesso) trascriva il colloquio con l’anziano professore incontrato al bar. E’ un’opinione corposa e complessa, quella dell’insegnante: con tutti i suoi bei periodi ipotetici (della realtà, della possibilità, dell’eventualità, dell’irrealtà), con tutti i dovuti “io penso, però il regolamento giustamente dice…”, con un’introduzione, una tesi, delle argomentazioni, le prove; ma anche l’antitesi, ugualmente ben argomentata.

Poniamo che alla suddetta minoranza interessi, però, poco e niente il regolamento (del resto lo conoscono bene, il regolamento, sennò che lo contesterebbero a fare!?) e che dunque estrapoli dal colloquio di quello studente con quell’insegnante solo ciò che serve a puntellare la fatidica richiesta; a vestirla di autorevolezza. Furbo lavoro di taglia-incolla e, tempo un giorno, prima ancora che esca tutto il testo della chiacchierata al bar, puoi star certo che a scuola la minoranza starà già volantinando la sintesi della sintesi. E mica solo in quella scuola lì! Certo che no. Volantini a tappeto in tutti gli Istituti: dappertutto ci sono studenti che vogliono recarsi ai distributori quando hanno fame e non quando suona la campanella della ricreazione!

Risultato? La richiesta che venga tolto il cartello di divieto non è più solo di una minoranza di studenti, ma “l’esimio professore sostiene anche lui che…”.
Il mondo va così, e fa pensare che un anziano ed emerito docente non sia così scaltro da prevedere una reazione del genere. Fossi in lui sarei dispiaciuta se venissi usata come la voce autorevole che sostiene che siccome alcuni, a scuola, si recano alle macchinette distributrici fuori orario e mangiano quando gli va, è bene che da ora in poi siano liberi di farlo. Mi dispiacerebbe se il mio ragionamento, ben argomentato con tutti i suoi pro e tutti i suoi contro, fosse banalizzato e strumentalizzato in questo modo. Francamente proverei anche un po’ di frustrazione, nel comprendere che non sono stata in grado di spiegare a quel giovane la ragionevolezza di una norma pensata, discussa, condivisa, difesa da tante persone che mi hanno preceduto e che sono comunque più autorevoli di me. Da insegnante – la dico tutta – mi parrebbe persino di essere venuta meno al compito che ho scelto di svolgere per tutta la vita (un insegnante in pensione resta pur sempre e per sempre un insegnante!).

Poniamo ora che lo studente che scambia quattro chiacchiere con l’insegnante sia senatore e si chiami Ignazio Marino, e che l’emerito docente in pensione sia il Cardinale Carlo Maria Martini. Parlano di tante cose, anche del “regolamento di Istituto” (che potremmo tradurre come “il Magistero della Chiesa”); anche di temi “eticamente sensibili”; anche del fatto che alcune minoranze (i gay) vorrebbero che i loro desideri diventassero legge. Il prelato spiega, approfondisce, argomenta; usa i suoi bei periodi ipotetici, tanti condizionali e spesso la prima persona singolare. Tra una risposta e l’altra, come si conviene ad un Cardinale, spiega anche qual è, in materia, la posizione di Santa Romana Chiesa (il “regolamento d’Istituto”, appunto).
Marino trascrive il colloquio nella sua interezza, ma, più veloce della luce, parte il tam-tam mediatico. E cioè la bignamizzazione del pensiero di sua eminenza: la sintesi della sintesi. Caramelle di politicamente corretto che van giù che è una meraviglia. Delizia per il palato. Rosolio.

Lei che – come ha scritto il giornalista Armando Torno sul Corriere della Sera – conosce benissimo gli strumenti tecnologici e ne ha buona dimestichezza, provi a vedere, eminenza, cosa han recepito i blog e i siti gay, atei, laicisti, del contenuto dei suoi corposi colloqui con il senatore Marino. Credere e conoscere deve ancora uscire, ma forse del libro, nella sua interezza, interessa poco. Le minoranze di cui sopra, ciò che volevano che lei dicesse l’han sentito. Magari hanno estrapolato, ma con quelle frasi – abbia fede – la sensazione sarà di… andare a nozze. Letteralmente.

Credere e conoscere. Soprattutto “ritenere personalmente”

È uscito per Einaudi “Credere e conoscere”, dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini e il medico e senatore del Pd Ignazio Marino. Il “Corriere della Sera”, ne ha pubblicati ampi stralci (“Martini: il valore di un legame tra persone dello stesso sesso”). Il nostro collaboratore Antonio Gurrado è in grado di anticipare per “Tempi” il lavoro di una apposita commissione ecclesiastica sul nuovo Simbolo del cardinale.

di Antonio Gurrado, da Tempi (26/03/2012)

Ho trovato illuminante il lungo colloquio del cardinale Carlo Maria Martini con Ignazio Marino [nella foto], pubblicato su due pagine del Corriere della Sera, non tanto per la disinvolta apertura del Cardinale all’importanza dell’amicizia omosessuale – qualsiasi cosa significhi – ma perché finalmente, come ben di rado accade sui quotidiani, ho potuto leggere una parola chiara sulla fede di un autorevole ecclesiastico. “Personalmente ritengo”, ha scritto il Cardinale, “che Dio ci ha creati uomo e donna”.

Pochi possono ignorare la capitale importanza di tale affermazione. Fonti certe mi comunicano che un’apposita commissione ecclesiastica è già al lavoro per la composizione del Simbolo del cardinal Martini, del quale posso fornirvi una congrua anticipazione.

Il testo reciterà: “Penso che ci sia un solo Dio, progettatore per sommi capi del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e – qualora ve ne fossero – invisibili. Non escludo l’ipotesi di un solo Signore, nonché di vari altri, nato dal Padre prima di buona parte dei secoli, che sostiene di essere Dio da Dio, potrebbe risultare luce da luce e talvolta Dio vero, nell’accezione più generale del termine, da Dio vero, senza voler con questo trarre conclusioni affrettate; generato e creato a seconda delle circostanze, di una sostanza che da un certo punto di vista sembra coincidere con quella del Padre, reo di concorso esterno nella creazione di una significativa percentuale di cose. Per noi uomini, ma anche per le donne, i bambini, gli animali, i vegetali, i minerali, i marziani, i nomi, le cose e le città, e per la nostra salvezza, nonostante potrebbe darsi che non ce ne fosse immediato bisogno, diede l’impressione di discendere dal cielo, o comunque da un’altitudine superiore a quella alla quale ci troviamo, e con il controverso e mai scientificamente accertato contributo dello Spirito Santo ha fatto una roba di difficile interpretazione nel seno della Vergine, o quanto meno incensurata, Maria e si è fatto uomo, ma anche donna, bambino, animale, vegetale, minerale, marziano, nome, coso e città.

Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato? Morì, o è emigrato in un paradiso fiscale senza lasciare tracce della propria scomparsa? Fu sepolto o si tratta di un complotto dei templari? Corre voce che il terzo giorno sia risuscitato, con tutte le cautele del caso, secondo le Scritture, senza con ciò voler far torto al Corano, alle Upanishad, al Libro Tibetano dei Morti, ai Canti di Ossian e alle Pagine Gialle; fonti vicine al Vaticano lasciano intendere che sia salito al cielo e siederebbe alla destra del Padre se non temesse un eccesso di strumentalizzazioni politiche. Di nuovo, se si accetta il presupposto che sia effettivamente già venuto, verrà nella gloria, ma senza rinunciare alla sobrietà imposta dai tempi, per giudicare i vivi e i morti, no, per ammonire i vivi e i morti, no, per tirare le orecchie ai vivi e ai morti, no, per comprendere e giustificare i vivi e i morti, anzi, per esprimere i sensi della propria stima ai vivi e ai morti, tanto più che non è del tutto chiaro chi sia vivo e chi sia morto, trattandosi di etichette che non possono annullare le infinite sfaccettature del cuore umano. La sua presidenza non avrà fine fatta salva la naturale scadenza del mandato.

Presumo che si possa postulare uno Spirito Santo, o anche solo Beato, anzi Stimabile, noto anche come Signore che dà la vita e altresì, ove necessario, la dolce morte; e procede dal Padre e dal Figlio, o solo dal Padre, o solo dal Figlio, anzi procede da solo, e il Padre e il Figlio procedono da lui mentre il Figlio procede dal Padre e il Padre procede dal Figlio in maniera tale da non scontentare nessuno e porre fine a un’inutile questione che da secoli tormenta l’unità dei cristiani, ma anche dei mussulmani, buddisti, induisti, scintoisti, interisti, precari e lgbt; con il Padre e il Figlio è tenuto in debita considerazione e menzionato sovente con termini anche elogiativi, e ha espresso delle opinioni personali – non immuni da smentita – per mezzo di portavoce e uffici stampa non pienamente allineati alle sue posizioni. Sono disposto a tollerare la Chiesa, una e molteplice, santa e dannata, cattolica e protestante, apostolica e rivoluzionaria. Consiglio ai più piccini  una salutare abluzione per il condono delle violazioni alla carta dei diritti dell’uomo e del cittadino. Aspetto, ma senza volermi illudere, la risurrezione dei morti o il ritorno degli zombi e alcune forme di vita nel mondo – termine invero eccessivo: diciamo nel quartiere – che potrebbe decidersi a venire, ma senza alcun impegno e con chiare clausole di rescissione”.

Nella sua nuova versione martiniana il Credo assumerà la più moderna denominazione di Ritengo.