Quando il «colloquium» diventa un vocabolo a-patico

Tutto cominciò con l’enciclica “Ecclesiam Suam” (1964) di Paolo VI. Poi ci si mise di mezzo il postconcilio e nonostante i vari tentativi di precisazione, come quello di De Lubac o di Ratzinger, il termine “dialogo” continua ad essere ambiguo, inteso come atematico e apatico.

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De Certeau, il teologo “barricadero” che piace a Francesco

Definito da Papa Francesco “il più grande teologo per il giorno d’oggi”, Michel de Certeau ha sostenuto tesi di rottura conciliare e di attrazione verso il maggio francese cercando di unire il ’68 al Concilio. E la rivista dell’Università cattolica ne ha scritto il ritratto appassionato.

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Chiesa universale e Chiese locali. Bergoglio “ratzingeriano”?

di Sandro Magister (22/12/2013)

Due recenti servizi di www.chiesa sui rapporti tra Chiesa universale e Chiese particolari hanno suscitato molto interesse ma anche serie critiche:

> L’opzione federalista del vescovo di Roma (3 dicembre)
> Molto accentratore e poco collegiale. I vescovi lo vedono così (18 dicembre)

Per descrivere lo stato della questione, www.chiesa ha richiamato la controversia teologica degli anni Novanta tra i cardinali Joseph Ratzinger e Walter Kasper, che ponevano l’accento il primo sulla priorità della Chiesa universale e il secondo piuttosto sulle Chiese particolari.

Nel magistero della Chiesa degli ultimi due decenni sono prevalse le posizioni di Ratzinger, anche grazie al suo ruolo prima come prefetto della congregazione per la dottrina della fede e poi come papa.

Con papa Francesco molti ritengono che le posizioni di Kasper stiano per ottenere una rivincita. Ma www.chiesa ha mostrato che ciò appare improbabile, a motivo della prossimità alle tesi di Ratzinger del teologo di riferimento di Jorge Mario Bergoglio in campo ecclesiologico: Henri de Lubac.

Contro la sommaria ricostruzione della questione fatta da www.chiesa sono state avanzate autorevolmente due obiezioni.

La prima obiezione sostiene che la controversia tra Ratzinger e Kasper è da ritenersi superata anche perché si concluse con un notevole avvicinamento tra le posizioni dei due.

Il che in certa misura è vero. In coda all’articolo di www.chiesa del 18 dicembre c’è il link a un saggio recentissimo di un teologo ortodosso che documenta con precisione lo svolgersi della controversia ed effettivamente riconosce che “alla fine i due concordarono su tre punti: la relazione di ‘mutua reciprocità’ fra la Chiesa universale e le Chiese locali; la preesistenza dell’idea divina della Chiesa; la simultaneità fra Chiesa universale e Chiesa locale, perlomeno in campo storico”.

Lo stesso autore sottolinea però che delle divergenze restano, e di sostanza, perché riguardano “la ricerca di una valida riconciliazione fra un’ecclesiologia universalistica e un’ecclesiologia di comunione delle Chiese locali”.

La seconda obiezione contesta che de Lubac concordasse con Ratzinger sulla priorità della Chiesa universale. Perché, anzi, egli sosteneva che “una Chiesa universale che preceda o che possa essere immaginata esistente al di fuori delle Chiese particolari è una pura astrazione”.

Effettivamente la citazione è esatta. Ma va letta in un complesso argomentativo che in realtà vede de Lubac molto più vicino alle tesi di Ratzinger che a quelle sostenute all’epoca da Kasper.

Né l’edizione italiana né l’originale francese del saggio di de Lubac “Les Églises particulières dans l’Église universelle” sono oggi in commercio. I lettori italiani possono però trovarne una accurata esposizione in un un libro di monsignor Marco Sprizzi, diplomatico in servizio nelle nunziature in India e Nepal oltre che studioso di teologia: De Lubac. L’identità spirituale del cristiano, edito nel 2004.

Per de Lubac il rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari patisce un doppio “sbilanciamento”.

Il primo consisterebbe nell’immaginare una priorità delle Chiese particolari, dalla cui “addizione” o “federazione” nascerebbe in un secondo tempo la Chiesa universale.

Contro ciò de Lubac è intransigente. E in questo suo rifiuto – fa notare Sprizzi – il grande teologo francese anticipò di vent’anni, “in piena coincidenza e persino con le stesse parole”, quanto sostenuto dalla lettera del 1992 Communionis notio della congregazione per la dottrina della fede, una lettera ratzingeriana in tutto.

Il secondo e opposto “sbilanciamento” denunciato da de Lubac sarebbe invece quello che attribuisce alla Chiesa universale una “preesistenza” anche cronologica rispetto a tutte le Chiese particolari.

Qui de Lubac e Ratzinger sembrerebbero distanziarsi. Mentre infatti la “Communionis notio” attribuisce alla Chiesa universale – manifestatasi a Gerusalemme nella Chiesa della Pentecoste – una preesistenza “ontologica e temporale” rispetto alle Chiese particolari, de Lubac concorda solo con la priorità ontologica, ma non con quella temporale, che giudica una “pura astrazione”, in quanto anche l’originaria comunità di Gerusalemme era una Chiesa particolare.

Sprizzi però fa notare che la divergenza tra i due è solo apparente. Perché non solo in de Lubac, ma anche nella ratzingeriana “Communionis notio” la Chiesa della Pentecoste è descritta come “nata e manifestatasi universale” e nello stesso tempo “presente e operante nella particolarità delle persone riunite in quel determinato luogo e in quel determinato tempo”.

Nell’originaria Chiesa di Gerusalemme universalità e particolarità spazio-temporale si compenetravano. Tanto per Ratzinger come per de Lubac. Che in un libro-intervista del 1985 così rispose a una domanda del futuro cardinale Angelo Scola: “Se si risale ai primi giorni, si potrà dire che la Chiesa di Gerusalemme era una Chiesa particolare, ben concreta, e nello stesso tempo che era la madre di tutte le altre, vale a dire che essa era, in linea di principio e nella realtà, la Chiesa universale”.

Chiesa particolare sì, ma “madre di tutte la altre” solo in quanto ontologicamente Chiesa universale.

Il potenziamento del ruolo delle conferenze episcopali nazionali – proposito attribuito a papa Francesco – non entra propriamente in questa disputa sul rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari.

Ma è un fatto che i fautori del potenziamento dello conferenze episcopali si ritrovano per lo più tra i sostenitori della linea Kasper.

Anche qui, però, non è per niente scontato che l’attuale papa sia dalla loro parte.

Da arcivescovo di Buenos Aires e presidente della conferenza episcopale argentina, Bergoglio non spinse mai in direzione di un rafforzamento del ruolo della conferenza. Per lui contavano molto di più le autorità dei singoli vescovi.

Tutto l’opposto dell’enfasi collettivista e burocratica che caratterizzava il vicino episcopato brasiliano.

© SETTIMO CIELO

Molto accentratore e poco collegiale. I vescovi lo vedono così

A dispetto delle promesse di rafforzamento del loro ruolo, per le conferenze episcopali sono tempi difficili. Francesco decide di testa sua. Il gesuita De Lubac suo maestro di ecclesiologia. 

di Sandro Magister (18/12/2013)

Nell’intervista al vaticanista amico Andrea Tornielli, su “La Stampa” di tre giorni fa, papa Francesco è tornato su due punti della “Evangelii gaudium” che avevano suscitato animati commenti pro e contro.

Il primo punto è la comunione ai divorziati risposati. Il papa ha voluto precisare che non si riferiva ad essa, quando nell’esortazione apostolica parlava della comunione “come cibo spirituale, da considerare un rimedio e non un premio”.

Con ciò Francesco ha tenuto a distinguersi da coloro che avevano letto quelle sue parole come un’ennesima “apertura” e si erano espressi pubblicamente a favore della comunione. Tra i quali, da ultimi, il neosegretario generale del sinodo dei vescovi Lorenzo Baldisseri e il cardinale Walter Kasper.

La seconda puntualizzazione ha riguardato il suo rifiuto della teoria economica del “derrame” – espressione tradotta in italiano con “ricaduta favorevole” e in inglese con “trickle-down” – secondo cui “ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale”.

Papa Jorge Mario Bergoglio ha ribadito – “non da tecnico” – di non credere nella fondatezza di tale teoria. E con ciò ha respinto le critiche che gli erano state rivolte in particolare dal teologo neoconservatore americano Michael Novak, secondo cui la diffidenza del papa sarebbe comprensibile “in un sistema statico come l’Argentina, privo di ogni meccanismo di mobilità sociale”, ma non negli Stati Uniti e in altri paesi a capitalismo avanzato, dove “la ricchezza scaturisce dal basso” e la crescita economica – se confortata dalla tutela dei diritti primari e dalla cura dei poveri tipica della tradizione ebraico-cristiana – favorisce l’ascesa dei meno abbienti verso più alti livelli di vita.

Delle due precisazioni, la prima tocca uno dei punti cruciali della “Evangelii gaudium”, là dove Francesco promette più collegialità nel governo della Chiesa, con maggiori poteri attribuiti alle conferenze episcopali.

In un precedente servizio, www.chiesa ha messo in luce la novità di questo orientamento espresso da papa Bergoglio rispetto alla linea dei suoi predecessori Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, entrambi molto risoluti nel contrastare il rischio che la Chiesa diventi “una sorta di federazione di Chiese nazionali”:

> L’opzione federalista del vescovo di Roma

Alcuni ecclesiastici di primo piano si sono spinti anche al di là di quanto detto e non detto da Bergoglio. Ad esempio, l’arcivescovo Baldisseri – considerato un pupillo del papa – ha già dato per assodato che “Francesco vuole un sinodo dinamico e permanente, come osmosi tra il centro e la periferia”.

Il moltiplicarsi in Germania, da parte di vescovi e cardinali di peso, di pronunciamenti a sostegno della comunione ai divorziati risposati – che sarà appunto uno dei temi in discussione nel prossimo sinodo – sembra anch’esso avvalorare questa novità.

Ci sono però almeno due elementi, in papa Bergoglio, che sembrano orientarlo in direzione opposta.

Il primo è la forma monocratica, accentratrice, con cui Francesco sta di fatto governando la Chiesa.

Le nomine più significative di questo inizio di pontificato, sia in curia che fuori, sono tutte discese da scelte personali di papa Bergoglio, talora fatte saltando i normali processi di consultazione o trascurando le norme in vigore.

Ad esempio, nonostante le leggi fondamentali del governatorato della Città del Vaticano consentano che il segretario generale sia un laico, il papa non solo ha promosso a questo ruolo un ecclesiastico, il legionario di Cristo argentino Fernando Vérgez Alzaga, a lui legatissimo, ma lo ha anche consacrato vescovo e gli ha affidato la cura pastorale dei cittadini del piccolo Stato, sottraendola al cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica di San Pietro e vicario generale per la Città del Vaticano.

In altri casi Francesco ha nominato persone che sono la negazione vivente del suo programma di pulizia e di riforma della curia. E le ha mantenute al loro posto nonostante tutti gli avvertimenti ricevuti in contrario, anche da parte di ecclesiastici integerrimi e di sua sicura fiducia:

> Ricca e Chaouqui, due nemici in casa

Quanto alle conferenze episcopali, la loro autonomia e il loro peso non sono in crescita ma in declino. Tra quelle che si erano distinte nella fase finale del pontificato di Benedetto XVI, solo quella degli Stati Uniti prosegue sulla stessa rotta.

L’italiana, la più legata alla sede di Pietro, è allo sbando. Francesco ha esautorato il segretario generale Mariano Crociata e l’ha confinato a Latina, una diocesi di terza fila. Ha rimosso il presidente, il cardinale Angelo Bagnasco, dal ruolo di membro della congregazione per i vescovi, promuovendovi al suo posto l’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, uno dei tre vicepresidenti della CEI, che risulta essere invece nelle grazie dell’attuale papa. E ora si appresta a nominare il nuovo segretario, che diventerà di fatto il numero uno della conferenza, alle sue dirette dipendenze.

Nel frattempo, Bergoglio ha chiesto alla CEI di decidere se intende eleggere essa stessa il futuro presidente oppure se preferisce lasciare la nomina al papa, come avviene da sempre.

Nel 1983, nell’unica loro precedente consultazione in materia, i vescovi italiani si dissero in maggioranza favorevoli all’elezione.

Ma questa volta, dagli umori che circolano, sembra che i più preferiscano lasciare a papa Bergoglio l’incombenza, pur di evitare il rischio di entrare in collisione con lui.

Nel conclave dello scorso marzo i vertici della CEI si spesero a sostegno del cardinale Angelo Scola. E poco dopo l‘“habemus papam” diffusero per errore un comunicato di plauso per l’avvenuta elezione… dell’arcivescovo di Milano.

Tuttora temono che il vero eletto non gliel’abbia perdonata.

Il secondo elemento che sembra trattenere papa Francesco da un rafforzamento delle conferenze episcopali, in funzione di un governo della Chiesa più “collegiale”, ha a che fare con l’ecclesiologia.

“La Chiesa universale non può essere concepita come la somma delle Chiese particolari né come una federazione di Chiese particolari. Essa non è il risultato della loro comunione, ma, nel suo essenziale mistero, è una realtà ontologicamente e temporalmente previa ad ogni singola Chiesa particolare”.

Così si sono espressi Giovanni Paolo II e l’allora cardinale Ratzinger in una lettera del 1992 della congregazione per la dottrina della fede, dal titolo “Communionis notio”.

La lettera era indirizzata ai vescovi e così proseguiva:

“Infatti, ontologicamente, la Chiesa-mistero, la Chiesa una ed unica secondo i Padri, precede la creazione, e partorisce le Chiese particolari come figlie, si esprime in esse, è madre e non prodotto delle Chiese particolari. Inoltre, temporalmente, la Chiesa si manifesta nel giorno di Pentecoste nella comunità dei centoventi riuniti attorno a Maria e ai dodici Apostoli, rappresentanti dell’unica Chiesa e futuri fondatori delle Chiese locali, che hanno una missione orientata al mondo: già allora la Chiesa parla tutte le lingue.

“Da essa, originata e manifestatasi universale, hanno preso origine le diverse Chiese locali, come realizzazioni particolari dell’una ed unica Chiesa di Gesù Cristo. Nascendo nella e dalla Chiesa universale, in essa e da essa hanno la loro ecclesialità. Perciò, la formula del Concilio Vaticano II: ‘La Chiesa nelle e a partire dalle Chiese’ (Ecclesia in et ex Ecclesiis) è inseparabile da quest’altra: “Le Chiese nella e a partire dalla Chiesa” (Ecclesiae in et ex Ecclesia). È evidente la natura misterica di questo rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari, che non è paragonabile a quello tra il tutto e le parti in qualsiasi gruppo o società puramente umana”.

La lettera dava veste ufficiale alla tesi sostenuta da Ratzinger nella disputa che lo opponeva al collega teologo tedesco, poi cardinale, Walter Kasper.

Kasper sosteneva la simultaneità originaria della Chiesa universale e delle Chiese particolari e vedeva all’opera in Ratzinger “un tentativo di restaurazione teologica del centralismo romano”. Mentre Ratzinger rimproverava a Kasper di ridurre la Chiesa a una costruzione sociologica, mettendo in pericolo l’unità della Chiesa e in particolare il ministero del papa.

La disputa tra i due cardinali teologi è proseguita fino al 2001, con un ultimo scambio di stoccate sulla rivista dei gesuiti di New York, “America”.

Ma divenuto papa, Ratzinger è tornato a ribadire la sua tesi nell’esortazione apostolica postsinodale “Ecclesia in Medio Oriente” del 2012:

“La Chiesa universale è una realtà preliminare alle Chiese particolari, che nascono nella e dalla Chiesa universale. Questa verità riflette fedelmente la dottrina cattolica e particolarmente quella del Concilio Vaticano II. Introduce alla comprensione della dimensione gerarchica della comunione ecclesiale e permette alla diversità ricca e legittima delle Chiese particolari di articolarsi sempre nell’unità, luogo nel quale i doni particolari diventano un’autentica ricchezza per l’universalità della Chiesa”.

E Bergoglio? Eletto lui alla cattedra di Pietro, diede subito l’impressione di volere un governo della Chiesa più collegiale.

E nel suo primo Angelus in piazza San Pietro, il 17 marzo, raccontò alla folla d’aver letto con profitto un libro del cardinale Kasper, “un teologo in gamba, un buon teologo”.

Alcuni associarono le due cose e conclusero che papa Francesco sposasse le posizioni di Kasper nel rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali.

Ma non era così. Il libro di Kasper letto dal papa non riguardava l’ecclesiologia, ma la misericordia di Dio.

E quanto all’ecclesiologia, il teologo da sempre più ammirato e citato da Bergoglio è Henri De Lubac (1896-1991), gesuita e infine cardinale, autore nel 1971 di un saggio dal titolo “Les Églises particulières dans l’Église universelle” che sosteneva con vent’anni d’anticipo e quasi con le stesse parole le tesi di Ratzinger e della “Communionis notio”.

A giudizio di De Lubac “la Chiesa universale non risulta in un secondo momento per un’addizione di Chiese particolari o per una loro federazione”. Né la collegialità episcopale deve tradursi in “nazionalismi ecclesiali che si accompagnano solitamente a un altrettanto nefasto pluralismo dottrinale” e a una sottrazione al papa della sua autorità.

Nel capitolo quinto di “Les Églises particulières dans l’Église universelle” De Lubac applica l’analisi alle conferenze episcopali e attribuisce loro un fondamento non dottrinale ma semplicemente pragmatico, non di diritto divino ma di solo diritto ecclesiastico:

“La costituzione conciliare ‘Lumen gentium’ è la più chiara possibile, a questo proposito. Non riconosce alcuna mediazione di ordine dottrinale tra la Chiesa particolare e la Chiesa universale”.

Papa Bergoglio non è teologo. Ma questi sono i suoi maestri.

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L’intervista di papa Francesco ad Andrea Tornielli, uscita su “La Stampa” del 15 dicembre: > “Mai avere paura della tenerezza”

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La lettera del 1992 della congregazione per la dottrina della fede ai vescovi, sul rapporto tra la Chiesa universale e le Chiese particolari: > Communionis notio

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Una precisa ricostruzione della disputa tra Joseph Ratzinger e Walter Kasper, ad opera dell’archimandrita e teologo greco ortodosso Amphilochios Miltos, pubblicata su “Istina” 58 (2013) 1, 23-39 e su “Il Regno-Documenti” 17 (2013), 568-576: > Le Chiese locali e la Chiesa universale

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