Come si interpreta la ”misericordia” nell’arcidiocesi di Trento

“Misericordia” è solo uno slogan, ormai.

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Così il gruppo De Benedetti “arruola” Hans Kung per attacare il Papa

cristianesimocattolico:

Il settimanale “L’Espresso” ha pubblicato un’intervista all’ateologo Hans Küng. Nel sottotitolo: “La fede non può essere imposta. Ecco perché sbaglia Joseph Ratzinger”. Ci vuole una smisurata arroganza pensare che il Vicari di Cristo sbagli più di un eretico!

Così il gruppo De Benedetti “arruola” Hans Kung per attacare il Papa

Il complotto dell’idealismo contro la Chiesa

di P. Giovanni Cavalcoli, OP, da Riscossa Cristana (27/10/2012)

Oggi il Magistero della Chiesa parla raramente di “idealismo” come pericolo per la fede. Ne fanno cenno Pio XII nella Humani Generis, e S. Pio X nella Pascendi sotto il nome di “immanentismo”, nonché il Beato Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et Ratio. Ne accennò un documento della CDF in preparazione della beatificazione di Antonio Rosmini, per ribadire il carattere idealistico della famose 40 proposizioni condannate da Leone XIII ut littera sonat, ma per precisare che esse non riflettevano l’ispirazione di fondo del grande e santo Roveretano. L’idealismo è una forma di razionalismo assoluto (“il reale è razionale e il razionale è reale”, come dice Hegel); e sotto questo nome certamente è colpito anche dal Papa attuale, il quale riprende la condanna pronunciata dal  Beato Pio IX nel Sillabo.

Qui uso il termine “idealismo” in senso ampio, e penso non senza ragione, che poi spiegherò, e senza escludere i meriti dello stesso idealismo, del quale, lo dico subito, esistono due forme fondamentali: quella platonico-agostiniana, che riappare in S.Bonaventura, e questa è di tutto rispetto, anche se non priva di difetti, e quella, veramente pericolosa, che nasce con Cartesio e culmina con Hegel e seguaci sino ai nostri giorni, presente oggi persino all’interno della Chiesa, per cui si sta oggi diffondendo per esempio una cristologia di tipo panteista sotto l’influsso di Hegel. Vedi per esempio Küng e Rahner. L’idealismo è come la razza dei funghi: bisogna cogliere quelli sani ed evitare quelli velenosi.

Ciò che accomuna le due forme di idealismo e che fà sì che si usi lo stesso temine nei due casi è l’esaltazione dell’ideale, come ente mentale, visto come modello immutabile di perfezione, intimo alla coscienza, in qualche modo ipostatizzato, come fine e principio dell’agire morale e come superiore al reale, il quale ne è immagine o partecipazione.

Se questo ideale, come in Platone, è divino e trascendente, nessun pericolo per la verità e la salvezza dell’uomo. Ma se l’idea diventa un principio originario costitutivo della coscienza umana, idea che nega l’esternità dell’essere al pensiero e risolve il reale nell’ideale, e il pensare umano  così può innalzarsi da sé (“autotrascendenza”) alla coscienza della propria divinità in forza di questa strutturale, implicita, “preconcettuale” ed originaria divinità, allora nascono i guai e la salvezza dell’uomo falsamente inebriatosi della propria divinità, è in realtà condannata al fallimento.

La Chiesa non ha mai condannato anzi ha lodato la prima forma di idealismo, soprattutto quello agostiniano, anche se ne ha condannato certe deformazioni come in Lutero e Giansenio – sappiamo quanto il Papa attuale abbia simpatia per Agostino e Bonaventura. Tuttavia bisogna dire con franchezza che la Chiesa – un’infinità di documenti lo attestano[1] – preferisce S.Tommaso, col suo realismo legato ad Aristotele, più consono al realismo biblico.

Invece ha nettamente condannato la seconda forma di idealismo, il cosiddetto “idealismo trascendentale”, per riprendere il titolo stesso di un’opera programmatica dello Schelling, appunto uno dei massimi esponenti di questo idealismo.

È a questa seconda forma di idealismo, peraltro in un significato esteso, che intendo riferirmi in questo articolo. Allora: idealismo perché e in che senso? Avrei potuto parlare più genericamente di “modernismo” o forse anche di massoneria, per rifarmi a quell’articolo del Codice di Diritto Canonico che scomunica chi fosse affiliato ad un società segreta che “complotta contro la Chiesa”. Nel precedente Codice si faceva esplicito riferimento alla massoneria. Nel nuovo il termine è scomparso, ma non perché oggi non ci siano associazioni che complottano contro la Chiesa, ma perché non c’è solo la massoneria.

Il mio venerato docente di diritto canonico, il Padre Antonino Berizzi, OP, ci diceva spesso: nessun canone del Diritto Canonico è una mera astratta precauzione, ma ciascuno di essi è motivato dal fatto che ciò a cui si riferisce è un caso effettivamente esistente o esistito. Per questo è semplicemente ingenua per non dire ipocrita l’osservazione di certi buonisti per la quale oggi non esisterebbero società che “complottano contro la Chiesa”, atteso il fatto che essa, secondo loro, da tempo sta dialogando tranquillamente col mondo e la cultura moderna, per cui il parlare di Chiesa perseguitata o sofferente o minacciata sarebbe un discorso da guastafeste o l’apparire di una  spaventosa strega nel bel giardino, come avviene nella favola Il Mago di Oz, si tratterebbe di un arretrato “profeta di sventura”, contro il quale, come si sa, se la prese a suo tempo il Beato Giovanni XXIII.

I tradimenti, le inadempienze, gli scandali, le eresie, gli abusi liturgici, i vizi morali, le ingiustizie e le persecuzioni di fratelli contro fratelli che si ripetono da decenni, questi buonisti non li vedono, perché per loro, per riprendere una frase del Card. Martini, mai la Chiesa è andata così bene come oggi, salvo poi l’osservazione del medesimo Cardinale – pace all’anima sua – negli ultimi giorni della sua vita, che “la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni”, manifestando chiaramente, se non voleva contraddirsi, che per lui esistono due Chiese: la sua, moderna, e aggiornata e tranquilla e un’altra Chiesa (quella del Papa?), piagnucolosa e brontolona, rimasta indietro non solo rispetto al Vaticano II, ma anche al Vaticano I e che non ha ancora recuperato – come commentò argutamente un giornalista della BBC – il messaggio liberatorio dell’illuminismo appunto di due secoli fa, come invece ha fatto la Chiesa del card. Martini.

Così, sotto il termine “idealismo” vorrei mettere quelle dottrine che in vario modo possono essere ad esso collegate, per avere in comune con esso la medesima anima: non solo quello che da tempo si è convenuto di chiamare “antropocentismo” (la “svolta antropologica” di Karl Rahner, estrema conseguenza dell’antropocentrismo rinascimentale), ma anche più esplicitamente tutte le forme di panteismo antiche o moderne, dai Veda indiani al parmenidismo che giunge fino ai nostri giorni, dall’antica sofistica all’ermetismo, allo gnosticismo, al razionalismo assoluto, alla mistica protestante, ebraico-kabbalistica e ed islamico-sufista, all’apofatismo buddista o zen ed alla teosofia di Elena Blavatsky, fino a New Age ed alla stessa massoneria esoterica.

Nella sua lunga storia, i pericoli più gravi la Chiesa li ha subìti non tanto da parte del materialismo, facilmente individuabile da chi ha un minimo di sensibilità per la dignità dell’uomo, quanto piuttosto dal falso spiritualismo, che inganna anche i pastori, i teologi e le anime votate alla perfezione. Il cristianesimo è anelito al divino, per cui il cristiano è ingannato più da ciò che appare sublime che da ciò che è volgare. Inganna più il falso teismo che l’ateismo aperto. Ora, sta proprio qui la pericolosità dell’idealismo rispetto a tutte le altre ideologie di tipo sensista, edonista, empirista, positivista, evoluzionista, materialista, ateo.

Per tale motivo, per riferirmi a questo complotto internazionale potrei parlare semplicemente di “modernismo”, ma preferisco citare l’idealismo nel suddetto senso, perché, mascherato com’è da misticismo, biblicismo e spiritualità, sotto le vesti, come ha detto qualcuno, di un’“audace speculazione”, è l’insidia più pericolosa e ad un tempo più fascinosa per la Chiesa soprattutto riguardo alla sua classe dirigente, o, se vogliamo usare l’espressione tradizionale, “Chiesa docente”, ossia la gerarchia e i teologi.

Infatti nel modernismo di oggi, ben più complesso di quello dei tempi di S.Pio X, è possibile constatare la presenza di molte altre tendenze, come lo scientismo, il positivismo, il marxismo, l’esistenzialismo, la fenomenologia, l’empirismo, il protestantesimo, i dissidenti ortodossi, che non mi sembrano costituire il pericolo che invece viene dall’idealismo.

È comunque, nel suo insieme, questa complessa, intricata e potente rete di personaggi, tendenze, gruppi, associazioni, movimenti a livello internazionale che oggi in forme ora aperte ora soprattutto nascoste, complottano contro la Chiesa, mediante elementi infiltrati che sono i modernisti. E il loro piano non è più quello dello scontro globale frontale, ossia quello dell’ateismo e materialismo sette-ottocentesco platealmente anticlericale, apertamente, duramente, spavaldamente e sfacciatamente empio e bestemmiatore – pensiamo per esempio a un  Voltaire, a un Reimarus, a uno Strauss, a un Feuerbach, a un Marx, a un Renan, a un Comte, a un Freud o un Nietzsche. E oggi gli eredi di costoro sono legione.

In sostanza, quali sono le mire del suddetto complotto? Si possono riassumere nel progetto di una nuova Chiesa, in rottura con la precedente, e quindi una falsificazione della Chiesa così come è stata voluta da Gesù Cristo ed è conservata dalla Chiesa Cattolica sotto la guida del Papa.

E in che consiste tale falsificazione? Nel mantenimento delle strutture giuridico-esterne, compreso il Papa riveduto e corretto, poi l’organizzazione ai vari livelli e nelle diverse forme dell’autorità nel campo della gerarchia, degli istituti accademici, culturali, educativi, religiosi e laicali, nonché la prassi sacramentale e liturgica dovutamente reinterpretata, le opere sociali, assistenziali e missionarie della Chiesa.

Tutto ciò avviene sulla base di una “fede” intesa non come conoscenza o dottrina, ma come “esperienza atematica” o un vago ed equivoco “incontro con Cristo”, dove, bene che vada, la fede è confusa con la carità. L’emotività irrazionale sostituisce la volontà (nihil volitum nisi cognitum). Siccome tuttavia la mente umana non può fare a meno dei concetti, sotto il manto dell’“esperienza trascendentale”, i concetti ortodossi vengono sostituiti con concetti eretici, che risultano o da decurtazioni o da sincretismi con altre ideologie e altre religioni.

Contemporaneamente a questo svuotamento dei contenuti dottrinali e quindi comportamentali, si riduce la Chiesa, pur conservando a parole i suoi titoli di fede, ad una collettività semplice umana, e si abbandona l’idea di Chiesa come società fondata sulla Rivelazione divina secondo l’interpretazione della medesima Chiesa.

In tal modo, eliminando o relativizzando o reinterpretando la dogmatica, la Chiesa diventa una semplice associazione filantropica basata su di un’etica meramente naturale, razionale o scientifica, insomma una specie di entità politica, sociologica  o umanitaria tra le altre, senza alcuna pretesa di possedere verità divine obbligatorie per tutti, con la sostituzione di un ideale umanistico a quello della santità, insomma una società meramente umana alla pari di tutte le altre sotto l’autorità dello Stato, al quale soltanto spetta in ultima istanza e al di sopra di ogni altra istanza la cura del bene e del progresso dell’umanità. Lo Stato si sostituisce alla Chiesa nell’intento di procurare all’uomo il massimo bene possibile.

Sempre secondo questo progetto, tutt’al più ciò che la Chiesa crede o fa diventa una semplice figura, un simbolo, un segno o una metafora di ciò che effettivamente lo Stato divinizzato compie. Per esempio, i sacramenti non sono più segni del potere di un Dio trascendente, ma del potere divino dell’uomo-Dio. Quindi praticamente si cade nella magia.

L’opera missionaria non è più l’annuncio perentorio del Vangelo con l’intento di convertire i popoli a Cristo, purificandoli dall’errore e dal peccato, ma è la serena convivenza delle varie “fedi”, tra le quali, una tra le altre, c’è anche la fede cattolica. Ognuno deve seguire la propria “fede”. Nessuna esortazione, nessun richiamo, nessun avvertimento, nessuna correzione, che saprebbe di sopruso o violenza, ma soltanto “dialogo” e pacifico “confronto”, così come si confronta con piacere la differenza tra le rose, le viole o i ciclamini. Infatti tutti si salvano, quale che sia la religione alla quale appartengono e i peccati che hanno commesso. Pretendere che tutti si facciano cattolici sarebbe come pretendere che tutti i fiori si adeguino alla forma delle rose o dei papaveri.

Questo progetto che non esiterei a definire “diabolico”, tanto è falso rispetto al vero Vangelo, tanto è dannoso ed insieme insidioso, sopprime nel dato rivelato soprattutto la protologia, l’Incarnazione del Verbo e l’escatologia, le quali diventano semplici miti o figure di forze o dinamismi operanti all’interno della storia: lo stato d’innocenza e il peccato originale diventano rispettivamente l’originaria bontà o divinità dell’uomo; il peccato diventa il polo negativo della dialettica dell’evoluzione storica o dell’apparire dell’Assoluto.

L’Incarnazione e la parusia non sono più la venuta di un Dio trascendente nella storia, ma diventano il progetto della finale divinizzazione dell’uomo. La figura di Gesù Cristo è mantenuta (ecco l’insidia), ma è falsificata (i “falsi cristi”!). Essa o è ridotta a dimensioni meramente umane (il “profeta escatologico” di Schillebeeckx), se si ammette il teismo o, nel caso dell’antropologia panteista (“trascendentalista”), appare come il vertice sommo della divinità dell’uomo (la “cristologia trascendentale” di Rahner).

Tutto in fondo si potrebbe riassumere in quell’errore devastante, preso da alcuni troppo alla leggera, che il Magistero denuncia ormai da decenni sotto il nome di “secolarismo”, che si associa al liberalismo, all’indifferentismo religioso e al relativismo morale, mentre nel contempo nega ogni autorità infallibile del Magistero della Chiesa, e quindi la credibilità del dato rivelato. Come Rahner stesso teorizza, non c’è più distinzione tra sacro e profano, ma il sacro è la “radicalità del profano” e il “profano si autotrascende nel sacro”.

In questo quadro, le istituzioni ecclesiastiche, le credenze, le dottrine teologiche e la guida dei pastori compreso il Papa diventerebbero nei loro contenuti e nelle loro direttive pratiche semplici simboli, figure o immagini soprattutto a livello popolare, della suprema verità o della “scienza” assoluta custodita dal nuovo clero: i filosofi e i sapienti laici, eredi di Hegel. L’antica mistagogìa o anagogìa cristiana è sostituita dall’esoterismo gnostico e dalla falsa mistica dell’“esperienza trascendentale preconcettuale ed atematica” di Karl Rahner, desunta dalla filosofia di Heidegger.

Infatti, in questo progetto che sta diventando sempre più palese ed acquistando credibilità nella Chiesa, mano a mano che i suoi esecutori si sentono sicuri di poterlo realizzare, il Magistero della Chiesa dovrebbe perdere la sua pretesa di infallibilità e di definitività, e servirebbe solo ad interpretare e ad avallare la direzione vera della compagine ecclesiale, che spetterebbe – come sostiene Rahner – allo stesso popolo credente che si esprimerebbe in una classe di dotti – i ministri del culto (uomini e donne), i teologi e i biblisti -, ai quali soli spetterebbe la guida dottrinale e morale dell’insieme dei credenti, mentre i vescovi, sempre secondo la proposta di Rahner, avrebbero un compito solo pastorale e non dottrinale, limitando il loro campito a recepire e a registrare le decisioni del popolo di Dio che è ispirato da Dio. Dunque non una forma di ateismo aperto, invece un apparente teismo che in realtà è ateismo, che mette l’uomo al posto di Dio.

Infatti, il nome di Dio, come specchietto per le allodole o acchiappacitrulli, verrebbe mantenuto, ma indubbiamente si avrebbe o un Dio meramente naturalistico, come nella teologia di Schillebeeckx, dove la “grazia” è solo un nome per significare una generica benevolenza divina, che si trova anche nell’Ebraismo (hesed) o nell’Islam o nell’Induismo, oppure un Dio come “orizzonte della trascendenza umana”, di un’umanità che è già aprioristicamente divina (l’“esistenziale soprannaturale”), secondo il progetto panteistico rahneriano, o una cristologia “cosmica”, “punto Omega” del mondo come materia che evolutivamente “si autotrascende”, secondo il progetto teilhardiano, tutte idee che sono già state sistematizzate o accolte dalla massoneria illuministica ed esoterica. Nessun contrasto con la massoneria: la pace è fatta!

Addirittura, poi, dall’inizio del secolo scorso, per chi lo desidera e non riesce a digerire S.Tommaso d’Aquino ad litteram, è in atto un addomesticamento della teologia del Dottore Angelico, per il quale sarà possibile dirsi tomisti, o secondo un “tomismo” kantiano, come fece Maréchal, o hegeliano-heideggeriano, come tentò Rahner, o come hanno tentato altri, cosa che potrebbe andar bene con la pizza napoletana (alle acciughe, al salmone, alla cipolla, ecc.), ma che è semplicemente disonesta e pericolosissima se fatta col Dottore Comune della Chiesa.

Il Catechismo Olandese e il Corso Fondamentale sulla Fede di Rahner sono poi la magna carta di questa nuova Chiesa, chiaramente in contrasto col Catechismo della Chiesa Cattolica. Questi novatori, come è noto, si richiamano al Concilio Vaticano II, ma del tutto a torto, come i Papi stanno gridando sgolandosi da cinquant’anni, eppure tanti grulli ci credono.

Che cosa fare? Tenere gli occhi aperti e non lasciarsi imbonire, non lasciarsi spaventare dalle minacce, fossero anche quelle di persone costituite in autorità. La somma autorità è il Papa col Collegio dei vescovi unito a lui e chi osa comandare senza questa comunione col Magistero, comanda illegalmente ed invano e sarebbe colpa morale obbedire. Infatti in questo caso il disobbediente non è il suddito ma l’autorità che disobbedisce al supremo Magistero e con ciò stesso disobbedisce a Dio.

Certo è paradossale che la persecuzione oggi venga da fratelli di fede, da coloro che per primi dovrebbero sostenerci ed aiutarci nella fede e nella confutazione delle false dottrine. Ma Gesù lo aveva previsto ed Egli stesso del resto è stato respinto dalle autorità religiose del suo tempo.

Occorre che i vescovi dei paesi di antica tradizione cristiana, oggi compromessa, prendano in mano coraggiosamente la situazione, senza temere critiche, impopolarità, derisioni, emarginazione, e guardando a quei vescovi che sono in prima linea in mezzo ai non credenti, per esempio nei paesi islamici. I Francescani da ottocento anni abitano insieme con ebrei e musulmani in Terra Santa: come hanno fatto senza farsi ebrei o senza farsi musulmani?

Un vescovo che da noi ha paura di passare per sorpassato, integrista o conservatore, che rinuncia a correggere gli erranti e rifugge dal sostenere i pochi fedeli normali, che farebbe nelle circostanze nelle quali a Mons. Padovese è avvenuto che un fanatico gli tagliasse la gola? Sarebbe capace di affrontare un situazione simile? Ma la debolezza favorisce la prepotenza dell’avversario.

Esiste un complotto all’interno della Chiesa ma c’è anche l’avanzata dell’Islam, il quale non nasconde certo i suoi propositi come fanno i modernisti, ma ce li sbatte in faccia con arrogante e spavalda sicumera, presentandosi apertamente, in alternativa al cristianesimo, come vera salvezza e come nemico di Cristo e della Chiesa. Se qualche infedele offende Maometto si scatena la rivoluzione. Se qualche sciagurato tra di noi cattolici insulta la figura di Nostro Signore, si invoca, sempre tra di noi, magari con l’intervento di qualche vescovo,  la libertà di pensiero o di espressione artistica. I modernisti temono di più di offendere Maometto che non Gesù Cristo.

Tuttavia bisogna riconoscere che almeno l’Islam ammette la  religione  naturale.  Allora l’ideale sarebbe, come prescrive il Concilio, e come fanno alcuni saggi sull’esempio del Papa, di poter dialogare con l’Islam su questo comune terreno della religione naturale, nella speranza della sua conversione. Ma col fideismo su questo punto di tanti teologi su entrambi i fronti, l’impresa pare difficilissima, anche per la ritrosia degli islamici a convertirsi e la fiacchezza con la quale i cattolici propongono la loro fede, quando la propongono. Tuttavia non dobbiamo perderci d’animo. La Chiesa, con la forza divina del suo Signore e Sposo, continua a mantenere il timone della storia. Restiamo tra i flutti nella barca di Pietro!

Infatti, questo progetto diabolico potrà essere sventato solo con una fedele interpretazione ed applicazione del Concilio, che ci è stato dato dallo Spirito Santo per intercessione della Beata Vergine Maria. Nessuno dunque si lamenti del Concilio per qualunque motivo, ma lo veda come luce ed ancora di salvezza per i terribili pericoli che Satana ha escogitato per il nostro tempo.

[1] Uno storico domenicano della metà del secolo scorso raccolse la testimonianza di 82 Papi, senza evidentemente poter aggiungere quelle successive sino ad oggi.

Derive immanentistiche della teologia moderna (II parte)

di Mario Padovano, da Campari e de Maistre (11/07/2012)

E nell’ottica di un immanentismo teologico di fondo -notare l’irriducibile ossimoro- va vista anche l’affermazione dello stesso Rahner per cui «non si dà nessuna teologia, speculativa o pratica, che non sia antropologia»[1]. Questa deriva, del resto, la si può cogliere da parte sua ancor più chiaramente soprattutto nell’opera di Hans Küng che segna, potremmo dire, il punto d’arrivo di tutto quel processo (culturale) – da Teilhard de Chardin e Rahner a Hulsbosch a Schooneberg a Schillebeeckx, ecc. – di “sdivinizzazione”, per quanto illusorio, di Cristo e per conseguenza di “desacralizzazione” della sua Chiesa. 

D’ispirazione hegeliana, Kung è convinto, secondo le norme del più assurdo storicismo idealistico, che i dogmi del Magistero infallibile della Chiesa sono una interpretazione ellenistica dei dati biblici e che vanno reinterpretati via via secondo le esigenze della evoluzione culturale. Conseguentemente, non solo va negato il dogma dell’Infallibilità petrina, ma per Kung va assolutamente oltrepassata la stessa formola trinitaria di Nicea e quella cristologica dell’unione ipostatica del Concilio di Calcedonia. Per lui, come sottolinea Parente, Gesù  deve essere considerato soltanto «un uomo, un ebreo che nell’ambiente giudaico ha maturato una forte esperienza di Dio come salvezza degli uomini…»[2]: un semplice Rappresentante di Dio e quasi avvocato della sua causa. La conclusione ereticale di questa dottrina, va detto, poggia tutta su quel principio d’immanenza che giunge all’esplicitazione di un conseguente relativismo protagoreo, che come ogni altro tipo di relativismo si distrugge da sé una volta posto, che nega se stesso una volta affermato, risultando pertanto addirittura non-proponibile nella sua riduzione ad una affermazione auto-referenziale e perciò auto-contraddittoria: una affermazione non-affermabile, un pronunciamento impronunciabile, perché se lo fosse, sarebbe affermabile e pronunciabile all’infinito, cioè mai. 

E infatti, se tutto è relativo alla sua particolare epoca storica perché dovremmo prendere per metastorica e cioè valida anche per le culture non presenti questa stessa opinione? Perché quello che Kung dice, e cioè che l’affermazione per cui «ogni affermazione dipende intrinsecamente dal contesto storico in cui viene formulata», dovrebbe valere indipendentemente dallo scorrere del tempo mentre sostiene che tutto invece ne dipende? E se pretende di dire che appunto «tutto tranne questa affermazione è relativo», questa stessa affermazione che si fa soggetto di se stessa è proprio per questo ancora più assurda, ad un medesimo istante è infatti «ciò su cui si predica» e «predicazione stessa».[3] A partire dalla “confutazione sofistica” del presupposto teoretico (infondato) da cui parte Kung, non possono, pertanto, non interessare gli stessi esiti catastrofici che ha prodotto l’accettazione indiscriminata proprio di questo umanesimo ateo e protagoreo da parte di alcuni ambienti sedicenti cattolici che alla fine si sono talmente concentrati sul problema dell’evangelizzazione da dimenticare l’Evangelo stesso, si sono talmente applicati a dover portare gli uomini a Cristo che hanno dimenticato di portare Cristo- quello vero, della storia, della fede, del Magistero petrino, della teologia- agli uomini, cadendo così, volenti o nolenti, in quel medesimo «progetto di una religione universale a carattere etico (la Weltethik)»[4]. E ancora, paradossalmente «mettendo tra parentesi» l’autentico dato rivelato che ci presenta ad un tempo l’umanità e la divinità della medesima Persona di Cristo Signore nella irripetibile e imprescindibile unità del suo essere, e non rivolgendosi più alla metafisica dell’essere per averne una corretta sia pur limitata chiave di lettura, sembrano di volta in volta dimenticarsi che di «Gesù Cristo, Uomo-Dio,… una Persona, un Io, che vive due vite, perché sussiste e opera in due nature, con due volontà e si sente attraverso due coscienze, umanamente e divinamente»[5] vive non solo la teologia, ma la stessa pietà e arte cristiana, vive la stessa fede cattolica e che «…sotto il cielo mai risuonò un Io più tremendo e più dolce di questo, che freme dell’onnipotenza divina e vibra di tutto l’umano dolore».[6]

[1] K. Rahner, «Antropozentrik», in Lexikon für Theologie und Kierche, I, col. 633

[2] P. Parente, Postilla di aggiornamento, in L’Io di Cristo, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1981, p.429

[3] La regola è evidente: ogni affermazione non può mai predicare qualcosa di se stessa, in quanto, essendo per sua natura appunto predicazione di qualcosa inerente a qualcos’altro, dovrebbe in tal modo essere predicata già prima di esserlo; e sembra per giunta assomigliare alla «regola dei gradi semantici» per la quale: «Se in un’espressione un predicato determina un argomento nel quale si trovano espressioni del medesimo grado, al quale questo predicato appartiene, o d’un grado superiore, essa è priva di senso» ( J. Bochenski, Nove lezioni di logica simbolica, trad. it., ESD, Bologna 1995, lezione VII,p.114)

[4]In  A. Livi, Lettera aperta a Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, pubblicata in SEFT www.formazioneteologica.it, Articoli

[5] P. Parente, op.cit., p 408

[6] Ibid.

Caritas in Veritate. Riflessioni sul caso “Livi-Bianchi”

di Giovanni Covino, da Campari e de Maistre (29/04/2012)

Il Santo Padre Benedetto XVI conclude la premessa al suo libro Gesù di Nazaret con parole che manifestano un atteggiamento di profonda umiltà: il Pontefice afferma, infatti, che questo suo lavoro è «unicamente espressione della ricerca personale» e «in alcun modo un atto magisteriale», quindi «ognuno è libero contraddirmi». Tali parole mi hanno fortemente colpito, anche perché la lettura di queste righe è avvenuta nel giorno in cui lo stesso Benedetto XVI celebrava la Santa Messa Crismale, durante la quale ha richiamato la virtù dell’obbedienza, indicando in essa, per l’ennesima volta, l’unica via per un autentico rinnovamento.

Ora, sia le parole della prefazione su richiamate, sia quelle seguenti dell’omelia,  aprono ad una seria riflessione su quello che è stato chiamato il “caso Livi”, cioè su quel caso esploso dopo che mons. Antonio Livi, appunto, ha pubblicato un articolo su La Bussola Quotidiana con il titolo Falsi profeti, dove prende in esame le riflessioni fatte da Enzo Bianchi sulle “tentazioni di Cristo”, e  pubblicate lo scorso 4 marzo su Avvenire. Come più volte ha ripetuto Livi nei suoi successivi interventi, il giudizio dato non è contro Bianchi «come persona ma contro la sua “fama di santità”, ossia contro la presentazione che se ne fa come di un vero mistico, di un autorevole interprete della Scrittura, di un venerato maestro di dottrina cristiana, di un eroico combattente per la riforma della Chiesa e per l’ecumenismo.» 

Bisogna tener ben presente questo punto per evitare di far scivolare le giuste osservazioni del filosofo toscano in una vuota polemica di carattere ideologico, che non serve a nessuno. Queste considerazioni devono essere lette in opposizione ad una mentalità che oramai trova larghi consensi tra gli stessi cattolici, ovvero la convinzione di poter essere interpreti infallibili della Scrittura sostituendosi così al Magistero, e di arrogarsi il diritto di giudicare come errate le posizioni della stessa Santa Madre Chiesa. Livi insomma non ha fatto altro che far notare, da pastore, pubblicamente, gravi errori in materia di fede, che pubblicamente Bianchi ha divulgato, e di più sul quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana. A ciò si aggiunga che spesso Bianchi si è soffermato, in alcuni articoli, sulla figura di Hans Küng, noto teologo dissidente, e non certamente per prenderne le distanze. È ovvio che nessuno proibisce al priore di Bose di parlare con e di Hans Küng, ma la situazione cambia completamente se viene fatto pubblicamente di lui un elogio, come è avvenuto in un articolo dello scorso 11 marzo, uscito su La Stampa. Il titolo dell’articolo, Hans Küng, l’occasione sprecata dalla Chiesa, è emblematico, in quanto già mostra, con l’espressione “occasione sprecata”, una vena polemica dell’autore nei confronti del giudizio della Chiesa, come se fosse un optional per la Sposa di Cristo custodire e difendere il depositum fidei. Visto che, la custodia della santa fede, non è una cosa superflua, bisognava, piuttosto, dire che l’occasione è stata sprecata non dalla Chiesa, ma dallo stesso Küng che, pubblicando una nuova edizione del suo Essere cristiani, non ha accolto ancora il materno “monito”, pronunciato il 15 febbraio del 1975, di ritornare a praticare la teologia nel modo giusto, come si conviene a un cattolico (cfr. Congregazione per la dottrina della fede, Monitum del 15 febbraio 1975: cfr. Enchiridion Vaticanum, vol. V, § 1090).

Ora, volendo leggere gli interessi di Bianchi verso il teologo dissidente,  protestanti, non credenti ecc., in relazione al dialogo e all’apertura, e quindi come atto caritatevole, non bisogna dimenticare  che la carità non va disgiunta dalla verità, pena il venir meno della stessa carità; a tal proposito leggiamo in un documento del Concilio Vaticano II che «bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina», evitando dunque ambiguità di ogni genere, nella consapevolezza che «niente è più alieno dall’ecumenismo che quel falso irenismo, che altera la purezza della dottrina cattolica e ne oscura il senso genuino e preciso» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, n. 11.), insegnamento prezioso, che richiama alla mente il Vangelo di Giovanni, quando Nostro Signore parla di se stesso come il “pane della vita” e invita a cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue: molti andarono via per la durezza del linguaggio, ma non per questo Gesù lo “addolcì” (Gv, 6, 1-71).

Come si può notare le mie riflessioni, mettono in evidenza che le considerazioni di Livi vanno al di là delle pagine di Avvenire, per inserirsi in scia alle preoccupazioni dello stesso Benedetto XVI circa la situazione della Chiesa: nel suo ultimo lavoro, Vera e falsa teologia, infatti, il filosofo toscano si è impegnato nel delicato compito di «verificare se un discorso su Dio e sulla religione rispetti lo statuto epistemologico di un’autentica “scienza della fede”» e per far ciò ha compiuto una “risalita epistemica”, cioè ha individuato dei presupposti che rendono logicamente accettabile le tesi che vengono formulate da chi si professa teologo. Nelle pagine centrali del trattato Livi esplicita i presupposti per una corretta elaborazione teologica e dichiara: «Il più importante dei criteri per effettuare in teologia una corretta ermeneutica del dogma è dunque l’attenta individuazione del nucleo dogmatico proprio di ogni tema teologico attraverso il sistematico riferimento alla Tradizione, alla Scrittura e al Magistero». Questo importante criterio didiscernimento non può non essere tenuto presente da tutti i cattolici, in particolar modo da chi ha importanti responsabilità pastorali, solo in tal modo si può evitare di aggiungere confusione a confusione e cominciare una vera opera di evangelizzazione.

È ovvio, dunque, che le preoccupazioni di Livi non sono legate ad una sterile critica nei confronti del priore di Bose, piuttosto esse si volgono a quel fenomeno diffuso -come già richiamato – di far passare per autentica teologia ciò che si allontana dalla dottrina di Cristo, fedelmente custodita nei secoli dalla Chiesa. Molti sono gli studiosi a cui possiamo far riferimento circa tale atteggiamento: oltre al già citato Hans Küng, anche i tedeschi Karl Rahner e Klaus Hemmerle, ma anche gli italiani Piero Coda e Vito Mancuso, autori la cui metodologia di studio viene minuziosamente esaminata da Livi nel suo ultimo lavoro epistemologico, dove emerge chiaramente che le tesi formulate da questi (e da altri vari autori) non possono qualificarsi come teologiche, e non perché lo dice Livi, ma solo perché tali tesi possono dirsi propriamente teologiche (e quindi utili al rafforzamento della fede dei cattolici) solo quando risultano conformi alla prime verità costituite dal dogma, ossia dalla Parola di Dio così come viene proposta infallibilmente dalla Chiesa.

Non apprezzo i monaci atei. Livi, autorevole e venerabile teologo di establishment nega la cattolicità del “profeta” Bianchi

di Paolo Rodari, da Palazzo Apostolico (19/04/2012)

“Per aver detto ciò che penso su Enzo Bianchi mi danno del cattolico tradizionalista, pigiando con disprezzo sull’aggettivo, ma io non mi sento tale, mi sento piuttosto cattolico punto e basta, uno che senza offendere nessuno cerca di difendere la vera teologia dai falsi profeti, da coloro che dicono di fare teologia e invece altro non fanno che una squallida filosofia religiosa. Bianchi è uno di questi”.

Del clero romano, già decano della facoltà di Filosofia alla Pontificia università lateranense, “il più solido filosofo metafisico che le facoltà teologiche romane e italiane abbiano conosciuto dopo padre Cornelio Fabro” (copyright Sandro Magister), insomma non proprio l’ultimo arrivato, monsignor Antonio Livi spiega al Foglio dove diavolo abbia trovato il coraggio (e soprattutto per quale motivo l’abbia voluto trovare) di attaccare a testa bassa, qualche settimana fa, il monaco più mediatico del panorama ecclesiale italiano, Enzo Bianchi il quale, oltre che fondatore e priore di Bose, è scrittore prolifico ed editorialista per Repubblica, Sole 24 ore, Avvenire e Famiglia Cristiana.

Un attacco durissimo e che, vergato sulle pagine del giornale cattolico on line La Bussola quotidiana, ha provocato qualche tempo dopo la reazione, in difesa di Bianchi, del direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che poi ha lasciato la palla direttamente al monaco bosiano per un botta e risposta con Livi sui generis rispetto al consueto ecclesialese del quale i personaggi di chiesa ammantano il più delle volte il loro parlare.

“Enzo Bianchi?”, si è domandato Livi il giorno che ha deciso di aprire il fuoco. “Si presenta come il priore della Comunità di Bose, che i cattolici ritengono essere un nuovo ordine monastico, mentre canonicamente non lo è, perché non rispetta le leggi della chiesa sulla vita comune religiosa. I cattolici lo ritengono un maestro di spiritualità, un nuovo san Francesco d’Assisi capace di riproporre ai cristiani di oggi il vangelo sine glossa, ma nei suoi discorsi la scrittura non è la parola di Dio custodita e interpretata dalla chiesa ma solo un espediente retorico per la sua propaganda a favore di un umanesimo che nominalmente è cristiano ma sostanzialmente è ateo”.

Tutto è iniziato il 4 marzo, per colpa di un paginone a colori nell’inserto domenicale di Avvenire nel quale Bianchi, all’inizio della Quaresima, commentava il racconto evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto.

Qui, secondo Livi, Bianchi nega esplicitamente la divinità di Cristo, parla del suo “essere creatura” e lo presenta come un simbolo dell’etica sociale politically correct, l’etica dell’uomo che, come scrive il priore di Bose, deve “avere il cuore e le mani libere per dire all’altro uomo: mai senza di te”.

Ma è l’11 marzo che per Livi la misura diviene colma. Quel giorno Bianchi scrive sulla Stampa un pezzo dedicato a Hans Küng, con tanti elogi al “teologo ribelle” e una dura accusa alla Santa Sede: non comprendendo le ragioni del professore svizzero, anzi togliendogli la qualifica di teologo cattolico, la chiesa avrebbe perso un’occasione importante. Secondo Bianchi, infatti, “le sue posizioni, così stimolanti per i cristiani di oggi e per l’uomo contemporaneo non hanno più avuto come luogo di confronto e di risonanza la comunità cattolica in quanto tale”.

Apriti cielo. Per Livi, da sempre abituato a parlare senza fronzoli e in modo spiccio davanti ai suoi alunni della Lateranense (a lezione non si toglie mai il cappotto), è davvero troppo. Dice: “Ho recentemente pubblicato un libro, Vera e falsa teologia (Editrice Leonardo da Vinci), il cui sottotitolo spiega molte cose. Recita così: ‘Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa’. Bianchi non fa teologia, non si rifà al dogma cattolico ma un’equivoca ideologia filosofico-politica che ben poco serve a comprendere e a vivere la verità rivelata da Dio. Da troppi anni il priore di Bose non solo gode di grande favore presso gli intellettuali atei ma è anche considerato negli ambienti cattolici un ‘maestro della fede’ e un ‘profeta’ del cristianesimo del futuro: a un certo punto era opportuno che qualcuno facesse notare l’ambiguità di questa operazione culturale. Io non ho nulla contro Bianchi, e tutti hanno la libertà di interpretare il cristianesimo come meglio credono, ma è importante avvertire chi dovrebbe avere responsabilità pastorale (anche giornali come Avvenire e Famiglia Cristiana) che in materia di fede l’unica autorità garantita dalla fede stessa è il magistero della chiesa. La falsa teologia propone soltanto dottrine di uomini, invece di farsi eco della parola di Dio. La teologia è autentica serve alla fede se non contraddice il magistero del Papa e del Concilio, e nemmeno si sovrappone a essi, ma ne tenta un’interpretazione scientifica che risulti affidabile”.

Insomma, sta dicendo lei farebbe vera teologia e Bianchi no? “Io non c’entro. La Chiesa ha tanti ottimi teologi anche al giorno d’oggi. Io nel mio libro critico alcuni noti teologi che seguono più Hegel che i concili ecumenici, ma rendo anche omaggio a teologi di fama internazionale come Charles Journet, Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger (oltre a italiani come Carlo Caffarra, Inos Biffi, Rino Fisichella). Io uso la mia competenza epistemologica per mostrare qual è l’unico metodo logico per fare vera teologia. La vera teologia è opera di chi crede nella verità rivelata e procede con metodo scientifico a formulare ipotesi d’interpretazione del dogma al servizio della fede della chiesa. Ma, essendo questo il suo statuto epistemologico, essa deve rispettare il proprio limite ermeneutico e non rimettere in discussione ciò che costituisce il nucleo essenziale (sia in senso semantico che in senso aletico) della fede di sempre e di tutti. Procedere diversamente significa fare, non più teologia ma ‘filosofia religiosa’, che è un discorso su Dio e sulla religione ibrido e incoerente, privo di consistenza aletica, cioè veritativa”.

Sostiene Livi che una filosofia siffatta è anche un regresso al razionalismo e al fideismo dell’Ottocento, che già il Concilio Vaticano I aveva dichiarato incompatibili con la fede cattolica. Dice: “Il razionalismo teologico ha avuto un suo apogeo con Hegel e Schelling, i quali parlavano dei misteri rivelati (l’incarnazione del Verbo, la Trinità) risolvendoli in elucubrazioni meramente filosofiche; nello stesso periodo Kierkegaard esaltava il fideismo. Io dico: tutti sono liberi di non credere a una rivelazione divina e di preferire al Vangelo una sapienza umana, ma non vengano a dire che è teologia, perché questa non è un nutrimento sano della fede ma una specie di sofisticazione alimentare. Chi trasforma la dottrina cristiana in cattiva teoria religiosa, ricorrendo agli artifici della letteratura di moda, allontana i fedeli dall’intelligenza della fede, facendo credere che i dogmi siano d’intralcio alla spiritualità e che la fraternità cristiana consiste nel far proprie, come se fossero sempre valide, tutte le idee dei cosiddetti ‘dissidenti’ e dei contestatori della chiesa-istituzione”.

Alle parole di Livi, Bianchi ha reagito. Scrivendogli una lettera poi resa pubblica, Bianchi assicura Livi della sua “fede cattolica” e della sua “leale appartenenza alla chiesa”. E ancora: “La fede che professo” ha scritto “è quella del credo che proclamo ogni domenica nella messa. Per me, quindi, Gesù Cristo è il Figlio di Dio, il Signore morto e risorto per la nostra salvezza. Se non lo ritenessi tale, ma solo un uomo, lei pensa che avrei scelto la vita monastica cristiana, che da quasi cinquant’anni tento di vivere, con fatiche e inadempienze certo, ma nella fede in Lui?”. Dice Livi: “Un conto è dire che si crede in Dio, un altro è continuare a proclamare attraverso i propri scritti un umanesimo ateo. Anche nelle scorse ore Bianchi ha scritto che la resurrezione di Cristo è un simbolo, il simbolo dell’amore che vince la morte. Scrivere così significa buttare ogni cosa della fede – che è il regno del concreto esistenziale – sull’astratto, nell’ideologia. Significa distruggere il dogma e ridurre la chiesa a umanesimo, il tutto mostrandosi, agli occhi dei credenti, come un profeta, portatore di un messaggio in qualche modo divino. Tutto ciò altro non è che un millantato credito di un intellettuale che molti considerano un monaco, un sacerdote e un teologo, mentre queste qualifiche, nei termini in cui vengono usate nella chiesa cattolica, non gli appartengono”.

Gli intoccabili. Il caso Enzo Bianchi.

di Sandro Magister, da Settimo Cielo (09/04/2012)

Guai a chi tocca Enzo Bianchi. Ci ha provato a metà marzo don Antonio Livi, il più solido filosofo metafisico che le facoltà teologiche romane e italiane abbiano conosciuto dopo padre Cornelio Fabro. Ed è stato immediatamente fulminato dalla reazione acre e scomposta non di Bianchi in prima persona, ma del direttore di Avvenire, il giornale cattolico che ospita tanto generosamente quanto incautamente un gran numero di scritti del fondatore e priore di Bose.

Da allora, però, la polemica non si è acquietata. E prosegue in questo post con la messa a nudo dell’equivoco pensiero di Bianchi ad opera di un analista non meno competente e acuto di Livi, il professor Pietro De Marco.

Ma prima di dare a lui la parola, ecco un breve riepilogo della controversia, accesa da un articolo su La Stampa dell’11 marzo 2012 nel quale Bianchi scioglie un peana a Hans Küng:

> Hans Küng, l’occasione persa dalla Chiesa

Alcuni giorni prima, domenica 4 marzo, su Avvenire, Bianchi aveva pubblicato un commento alle tentazioni di Gesù nel deserto:

> Tentazioni. Gesù, Satana e il potere dell’orgoglio

Già in questo articolo Livi aveva ravvisato un uso inconsulto della definizione di “creatura” applicata a Gesù. Ma è dopo l’uscita dell’articolo pro Küng che il filosofo rompe gli indugi. E il 17 marzo pubblica una dura critica a Bianchi sul blog cattolico La Bussola Quotidiana:

> Falsi profeti

In totale difesa di Bianchi entra in campo il 23 marzo il direttore di Avvenire Marco Tarquinio:

> Quelle maligne deformazioni

Livi invia a Tarquinio una replica, che Avvenire non pubblica. Essa esce su La Bussola il 27 marzo:

> Lettera aperta a Tarquinio

Anche Bianchi replica brevemente a Livi, che a sua volta gli risponde con una nota. Questi due testi escono su La Bussola il 2 aprile:

> Bianchi-Livi, botta e risposta

Segue, fuori polemica ma come nuovo tassello dei suoi innumerevoli scritti, l’articolo di Bianchi uscito su La Stampa la domenica di Pasqua, 8 aprile:

> Il giorno della vittoria dell’amore

E siamo al commento di De Marco, che ha parole severamente critiche anche per quest’ultimo articolo, oltre che per un paio di libretti, del priore di Bose.

Il quale è un caso di studio non solo in sé stesso, ma per l’ampio alone di plauso che lo avvolge fuori e dentro la Chiesa, compresi i numerosi vescovi, sacerdoti, giornalisti, intellettuali che sono incantati dalla sua prosa.

Una prosa che anche Settimo Cielo ha di recente passato al vaglio:

> I silenzi del priore di Bose

*

APPUNTI SUL “MAGISTERO” DEL PRIORE DI BOSE

di Pietro De Marco

Due cose colpiscono nella querelle sorta attorno alle critiche mosse da Antonio Livi a Enzo Bianchi, occasionate da un articolo di Bianchi, su La Stampa dell’11 marzo, sulla nuova edizione di Essere cristiani di Hans Küng.

La prima è la difficoltà di Enzo Bianchi a valutare autocriticamente la portata dei suoi interventi, sia che cadano su un terreno ricettivo (dove attecchiscono senza che lui per primo ne possa controllare i frutti) sia che arrivino a menti e ad ambienti critici nei suoi confronti, ove vengono di regola, ma legittimamente, valutati con allarme se non con ostilità. Su questo punto tornerò.

La seconda è la preziosa occasione di riflessione e mediazione che Avvenire poteva mettere a frutto, ma ha mancato. Marco Tarquinio, il direttore del quotidiano della conferenza episcopale italiana, ha perso (e in modo irragionato e scomposto: da vecchio collaboratore del giornale me ne dolgo) l’opportunità di offrire finalmente uno spazio al severo, duro, dibattito che percorre la Chiesa cattolica da alcuni anni su questioni della massima importanza: in primo luogo la quotidiana diluizione della “fides quae” (cioé dei contenuti della dottrina della fede) che avviene per molte vie e, non secondariamente, attraverso la manipolazione militante o abitudinaria del Vaticano II.

L’Avvenire di Tarquinio preferisce invece incrementare nei cattolici italiani una koinè magmatica di “sociale” e “spirituale”, senza domandarsi se il bagno nell’emozionale attivistico e nei fasti dell’ecclesialese che – con eccezioni – vi dominano, non si accodi alla perdita di rigore dell’intelletto cattolico di questi anni, e non stenda una patina opaca anche sulla forza e determinatezza dell’insegnamento papale.

Può darsi che la valutazione che Livi ha dato della “predicazione” di Bianchi (in effetti inarrestabile, senza tregua, per cento canali) abbia ecceduto in durezza. Livi recentemente ha pubblicato un importante volume sulla teologia come scienza della fede (contro le derive di quella “filosofia religiosa” venduta per teologia che infesta le facoltà cattoliche e molta produzione teologica), libro di cui Avvenire non ha finora parlato e che le librerie cattoliche si guardano bene dal mettere in evidenza. Da un’intelligenza esercitata al rigore come quella di Livi non sorprende che sia arrivata una reazione dura, nell’attimo in cui il fenomeno deprecato gli è sembrato superare ogni soglia di tollerabilità.

Questo traboccare, lo sappiamo, può essere provocato anche solo da una goccia. Anch’io avevo messo da parte l’articolo di Bianchi su Küng: un episodio, non così minore, di mancanza di responsabilità non solo nei confronti dei tanti che bevono le sue parole ma della sua stessa intelligenza. Chiedo: si può scrivere di Hans Küng su un giornale (che prevede una quota di lettori occasionali e non sistematici di ciò che si scrive) senza prendere esplicitamente da lui le distanze, e non tanto per opportunità ma per l’obiettiva pericolosità di un autore che ha prodotto danni enormi alla Chiesa? Non è legittimare, anzi incentivare presso il lettore (magari un “sincero cercatore di Dio”) la lettura di qualsiasi altra cosa di Küng, dai pamphlet più insidiosi e in odore di eresia alle piatte eppure maliziose compilazioni storico-religiose, dalle costanti e insolenti aggressioni a Roma ai velleitari progetti di “etica mondiale”? Non prevale in Bianchi, in questi casi, una presunzione di “magistero” divenuta talmente automatica da mettere, come Livi ha denunciato, sullo stesso piano Küng e Roma, giocando cioè a una sorta di superiore terzietà? Una goccia, magari, nel mare degli interventi del priore di Bose, eppure un brutto sintomo.

A suo tempo avevo lasciate “pro bono pacis” nel mio cassetto delle annotazioni sulle pagine iniziali de La differenza cristiana, un lettissimo volumetto di Bianchi pubblicato da Einaudi nel 2006. Ora è forse il momento di usarle. Nessun processo all’autore; ma una conferma di quell’enunciare incoerente o equivoco che, a più modesti livelli, sta corrompendo il laicato colto e settori del clero delle generazioni di mezzo, anzitutto.

Si possono sottolineare già le coordinate offerte dall’indice del libro: 1. “Una laicità del rispetto”, ove si indulge in formule problematiche come “laicità, una garanzia per la religione”, o “chi minaccia il cristianesimo” fino a “l’etica, un dono dell’esperienza”; poi: 2. “La differenza cristiana” in cui, dopo aver ricordato che “la fede non si impone”, si insiste sul dato che “i cristiani non sono perseguitati” e si proclama: “Siate profeti, ma non entrate in politica”; per finire con: 3. “Dialogare e accogliere l’altro”, ove colpisce la formula “un solo Dio, molti modi per dirlo” e altre del tipo “sei diverso da me, quindi ti accetto”. Verrebbe da dire sorridendo che siamo nel cuore del cattolicesimo politicamente corretto. Ma non è più l’ora di sottovalutare il peso di alcune di queste formule che, per usare un’immagine, non stanno a galla ma trascinano sul fondo coloro che vi si aggrappano.

Sottolineo subito la piega anti-apologetica di Bianchi. La tensione e l’assuefazione anti-apologetica non vanno considerate una virtù. Come è enorme la ricchezza che l’apologetica ha donato alla Chiesa (dai primi Padri ad Agostino, nei secoli, fino agli intelletti che guidarono le grandi conversioni nella cultura europea tra Otto e Novecento), così il suo mancato esercizio ha snervato, reso incolto e intimistico l’intelletto cristiano comune. Per Bianchi invece, nella da lui temutissima sfida laici-cattolici, la Chiesa rischierebbe di sentirsi “costretta ad esprimersi” (!) in modo apologetico, e con ciò a non essere più capace di sostenere in termini di pacifico confronto la sua collocazione nella “compagnia degli uomini” (pp. 3-4).

Naturalmente, per Bianchi, molto della conflittualità è da imputare alla Chiesa, a un suo “presenzialismo” che privilegia “tematiche e linguaggi di scontro”, una opzione – si suggerisce – gratuita e irresponsabile. Proseguendo su questa strada “ne patirebbe la stessa evangelizzazione” (p. 4). Da ciò il lettore ricava che il parlare a voce alta dei due recenti pontificati e di alcune conferenze episcopali non ha ragion d’essere nel merito ed è contrario all’autentica pastorale.

Sintomatico esordio per tutto il volumetto: assenza di diagnosi dell’attualità storica – che la Chiesa dovrebbe leggere meramente come un’astorica “compagnia” – e una concezione della differenza cristiana esonerata, forse perché immunizzata, dalla dimensione critica, se non quella indotta dall’intelligencija e molto praticata da Bianchi: libertà civili, democrazia, pacifismo, declamazione giustizialista, pauperista e simili.

Certo, Bianchi condanna l’eccesso libertario (”reificazione della libertà”), poichè i cristiani credono che in ogni essere umano vi sia una legge, un ethos non rivelato, non scritto, non codificato, eppure “presente ed eloquente”. In questo consisterebbe l’universalità stessa dell’umano. La Chiesa è di conseguenza “presidio di autentico umanesimo”. Ma come? Egli dice: come spazio di dialogo e di recupero di principi condivisi, luogo di confronto tra etiche e atteggiamenti individuali. In Bianchi, la concessione alla Chiesa d’essere presidio di umanesimo e l’accettazione di una sua funzione pubblica (“patrimonio di sapienza non destinato a restare negli spazi del culto privato”) prendono subito la strada vetero-habermasiana dell’agire comunicativo. Non si capisce come possa un “presidio” coincidere a priori con un’arena o una funzione di confronto di etiche e atteggiamenti individuali: arena ove la materia da presidiare non può che essere questa stessa funzione dialogica, in sé protettiva di qualsiasi contenuto e atteggiamento messo correttamente in campo. Neppure Habermas è più convinto che la Verità sia mero “Diskurs”.

D’altronde un “presidio”, se il termine non è solo retorico, suppone un pericolo e un’azione di prevenzione e difesa; che è altro dall’apertura di spazi dialogici fini a se stessi. Sfugge a Bianchi che solo l’agire recente, anche conflittuale, della Chiesa è la negazione di quel confinamento al culto privato che egli teme, e che la dimensione di “setta per quanto influente” è proprio ciò che la recente politicità della Chiesa cattolica nega. Ma chi legga attentamente Bianchi sa di non potersi attendere molta consequenzialità argomentativa in un quadro ideologico pur coerente.

Per Bianchi, naturalmente, non v’è contraddizione tra fedeltà alla Chiesa e attaccamento all’istanza di laicità. Il priore critica la laicità alla francese, ma la “giusta laicità” sarebbe di “grande giovamento alla Chiesa”. I cristiani vi troverebbero protezione contro l’utilizzo della fede come “religione civile”, termine con cui egli designa del tutto erroneamente l’uso strumentale della religione da parte di quanti “misconoscono nuovamente la distinzione tra Dio e Cesare”. Sullo sfondo del conflitto attuale egli evoca ancora gli eccessi del cesaropapismo e della teocrazia latina medievale. Vi sarebbero, secondo Bianchi, forze che vogliono un ruolo dominante della Chiesa, cioè che non vogliono che la Chiesa mantenga viva la forza profetica, la memoria eversiva del Vangelo. Le istituzioni religiose verrebbero piegate alla “mediazione”, con una vicendevole “strumentalizzazione” di poteri religiosi, politici e sociali (pp. 14-15). Tutto ciò sarebbe contrario alla parola, profezia liberante, che chiede la rinuncia agli idoli societari.

Questi luoghi comuni non rappresentano solo una confusione estrema – come qualsiasi studioso coglie – tra teocratismo, disciplinamento religioso della società, religione civile, come tra mediazione politica e “strumentalizzazione” delle parti. In tutto il corso del libretto si invocano, come formule di rito, dialogo, ethos e spazio sociale condiviso; e naturalmente “integrazione”, nelle scontatissime pagine sui rapporti interetnici. Paradossalmente, questo corpo retorico che si sviluppa attorno all’espressione “presidio” è affine, senza che Bianchi lo sospetti, al vero quadro ideologico della moderna religione civile: “religione” subordinata alla “volonté générale” di una comunità roussoviana senza conflitto.

Dunque la Chiesa sarebbe “presidio di autentico umanesimo” da esercitare nello spazio pubblico; ma presidio vacuo, poiché ogni sua azione autorevole, se in contrasto con la “volonté générale”, sarebbe in sé, per Bianchi, “spegnimento di profezia” e “sacrificio agli idoli societari”. Nell’idea che “la profezia della Chiesa” si dia nella conformità alla “volonté générale” hanno creduto, a lungo, tutte le subculture cristiane subalterne dell’intelligencija rivoluzionaria. Oggi è tutto dimenticato, ma la religione civile che pretende il dominio è sempre quella dell’intelligencija (dei diritti emancipatori, oggi), mentre è difficile per la Chiesa esercitare il proprio “presidio” pubblico. Né sarà possibile che lo eserciti mai se seguirà il canone di Bianchi: “I pastori chiedono di essere ascoltati, consigliano, mettono in guardia ma non pretendono che la legge evangelica [ma non era il diritto naturale, “ethos non rivelato, non scritto, eppure eloquente” universalmente? – p.d.m.] sia tradotta in legge vincolante per tutti”.

“Evangelizzazione e dialogo, dunque!”. Ma come e su che cosa, se la preoccupazione maggiore è che “la definizione della verità [per Bianchi “prodotta e definita dalla Chiesa stessa” (p. 92)] rischia di sostituirsi alla Verità vivente, Gesù Cristo risorto”? La sudditanza ai “valori” dell’azione politica dell’intelligencija unita alla de-dogmatizzazione sono una pericolosa miscela, che non sarà Bose a trattenere sull’orlo del precipizio fideistico. Nel suo più recente libro “Per un’etica condivisa”, pubblicato nel 2009, il priore di Bose mostra, infatti, che anche in lui la scivolata prosegue. A p. 46 generosamente sostiene che è ancora possibile “raggiungere al cuore del loro vissuto ordinario” gli uomini di oggi: “È ancora possibile rendere conto di un legame vitale con una presenza invisibile che i credenti chiamano Dio. Certo, per fare questo appare oramai infruttuosa se non addirittura impraticabile la via dell’esposizione della dottrina e della dimostrazione dei dogmi”. Ovviamente la strada è, invece, quella del restare “attaccati” a “un Dio soprattutto raccontato, spiegato da Gesù Cristo”.

Che poi il Dio “raccontato, spiegato” da Gesù sia, anche nelle omelie dei parroci poco provveduti, il Dio del “forse Gesù non ha detto questo”, del “probabilmente non è avvenuto quello che l’evangelista racconta”, cioè della critica biblica orecchiata, diffusamente maneggiata senza criteri ermeneutici e senza teologia, insomma il Dio di un Gesù ricostruito arbitrariamente, a Bianchi non interessa. Né gli interessa, sul terreno dei fondamentali, che il Concilio Vaticano II non abbia annullato il rapporto necessario tra Scrittura e Tradizione, che solo può garantire la vera “doxa” sul “Dio spiegato da Gesù Cristo”. Purtroppo, su questo terreno, l’impietosa lettura di Livi tocca difetti e pericoli reali.

Sarebbe stato meglio per Bianchi non arroccarsi nel: “Io? quando mai?”. I “maestri” devono adattarsi, ormai, a un altro regime comunicativo e a maggiore autocontrollo; meglio se anche a una maggiore riflessione.

Scrivo questo con dinanzi agli occhi anche l’ultima sortita pubblica di Bianchi, su La Stampa della domenica di Pasqua. L’articolo-omelia è per gran parte opinabile nei limiti della legittima diversità tra tutti noi. Personalmente, né da un giornale né da un pulpito vorrei sentirmi dire che nella Pasqua i cristiani “innanzitutto leggono una storia di passione e di morte”. Ritengo evidente che nella Pasqua i cristiani anzitutto rivivono la resurrezione e “leggono” ciò che in apertura della veglia pasquale recita l’Exultet, quando invoca uno squillante, regale annuncio “pro tanti Regis victoria”. Sarà la diversità delle nostre sensibilità comunicative, o qualcos’altro, che il finale dell’articolo di Bianchi rivela?

In effetti il priore di Bose poteva arrestarsi sulla battuta “politica” contro il Crocifisso come “simbolo culturale”, un tema complicato del genere “religione civile”, per affrontare il quale si richiederebbero categorie giuste. Pazienza. Ma egli si avventa sul terreno della testimonianza cristiana del Risorto: i cristiani ricordano e si dicono – scrive – “semplicemente questo: l’amore vissuto da Gesù ha vinto la morte… Gesù era umanissimo e ciò che aveva di eccezionale non era di ordine religioso [che significa? è un escamotage per evitare di dire che non era di ordine soprannaturale? – p.d.m.] ma umano. È con la sua umanità che egli, il Figlio di Dio e la Parola diventata uomo come noi, ci ha portato a Dio”. Per un cristiano augurare la buona Pasqua sarebbe, quindi, affermare: “Vorrei dirti che l’amore vince la morte”.

La protezione che l’inciso “il Figlio di Dio e la Parola ecc.” esercita sulle 14 righe finali dell’articolo è minima. Restano la romanticheria dell’enunciato: “l’amore vince la morte”, tutto minuscolo, pura enfasi adatta a tutti gli approdi, aperta a tutte le concezioni, da quella delle lettere giovannee al clima del romanzo rosa e della canzonetta. Quale “amore”? E quale “morte”? Abbiamo riflettuto e battagliato su morte e antropologia cristiana per anni, perche i “maestri” arrivino a dirci queste miserie? Qui non c’è neppure il buon senso (o il coraggio, su un quotidiano laico) di introdurre le maiuscole come a suggerire che, comunque, si intendono la vetta incarnata dell’Agape e la visione della Morte propria, poniamo, della teologia paolina della redenzione: “Ubi est mors aculeus tuuus, ubi est mors victoria tua?”.

L’affermazione, poi, che “ciò che Gesù ebbe di eccezionale fu di ordine umano” è follemente equivoca. È la ripetizione di un topos del protestantesimo liberale. È per questo che Bianchi non dice che Gesù ha vinto la morte, ma che “l’amore vissuto da Gesù” lo ha fatto, cioè che a salvarci è stata semplicemente l’esperienza amorevole dell’umanissimo Gesù. Davvero i “teologi” del Gesù solo amore – questi neopietisti postmoderni – pensano che per vincere la Morte non sia stato necessario il Signore della Storia?

Il tutto è irresponsabilmente ai margini, se non fuori, della cristologia dei grandi Concili, di quei fondamenti trinitari e cristologici irrinunciabili la cui alterazione, frequente, conduce sempre a una predicazione dimezzata e infantile, a un cristianesimo informe, alla corruttela “teologica” dei best seller di un Vito Mancuso. Così, a cascata. Solo l’intervento di Pietro, temo, solo il “confirma fratres tuos” potrà fermare questa incosciente, gaia e stolida, caduta collettiva.

Firenze, 9 aprile 2012

*

L’ultimo libro di Livi, citato da De Marco:

A. Livi, “Vera e falsa teologia”, Leonardo da Vinci, Roma, 2012, pp. 320, euro 25,00.

Il sottotitolo ne riassume così il contenuto: “Come distinguere l’autentica ’scienza della fede’ da un’equivoca ‘filosofia religiosa’”.

Don Antonio Livi, 74 anni, è professore emerito di filosofia alla Pontificia Università Lateranense e autore di numerosi saggi.

L’etica di Küng, sedicente cattolico

Chi contesta deliberatamente e reiteratamente il Magistero, non può continuare a definirsi cattolico, come fa invece il teologo svizzero.

di Giacomo Samek Lodovici, da La Bussola Quotidiana (31/01/2012) 

Sabato 28 gennaio 2012 Hans Küng è stato insignito a Udine di un riconoscimento, il Premio Nonino. Non disponiamo di una trascrizione completa delle sue parole, perciò ci basiamo sul resoconto entusiastico fatto da Repubblica il 30 gennaio 2012.

Cominciamo da una questione secondaria. Küng è stato presentato al pubblico come un teologo cattolico. Ora, però, questo studioso svizzero, ordinato sacerdote nel 1954, da diversi decenni contesta apertamente il Magistero della Chiesa (e probabilmente deve buona parte della sua notorietà proprio a questo fatto) circa aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, sacerdozio delle donne, infallibilità del Papa, culto di Maria, ecc. Dal 1979, sotto il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, gli è stata revocata l’autorizzazione all’insegnamento della teologia, materia che ha iniziato ad insegnare a Tubinga nel 1960 e che ha nondimeno continuato a insegnare anche dopo la revoca. Negli anni ’70 era decisamente un teologo à la page; ormai, pur avendo ancora alcuni incarichi prestigiosi, il suo astro è tramontato, anche inevitabilmente data l’anzianità (84 anni ad aprile), e la sua figura viene rilanciata ogni tanto dai grandi giornali.

Ora, chi può essere considerato cattolico? La risposta dovrebbe essere molto articolata, ma almeno questo va detto: i cristiani cattolici si distinguono dai cristiani protestanti perché riconoscono un Magistero. Anche per il Devoto Oli (un dizionario non certo editato dal Vaticano), «cattolico» significa «attributo della Chiesa apostolica romana» e «conforme alla sua dottrina religiosa, nonché ai suoi insegnamenti».

Se si toglie il Magistero e se l’interpretazione ufficiale e definitiva (non già quella provvisoria) della Rivelazione e della Tradizione sono affidate a ciascun singolo fedele, resta ben poco a distinguere i cattolici dalle decine (anzi, qualcuno ne ha contate centinaia) di confessioni protestanti.

Dunque, chi deliberatamente (e non già inconsapevolmente) e reiteratamente contesta il Magistero può legittimamente dichiararsi credente in Cristo (credente nella sua esistenza perlomeno), ma come può a buon diritto essere considerato cattolico?

Non sarà che dichiararsi cattolici fa comodo per essere intervistati da quei media che si premurano continuamente di trovare e dar risalto a chi contesta la Chiesa, in modo dar dare continuamente l’idea di un cattolicesimo spaccato e ribelle al Papa? 

Il caso di Küng, per certi versi, è simile a quello di Mancuso (su cui cfr. gli articoli su BQ di Antonio Livi e Cristiano Cannizzaro) che si autodefinisce cattolico e anche per questo viene spesso cercato dai media: per attaccare la Chiesa chi si definisce interno ad essa è molto efficace.

Tralasciando questo aspetto secondario, veniamo alle affermazione udinesi di Küng, perlomeno come sono state riportate da Repubblica.

Per Küng l’etica non è una questione così complicata, «bastano due principi, ovvero trattare umanamente tutti gli esseri umani e non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fosse fatto a sé, più i quattro comandamenti alla base di tutte le tradizioni religiose: non uccidere, non mentire, non rubare, non abusare sessualmente».

Ora, non c’è dubbio che questi principi siano fondamentali, ma siamo sicuri che siano sufficienti? In realtà, anche solo per individuare il bene con la ragione, non basta essere solo provvisti di norme-regole, e bisogna invece aver acquisito la virtù della saggezza o phronesis, perché le norme sono solo indicazioni generali che, non di rado, non possono da sole orientare la nostra ragione nella multiformità delle situazioni: sono come una mappa geografica che riporta solo l’indicazione di alcune località.

Ad esempio, talora la ragione deve dirimere i conflitti tra norme che confliggono tra di loro (come nell’esempio, fatto da Sartre, dove uno studente francese deve decidere se rispettare il dovere di assistere la propria madre anziana o il dovere di servire la propria patria, che è occupata dai nazisti).

Inoltre, la ragione deve percepire i particolari salienti di una situazione, deve (per stare ad uno dei principi di Küng) capire in una situazione concreta che cosa significhi «trattare qualcuno in modo umano».  Una norma, una regola che dica «fai attenzione a tutti i particolari salienti della situazione» non ci consente affatto di notarli tutti, né ci indica come individuarli.

Ci sono molte altre attività che la ragione deve compiere a causa dell’insufficienza delle norme (devo rimandare a G. Samek Lodovici, L’emozione del bene, Vita e Pensiero 2010, pp. 181-196), ma almeno una ancora va menzionata: per applicare le norme è necessaria la capacità di individuare quali atti ricadano sotto di esse, bisogna saper identificare le azioni, e quest’attività è molto difficile.

Ad esempio, da un lato Küng dice che non bisogna uccidere, dall’altro è favorevole, in certi casi, all’eutanasia. Qui, delle due l’una: o per Küng il divieto di uccidere non è assoluto, oppure per lui in certi casi l’eutanasia non è l’uccisione di un uomo. In questo secondo caso, il problema è quello di saper identificare l’azione che si compie e questo nessuna delle regole da lui enunciate può farlo. E se un aereo è stato dirottato e punta diritto su un grattacielo abbattere l’aereo (prima che colpisca il suo bersaglio) su cui viaggiano decine di persone innocenti è un omicidio oppure no? Gli esempi si potrebbero moltiplicare…

Certo, nei suoi libri Küng fa discorsi più complessi; ma, se è solo questo il discorso che ha fatto a Udine, egli ha lasciato ai suoi ascoltatori una teoria erronea. Inoltre, nella città dove è morta Eluana Englaro (e dove, secondo Repubblica, le sue parole «sono suonate alte») Küng ha detto: «l’uomo ha la responsabilità di sé fino alla fine», il che è verissimo. Ha poi aggiunto: «sono obbligato ad aspettare di diventare demente? Io non lo credo. Non è una posizione atea perché credo in Dio e nella vita eterna. Do la mia vita a Dio e chiedo di prendere congedo in modo degno».

Ora, non possiamo qui argomentare in modo laico l’intrinseca malvagità (fatte salve le molte attenuanti soggettive quando matura in casi di grave sofferenza) dell’eutanasia, anche di quella a richiesta, che è un omicidio del consenziente. Né possiamo qui riflettere su che cosa significhi dignità umana.

Ma almeno due brevissime riflessioni si impongono.

Intanto, se Küng chiedesse l’eutanasia, cioè (ribadiamolo) l’omicidio del consenziente, non sarebbe lui a «dare a Dio la vita», bensì chi lo ucciderebbe.

Inoltre, visto che Küng è credente, come concilia la tesi della legittimità dell’omicidio del consenziente con Giobbe 12,10, cioè con l’affermazione «Egli [Dio], ha in mano l’anima di ogni vivente e il soffio di ogni carne umana»?  

Sulla scorta di considerazioni non molto dissimili già Pitagora, Platone e Cicerone, prima del cristianesimo, dicevano (grosso modo) che noi non abbiamo la nostra vita in proprietà, bensì in usufrutto.