I nuovi “santi” della nuova “Chiesa”

Anche i processi di canonizzazione, hanno subito delle profonde modifiche come tutti gli ambiti della Chiesa dopo il Vaticano II. Oggi i Papi danno il loro assenso a tali processi seguendo non ciò che ha sempre sostenuto la Chiesa in materia di beatificazioni e canonizzazioni, ma secondo logiche mondane.

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Il pensiero pericoloso di Giuseppe Dossetti

La sua opera di politico prima e di sacerdote dopo non sfugge al “peccato originale” della Scuola di Bologna, di cui Dossetti è, non a caso, il fondatore e l’ispiratore: l’impostazione di fondo di tutta la sua visione è infatti la contrapposizione tra il passato e il futuro, che assegna al presente il ruolo di momento di rottura, affinché il futuro possa essere in discontinuità rispetto al passato.

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La “Chiesa” pauperista di Dossetti e Lercaro

L’eresia pauperista della neochiesa è iniziata con Giacomo Lercaro e Giuseppe Dossetti.

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Giacomo Lercaro, luci ed ombre

Durante la sua visita pastorale a Bologna, papa Francesco, tra le altre cose, si è ben guardato dal nominare i cardinali Giacomo Biffi e Carlo Caffarra (quest’ultimo, tra altro, morto meno di un mese fa), ma ha avuto parole piene di lodi per Giacomo Lercaro. Chi era davvero questo cardinale?

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Caro Don Camillo, ti scrivo…

Nel 1966 Giovanni Guareschi scrisse una lettera al “suo” parroco che, al di là dei nomi dei personaggi dell’epoca, sembrerebbe scritta oggi.

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Il cardinale Biffi ruppe il tabù su Dossetti

di Giacomo card. Biffi, da Memorie e digressioni di un italiano cardinale (2^ edizione, Cantagalli, Siena, 2010, pp. 485-493).

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La “Chiesa povera” dal Vaticano II a papa Francesco.

I fautori della “Chiesa povera” in realtà non hanno fatto altro che impoverirla.

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Dossetti e il Vaticano II. Notizie bolognesi

di Lorenzo Bertocchi

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C’è una vicenda interessante dalla diocesi di Bologna. Lo scorso 30 dicembre il settimanale diocesano – Avvenire BO 7 – pubblicava una lettera che il Card. Re ha inviato al Card. Biffi per ringraziarlo di avergli donato il suo recente libro intitolato Don Giuseppe Dossetti. Nell’occasione di un centenario (Ed. Cantagalli). E ha sollevato un polverone.

Riportiamo di seguito il testo integrale della lettera del Card. Re, lettera che ha determinato una certa reazione degli ambienti bolognesi legati alla figura di Dossetti, tanto che Avvenire Bologna 7, nel numero del 6 gennaio, pubblica le “risposte” del superiore della Piccola famiglia dell’Annunziata – don Athos Righi – e di un lettore. Ecco il testo della lettera del Card. Re:

Caro Cardinal Biffi,

ringrazio cordialmente per il dono del libretto riguardante don Giuseppe Dossetti.

Ho apprezzato quanto Vostra Eminenza ha scritto circa le lacune e le anomalie della «teologia dossettiana». Condivido pienamente le riserve e quanto riguarda il breve periodo in cui don Dossetti (per iniziativa del cardinal Lercaro) fu segretario dei quattro Moderatori del Concilio, usurpando la competenza che il Regolamento attribuiva a monsignor Pericle Felici, Segretario generale del Concilio. Anche sul piano politico, non possiamo dimenticare i dispiaceri che Dossetti procurò a De Gasperi.

Sono lieto di darle una buona notizia: la causa di beatificazione di Paolo VI sta procedendo molto bene ed ora è giunta alla fase finale. Il 12 dicembre corrente, la Commissione dei Cardinali e dei Vescovi si pronuncerà sull’eroicità delle virtù. Verso Pasqua vi sarà poi l’esame del miracolo. Da quando sono emerito, ho cercato di aiutare il Postulatore. Nel capitolo della «Positio» riguardante la guida del Concilio da parte di Papa Paolo VI, vi sono un paio di pagine dedicate a don Dossetti. In esse si dice esattamente quanto anche Vostra Eminenza afferma circa don Dossetti in quanto segretario dei 4 Moderatori.

Vaticano, 3 dicembre 2012

Per capire meglio la questione è utile innanzitutto ricordare che le posizioni di Biffi su Dossetti sono quelle che già aveva espresso nel suo Memorie e digressioni di un italiano Cardinale (Ed. Cantagalli, 2010). Elenchiamo brevemente e per sommi capi le principali perplessità espresse dal card. Biffi su Dossetti:

  1. una visione politica carente del “principio di sussidiarietà” con eccessivo peso dato allo Stato;
  2. una certa “ecclesiologia politica” manifestata dal Dossetti nella sua partecipazione al Vaticano II (confusione tra il ruolo svolto alla Costituente e quello al Concilio);
  3. teologicamente un “autodidatta” (“ecclesiologia incongrua” e “cristologia lacunosa”);
  4. riprende alcune confidenze di Don Divo Barsotti che riteneva Dossetti troppo influenzato dalla politica e poco fondato teologicamente.

Il Card. Re, nella lettera riportata sopra, “condivide pienamente” le riserve espresse da Biffi, aggiungendo una chicca interessante: nelle carte del processo di beatificazione di Paolo VI emerge chiaramente l’anomalia verificatasi con la nomina di Dossetti a segretario dei quattro Moderatori del Concilio, nomina voluta dal Card. Lercaro e che Biffi nel suo libro definisce “arbitrario colpo di mano che alterava la struttura legittimamente stabilita”.

Nelle polemiche che hanno seguito la pubblicazione della lettera del Card. Re, il superiore della Piccola famiglia dell’Annunziata, don Athos Righi, convoca a difesa il Vescovo Luigi Bettazzi che, in un intervento dello scorso 15 dicembre, ha affermato: “Se il Concilio è stato ben guidato dai quattro moderatori – mentre all’inizio la Segreteria del Concilio cercava un po’ di smorzarlo -, è stato per suggerimento di don Giuseppe Dossetti”.

Con buona pace del prof. Melloni, che già aveva provveduto a stroncare il libretto di Biffi dalle pagine del Corriere, qui non si tratta di “dossessione”, ma di dare uno sguardo onesto su come andarono le cose negli anni del Concilio. Ha ragione Biffi, quando parla di “arbitrario colpo di mano”, oppure ha ragione Bettazzi quando elogia il ruolo di Dossetti per la realizzazione del Concilio? In un certo senso per entrambi il ruolo di Dossetti sembra essere stato effettivamente rilevante, soltanto che Biffi ne evidenzia la forzatura, mentre Bettazzi ne mette in rilievo la “profezia”.

Certo è che, per rimanere alla questione della Segreteria, risulta interessante quanto scriveva Henri de Lubac nel suo diario, dopo un incontro bolognese (29/09/1964) con il prof. Alberigo: “Il Papa, mi dice [Alberigo], non vuole rompere con la curia; lui, Dossetti, altri loro amici comuni, non lo vedono quasi più. Teme che Paolo VI non continui a lungo sulla linea di Giovanni XXIII. Deplora la potenza di Felici [il Segretario del Concilio che si era visto “scavalcato” dalla nomina di Dossetti a segretario dei Moderatori e poi rimesso in sella dallo stesso Paolo VI] che, secondo lui, è un curiale puro. La grande vittoria di Tardini su Montini è Felici”.

Mi pare che questo passaggio rilevi ancora una volta il confronto che ci fu al Concilio, una certa contrapposizione tra la curia e diversi gruppi ecclesiali (prevalentemente nord e centro europei) che trovarono nella “scuola bolognese” la sponda italiana. Un certo “lavorio” dietro le quinte, come attesta l’opera dello storico de Mattei, ci fu, ma adesso, stando alla lettera del Card. Re, sembra che anche da Roma qualche documento attesti che, nel caso di Dossetti Segretario dei Moderatori, vi fu “arbitrario colpo di mano che alterava la struttura legittimamente stabilita.”

Il Concilio Vaticano II e la scuola di Bologna

di P. Giovanni Cavalcoli, OP (16/12/2012)

Sappiamo bene quanto sono importanti gli studi storici sui Concili Ecumenici e in particolare, oggi, gli studi sulle origini, lo svolgimento, le circostanze e le conclusioni del Concilio Vaticano II. Tra questi studi certamente il più ampio, documentato e famoso, è la storia del Concilio in cinque volumi elaborata dalla Scuola di Bologna guidata da Giuseppe Alberigo, emanazione del ricchissimo Centro di Documentazione per la Scienze Religiose fondato dal Card. Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna, uno dei Padri del Concilio, e Giuseppe Dossetti, che fu importante perito del Concilio.

L’opera notevole, di fama internazionale, anche per la quantità di qualificati collaboratori, diretta dall’Alberigo, è stata di recente riedita e riveduta. Essa ha suscitato una notevole discussione fra gli studiosi, come sempre accade, alcuni favorevoli, altri di tendenza critica. Tra questi ultimi emergono gli interventi dell’illustre storico vicino alla S. Sede, il Vescovo Agostino Marchetto, il quale, pur apprezzando i pregi dell’opera, le ha tuttavia rivolto una critica che mette in luce un’interpretazione del Concilio come quella che il Pontefice ha chiamato “esegesi di rottura”: il Concilio proporrebbe l’immagine di una nuova Chiesa finalmente e veramente evangelica, liberata dalla lunga “era costantiniana” di una Chiesa tradizionale sclerotizzata e consegnata al dogma; propone invece una nuova immagine di Chiesa profetica, ecumenica e pneumatica, di “comunione e kerigma”, legata al carattere di “evento” del Concilio stesso, per cui la novità escatologica (“nuova Pentecoste”) dell’evento stesso supererebbe e annullerebbe la continuità con la precedente dogmatica invischiata in una scolastica che ormai ha fatto il suo tempo.

Nell’ultima edizione infatti l’Alberigo, nella presentazione dell’opera, esce in un discorso come il seguente: “È sempre più attuale riconoscere la priorità dell’evento conciliare anche rispetto alle sue decisioni, che non possono essere lette come astratti dettati normativi, ma come espressione e prolungamento dell’evento stesso”[1].

Notiamo anzitutto come Alberigo non dice: “È sempre più giusto o doveroso”, ma “è sempre più attuale”, il che potrebbe sembrare a tutta prima che egli si limiti ad una semplice constatazione di fatto; ma in realtà il tono dell’espressione lascia intendere l’atteggiamento tipicamente storiricista-modernista di identificare il vero con l’attuale o col moderno, come se non fosse il vero a valutare l’attuale, ma fosse l’attuale a determinare il vero. Per questa mentalità, oggi assai diffusa, se qualcosa è attuale, soprattutto se condiviso da una maggioranza o dalla classe dominante, è necessariamente vero o comunque da assumersi per non apparire superati o invecchiati.

Ma a parte questo partire di Alberigo col piede sbagliato, si possono fare altre osservazioni al suo discorso, che appare evidentemente, così messo nell’introduzione, come discorso programmatico e criterio ispiratore della stessa intera opera. Da qui l’interesse che esso suscita e l’importanza di vagliarlo criticamente.

Osserviamo dunque innanzitutto che è senz’altro lecito, da un punto di vista storico qual è quello dal quale del resto si pone Alberigo, parlare di una “priorità dell’evento” sulle decisioni finali, in quanto è chiaro che l’evento del Concilio contiene fatti, atti, comportamenti, dibattiti, contesti, situazioni, circostanze che vanno al di là delle semplici decisioni finali che pure fanno parte dell’evento.

Tuttavia occorre tener presente che gli insegnamenti del Concilio, contenuti negli atti ufficiali conclusivi, aventi valore di Magistero solenne e straordinario, soprattutto gli insegnamenti dogmatici, danno, quanto meno agli occhi del teologo e del fedele, il senso di fondo e la ragion d’essere essenziali dell’evento del Concilio, in quanto esso si è riunito appunto per prendere delle decisioni, che poi sarebbero state quelle date decisioni che tutti conosciamo.

Quindi, se, dal punto di vista storico, l’evento, con la ricchezza dei suoi elementi o fattori, prevale sul semplice fatto o dato dei documenti finali, questi ultimi, dal punto di vista teologico-dogmatico, presentano per i fedeli e per la Chiesa stessa l’interesse decisivo e principale rispetto a quanto è accaduto durane i lavori del Concilio, senza che perciò siano privi d’interesse o di incidenza sulle stesse conclusioni tutte le altre notizie pazientemente e scientificamente raccolte dallo storico su quelli che furono i lavori del Concilio, le sue origini, le sue vicende, il suo svolgimento, la sua durata, le sue fasi, quanti e chi ne hanno preso parte, la sua recezione, i fatti principali che ne seguirono e le cause storiche ed ideali che portarono alla sua indizione.

È chiaro che la conoscenza di tutti quegli elementi storici è di innegabile aiuto per capire meglio il senso e la portata delle decisioni finali, seppure spetti sempre al Magistero della Chiesa il compito della loro definitiva interpretazione.

Quello che invece non si può accettare nel discorso di Alberigo è il tono spregiativo col quale egli parla di “astratti dettati normativi”, pensando di averli messi fuori gioco col semplice qualificarli nominalisticamente come “astratti”. Abstrahentium non est mendacium, dicevano saggiamente i logici scolastici. L’astrarre è funzione naturale del pensiero umano, l’importante è astrarre bene e non ipostatizzare le astrazioni come faceva Platone.

Ogni concetto, anche quello dello storico, tenuto più di altri a guardare al concreto, è un qualcosa di astratto. Indubbiamente anche le norme pratiche devono essere il più concrete possibile, ma anch’esse non possono essere espresse se non in concetti. Oltre a ciò, le norme generali della morale, compresa l’etica cristiana, e le dottrine speculative, come per esempio il dogma, sono per loro natura ancora più astratte, ma ciò non deroga per nulla alla loro verità e quindi alla loro obbligatorietà.

Che le decisioni del Concilio discendano da fatti precedenti o stiano al termine di fatti, atti e dibattiti che le hanno precedute, è evidente, e quindi possiamo accettare che esse ne siano, come dice Alberigo, un loro “prolungamento”. Quanto invece alla qualifica da lui data alle decisioni di essere semplice “espressione” dell’evento, bisogna intendersi. Esse, certo, come ho detto, fanno parte dell’evento conciliare complessivo, tanto da darne il senso intellegibile: un Concilio, come è noto, si riunisce non tanto per creare degli “eventi” – per questo va bene anche il teatro o uno spettacolo televisivo o una partita di calcio -, ma per prendere, sotto l’assistenza dello Spirito Santo, e sulla base della Rivelazione divina, delle decisioni serissime e spesso immutabili, anche se queste ovviamente, una volta prese, sono indubbiamente “eventi”.

Tuttavia occorre dire con chiarezza, soprattutto come cattolici, che gli insegnamenti del Concilio, soprattutto quelli dottrinali-dogmatici, sono sì “espressione” dell’evento del Concilio, ma lo sono  proprio in quanto decisioni normative obbliganti e vincolanti le coscienze dei fedeli o in nome dell’autorità della Chiesa o in nome della stessa fede, anche se, come è noto, il Concilio non contiene dogmi definiti o in formula definitoria, il che non vuol dire che non contenga dottrine vere e definitive, in tal senso infallibili.

Per questo, per quanto riguarda un Concilio, è certo importante sapere che cosa è successo, ma, in ordine ad una retta vita cristiana, è importante sapere che cosa ha voluto insegnare. Per questo, ancor oggi come oggi, primario problema riguardo al Concilio, soprattutto per il comune fedele, non è tanto conoscere dettagliatamente il succedersi enormemente complesso degli eventi del suo svolgimento, quanto piuttosto la retta interpretazione dei suoi documenti con l’ausilio indispensabile del Magistero della Chiesa.

Non ha quindi nessun senso, come fa l’Alberigo, contrapporre la normatività delle decisioni conciliari, estenuandola fino quasi ad escluderla, al loro essere state un “evento” contingente e passato, quasi a volerle invalidare, relativizzare o dissolvere nella molteplicità eterogenea e a volte – diciamolo pure – contradditoria dei dibattiti e delle discussioni avvenuti durante i lavori del Concilio, col pretesto di raccontare scientificamente ed esaurientemente tutto quanto è successo durante quei lavori.

Certamente lo storico serio deve informarci su tutto ciò, ma non con la pretesa di invertire l’ordine naturale dei valori, dando più importanza a quegli eventi che si sono verificati durante i lavori, dove emergono evidenti i limiti e le debolezze umani, rispetto alle conclusioni, circa le quali il cattolico non dubita invece dell’assistenza dello Spirito Santo che le rende infallibili, se non nei loro contenuti pastorali-disciplinari-organizzativi, che possono essere rivedibili o mutati o addirittura abrogati, certo in quelli dottrinali-teologico-dogmatici.

Occorre pertanto ricordare con forza contro Alberigo che quegli eventi del Concilio che hanno condotto alla formulazione delle decisioni finali, ben lungi dal dar senso e quasi giustificazione alle dette decisioni, sono essi stessi che da queste traggono la loro ragione d’essere e il senso della direzione che li ha condotti a tali decisioni, essendo essi stati di queste niente più che l’abbozzo, la preparazione e la germinazione.

Nulla toglie che in quei progetti non realizzati o meglio elaborati si trovino elementi o suggerimenti utili che non furono presi in considerazione e che potranno invece essere addirittura approvati o canonizzati in un successivo Concilio. Gli studiosi, esaminando gli schemi preparatori o le proposte avvenute in aula nel corso di certi Concili, come per esempio il Vaticano I o lo stesso Vaticano II, hanno rintracciato interessanti proposte che non furono accettate nei documenti finali, ma che nessuno impedisce che oggi vengano riprese in esame per la loro saggezza e per il vantaggio che si potrebbe trarre per risolvere o illuminare problemi e situazioni del presente.

La dinamica di un Concilio assomiglia al sorgere e al maturare di un organismo vivente: il filosofo che vuol definire per esempio i caratteri essenziali della natura umana, li considera nell’adulto e non nelle fasi precedenti dello sviluppo, quale può essere l’embrione, il fanciullo o il giovane, anche se ovviamente queste fasi sono estremamente interessanti e fanno parte delle scienze umane.

Ma, come diceva il saggio Aristotele, è dalla considerazione dell’atto che si comprende il passaggio dalla potenza all’atto, anche se è vero che nel corso di questo passaggio si può prevedere come andranno le cose. Lo storico ha una sua funzione indispensabile nelle scienze umane, ma, quando ci si pone la domanda sulla natura di valori umani universali e fondamentali, non può avere la pretesa di dar maggiore importanza ai fatti contingenti o al maturare dei valori, più che alla compiutezza finale dei medesimi valori.

Così lo storico della Chiesa deve certo farci conoscere i dinamismi, i fatti e gli stessi contrasti che successivamente conducono alla maturazione o esplicitazione di certe dottrine o direttive pratiche stabilite dal Magistero della Chiesa, ma non è assolutamente autorizzato, pena la deformazione del suo lavoro di storico, a dar maggiore importanza, col pretesto della ricchezza esistenziale e irripetibile dell’evento, all’evento stesso rispetto a quel definitivo e decisivo evento intellettuale e morale che è la formulazione definitiva delle dottrine e delle decisioni morali della Chiesa, mettendo in discussione la loro obbligatorietà davanti alla coscienza del credente, quasi che questi possa trovare una norma superiore nell’intrecciarsi a volte confuso e contradditorio, anche se “concreto”, degli eventi precedenti.

Similmente può essere interessante sapere quali progetti erano stati fatti prima di quello definitivo che ha condotto alla costruzione di un edificio, ma è evidente che chi vuol descrivere mettiamo, per il turista o per il catasto del Comune, il detto edificio così come è risultato ed ora si presenta, non ha bisogno di rifarsi ai progetti precedenti, ma a quello finale.

Così, analogamente, nella costruzione di quella casa di Dio che è la Chiesa, opera certamente l’uomo con i suoi tentativi, le sue incertezze, le sue stesse miserie e contraddizioni, ma poi il credente sa che alla fine chi costruisce la casa non è l’uomo ma è Dio, come dice il Salmo: “Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori” (Sal 127,1), e questi costruttori siamo tutti noi, dal ragazzino catechista di una parrocchia di campagna sino al Sommo Pontefice, giacchè è vero che il Concilio deve essere guidato e sancito da lui, ma neppure il Papa, quando indice un Concilio, sa esattamente che cosa da esso verrà fuori, anche se è sicuro che il potere di sanzionare le decisioni del Concilio è nelle sue mani, grazie al carisma dello Spirito Santo.

A questo riguardo, gli storici hanno ormai chiarito per esempio che l’idea originaria di Giovanni XXIII era semplicemente quella che la Chiesa proponesse l’immutabile messaggio evangelico al mondo moderno in un linguaggio moderno. In tal senso il Concilio doveva essere solo “pastorale”.

Fu invece Paolo VI, intelligenza più fine e più portata alla speculazione dottrinale (ammiratore di grandi pensatori come S. Agostino, Pascal, Guitton, Maritain e Journet) che non Papa Roncalli, che veniva dalla carriera diplomatica, ad aver l’idea di aggiungere a questa impostazione pastorale, un orientamento dogmatico-dottrinale – soprattutto l’approfondimento del mistero della Chiesa – dal quale poi sono scaturite le quattro grandiose “Costituzioni dogmatiche”, le quali, se non contengono nuovi dogmi definiti, certamente chiariscono ed esplicitano molte verità di fede in perfetta linea – come potrebbe essere diversamente? – con la Scrittura e la Tradizione.

Una cosa importante che ci insegnano gli storici, contro l’apriorismo astratto degli idealisti e dei razionalisti, è che il sapere umano e quindi anche il sapere dogmatico della Chiesa non escono dallo nostra testa improvvisamente bell’e fatti  o “a priori” come Minerva dalla testa di Giove, ma sorgono da umilissime origini empiriche superando un’originaria totale ignoranza (“tabula rasa”); è il risultato di un’evoluzione, di un’educazione, di un apprendimento e di ardua conquista che si raggiungono quasi sempre faticosamente e rischiosamente, con umiltà e tenacia, dopo vani tentativi, errori e cadute.

Il cammino della Chiesa non ignora affatto questo complesso insieme di eventi a volte dolorosi per non dire drammatici. Il suo divin Fondatore l’ha voluta così, ma nel contempo le ha dato una luce e un forza invincibile che la conduce infallibilmente alla pienezza finale della verità e tutti coloro che vogliono vivere nella Chiesa, seppure con i loro limiti e difetti, finiscono però per vincere ogni ostacolo e partecipare della sua stessa invincibile infallibilità.

NOTE

[1] “Storia del Concilio Vaticano II” diretta da Giuseppe Alberigo, Edizioni Peeters, Levun e Il Mulino, Bologna, 2012, vol.I, p.10.

Dossetti, Lercaro e la “Chiesa povera”

di Pier Paolo Saleri, da Studi Cattolici (11/2001)

Un recente libro di Corrado Lorefice (1) propone una documentata analisi del ruolo di Giuseppe Dossetti nel Concilio Vaticano II in una duplice chiave di lettura: quella dei suoi rapporti con il cardinale Giacomo Lercaro, e quella del loro comune impegno per far sì che «la povertà» non fosse soltanto uno dei temi, seppur importante del Concilio, ma «l’unico tema di tutto il Vaticano II». È in questa chiave di lettura che Lorefice ripropone tutta la vicenda dossettiana fino al suo incontro e alla sua collaborazione con Lercaro durante il Concilio prima, e nella Chiesa bolognese poi. 

Si tratta senza dubbio di un libro schierato, che si colloca nel grande filone aperto dalla ricostruzione storica del Concilio Vaticano II realizzata dal dossettiano Istituto di studi religiosi di Bologna, sotto la guida di Giuseppe Alberigo e ora di Alberto Melloni. Ovviamente la figura di Dossetti giganteggia e viene reso di tutta evidenza come fosse, solo ed esclusivamente, lo stesso Dossetti il motore e la «causa prima» di tutta l’elaborazione sulla «Chiesa povera» promossa da Lercaro durante e dopo il Concilio. 

Emerge così dalla lettura di questo libro un’interpretazione molto personale del Concilio Vaticano II che viene, soprattutto, caratterizzato come «provvidenziale opportunità» per far emergere le tesi sulla povertà cui Dossetti «da sempre» lavorava: «L’assise conciliare si prospettava come una provvidenziale opportunità perché il tema dei poveri e della povertà della Chiesa, da sempre al centro degli interessi e delle riflessioni di don Giuseppe, fosse accostato e approfondito teologicamente. Era infatti convinto che solamente da tale ricomprensione “collegiale”, maturata dalla e nella coscienza dei Padri, poteva venir fuori il “ringiovanimento” della Chiesa e la testimonianza credibile dell’Evangelo».

Un teologo rimasto politico

Addentrandosi nel merito, è interessante notare come anche in questo studio — che certo non ha alcuna intenzione neppure lontanamente critica nei confronti di Dossetti – emerga con grande evidenza la connessione, senza soluzione di continuità, tra il suo precedente impegno politico e la sua vocazione religiosa. Dossetti, scrive infatti Lorefice, guarda «ai poveri come soggetti attivi della comunità politica, partecipi del processo sociale e politico. Un elemento questo – quello del diritto dei poveri a partecipare alla costruzione della città degli uomini — che poi una volta abbandonata la militanza politica e avendo fatto la scelta ecclesiale, diventerà diritto di cittadinanza dei poveri nella Chiesa»: un «diritto» che va conquistato in quanto «la linea di divisione tra oppressi e oppressori passa anche attraverso la Chiesa». 

L’interpretazione della «povertà come ermeneutica di un autentico impegno politico» si trasforma così direttamente in quella della povertà come «ermeneutica di un autentico impegno ecclesiale». Ciò che colpisce di più in questo processo non è certo il ribadire con forza l’attenzione della Chiesa verso i poveri – cosa che nessuno nella Chiesa stessa ha mai messo in discussione, quanto meno, in via di principio — quanto, piuttosto, la trasposizione tal quale dal campo della politica a quello ecclesiale di un medesimo progetto e di una medesima impostazione. In questo modo l’autore sembra in un certo senso, seppur involontariamente, far propria e avvalorare la lettura rispettosamente critica della vicenda terrena di Dossetti proposta dal cardinale Giacomo Biffi nelle sue memorie quando, dopo aver ricordato l’esemplarità della fede generosa di don Giuseppe, si domanda: «È stato anche un teologo? Voglio dire un teologo sul serio, ricco di verità e affidabile? Ci sono forti motivi per dubitarne». 

E, a sostegno di questo suo dubbio, il cardinale cita, innanzitutto, il fatto che «Egli ha sorprendentemente letto il suo apporto al Vaticano II alla luce della sua partecipazione ai lavori della Costituente», per poi continuare: «Ma come è possibile — a chi abbia qualche consuetudine di contemplazione della realtà trascendente della Chiesa – confrontare e porre in relazione un’accolta disparata di uomini lasciati alle loro forze, ai loro pensieri terreni, ai loro problemi economici e sociali, alla loro ricerca del difficile equilibrio degli interessi, con la convocazione di tutti i successori degli apostoli assistita dallo Spirito Santo da essi quotidianamente invocato?». E ancora: «Dossetti addirittura si compiace di aver portato al Concilio — anche se non fu trionfante – una certa ecclesiologia che era riflesso anche dell’esperienza politica fatta. Ma che tipo di “ecclesiologia” poteva scaturire da una tale ispirazione e da queste premesse “mondane”?».

Il fascino del marxismo

Da queste premesse, infatti, nasce un’ecclesiologia che subisce tutto il fascino del marxismo, in quel tempo apparentemente all’apice della sua egemonia culturale in un mondo segnato dalla guerra del Vietnam, dalle guerriglie rivoluzionarie latinoamericane e dai primordi della contestazione. Non a caso il cardinal Lercaro nei suoi scritti e discorsi sulla povertà rivendica, sulla scia di Dossetti e col suo diretto contributo, la «religiosità» dell’ateismo marxista cui riconosce «una chiara valenza liberatrice», «una certa carica ascetica e una certa spinta comunitaria e universalistica» capace di dare una «coscienza esplicita e storicamente impegnata della dimensione del problema della povertà come problema umano a scala universale». 

Una dimensione «viceversa totalmente ignorata nella teologia e nella dottrina sociale cristiana». Questo tema della dottrina sociale della Chiesa, giudicata con sufficienza, percorre l’intero volume, fino ai giorni nostri. Non a caso, Lorefice (p. 282, in nota) critica con non velata severità la Caritas in Ventate affermando: «Manca una precisa analisi alla luce della profezia dell’Evangelo, della congiuntura storica e delle cause del persistere delle povertà che affliggono l’umanità (non compare mai il termine capitalismo) e soprattutto non c’è nessun accenno alla Chiesa dei poveri e alla Chiesa povera. Inoltre il Papa nel citare Mt 25 senza prendere in considerazione la sua portata messianica e “misterica”, si limita a una lettura etica del testo». 

Insomma, per dirla con le parole dell’all’ora cardinale Ratzinger nel noto documento sulla Teologia della Liberazione: «La dottrina sociale della Chiesa è respinta con disprezzo». Ma non vi è da meravigliarsi più di tanto di una così radicale posizione critica verso la dottrina sociale cristiana, visto che la concezione della Chiesa povera, laddove individua (secondo Lorefice) in termini assoluti solo e soltanto «nella concreta problematica della povertà, il luogo teologico obbligante e la chiave di volta della ricomprensione e del rinnovamento della Chiesa», assume una posizione «ideologica» sostanzialmente incompatibile con l’autentica dottrina sociale della Chiesa che si rivolge, invece, all’uomo nella sua integralità. 

Resta un ultimo punto: quello della «povertà culturale» come momento caratterizzante dell’autentica «Chiesa povera». Nel libro questa questione risulta appena sfiorata, quasi accennata incidentalmente, e questa è una significativa carenza, perché l’approfondimento del tema della «povertà culturale» è essenziale per mettere a fuoco correttamente il reale significato del termine «Chiesa povera». 

Per ben chiarire questi ultimi aspetti ci riportiamo, allora, all’autorità dello stesso Dossetti il cui pensiero è all’origine di tutte le tematiche conciliari sulla «Chiesa povera e dei poveri». Dossetti, utilizzando parole sue e dello stesso Lercaro, scrive a proposito della povertà culturale: «Occorre che la Chiesa si riconosca “culturalmente povera” e voglia essere coerentemente sempre più povera. Cioè che la Chiesa abbia il coraggio di rinunziare alle sue stesse ricchezze culturali del passato, per proporre sempre più, in modo spoglio ed essenziale, la ricchezza divina del messaggio evangelico senza nasconderla sotto il moggio di un patrimonio culturale ereditato che può impedirle di aprirsi ai valori veri della nuova cultura o delle culture antiche non cristiane». 

È evidente che quando Rossetti parla di «patrimonio culturale ereditato» si riferisce a qualcosa di immateriale eminentemente intellettuale: non stiamo certo parlando di opere d’arte, di fasto, di pompe di segni del potere e così via: queste sono tutte ricchezze materiali. Stiamo parlando di ricchezza culturale, intellettuale, immateriale. Paradossalmente, se si accettasse questa logica, potrebbe anche ipotizzarsi una Chiesa «materialmente povera», che si spenda totalmente per i poveri, ma che, tuttavia, se non rinuncia al proprio «patrimonio culturale» e alla propria identità non può essere considerata «autenticamente povera». 

Nasce allora l’esigenza di porsi alcune domande. In che cosa consistono esattamente queste «ricchezze culturali del passato» di cui bisognerebbe liberarsi? Si sta forse parlando di quella straordinaria elaborazione culturale e filosofica che nasce dall’incontro della cultura giudaica e di quella ellenica con la fede cristiana e da vita alla civiltà europea? 

I grandi dottori della Chiesa, san Gregorio, sant’Ambrogio, sant’Agostino, san Bernardo, san Tommaso e rutti gli altri rientrano tra le «ricchezze culturali del passato» di cui liberarsi per «aprirsi ai valori veri della nuova cultura»? E qual è oggi la nuova cultura ai cui «valori veri» ci si dovrebbe aprire? Non vi è dubbio che quando Dossetti inizia a elaborare le proprie riflessioni sulla «Chiesa povera» la nuova cultura cui si riferiva fosse quella marxista con «la sua chiara valenza liberatrice»; ma l’egemonia culturale del marxismo è ormai tramontata. Oggi è il tempo dell’egemonia culturale del relativismo: è forse per aprirsi ai «valori» del relativismo che la Chiesa dovrebbe farsi «culturalmente povera»?

NOTE

1) Corrado Lorefice, Dossetti e Lercaro. La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Paoline Editoriale Libri, Milano 2011, pp. 376, euro 22