Il card. Muller: “In Vaticano conta più la politica che la fede”

Durante una presentazione del suol libro sul papato, l’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede si è tolto qualche sassolino dalla scarpa.

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Erano cinque e ora sono diciassette i cardinali anti-Kasper

E intervengono insieme in due libri che stanno per uscire in prossimità del sinodo. Con in prima fila Robert Sarah e gli africani.

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Sinodo unitario?Tra i cardinali volano sonore bacchettate

Il refrain ufficiale durante il Sindo era semplice: si discute di tutto, ma sempre in armonia e comunione. Collegialità e unità a prevalere su ogni altra cosa. Finito il Sinodo, le divisioni invece sono venute alla luce. Con interventi e interviste di cardinali del calibro di George Pell, Leo Burke e Gerhard Muller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede.

di Matteo Matzuzzi

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Soffia lo “spirito del concilio”

Al Sinodo irrompono misericordia e unioni civili, si citano Roncalli e Concilio. Per il teologo di Francesco “la dottrina si può approfondire e sviluppare, non è chiusa”. Senza paura che Müller “vi salti addosso”.

di Matteo Matzuzzi

Lo spirito soffia, e soffia forte in direzione della salvezza misericordiosa del naufrago andato incontro al fallimento matrimoniale. Nell’Aula nuova del Sinodo ieri si è iniziato a squadernare il cuore del problema: si discute delle situazioni difficili, dai matrimoni misti ai divorziati risposati, fino alla riflessione “sul riconoscimento civile delle unioni tra persone dello stesso sesso”. Anche ieri gli interventi sono stati una settantina. Qualche padre sinodale, citando passi del Gaudet Mater Ecclesia con cui Giovanni XXIII aprì il Concilio, ricorda che “la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore”. Il clima è roncalliano al punto che, come cinquant’anni fa, l’Osservatore Romano parla dell’evento di queste settimane solo a pagina 7, in una breve notarella che dà conto di chi ha preso la parola e dei temi trattati.

Per mons. Fernández il matrimonio cristiano è "un bellissimo ideale".
Per mons. Fernández il matrimonio cristiano è “un bellissimo ideale”.

Ma la rotta verso cui tende la Chiesa di Francesco appare delineata, e lo ha fatto capire bene mons. Víctor Manuel Fernández, primo vescovo nominato da Bergoglio, rettore della Pontificia Università cattolica d’Argentina, teologo assai vicino al Pontefice regnante. È lui che nel briefing quotidiano in Sala stampa spiega come il dibattito su inscindibilità di dottrina e pastorale sia ormai superato, che l’esigenza è quella di “parlare delle realtà concrete con cui hanno a che fare le persone”. Nessuno, spiega, vuole indebolire il vincolo matrimoniale, che rimane indissolubile perché così l’ha voluto Gesù Cristo. Però, una buona parte dei padri sinodali “chiede realismo, anche a costo di sporcarsi”. Avvicinare i lontani, i sofferenti, adeguarsi alle mutate condizioni, ai tempi che cambiano. Perfino il cardinale Elio Sgreccia, già presidente dell’Accademia per la Vita, considerato uno degli allineati al fronte anti kasperiano, ha spiegato nel suo intervento che è venuto il momento di “trovare parole efficaci per comunicare in modo più comprensibile all’uomo di oggi l’ordine della creazione”.

La dottrina non doveva essere sul tavolo della discussione, ma alla fine se ne è parlato abbondantemente. Dopotutto, ha chiarito il teologo Fernández, “la dottrina si può approfondire e sviluppare, mica è chiusa”. E di questo si parla liberamente, perché così vuole il Papa, “senza paura che il cardinale prefetto custode della fede, Gerhard Müller, vi salti addosso”, ha detto Francesco ai padri riuniti. E così è stato, all’insegna della parresìa invocata da Francesco.

In aula si respira “un bel clima”, ha detto il cardinale brasiliano João Braz de Aviz, prefetto dei Religiosi, felice per il cambiamento di metodo inaugurato con questo Sinodo: “Negli altri c’era troppa dottrina”, ha detto prima di andare a pranzo e fare una pausa per il “breve sonnellino”.

Proprio uno dei cavalli di battaglia di Müller – intervenuto martedì sera nell’ora riservata alla discussione libera – e dei contrari alle tesi di Kasper, e cioè che la misericordia aiuta a non sviarsi dalla verità, inizia a mostrare cedimenti. In assemblea si cercano ormai le strade per coniugare verità e misericordia, e ai dubbiosi viene ricordato che la soluzione c’è già ed è a portata di mano: basta riprendere in mano gli schemi conciliari usati per mettere insieme la verità con la libertà religiosa. E anche allora, si ricorda, c’erano vescovi cocciuti che dicevano che tutto ciò era impossibile.

Fernández definisce il matrimonio un “bellissimo ideale”, ma poi alla teoria bisogna far seguire la pratica, e quindi si deve posare lo sguardo “sulle situazioni concrete della gente che quell’ideale non riesce a raggiungerlo”. Perdono e riconciliazione sono parole scandite in più di un intervento. Anche i vescovi africani, battaglieri e tra i più attivi nel dibattito, sottolineano la necessità di aggiornare la pastorale alle situazioni contemporanee. Sui divorziati risposati, il fatto è che “oggi sembra che la legge si contrapponga al bene della persona. In realtà – spiega la Nota vaticana – la verità del legame coniugale e della sua stabilità è inscritta nella persona stessa, quindi non si tratta di contrapporre legge e persona, ma di comprendere come aiutare a non tradire la propria verità”.

Il cardinale Raymond Leo Burke, schierato sul fronte opposto a quello novatore, promette ancora battaglia: “Io tengo duro”, dice. Così come il cardinale George Pell: “Ci piacerebbe pensare che Gesù sia stato morbido sul divorzio, ma non lo è stato. E io sto con lui”. Intanto, il presidente delegato della congregazione serale, spiega che “lungi dal chiuderci in uno sguardo legalista”, la volontà è quella di calarsi “nel profondo di queste situazioni difficili, per far sì che la Chiesa sia la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”.

© FOGLIO QUOTIDIANO (09/10/2014)

 

Gerhard Ludwig Müller, non custode della vera Fede, ma dell’eretica teologia della liberazione

da Corrispondenza Romana (09/02/2013)

Mons. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è sempre stato molto vicino alle posizioni di Gustavo Gutérrez ed alla sua teologia della liberazione. Nel novembre 2008 a Lima, la definì addirittura “ortodossa”, incurante delle esplicite condanne contenute nelle Istruzioni “Libertatis Nuntius” e “Libertatis Conscientia”, firmate dal suo predecessore, l’allora Card. Joseph Ratzinger, e ribadite da Pontefice il 5 dicembre 2009, ricevendo i Vescovi brasiliani in visita “ad limina”. Ora però il Card. Müller è andato oltre con la lettera inviata all’Arcivescovo di Lima, il Card. Juan Luis Cipriani, interpretata come un autorevole sostegno alla ribellione al Papa condotta dall’ex-Pontificia Università Cattolica del Perù ed, in particolare, dal rettore, Marcial Rubio, e dai suoi più stretti collaboratori. Cui, con un decreto dello scorso giugno, fu vietato l’uso dei titoli di “Pontificia” e “Cattolica”. Inoltre non fu rinnovato ad alcuni professori del Dipartimento di Teologia il permesso ecclesiastico d’insegnarvi, scatenando la loro protesta. In merito il Card. Müller ha chiesto spiegazioni, come rivelato dalla rivista “Caretas”. Non solo. Ha interpretato a modo suo il provvedimento, ritenendo possibili le lezioni di teologia, sinché la Santa Sede non abbia definitivamente risolto la questione. Eppure la decisione del Card. Cipriani di revoca del mandato canonico ai professori deriva dalla sanzione della Santa Sede, applicata tramite decreto firmato sotto ordine pontificio, nonostante il rettore Rubio contesti l’assenza della firma del Santo Padre. Ma è prassi che documenti firmati dal Card. Bertone abbiano comunque il consenso diretto del Sommo Pontefice. Un pasticcio non solo ideologico: il Card. Cipriani è impegnato da tempo sui fronti legale ed ecclesiastico per ribadire l’appartenenza dell’istituzione alla Chiesa, mentre i vertici dell’ateneo non intendono in alcun modo far entrare la Chiesa nell’amministrazione interna, accusando anzi senza mezzi termini il Segretario di Stato, Card. Tarcisio Bertone, e lo stesso Card. Cipriani di volersi “appropriare” dei beni dell’ex-Pontificio ateneo. Accusa respinta con forza dalla Conferenza Episcopale Peruviana. Il Card. Müller, del resto, non è propriamente “super partes” nello schierarsi con l’ateneo: per oltre 18 anni ha compiuto viaggi di studio a Lima ed ha accettato dall’ex-Pontificia Università Cattolica del Perù una laurea “honoris causa”, senza dar minimamente retta ai moniti giuntigli dal Card. Cipriani e da altri. Anche la decisione del rettore Rubio di non adeguare gli statuti dell’ateneo alla “Ex Corde Ecclesiae”, la Costituzione Apostolica prevista per tutte le Università Cattoliche, è stata censurata dalla Conferenza Episcopale Peruviana, che ha manifestato la propria “assoluta fiducia e adesione al Santo Padre”. (M.F.)

I benefit di mons. Müller

Dal 6 dicembre scorso la Diocesi di Ratisbona ha un nuovo Vescovo: si tratta di mons. Rudolf Voderholzer. Succede a mons. Gerhard Ludwig Müller, da poco nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Un passaggio di consegne non del tutto indolore, stanti le polemiche di cui dà notizia l’edizione on line del giornale “Mittelbayerische”. La testata ha pubblicato la lettera di una persona definita “ben informata”, che tuttavia ha voluto mantenere l’anonimato. Nell’intervento, molto critico, si accusa mons. Müller di continuare a ricevere sostegni di varia natura, economici e materiali, dalla sua precedente Diocesi, pur non essendo più lui a guidarla: denaro, una Bmw con autista, un alloggio fisso in Seminario per i suoi soggiorni, un computer più tre mobili per ufficio ed altri benefit. Il suo portavoce ha cercato di smorzare i toni, specificando come a suo dire il neo-Prefetto della principale Congregazione vaticana non abbia, in realtà, avuto nulla più e nulla meno di quanto non sia previsto per qualsiasi Arcivescovo emerito. Ed ha invitato a non dar malevoli interpretazioni dei fatti contestati. L’arredamento ed il computer che da sempre mons. Müller utilizza, ad esempio, sarebbero in prestito ed, in ogni caso, daterebbero ormai dieci anni. Ma pare che la cosa, a Ratisbona, non sia stata ancora ben digerita, né tanto meno si sia risolta…

Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede contro Benedetto XVI?

di Roberto de Mattei (05/12/2012)

In un sorprendente articolo apparso sull’Osservatore Romano del 29 novembre 2012, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Fede, ha elevato il Concilio Vaticano II a unico e assoluto dogma dei nostri tempi.

Basandosi su una lettura del tutto personale dell’ormai celebre discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, mons. Müller scrive a proposito dell’«l’ermeneutica della riforma nella continuità»: «Questa interpretazione è l’unica possibile secondo i principi della teologia cattolica, vale a dire considerando l’insieme indissolubile tra Sacra Scrittura, la completa e integrale Tradizione e il Magistero, la cui più alta espressione è il Concilio presieduto dal Successore di San Pietro come Capo della Chiesa visibile. Al di fuori di questa unica interpretazione ortodossa esiste purtroppo una interpretazione eretica, vale a dire l’ermeneutica della rottura, sia sul versante progressista, sia su quello tradizionalista. Entrambi sono accomunati dal rifiuto del Concilio; i progressisti nel volerlo lasciare dietro sé, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare a un’altra Chiesa; i tradizionalisti nel non volervi arrivare, quasi fosse l’inverno della Catholica».

Per suffragare la sua dogmatizzazione del Vaticano II, l’arcivescovo Müller, pretende stabilire un legame di assoluta continuità tra l’attuale posizione del Papa e quella che assunse don Joseph Ratrzinger, allora giovane teologo del cardinale Frings al Concilio Vaticano II. Mons. Müller tace sull’evoluzione teologica avuta, nel corso di cinquant’anni, dal cardinale Ratzinger, e che l’ignoranza di questo itinerario teologico sia deliberata lo dimostra un fatto altrettanto sorprendente: nell’opera omnia tedesca di Joseph Ratzinger, curata dallo stesso mons. Müller, manca l’importante indirizzo del cardinale Ratzinger alla Conferenza Episcopale cilena, il 13 luglio 1988, in cui l’allora Prefetto della Congregazione per la Fede definiva «limpido» «il fatto che non tutti i documenti del Concilio hanno la stessa autorità» e affermava: «Il Concilio Vaticano II non è stato trattato come una parte dell’intera tradizione vivente della Chiesa, ma come una fine della Tradizione, un nuovo inizio da zero. La verità è che questo particolare concilio non ha affatto definito alcun dogma e deliberatamente ha scelto di rimanere su un livello modesto, come concilio soltanto pastorale; ma molti lo trattano come se si fosse trasformato in una specie di superdogma che toglie l’importanza di tutto il resto. Questa idea è resa più forte dalle cose che ora stanno accadendo. Quello che precedentemente è stato considerato la più santa – la forma in cui la liturgia è stata trasmessa – appare improvvisamente come la più proibita di tutte le cose, l’unica cosa che può essere impunemente proibita. Non si sopporta che si critichino le decisioni che sono state prese dal Concilio; d’altra parte, se certuni mettono in dubbio le regole antiche, o persino le verità principali della fede – per esempio, la verginità corporale di Maria (n. d. r. non erano queste le tesi di mons. Müller?), la Resurrezione corporea di Gesù, l’immortalità dell’anima, ecc. – nessuno protesta, o soltanto lo fa con la più grande moderazione. Io stesso, quando ero professore, ho visto come lo stesso Vescovo che, prima del Concilio, aveva licenziato un insegnante che era realmente irreprensibile, per una certa crudezza nel discorso, non è stato in grado, dopo il Concilio, di allontanare un professore che ha negato apertamente verità della fede certe e fondamentali. Tutto questo conduce tantissima gente chiedersi se la Chiesa di oggi è realmente la stessa di ieri, o se l’hanno cambiata con qualcos’altro senza dirlo alla gente. La sola via nella quale il Vaticano II può essere reso plausibile è di presentarlo così come è: una parte dell’ininterrotta, dell’unica tradizione della Chiesa e della sua fede».

Nella celebrazione della Messa con cui l’11 ottobre ha aperto l’Anno della Fede, il Papa ha parlato del mondo contemporaneo come di un “deserto spirituale”. Benedetto XVI ha voluto che l’inaugurazione dell’Anno della Fede coincidesse con il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e ha spiegato: «Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti (…) In questi decenni è avanzata una “desertificazione” spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza». 

Il Papa ha ricordato quindi come Giovanni XXIII presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina (…) Per questo non occorreva un Concilio (…) È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo».

Il “proprium” del Concilio Vaticano II e del post-concilio, non fu dunque la “dogmaticità”, ma la “pastoralità”, perché spiega Benedetto XVI il Vaticano II, «non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento. I Padri conciliari – ha aggiunto – volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità».

Se l’esigenza di trovare un nuovo linguaggio per il mondo nasceva, e non poteva che nascere, dal desiderio di dilatare la fede, il fine era pratico ed è dai risultati concreti che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano stati efficaci e adeguati.

I fatti degli ultimi cinquant’anni ci dicono purtroppo che il Concilio non ottenne i risultati che si era prefisso, come ammetteva, nel 1985, lo stesso cardinale Josef Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo celebre Rapporto sulla Fede con queste parole: «È incontestabile che gli ultimi vent’anni sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa Cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di Giovanni XXIII e di Paolo VI. (…) Ci si aspettava un balzo in avanti, e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto “spirito del concilio” e in tal modo lo ha screditato».

Ciò che avvenne non fu il “balzo innanzi” auspicato da Giovanni XXIII, ma una desertificazione spirituale, che ha le sue cause anche in uno “spirito del concilio” che, come ha spiegato il Papa, è andato ben oltre la «lettera» dei documenti.

Il Concilio certamente non si riduce ai suoi documenti e gli storici hanno già iniziato un’opera di approfondimento e di analisi dell’evento, situato nel suo contesto. Gli stessi documenti del Concilio però non vanno dogmatizzati, ma esaminati con spirito critico e alla luce della Tradizione, come lo stesso Benedetto XVI ha fatto nella prefazione ad una raccolta dei suoi scritti conciliari pubblicata dall’editore tedesco Herder e anticipata dall’Osservatore Romano dell’11 ottobre 2012 (si veda un acuto commento che ne ha fatto sul sito conciliovaticanosecondo.it il prof. Paolo Pasqualucci).

Invitando a una rilettura dei documenti del Vaticano II, il Papa afferma in questo testo che la costituzione conciliare Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo di oggi non ha chiarito ciò che era «essenziale e costitutivo dell’età moderna». «Dietro l’espressione vaga “mondo di oggi” – ha scritto Benedetto XVI – vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello “Schema XIII”. Sebbene la Costituzione pastorale [Gaudium et spes] esprima molte cose importanti per la comprensione del “mondo” e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale».

Il Concilio Vaticano II, non è un “pacchetto” da prendere o rifiutare in blocco. La Gaudium et Spes, ad esempio, appare oggi come un documento inattuale, pervaso dal mito ottocentesco e novecentesco del progresso e intriso di quello spirito mondano da cui la Chiesa fatica a liberarsi.

Rivolgendosi ai vescovi riuniti nell’aula del sinodo, l’8 ottobre 2012, Benedetto XVI ha detto ancora: «Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo. Questo è il modo dell’evangelizzazione: “Accéndat ardor proximos”, che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta».

Oggi i cristiani devono rispondere all’appello del Papa testimoniando in modo radicale l’integralità della loro fede. È questa la strada che Benedetto XVI indica a tutti i fedeli, a cominciare dai vescovi: non il ritorno al Concilio Vaticano II, ma a Gesù Cristo, unica Via Verità e Vita.

Dio consente il male per un bene superiore

di Danilo Quinto, da La Voce di Don Camillo (24/09/2012)

La più antica Congregazione della Curia Romana è la Congregazione per la Dottrina della Fede, istituita nel 1542 da papa Paolo III Farnese con il nome di “Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione” e con lo scopo di vigilare sulle questioni della fede e di difendere la Chiesa dalle eresie. Dopo successive riforme e ampliamenti di competenze, il papa S. Pio X cambiò il nome del Dicastero in quello di “Sacra Congregazione del Sant’Uffizio”. Alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI ridefinì le competenze e la struttura della Congregazione e ne mutò il nome in quello attuale. Oggi, secondo l’articolo 48 della Costituzione apostolica sulla Curia Romana Pastor bonus, promulgata dal Giovanni Paolo II nel 1988, «compito proprio della Congregazione per la dottrina della fede è di promuovere e di tutelare la dottrina della fede e i costumi in tutto l’orbe cattolico: è pertanto di sua competenza tutto ciò che in qualunque modo tocca tale materia». Nelle materie che lo richiedono la Congregazione procede anche come Tribunale: “giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti” (art. 52). Successivamente, con il Motu Proprio Sacramentorum sanctitatis tutela del 30 aprile 2001, Giovanni Paolo II ha promulgato nuove norme procedurali riguardanti alcuni delitti gravi di competenza esclusiva della Congregazione. La Congregazione è attualmente costituita da 23 Membri, Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, provenienti da 17 diverse nazioni. Ne fanno parte 28 consultori.

Orbene, dal giugno scorso, Presidente della Congregazione è divenuto il cardinale tedesco Müller. Il Prefetto, in testi da lui firmati negli anni scorsi:

  • nega la verginità di Maria;
  • nega la transustanziazione;
  • si esprime a favore dell’ecclesiologia acattolica.

In particolare e tanto per ricapitolare:

  1. Nel suo libro Dogmatica cattolica: studio e pratica della teologia (Freiburg 2003, V edizione), Müller nega il dogma della verginità di Maria. Per lui la verginità non ha a che fare con le “caratteristiche fisiologiche nel processo naturale della nascita di Gesù (come la non-apertura della cervice, l’incolumità dell’imene o l’assenza di doglie), ma con l’influsso salvifico e redentore della grazia di Cristo per la natura umana”.
  2. Nel 2002, Müller pubblica il libro La Messa, fonte della vita cristiana (Die Messe – Quelle des christlichen Lebens, St. Ulrich Verlag, Augsburg) in cui parla del Santissimo Sacramento. Sconsiglia però l’uso dei termini “corpo e sangue” per i doni eucaristici, termini che potrebbero secondo lui produrre dei “malintesi”: “Corpo e sangue di Cristo non significano le parti fisiche dell’uomo Gesù durante la sua vita o nel suo corpo glorificato”, il vescovo spiega: “Corpo e sangue significano qui piuttosto una presenza di Cristo nel segno mediato dal pane e del vino”. La Santa Comunione esprime secondo Müller “la comunione con Gesù Cristo, mediante la consumazione di pane e vino.” Egli paragona questo con una lettera che può significare un’amicizia fra due persone: “Presso il destinatario può, per così dire, rappresentare ed incarnare l’affetto del mittente”. Müller spiega il pane ed il vino eucaristico come semplici “segni della presenza salvifica di Gesù”. Egli poi illustra così il concetto di “transustanziazione”: “L’essenza del pane e del vino deve essere definita in un senso antropologico. Il carattere naturale di questi doni [pane e vino] come frutti della terra e del lavoro umano, come prodotti naturali e culturali, consiste nella designazione del cibo e del ristoro delle persone e della comunità umana nel segno del pasto comune […]. L’essere naturale del pane e del vino è trasformato da Dio nel senso che questo essere ora dimostra e realizza la comunione salvifica”.
  3. Durante un discorso in onore del vescovo luterano Johannes Friedrich, l’11 ottobre 2011, Monsignor Müller dice così: “Il Battesimo è il carattere fondamentale che ci unisce sacramentalmente in Cristo davanti al mondo in una sola Chiesa visibile. Noi come cristiani, cattolici e protestanti, siamo dunque già uniti in ciò che chiamiamo la Chiesa visibile. In un senso stretto esistono dunque non tante Chiese, cioè, una accanto all’altra, ma esistono divisioni e spaccature all’interno di un unico popolo e di un’unica casa di Dio”.

Negli scorsi mesi, in molti hanno chiesto al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede di correggere le sue eresie. Questo non è avvenuto. Per i cattolici che vanno a Messa e nelle feste comandate, che credono nel dogma della Verginità di Maria, che credono di ricevere nell’Eucaristia il corpo (vero) e il sangue (vero) di Nostro Signore Gesù Cristo, che credono nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana, quella istituita e fondata da Gesù Cristo e solo in questa, rimane un mistero che a Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede sia stato nominata una personalità come quella del Cardinale Müller. Le affermazioni richiamate, contenute nei suoi libri sono circostanziate, precise, puntuali e non rispondono alla dottrina cattolica. Questo è il punto, la questione che qui interessa.

Nel Vangelo di Luca si legge che Dio consente un male per un bene superiore. Affidiamo alla Vergine Maria la nostra preghiera, perché questo bene si manifesti presto.

La Vergine Maria illumini il Cardinale Müller

di Danilo Quinto, da La Voce di Don Camillo (14/09/2012)

Domani, 15 settembre, è la Festa della Madonna Addolorata. Celebrata in tutti gli angoli del mondo cristiano, questa ricorrenza è tra le più sentite tra i cattolici. Chi si rivolge con la preghiera alla Vergine, sa che la sua preghiera avrà più forza e sarà esaudita. Per questa ragione, proprio in questa circostanza, noi peccatori preghiamo affinché la Vergine Madre illumini il cuore e la mente del Cardinale Gerhard Ludwig Müller, di recente nominato dal Santo Padre Prefetto della Congregazione per la Fede e gli consenta di correggere l’eresia da lui espressa nel libro Dogmatica cattolica: studio e pratica della teologia. In quel testo, il Cardinale Müller nega, tra le altre cose, il dogma della verginità di Maria. Per lui la verginità non ha a che fare con le “caratteristiche fisiologiche nel processo naturale della nascita di Gesù – come la non-apertura della cervice, l’incolumità dell’imene o l’assenza di doglie – ma con l’influsso salvifico e redentore della grazia di Cristo per la natura umana”.

Vaticano II valutato da Roma. Ma a porte chiuse…

Riprendo da Riposte Catholique di oggi (25/07/2012, nda):

Due riunioni discrete, la prima a Milano in marzo, la seconda in questo mese di luglio hanno messo insieme, con grande discrezione, alti prelati della Chiesa e rinomati specialisti laici, per una valutazione del concilio Vaticano II.

Abbiamo appreso che altre riunioni del genere sarebbero previste per i mesi venturi, e non tradiremo i nostri informatori segnalando che l’83enne cardinal Walter Brandmüller, già presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche (1998-2009), è uno dei partecipanti a queste riunioni di valutazione dei documenti dell’ultimo concilio ecumenico, dal momento che il cardinale, nel corso di una pubblica conferenza, ha evocato i lavori in corso e nello stesso tempo aveva ricordato al suo uditorio che le dichiarazioni del concilio Vaticano II, come Nostra Ætate o Dignitatis Humanæ non avevano, secondo lui, alcun valore vincolante… [noi segnalavamo qui un suo libro]

Nessun prelato o intellettuale vicino alla cosiddetta “Scuola di Bologna” ha partecipato a questi lavori. E nemmeno alcun membro della Fraternità San Pio X… 

Oltre a questa notizia, discretamente positiva, registro però due notizie di difficile decifrazione:

  1. Il rientro non si sa bene se “dovuto” o “voluto” al suo Convento di Londra di Padre Uwe Lang, non più Officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ma forse ancora Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Le notizie sono frammentarie, ma è un fatto che la Santa Messa Antica e la Sacra Liturgia perdono con lui, in Vaticano, un amico e cultore, uno dei pochi, uno dei suoi rari e coraggiosi difensori, per dirla con la nostra Luisa.
  2. Una osservazione di Caterina63 sul fatto che il Papa aveva promesso interventi dopo i tre anni da quel 2007 di quel Summorum Pontificum, ma non si è visto nulla: l’enorme mole di fatica sull’applicazione dello stesso è ricaduta sulle spalle di un esercito di fedeli volenterosi…. Vescovi attivati verso la normalizzazione del SP ancora non se ne vedono, e il Papa non ne parla più… e c’è una frase dell’intervista di Müller sull’Osservatore Romano dell’altro giorno, assai inquietante, che dice:

«… ritengo che il motivo della mia venuta a Roma non sia certo quello di gravarlo (al Papa) con le varie questioni. Il mio compito è di sollevarlo di parte del lavoro e non di presentargli problemi che possono essere risolti già al nostro livello. Il Santo Padre ha l’importante missione di annunciare il Vangelo e di confermare i fratelli e le sorelle nella fede. Spetta a noi trattare tutte le questioni attinenti meno piacevoli, affinché non venga gravato di troppe cose, pur venendo naturalmente sempre informato dei fatti essenziali».

Il Papa sta abbandonando il controllo diretto di certe questioni? Forse non è così e poi forse è un fatto che rientra nella norma. Resta solo da vedere con che metro vengono valutate le questioni “meno piacevoli”; c’è solo da attendere ciò che vedremo delinearsi prossimamente, a partire dalla questione con la FSSPX.