Il laico Marcello Pera spiega perché la Chiesa si sta smarrendo

Marcello Pera, filosofo ed ex presidente del Senato, nel suo ultimo libro Diritti Umani e Cristianesimo analizza, da laico quale è, la malattia del laicismo che ha contagiato anche la Chiesa. Nel nome dei diritti umani, anche quelli nuovi, la Chiesa dialoga col mondo, ma rischia di smarrirsi.

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Mons. Antonio Livi: Combatto contro una Chiesa ideologica

Mons. Antonio Livi è sicuramente uno dei decani della teologia cattolica contemporanea. Le sue numerose pubblicazioni vertono essenzialmente sulla verità logica, tema che è al centro del dibattito contemporaneo (neopositivismo logico, ermeneutica, razionalismo critico). L’appassionato impegno filosofico di Livi spiega perché questo pensatore ormai ottuagenario non sia mai stato un accademico intento a guardare con distacco alle vicende della società di oggi.

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Pedro Arrupe: alle fonti del pensiero di Francesco

I gesuiti di Arrupe, dall’esistenzialismo filosofico al magistero esistenzialista.

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È possibile una filosofia cristiana? La sintesi di fede e ragione

Video dell’intervento di Stefano Fontana, Direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, tenutosi a Bassano lunedì 3 aprile 2017.

La Catholica di oggi ha dimenticato Giovanni Paolo II

L’oblio del fatto che il pensiero antropologico di Karol Wojtyla è nato nell’esperienza morale dell’uomo, cioè nella comunione con le altre persone e nello stesso tempo nell’esperienza della presenza di Dio in ogni uomo, nella Bibbia e nella Chiesa, permette di manipolare l’eredità di san Giovanni Paolo II, la cui comprensione della persona umana nata nella purezza del cuore e della mente combaciava con la Parola del Dio vivente, Gesù Cristo, e non invece con quella di Mosè. Qui tocchiamo un punto cruciale per la visione wojtyliana del continuo sviluppo della nostra comprensione della salvezza.

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Una sana filosofia per ripristinare il rapporto fra fede e ragione

Filosofia per tutti (Fede&Cultura) di Stefano Fontana è una storia della filosofia che mostra come si sia allontanata, gradualmente, dalla realtà. La filosofia sarebbe facile e comprensibile anche ai bambini, “se riusciamo a non fasciarci la testa di tante complicazioni di nostra invenzione”.

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Vescovi divisi? Colpa della (cattiva) filosofia

Perché si possa fare buona teologia è necessaria una filosofia vera e conforme alla fede, come quella di san Tommaso. Molti vescovi invece sono cresciuti alla scuola di Karl Rahner, per cui la dimensione della fede non è legata all’essere ma all’esistenziale. Da qui discende una visione del matrimonio che si può riformare.

di Stefano Fontana

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L’OSSESSIONE DEL “MODERNO”

di P. Giovanni Cavalcoli, OP (02/05/2013)

Ormai ha preso un gran piede nella cultura cattolica, nella guida del pensiero e dell’azione, la categoria del “moderno” in sostituzione a quella della “verità”, considerata astratta, soggettiva, sterile, referente delle menti arretrate, ristrette e testarde e soprattutto sorgente di conflitti, rigidezze ed intolleranze, tenendo conto del fatto che nel passato, per secoli – si pensi alle guerre di religione o agli Stati totalitari – in nome della “verità” unica, universale ed oggettiva si sono commessi tanti crimini e tante ingiustizie.

Si ritiene di doversi rifare ad altri valori: la carità, la libertà, il pluralismo, l’ecumenismo, il dialogo, la solidarietà, la misericordia, l’apertura agli altri, la giustizia, la pace, la fratellanza, il rispetto di qualunque idea, anche le più contraddittorie.

Non si teme la contraddizione e l’incoerenza, la si ritiene cosa normale[1] ed anzi segno di creatività, di genialità, di coraggio, di apertura e di rinnovamento. Si teme invece di essere isolati,  in minoranza,  emarginati, oppure si ha paura di apparire superati, retrivi e conservatori. Invece la categoria che sembra prevalere è quella della modernità, nelle molteplici forme della cultura contemporanea di successo e legata al potere e al prestigio o ecclesiastico o politico.

Ciò che conta non è una fedeltà sincera alla propria coscienza aderente alla verità oggettiva o al Magistero della Chiesa, ma godere del consenso e dell’approvazione degli altri, soprattutto se sono al potere o sono persone di successo, essere nella grazie di chi comanda senza chiedersi se la sua linea è giusta o ingiusta, conforme o non conforme alla dottrina della Chiesa, si tratti di politici, di intellettuali, scienziati, filosofi, teologi, vescovi o cardinali.

Il riferimento fondamentale del pensiero e dell’azione non è più il vero ma è il successo, è ciò che appare nuovo, rinnovato, moderno, attuale, soprattutto se non richiede sacrificio, rinuncia o sforzo morale, ma va incontro alle nostre tendenze all’ambizione, all’empietà, al piacere, al possesso, al prevalere sugli altri, fino ad accontentare gli istinti più vergognosi o criminosi.

Tutti i bei discorsi sulla carità, sulla comprensione, sul rispetto dell’altro, sul pluralismo, sulla tolleranza, sulla libertà, sul dialogo finiscono quindi per essere una pura ipocrisia, quando l’altro non sta sottomesso al nostro potere, ci richiama i doveri assunti, ci rimprovera dei nostri peccati, chiede il proprio spazio di libertà. Non ha ragione chi è nella verità, fosse perseguitato, disprezzato o isolato, ma ha ragione chi comanda, chi ha successo e prestigio.

Non è ammirato chi cerca la verità, ma il furbo che si finge onesto, il sottile sofista, il brillante imbonitore, il fascinoso eretico, chi si ritiene più sapiente di Gesù Cristo o del Papa, il beffardo dissacratore, il derisore degli umili, dei semplici e dei poveri, il tenace e sfacciato arrivista, lo scalatore sociale, chi si destreggia o si barcamena nel doppio gioco e nell’ipocrisia, sotto pretesto di essere “aperto a tutti”, ed immaginando di essere l’ago della bilancia o il grande conciliatore tra le opposte fazioni.

Ma che idea ci si fa del “moderno”? Alcuni rincorrono il moderno, credendo di essere moderni, ma in realtà sono dei sorpassati. Sono una brutta copia del moderno, della vera, valida modernità.  Il postmoderno, che è considerato una specie di modernissimo, è una putrefazione dei succhi velenosi della modernità, eppure non si ha il coraggio di rifare il cammino percorso dove ci si è smarriti per ritrovare la strada giusta. Così si raggiungerebbe una sana e costruttiva modernità.

Ormai, per esempio, è super-dimostrato che la cosiddetta “filosofia moderna”, titolo tanto prestigioso quanto immeritato che cartesiani e post-cartesiani si sono attributi seguìti in ciò da una pletora compiacente ed ingenua di storici idealisti e liberali fino ai nostri giorni, non è altro, per chi conosce veramente la storia della filosofia,  che un raffinato e furbesco ritorno al più rozzo sofismo protagoreo, dualismo gnostico, scetticismo pirroniano ed idealismo parmenideo, sotto la maschera di un’alta ed addirittura esagerata spiritualità (res cogitans), quella spiritualità che giustamente fece dire a Pascal: “chi vuol far l’angelo, finisce per fare la bestia”.

E così di fatto è finito il cartesianismo nei secoli seguenti col dar luogo al più rozzo materialismo illuminista ed al pansessualismo di Freud (res extensa), come ha dimostrato il Fabro nel suo poderoso studio storico-teoretico sulle origini dell’ateismo moderno.

Il principio moderno dell’autocoscienza e della dignità del soggetto era già nell’aria sin dall’Umanesimo e dal Rinascimento, nato dalla concezione cristiana medioevale della persona[2],  e non c’era bisogno di un Cartesio che ne approfittasse per guastarlo col suo idealismo scettico e materialista.

Già infatti è stato notato come per esempio nel siglo de oro della Spagna cinquecentesca – per esempio S. Teresa e S. Giovanni della Croce – abbiamo la fioritura di una stupenda letteratura e poesia mistica che costituisce una vera esaltazione dell’io, non però chiuso nella sua orgogliosa autosufficienza, ma fondato in Dio, assetato di Dio ed orientato a Dio.

Era la giusta risposta al fideismo immanentista luterano, che se metteva in luce la dignità della singola coscienza davanti alla Parola di Dio, tuttavia, con la sua rottura nei confronti dell’oggettività mediatrice della comunità ecclesiale, apriva anch’esso la strada all’immanentismo idealista hegeliano.

Ma l’ossessione del moderno ha anche un altro volto: è l’assolutizzazione di tutto ciò che è moderno o ritenuto moderno solo perché è “moderno”, senza alcuna preoccupazione di discernere nel moderno il positivo e il negativo, se non in base criteri desunti dallo stesso moderno.

Questa impostazione è tipicamente modernista, giacché suppone quella concezione della verità, di tipo storicistico-evoluzionista che fu condannata da S.Pio X nella seguente proposizione: “La verità non è immutabile più dell’uomo stesso, anzi evolve con lui, in lui e per mezzo di lui”(Denzinger 3458).

Infatti la categoria del “moderno” è legata alla temporalità e suppone un divenire del reale: moderno infatti è ciò che c’è oggi, diverso da ciò che ci fu ieri e da ciò che ci sarà domani. Esso fa riferimento a un qualcosa di mutevole. Così la verità immutabile, come la verità di fede o i princìpi della morale, stanno al di sopra del tempo perché sono verità immutabili. E quindi non si risolvono nel moderno, ma lo trascendono.

Vizio del modernismo è appunto quello di ritenere mutevoli queste verità, per cui tutto si racchiude nel “moderno”. Per questo nei trattati di dogmatica o di morale di orientamento modernistico[3], oggi assai diffusi, facilmente troverete l’enunciazione di un principio di fede o di morale accompagnata dalla seguente formula: “oggi a differenza di ieri, si pensa così”.

Non si dice più o non si sa dire più categoricamente, semplicemente ed assolutamente “le cose stanno così”, ma si ha sempre bisogno di relativizzare tutto al presente, al “moderno”, come se non fosse la verità, ma il moderno, il presente a decidere, a render valida e vera una data tesi di fede o di morale. In tal modo non si genera mai una certezza, perché sorge sempre la domanda: “e domani?”. Certo il legame al tempo vale per le cose generabili e corruttibili, ma è inammissibile ed obbrobrioso per la verità di fede e i princìpi della morale.

Così, come già notava la Pascendi di S.Pio X, è in atto oggi una mastodontica ed organizzatissima revisione, già a suo tempo tentata dall’illuminismo, di molte tesi storiche tradizionali: nel campo dell’agiografia o della storia delle eresie, per esempio, troverete spesso un capovolgimento di giudizio: chi in passato fu considerato santo, oggi è da ritenersi pieno di difetti.

Ricordo un mio collega di teologia, patrologo, il quale un giorno ebbe a dire che S.Atanasio “aveva un caratteraccio”. Il mio maestro di noviziato un giorno, per farmi un rimprovero, mi disse che assomigliavo a S. Atanasio. Io non ne provai nessuna vergogna, ma anzi sentii un moto di fierezza. E viceversa, soggetti notoriamente eretici, come per esempio Lutero, oggi fanno la figura di grandi riformatori della Chiesa. Ricordo al riguardo come un giorno sentii da un mio confratello dire sul serio che Lutero dovrebbe esser fatto santo.

Moderno, ho detto è ciò che c’è oggi. Ma ciò che c’è oggi si può considerare in due modi: come semplice dato di fatto, ecco allora il moderno di fatto, e questo può comportare cose buone e cose cattive. Esiste anche una criminalità moderna, una crisi moderna della famiglia. Ma ciò non vuol dire che per il fatto di esser cose moderne, esse siano cose buone. Qui sbaglia il modernismo.

Ed esiste un moderno che potremmo chiamare “di perfezione” o “di valore”, per esempio l’orologio moderno, un’auto moderna, la medicina moderna, i treni moderni: chi non apprezza queste cose? E questo perché si suppone che siano migliori che per il passato. In tal senso la filosofia e la teologia moderne sono da supporre migliori del passato, ci fanno conoscere più verità e meglio. Per questo la vera filosofia moderna non è la filosofia post-cartesiana, ma è il tomismo moderno.

Il moderno, poi,  non è necessariamente il nuovo, può essere anche un valore antico che tuttavia vale ancora o viene recuperato. Così possiamo dire senz’altro che la filosofia di Platone, di Aristotele o di S.Tommaso d’Aquino sono moderne, per il fatto che, benché elaborate  tanti secoli fa, conservano intatto il loro valore di fondo. L’antico ancora valido saggiamente recuperato diventa un moderno di valore, legato al progresso.

Quanto al nuovo, esso non è necessariamente buono, secondo quell’aneddoto che si racconta a proposito di Gioacchino Rossini: gli si presentò un giovane compositore che gli chiese il parere su di una sua opera. Rispose il grande Rossini: “Ebbene, caro signore, c’è del nuovo e c’è del buono; peccato che il nuovo non sia buono e il buono non sia nuovo”. Così nella scienza teologica e morale e soprattutto nella dottrina della fede: se il nuovo è esplicitazione o sviluppo dell’antico, è certamente buono. Cattivo invece è quel nuovo che non è sviluppo della tradizione e del dato perenne, ma lo deforma o lo falsifica.

Il Concilio Vaticano II ci ha proposto un nuovo modello di vita cristiana e nuove dottrine. Occorre però intendersi: non si tratta di novità assolute, quasi un nuovo che sostituisca un vecchio ormai finito, giacché nel cristianesimo sia la dottrina che la morale sono sostanzialmente immutabili. Di nuovo c’è quindi solo il modo col quale il Concilio ci propone la verità e il bene: nove sed non nova, diceva quel teologo. Il Concilio ha voluto certamente ammodernare e rinnovare la vita cristiana, secondo il modello dell’azione dello Spirito Santo: renovabis faciem terrae.

Nel rinnovamento viene meno il vecchio e lo si sostituisce col nuovo. Così noi rinnoviamo la tessera dell’autobus, un impegno scaduto, la disposizione dell’orto di casa. Il Concilio ha rinnovato in tal senso solo nel campo disciplinare, pastorale, giuridico, comportamentale, non certo nel campo dottrinale, cosa che non avrebbe senso.

Qualcuno purtroppo confondendo il moderno col modernista, si duole che nel Concilio ci sia del modernismo; altri invece di tendenza modernista vedono nel rinnovamento conciliare una conferma alle loro idee. Sbagliano entrambi. Può sembrare che nel Concilio vi sia traccia di modernismo,  ma guai a lasciarsi confondere da questa impressione, giacché mentre  la modernità e la novità che ci propone il Concilio sono salutari, è noto che il modernismo è un’eresia. O vogliamo considerare eretico il Concilio?

Infine è bene distinguere all’interno della categoria del moderno, la riforma e il progresso. La prima riguarda i costumi, il secondo consiste in una migliore conoscenza delle immutabili verità di fede grazie ad una loro esplicitazione o spiegazione. Ad ogni modo sia il pensiero che l’azione devono progredire: “una carità che non progredisce, dice S. Agostino, non è carità”.

Esistono due modelli di riforma. Si può riformare recuperando l’antico, e questo fu il tentativo di Lutero, non riuscito, perché non si accorse di peccare di arcaismo, come se la fede medioevale avesse aggiunto cose che sono estranee al Vangelo, il che è falso.

E c’è la riforma come avanzamento, cosa che anch’essa ha il suo valore, purché sgorghi dalle origini, sia radicata sulla tradizione e sulla verità perenne. Il Concilio ha riformato ed ha fatto progredire la dottrina, anche se non contiene veri e propri nuovi dogmi definiti. In generale ha fatto avanzare tutta la vita cristiana ed ecclesiale accogliendo quanto di buono c’è nella modernità e sostituendo a quel vecchio che ormai doveva scomparire una bontà fondata sulla verità.

Conclusione: schiavitù del moderno, idolatria del moderno, ossessione del moderno, no. Sarebbe, questo, modernismo. Scoprire il vero moderno, moderno salutare alla luce del Concilio, della Tradizione, della Scrittura, sì. È questa la via che lo Spirito Santo ci dice oggi di percorrere, è questo ciò che oggi lo Spirito dice alla Chiesa.

NOTE

[1] E’ molto di moda la concezione di Dio nel Cusano come “coincidentia oppositorum”.

[2] Per esempio S.Bernardo, i Vittorini, S.Bonaventura, S.Tommaso e il Beato Duns Scoto.

[3] Non si ha più il coraggio di chiamarli “trattati”, perché si sa bene che non si possiede il metodo scolastico, ma li si chiama “saggi” Il saggio, in realtà, tradizionalmente, come dice la parola, essay in francese, implica semplicemente l’idea dell’assaggiare, come diceva il mio maestro, il dotto e famoso Luciano Anceschi all’Università di Bologna, il che implica evidentemente una piccola quantità, un volumetto e non un libro di grossa mole. Eppure è con questi “saggi” che si pretende sostituire il metodo scientifico della scolastica.