L’omoeretico Rafael Velasco alla guida dei gesuiti argentini e uruguaiani

Il gesuita padre Rafael Velasco è il nuovo provinciale della Provincia di Argentina e Uruguay. È a favore di sacerdozio femminile, Comunione a coppie omosessuali e teologia liberazione.

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Le mutande e la talare

Nessun articolone. Solo un paio di cose voglio dirvi en passant… senza badare troppo alla forma. Sto sulla spiaggia salentina nei pressi di San Pietro in Bevagna: ho un rapporto voluttuoso col mare, queste acque del profondo Sud magnifiche e di smeraldi, bollenti nella loro pancia e gelide sulla superficie della loro pelle vitrea. Immergendomi sano in ogni cosa: in corpo e anima. Oggi ho fatto in questo mare immobile il primo bagno, infatti; vorrei farne ancora e prendere l’ultimo sole prima del tramonto, sorseggiando caffè, scrutando da sotto gli occhiali da sole nei loro anfratti più segreti le vicine femmine in bichini e in topless, al contempo rileggendo qualcosa di Messori. In questo stato di grazia che non amo venga interrotto da nulla, nemmeno da papalepapale, mi piace assai studiare, approfondire, meditare: le capisco più a fondo e senza fatica le cose, la mente mi si schiarisce e libera, vola, lieve e senza sovrastrutture, tutto ridotto com’è all’essenziale. Quindi… vi intrattengo solo 5 minuti… e mi rituffo.

di Antonio Margheriti Mastino, da Papale Papale (23/06/2012)

Sulla mia bacheca facebook, appena si ha notizia di qualche prete o vescovo – per tacer delle monache – che ha fatto qualche porcata in senso proprio e figurato, tac!, subito scatta il post con domanda retorica “al Mastino” da parte di qualche volenterosa gola profonda fra i miei contatti. Per averne, suppongo, consolatorie reprimende sul porcellino; o solo per scuotere insieme la testa e fasse du’ risate. Talora per ottenere un alibi, una ragione per sperare ancora, non soccombere sotto l’incombente pessimismo che avanza… dinanzi a certe sconcezze.

BARGALLO’ QUELLO DELLA CARITAS

Ultimamente m’hanno postato il caso del vescovo – se così posso chiamarlo – argentino, vestito da intellettuale finto proletario (finto, sì… stante la fintissima trasandatezza del vero cashmere che aveva indosso), naturalmente ennesimo “vescovo dei poveri”, prete “aggiornato”, teologo progressista, uomo di sinistra e, va da sé, presidente della Caritas dell’America Latina. Caritas che difficilmente, dall’Italia o da qualsiasi paese civile, si distinguerebbe dalla marxista TdL, e che ai presunti poveri dà da “mangiare” ideologia e sedizione più che pane e preghiere. Un Tonino Bello in terra peronista, questo vescovo. Di quelli che sta sfornando da qualche anno il disastroso primate argentino Jorge Bergoglio, che a momenti lo scorso conclave per un castigo divino non ci ritrovavamo papa… e che ora, superata una certa età, sta precipitando di netto e velocemente, da buon gesuita, nella sindrome gesuitica del carlomariamartinismo puro e duro. Insomma, questo vescovo così “aggiornato”, dicevo, “amico dei poveri”, vestito da finto operaio e senza nessun segno che ricordasse il suo stato sacerdotale, questo mons. Fernando Maria Bargallò, vescovo di Merlo, intorno a Buenos Aires, si andava a fare le vacanze nel mare nientemeno dei Caraibi, alloggiando anche in hotel di lusso. Pagati con i soldi destinati a quei “poveri” che nella teoria – e solo in questa, da buon ideologo – sembrava “difendere”, magari anche “sfamare”. Ma il punto non è questo. È che toltosi di dosso il cashmere da “vescovo dei poveri” e “figlio del popolo” – sono gli stessi che poi accusano di “trionfalismo” la Chiesa per le liturgie se non sontuose almeno decorose per la maggiore gloria di Dio… dimentichi che se il culto deve essere “ricco”, al contrario, il prete deve essere povero; mentre invece questi hanno spogliato la Chiesa per rivestire se stessi e le loro puttane – , questo sedicente “vescovo dei poveri”, dunque, smesso il cashmere, rimasto in mutande, si infilava nel mare dei Caraibi e poi nel lettone con materasso ad acqua (ottimo per lo smorzacandela) dell’hotel extra-lusso. Purtroppo insieme a una bella troia. È qui il punto. Preso in castagna, con tanto di foto e video resi pubblici dai giornali, il vescovo progressista e liberal, il capo della Caritas latinoamericana, il prete operaista che aveva mandato al macero la talare e tutto il resto, ha mostrato lo stesso coraggio da leone di quando doveva sfidare la Dottrina e Roma: ha negato. Ha negato l’evidenza. Come un coniglio mannaro. E non si è accontentato di negare l’evidenza: ha voluto pure precipitarsi nel ridicolo dicendo che trattavasi di “amica d’infanzia”… un’infanzia finita da 40 anni, però: un po’ troppo per cacciarle impunemente e innocentemente ancora la lingua in bocca, le braccia al collo immersi nel mare, e chissà che altro infilati nel lettone acqueo dell’hotel. Perché vi racconto questo? Per due cose. La prima è mettervi in guardia dai tromboni, dalle “anime belle” e a la page, da chi predica bene ma naturalmente in barba alla dottrina; dagli ideologi dei buoni sentimenti, insomma: di trombonismi e di buone intenzioni è lastricato l’inferno. Quelle “migliori intenzioni che”, avvertiva il sulfureo Longanesi, “favoriscono sempre le peggiori cose”. Un gran opportunista e vigliacco anche, questo vescovo, non c’è che dire: quando gli si è prospettato il pericolo di perdere lo stipendio ecclesiastico, le provvigioni Caritas in seguito a rimozione; quando gli si è delineata la minaccia di dover guadagnare soldi andando davvero a lavorare… e addio Caraibi, puttane e hotel di lusso a spese dei fedeli e senza una sola goccia di sudore, quando ha intuito tutto questo, ha negato. L’evidenza. Almeno i mariti che “negano” a prescindere lo fanno per non perdere la moglie a causa dell’amante: questo lo fa per non perdere la pagnotta a causa della mignotta. “E’ un’amica d’infanzia”… Certo, sì. Bella infanzia che hai avuto. Ma è l’altra, la seconda cosa che vorrei sottolineare. È curioso scoprire (ne ho tutta una casistica abbondantissima) come questi vescovi progressisti, liberal e contestatori, va da sé, “vescovi dei poveri”, scava scava… tutti hanno avuto figli a destra e manca. E che la loro contestazione ecclesiale, alla prova dei fatti, altro non era che stato di peccato mortale e nasceva più dalle segrete prurigini sessuali che non dall’ideologia in sé: avevano scoperto il pelo, e si sa che per certa gente tira più un pelo che un carro di… dogmi. Spesso in loro sono le mutande a parlare più che il cuore.

FERNANDO LUGO QUELLO DELLA TdL

Curioso pure che fanno tanto i progressisti, parlano contro il celibato dei preti e la castità, a favore del condom… però quando mettono incinta una sgualdrina – causa l’astensione dal condom o dal contraccettivo che pure altrimenti magnificavano – mica poi hanno il coraggio di rivendicare ciò che nelle loro teorie (e, purtroppo, omelie) esaltavano come panacea di tutti i mali: al contrario, lo negano. Salvo non vengano poi presi in castagna… Come Fernando Lugo, per esempio, il vescovo “dei poveri” paraguayano, che di povero in povero è finito presidente della repubblica, socialista anche, per candidarsi alla qual carica aveva gettato alle ortiche le insegne episcopali e sacerdotali. Solo quando nella campagna elettorale gli hanno rinfacciato un figlio segreto avuto da una segreta “compagna”, e senza dispensa da Roma, solo allora, non potendo negare l’evidenza – se non a rischio di disastri elettorali – il bravo “vescovo dei poveri” lo ha ammesso. Così come solo allora si è capito che il progressista che teorizzava generose “aperture” in fatto di morale sessuale (e tutto il resto), le teorizzava misurando la dottrina della chiesa attraverso la generosissima apertura di gambe della sua concubina. Ancora una volta: erano le sue mutande a parlare dal pulpito, non la sua coscienza. Coniglio nell’intimità e coniglio in pubblico. Prima che la fogna venisse scoperchiata, da vescovo, faceva il ruggito da leone con Roma… da coniglio mannaro, anzi.

ZAVALA QUELLO DI PAX CHRISTI

tesso storia per il presidente della toninobellista Pax Christi statunitense, associazione sulla carta “cattolica” in realtà sponsorizzatrice un tempo del marxismo, oggi dell’umanitarismo sostanzialmente ateo, liberal in fatto di costumi e sincretista conclamata in fatto di religione, “progressista” in ogni caso. Parliamo del vescovo ausiliare di Los Angeles, Gabino Zavala. Pure questo vescovo americano contestatore, pacifista e “amico dei poveri”, apertissimo sulla morale sessuale, che in bocca a lui diventava a-morale, una porcheria praticamente, pure questo è stato colto in castagna: aveva amante e nientemeno due figli illegittimi, già adolescenti. Anche costui era un altro che abbassava la Chiesa per innalzare se stesso, che parlava con le mutande in mano invece che col cuore: cioè, l’ennesimo che del suo peccato mortale e del suo sacrilegio aveva fatto teologia, e della teologia maialata. Ma senza mai dire da quale fogna sorgessero le sue prediche. Un altro coniglio in privato e coniglio in pubblico. Un altro che aveva ceduto a Satana e a tutte le sue opere e seduzioni, diventandone suo dottore: un teologo genitale. Un ipocrita, praticamente. Potrei citare decine e decine di altri casi simili, protagonisti sempre i soliti vescovi liberal, i progressisti, insomma. Ma cito solo questi tre. Bastano e avanzano per capire quali dinamiche e costanti invariabili li muovono a predicare bene (bene… secondo il mondo e certo cattolicesimo post-cattolico), razzolando malissimo, ma sempre innalzandosi una spanna sopra tutti gli altri. Finché Dio poi non spiega la potenza del suo braccio e “disperde i superbi nei pensieri del loro cuore”. Tutto questo per dire come la “contestazione” nella Chiesa nasca sempre e comunque prima che dall’ideologia, dal peccato individuale, che si traveste da pubblica virtù, magari da “nuova teologia”. E giunti a questo punto, perde ogni pudore e diventa finanche, nella fase ultima, rivendicazione al “diritto” di peccare. E il privato peccatore si trasforma nella figura abietta, e tanto più lo è se si tratta di un consacrato, del pubblico peccatore, maestro di perversione: una sfida diretta a Dio. In sintesi. Ormai l’esperienza me lo ha insegnato: quando senti un prete, un vescovo all’improvviso parlare di cose “liberal”, contro il celibato, la castità, pro-preservativo e contraccezione (peggio del peggio: significa che vuole divertirsi senza prendersi responsabilità), a favore di coppie di fatto e magari omosessuali, non è perché dalla teoria vorrebbe passare ai fatti; ma al contrario, ai fatti è già passato da un pezzo, e ora vorrebbe fare del suo peccato di fatto, teoria e teologia. Autoassolvendosi, magari condannando tutti gli altri, Roma padrona, Roma ladrona in primis. Abbassa la religione, per innalzare se stesso. Non è la sua testa nè il cuore a parlare, ma, ancora una volta, le mutande. Se non fosse porco e peccatore già da un pezzo, se al contrario fosse puro e santo, timorato di Dio, non ci verrebbe a fare la teologia delle pudenda.

QUELL’ABITO CHE RICORDA AL MONACO DI ESSERE TALE. E A RESTARCI

Ho notato un’altra costante: tutti i preti e i vescovi che andavano in giro a commettere atti impuri, avevano premura di farlo sempre senza indossare (nonostante la presenza di molti feticisti del genere) le insegne del proprio stato di consacrati, dal clergy alla (figuriamoci!!) talare. Anche perché, diciamocelo, spesso l’abito lo hanno del tutto abbandonato anche nell’esercizio delle loro funzioni, semmai ne han portato uno. Cosa strana, anomala assai per questi preti che inseguono caparbiamente una auto-secolarizzazione così furiosa: diplomatici, medici, magistrati, militari, avvocati, professoroni laicisti, salumieri, chiunque (persino i capi delle altre religioni), si son ben guardati dall’abbandonare le loro divise e livree, e nel loro caso per senso di corpo, pavoneria e poi perché sanno bene che la divisa fa il professionista e spesso uno si sceglie una professione per indossare proprio quella divisa. Nessuno al mondo vi ha rinunciato, nessun pazzo, tutti se lo tengono ben attaccato addosso… l’abito. Tutti tranne i soliti preti cattolici. Un vero mistero! Eppure la veste talare, le insegne del sacerdozio tutto sono tranne che vanità: semmai è segno di castigatezza e penitenza, di pietà, di dimenticanza e nascondimento di sé per lasciare tutto lo spazio al servo dei servi, all’Alter Christus, al sacerdote. Ma la talare è anche una seconda pelle: sperimentare il peccato su di essa, avendola indosso, risulta arduo, inibente psicologicamente per il prete peccatore e per il suo complice, tanto palese e osceno è il sacrilegio. Perché sta lì a ricordarti sempre e a ricordarlo agli altri, che non appartieni più solo a te stesso, ché tu sei sacerdos in aeternum, sposo di Cristo, e che le tue mani sono consacrate, e che insieme alla tua persona insozzi lo stesso sacerdozio regale, che quella talare ti ricorda: violandola trascini con essa nella sozzura la Sposa e il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. Davvero troppo da sopportare psicologicamente. Molte, troppe volte, quasi sempre l’abito fa davvero il monaco. O almeno lo costringe a rimanere tale. Lo obbliga a ricordarsi del suo stato ogni momento. Ad avere rispetto per se stesso, anzitutto; e gli altri di lui. Quell’abito è prodigioso. Per questo la Chiesa vi ha sempre insistito nella sua millenaria sapienza, e l’attuale codice canonico lo annovera, parlando al muro, come “obbligatorio”. Anche per questo, i contestatori, gli apostati, gli spiritati del post-concilio, la prima cosa che fecero fu di strapparsi furiosi di dosso la talare, poi anche il clergy. Nello stesso momento – un attimo dopo, anzi – un terzo del clero mondiale lasciò dopo la talare anche il sacerdozio, spesso pure il cattolicesimo, e la fede stessa. Quasi sempre per convivere o convolare a nozze con le ex “perpetue” diventate nel frattempo amanti, fidanzate, mogli, ex mogli. Ma allora davvero quell’abito fa il monaco. O ricorda al monaco di esserlo. Obbligandolo a restarci, con la massima dignità possibile.

Mi scrive il mio amico Carlo da Milano: Proprio il detto citato, “cucullus non facit monachum”, ha subito un completo ribaltamento di significato. Il senso originale era “l’abito non basta a fare il monaco”. Oggi per certuni il detto sarebbe invece una mera denuncia dell’ipocrisi…a dell’immagine, per la quale chi indossa l’abito lo farebbe solo per mostrare agli altri qualità che non ha. Oggi il significato del proverbio viene interpretato come “l’abito fa il non monaco” o addirittura come “la mancanza dell’abito fa il monaco”.