Apologia della devozione esteriore e biasimo del fariseismo ipocrita

Serpeggia nella Chiesa, da qualche anno, un odio ingiustificato a quelle che, spregiativamente, sono indicate come “regole”. Si vuol far passare l’idea che chi ama la dottrina o la legge sia un fariseo, attaccato solo all’esteriorità del culto. Non è esattamente così: anche se è vero che tutti i farisei amano l’esteriorità, non è affatto vero il contrario e, cioè, che tutti gli amanti della dottrina siano farisei.

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I deliri del vescovo Olivero: “Il matrimonio non è infrangibile”

Le dichiarazioni eretiche del vescovo di Pinerolo sull’Amoris Laetitia rende urgente la risposta ai dubia: “Ai sacramenti può accedere chi vive una nuova unione in tutti gli aspetti, seguendo la coscienza e non il prete”.

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Antiebraismo cattolico e papale. L’allarme del rabbino Laras

Quando il rabbino Laras scrive di un “marcionismo” che oggi affiora sempre più insistente, fa riferimento alla corrente che dal teologo greco del II secolo Marcione fino ai giorni nostri contrappone il Dio geloso, legalista, guerriero dell’Antico Testamento al Dio buono, misericordioso, pacifico del Nuovo Testamento, e quindi, di conseguenza, gli ebrei seguaci del primo ai cristiani seguaci del secondo. Non solo. Laras fa cenno a papa Francesco come a uno che perpetua questa contrapposizione.

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“Povero” Giuda… anzi, poveri noi!

Il “povero Giuda”, secondo papa Francesco, si è impiccato perché quando è tornato dai sacerdoti per ridare loro i soldi, questi sono stati poco misericordiosi con lui.

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La famiglia e i farisei accidiosi

di Francesco Colafemmina (01/04/2014)

Il tempo quaresimale dovrebbe introdurci al mistero della morte e resurrezione di Cristo, dunque al mistero della salvezza dell’uomo. Purtroppo in questi nostri tempi difficili sembra quasi che questo mistero sia secondario e tutto, proprio tutto, viene pedestremente ricondotto a necessità materiali, sociali, politiche, financo ideologiche. I problemi della Chiesa ci interrogano come uomini che attendono guide in grado di introdurli nel mistero della salvezza, ci interrogano anche come meri spettatori di una storia della fede cattolica che sembra passare repentinamente da una lunghissima (già paleocristiana) fase docente ad una fase che si potrebbe definire conciliante. Già San Paolo ammoniva, obbligava, insegnava, pur nel grande mare della misericordia. E poi così per secoli. Una Chiesa che pretende, che insegna, che obbliga, anche quando i suoi uomini sbagliano, si abbruttiscono nel peccato. Che lascia i cristiani liberi di scegliere, ma non liberi di credere. Che si sposa in blocco e non a pezzetti. Che spiega cosa sia il bene e cosa il male, che divide le anime nei tre luoghi spirituali ultraterreni, ma non lascia l’uomo libero di definire il bene e il male né tantomeno il cattolico libero di credere o meno in quei luoghi. Se si è cattolici si è obbligati. Non giustificati, mai giustificati. Ma obbligati sì.

E si deve essere cattolici e peccatori, e avere nondimeno chiaro che il peccato è tale, che è grave, per sé e per i propri fratelli. Che dal peccato e dalla sua schiavitù dipenderà la nostra salvezza. La nostra vita ultraterrena. Tutto qui. Tutto molto semplice pur nella sua complessità.

Il problema è posto oggi in maniera determinante dall’atteggiamento e dalle parole di Papa Francesco. Un Papa sui generis, indubbiamente, ma anche un Papa che criticando ogni giorno con violenza verbale quei cristiani che a suo dire sarebbero un “problema” nella Chiesa, mira a strutturare il consenso verso la sua persona e verso la “nuova Chiesa” che incarnerebbe. Lo struttura così perché sa che lo spettatore televisivo o il lettore di news online, indipendentemente dalla propria fede o dal proprio ateismo, è in cerca non di certezze ma di dubbi. E nonostante il fatto che ogni demolitore di certezze a sua volta si ponga come un dogmatico, la società contemporanea ama la distruzione di ciò che fino a ieri appariva solido, inattaccabile, refrattario allo spirito mondano.

Di qui le continue, estenuanti prediche in Santa Marta che nonostante la loro concinnitas sono di una disarmante ripetitività. Prediche nelle quali ritorna in maniera ossessiva il paragone fra i farisei evangelici e presunti cattolici che si credono detentori di ortodossia e rettitudine e in questo modo condizionano l’immagine della Chiesa. Cattolici bollati oggi dal Papa come “ipocriti” o accidiosi. Gente disturbata, insomma, che crede di salvarsi solo perché obbedisce a “regolette” al “si deve fare” e non alla “dialettica della libertà di Cristo”. Immagini di una “Chiesa del no” cui bisogna contrapporre una “Chiesa del sì”. E’ vero che nella Chiesa c’è stata e c’è tuttora una grande ipocrisia. Ma l’ipocrisia è il carattere tipico dell’incoerente, ossia di chi predica bene e razzola male. Di chi afferma un principio condiviso e santo, ma pratica la sua negazione. Il Papa invece sembra voler buttare via il bambino con l’acqua sporca. E condannando con violenza spesso priva di carità questi cattolici farisaici, sembra condannare anche i principi sacrosanti andrebbero affermando. La differenza con i farisei salta agli occhi: quelli cercavano di ingabbiare Dio in una superstizione del fare e non fare (fas e nefas), secondo il tipico modello delle religioni antiche. Fondamentalmente non credevano che ad una superstizione, la loro era una religione degradata, una struttura poggiata sul nulla. Ma oggi in che modo i cattolici sarebbero simili ai farisei? Lo sono forse quando strepitano contro l’aborto? O quando difendono il sacramento del matrimonio? Lo sono quando adorano il Signore in una liturgia priva di strepiti e di incursioni mondane? Lo sono quando esprimono il loro impegno nella società denunciando il peccato radicale, anche quando questo rischia di annientare le loro voci? Sarebbero costoro dei farisei?

O non sono piuttosto farisei coloro che si sono talmente allontanati dalla fede in Cristo da pensare che la “relazione” con Dio possa prescindere dalla redenzione e dalla condanna del peccato? Cristiani solo a parole, cristiani logici, perché nel loro cuore piegano il Vangelo alle esigenze della mondanità. E non rischiano il confronto e lo scontro col mondo, perché da un lato sarebbe disdicevole e dall’altro nel mondo loro ci stanno ben saldi.

Chi sono, allora? Chi sarebbero questi temibili farisei di cui parla il Papa? I tradizionalisti (ossia lo 0,000000x% dei cattolici mondiali)? I neocon americani? Gli anti-abortisti? I membri dell’Opus Dei? I Legionari di Cristo? I Francescani dell’Immacolata? Sono questi gruppi il problema della Chiesa? Ma soprattutto: lo è forse la condanna del peccato, la condanna senza se e senza ma?

E’ notizia di ieri che in Argentina una coppia di lesbiche ha ottenuto dal proprio Vescovo non solo il battesimo del proprio figlio, ma anche la possibilità di ricevere la cresima per sé. Tralasciando per un attimo il battesimo, mi domando come possano due lesbiche unite in una specie di matrimonio civile venir cresimate? Quanto poi al battesimo, certo, una delle madrine del bambino è la presidentessa argentina, ma questa più che una garanzia di cattolicità, dovrebbe essere una garanzia di una educazione cristiana negata. Una nota del 1980 della Congregazione per la dottrina della fede stabiliva d’altro canto che in alcune situazioni, simili evidentemente a questa, è giusto rifiutare il battesimo, un sacramento fondamentale che non si amministra come fosse una sorta di sigillo alla vita immorale dei “genitori”.

E d’altro canto Giovanni Paolo II ribadiva nell’anno da lui consacrato alla famiglia, il 1994:

«Ciò che non è moralmente ammissibile è l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale (cfr. Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 95). Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione (cfr. Gv 8, 1-11), ma le ha detto al tempo stesso: “Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11). Questo dico con grande tristezza, perché tutti abbiamo grande rispetto della Comunità Europea, del Parlamento Europeo; conosciamo i tanti meriti di questa istituzione. Ma si deve dire che con la risoluzione del Parlamento Europeo si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il Parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio: ci sono le debolezze – noi lo sappiamo – ma il Parlamento facendo questo ha assecondato le debolezze dell’uomo. Non si è riconosciuto che vero diritto dell’uomo è la vittoria su se stesso per vivere in conformità con la retta coscienza. Senza la fondamentale consapevolezza delle norme morali la vita umana e la dignità dell’uomo sono esposte alla decadenza ed alla distruzione. Dimenticando la parola di Cristo: “la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32), si è cercato di indicare agli abitanti del nostro Continente il male morale, la deviazione, una certa schiavitù, come via di liberazione, falsificando l’essenza stessa della famiglia. Non può costituire una vera famiglia il legame di due uomini o di due donne, ed ancor meno si può ad una tale unione attribuire il diritto all’adozione di figli privi di famiglia. A questi figli si reca un grave danno, poiché in questa “famiglia supplente” essi non trovano il padre e la madre, ma “due padri” oppure “due madri”».

Queste le parole di un Papa che a breve sarà santificato. Un Papa che nel 1994 decise di offrire il suo dolore, la sua sofferenza fisica alla causa della famiglia!

Un Papa che non scendeva a compromessi col mondo e tantomeno pensava che chi difende la famiglia fosse un fariseo. Oggi, a distanza di 20 anni, il Sinodo sulla famiglia rischia solo di vanificare quell’oblazione della sofferenza di un Papa. Di sacrificare i valori non negoziabili, i principi fondamentali, sull’altare delle convenienze sociali. Che Giovanni Paolo II ci protegga dal cielo, e ci dia la forza di non aver paura della giustizia e della verità, la forza di essere coerenti e retti, non per giudicare il prossimo, non per condannarlo, ma per salvarlo dalla dannazione.

© FIDES ET FORMA

Il matrimonio, la seconda chance e la misericordia

cristianesimocattolico:

Nella marcia verso il Sinodo, ogni volta che si parla di famiglia tiene banco il problema dei divorziati risposati. Ma si tratta di una questione che riguarda una minoranza di persone e solo nei paesi occidentali. Ben altre sono le sfide della Chiesa.

di Riccardo Cascioli (24/02/2014)

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Devo confessare che quando sento parlare di “seconda chance”, seconda opportunità, a proposito di matrimonio, provo un profondo disagio. Sono abbastanza vecchio da ricordare la propaganda divorzista intorno al referendum del 1974 (anche se allora ero un adolescente), quanto si parlasse di seconda opportunità, presentando casi estremi e cercando di dimostrare la disumanità di una legge che imponeva di rimanere legati a un solo uomo o una sola donna pure in questi casi. Poi, come giornalista, ho avuto modo di seguire negli anni ’90 in Irlanda i tentativi di introdurre il divorzio in quel paese. E anche qui, l’argomento forte era quello della “seconda chance” per chi si trovava in certe situazioni particolari. Insomma, “seconda chance” e divorzio vanno a braccetto da sempre.

Ecco perché quando sento eminenti cardinali parlare di “seconda chance” – con riferimento ai divorziati risposati e alla loro riammissione ai sacramenti -, nasce quel disagio, che diventa più profondo quando vi si accosta la parola Misericordia. «Non è immaginabile che uno possa cadere in un buco nero da cui Dio non possa tirarlo fuori», aveva detto il cardinale Walter Kasper nella sua relazione al Concistoro. Ma se questo è il criterio, perché allora solo una “seconda chance” e non anche un terza, una quarta e via numerando? Ci saranno sicuramente persone sfortunate che capiteranno male anche nel secondo matrimonio. Forse che la Misericordia di Dio è limitata? E’ lo stesso papa Francesco ad aver detto tante volte che Dio non si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. E in fondo lo sappiamo: quante volte accostandoci al Sacramento della Riconciliazione ci siamo trovati a dover confessare lo stesso peccato di cui già tante volte ci eravamo pentiti e per il quale avevamo promesso di non ripeterlo più?

Ma siccome la differenza la fa l’eventuale “permanere nel peccato”, viene anche da chiedersi perché la possibilità di accostarsi ai sacramenti pur permanendo in una situazione irregolare (per di più pubblica) debba valere per un solo peccato.

E’ vero, il cardinale Kasper – contrariamente a tanti suoi confratelli tedeschi – ha detto chiaramente che non può essere messa in discussione l’indissolubilità del matrimonio, ma quel suo chiedere come trovare la quadratura del cerchio mettendo insieme indissolubilità e seconda chance fa intuire la pericolosità della questione. Il pericolo è ciò di cui Gesù incolpa i farisei quando dice loro che sono «veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione». Vale a dire, trovare il modo per mantenere una fedeltà formale alla norma dell’indissolubilità mentre nella sostanza la si aggira. E’ un pericolo peraltro che al Concistoro è stato evocato.

Ed è un pericolo che è reso ancora più presente dal fatto che la questione dei divorziati risposati ha ormai assunto un peso più che sproporzionato. Parlando di sfide della Chiesa riguardo alla famiglia, infatti, non si può non notare che questo aspetto riguarda soltanto le Chiese dei paesi occidentali, e anche all’interno di queste non appare certo come il fenomeno numericamente più evidente. Ad esempio, come non constatare che la maggior parte delle persone, anche coloro che vanno in chiesa la domenica, hanno perso qualsiasi consapevolezza di cosa sia la famiglia, che cosa la definisce, quale è il progetto di Dio su di essa? Divorzi e seconde e triple nozze sono solo la conseguenza, così come la tranquilla accettazione di qualsiasi genere di unione. Non sarebbe forse il caso di concentrarsi anzitutto su questo punto, che implica ripensare come accompagnare le coppie al matrimonio? E’ vero, per chi si trova già nei guai è troppo tardi, ma almeno si eviterebbe di moltiplicare in futuro situazioni oggettive di sofferenza.

In ogni caso, la questione dei divorziati risposati riguarda un numero limitato di paesi e andando verso un Sinodo che vede coinvolte le Chiese di tutto il mondo stupisce che non si parli di altro. Eppure le sfide riguardo alla famiglia sono molte e anche gravi. Dai tentativi in sede internazionale di ridefinirne il significato ai matrimoni forzati in Africa e Asia, dalla schiavitù del prezzo delle spose alla poligamia, le sfide che la Chiesa incontra sul suo cammino sono molte. Ridurre tutto il dibattito ai divorziati risposati – pur senza voler minimizzare la sofferenza di chi si trova in certe condizioni – sembra il dramma di una Chiesa che non solo non arriva alle periferie esistenziali ma non riesce neanche a sollevare lo sguardo dal proprio ombelico.

Stimolati da questo, abbiamo perciò deciso di andare a vedere quali problemi concreti e quale sfide relative alla famiglia debbano affrontare le Chiese d’Africa, Asia e America Latina. E li pubblicheremo nei prossimi giorni.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Se la sacrestia è povera ma la canonica è ricca. Il Cristo che non smette d’imbarazzare… molti preti

n che modo impieghiamo le ricchezze che in vario modo il Popolo di Dio ci mette a disposizione, talvolta anche in modo generoso? Come sono ripartite le ricchezze all’interno della Chiesa? Con quale oculata ed equa ripartizione queste sostanze sono usate per il più alto decoro della Casa del Signore, per il decoroso sostentamento dei suoi fedeli ministri, per il sostegno dei poveri e dei bisognosi?  Quante volte, nello svolgimento del mio ministero sacerdotale in varie parti d’Italia, mi è capitato di entrare in sacrestie puzzolenti, di estrarre da armadi tarlati e mezzi marci dei camici ingialliti dallo sporco, dei paramenti sacri maleodoranti, oppure essere costretto a deporre il prezioso sangue di Cristo dentro calici non giovabili corrosi al loro interno? Quante volte mi è accaduto di passare da queste sacrestie all’abitazione privata del prete e di vedere al suo interno strumenti elettronici di ultima generazione, maxi schermi televisivi altamente costosi… per non parlare della cura maniacale con la quale il confratello teneva pulita la propria automobile, ricolma di accessori tanto inutili quanto costosi?

don Ariel S. di Gualdo, da Papale Papale (18/11/2012)

Sta scritto nel Vangelo di Luca [23, 36-43]:

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.  Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

L’ARTE OMILETICA DI METTERE A TACERE CRISTO

Spesso Gesù è imbarazzante e provocatorio, a volte diventa persino aggressivo, come quando nel cortile interno del Tempio urla improperi e caccia a colpi di frustra i mercanti, dopo avere rovesciato i banchetti del loro mercato [Mt 21, 12-13]. Usando le parole del lessico profetico li accusa di aver mutato quel luogo santo una spelonca di ladri [Gr 7, 11]. Gesù si rivolge ai dignitari dell’alto clero giudaico con parole gravemente offensive chiamandoli razza di vipere, figli della prostituzione; paragonandoli a sepolcri imbiancati tinteggiati di candore all’esterno ma pieni di putrefazione al loro interno [Mt 23, 23-28; Gv 2, 14-17] … Sulla cima del Calvario, Gesù porta con sé anche la gloria della tradizione degli antichi profeti, ben pochi dei quali sono morti di morte naturale, sebbene alle volte, nell’arte omiletica, si sorvoli sulla sorte riservata ai predicatori non particolarmente accomodanti: Geremia finisce lapidato, Daniele gettato in pasto ai leoni … Isaia fu messo a morte e secondo certi scritti apocrifi pare sia stato segato in due. Cosa dire poi dei tentativi di mettere a tacere Gesù con futili sofismi, come quando i suoi detrattori, non avendo dove aggrapparsi né potendo smentire le sue parole, cercano di privarlo di credibilità agli occhi della gente affermando: «Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? […] da dove gli vengono allora tutte queste cose? Ed era per loro motivo di scandalo» [Mt 14, 555-57]. Più avanti, tutt’altro che a caso, dalle stesse pagine di San Matteo il Signore lamenta: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati [Mt 23, 37].

QUEL FASTIDIOSO CARATTERE DEL NAZARENO

L’intera vita di Gesù rappresenta una pubblica e irritante sfida, è un dato storico oggettivo che non può essere raggirato con alcun artifizio esegetico: il Signore aveva un carattere fastidioso, una bocca dalla quale non uscivano circonlocuzione né mezzi termini ambigui e confusi. Non era aduso addolcire le pillole amare e quando giunse il suo momento bevve egli stesso l’amaro calice alla vigilia della sua passione [Mc 14, 36]. Gesù si ostinava a dire la verità con forza umana e divina coerenza, perché in Lui, verbo fatto carne, la verità si è incarnata facendosi via, verità e vita [Gv 14, 6]. Ogni volta che noi eludiamo il Vangelo e non leggiamo sulle sue righe quello che di irritante ci viene sbattuto sulla faccia attraverso i secoli, compiamo un’azione di alterazione e di autentica profanazione della verità che è Cristo Dio. Per inciso: ieri mi sono messo a girare per i vari siti dell’Internet che offrono omelie confezionate a uso di quei predicatori più o meno pigri, non inclini a perdere tempo per preparare il cibo vivo della Parola di Dio da portare come nutrimento sulla mensa del suo Popolo. Dinanzi a quei testi così elusivi, così vaghi, così politicamente corretti, così infarciti di buonismi flaccidi, ma soprattutto così fuori dalla reale e drammatica concretezza che offre questa pagina del Vangelo, veniva voglia di dire in tono di disperato lamento –  «Signore, da chi andremo?» [Gv 6, 68]. E da chi altri se non da lui.

SE I SACERDOTI FACESSERO COME LA VEDOVA COSÌ CARA A GESÙ

Questo quesito contiene infatti la speranza e la certezza espressa da Pietro che prosegue affermando: «Perché tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [Gv 6, 68-69]. L’episodio della povera vedova che lancia nel tesoro del tempio le due sole monete che possiede, ci pone di fronte a una realtà difficile da sfuggire con voli pindarici, perché se la concretezza di quel gesto è disarmante, il monito che racchiude non è poco severo: quelle due monete rappresentano il senso della totalità. Offrire a Dio tutto il nostro essere senza risparmio e senza paura, nella certezza di fede del nostro divenire futuro che è tutto racchiuso nel mistero del Cristo Dio. Nella parte finale in cui Gesù dice: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere», è racchiuso il richiamo severo alla nostra profonda responsabilità. Noi uomini chiamati a servire la Chiesa tramite il sacro ordine sacerdotale che ci rende indegni partecipi al sacerdozio ministeriale di Cristo, siamo responsabili di questa duplice ricchezza: della fede della povera vedova e anche del denaro della povera vedova. Ogni cosa che viene offerta per Dio deve essere infatti impiegata per Dio, a servizio di Dio e a gloria di Dio. Tutto ciò che in ricchezza di doni abbiamo avuto dalla Chiesa e per la Chiesa, alla nostra morte deve tornare moltiplicato alla Chiesa, come ci insegna la celebre parabola dei talenti [Mt 25, 14-25].

COME IMPIEGHIAMO NOI PRETI LE RICCHEZZE CHE IL POPOLO DI DIO CI METTE A DISPOSIZIONE?

Seguendo le orme della divina scorrettezza di Cristo, senza falsi pudori o penosi nascondimenti desidero porre un quesito alla mia coscienza di prete: in che modo noi sacerdoti amministriamo questi due tesori, il patrimonio della fede e i doni materiali che ci vengono dalle membra vive del Popolo di Dio? Oggi che si parla di anno della fede da una parte, di nuova evangelizzazione dall’altra, dovremmo essere più che mai consapevoli in che misura la ricchezza della fede si regga o cada tutta sull’esempio. Dunque ogni giorno dovremmo interrogarci: quale esempio diamo al Popolo di Dio per indurlo a mantenere, sviluppare e diffondere la ricchezza della fede? A questo primo quesito dovrebbe seguirne un secondo non meno doloroso: in una società che versa in una crisi economica profonda, dove sempre più famiglie stentano ad arrivare alla fine del mese. In questa nostra amata Roma eterna, dove poco più di un mese fa, passando per una strada mi precipitai fuori dalla macchina per piegarmi benedicente sul cadavere ancora caldo di una povera signora, che ridotta sul lastrico si era gettata da un balcone del quinto piano… In che modo impieghiamo le ricchezze che in vario modo il Popolo di Dio ci mette a disposizione, talvolta anche in modo generoso? Come sono ripartite le ricchezze all’interno della Chiesa? Con quale oculata ed equa ripartizione queste sostanze sono usate per il più alto decoro della Casa del Signore, per il decoroso sostentamento dei suoi fedeli ministri, per il sostegno dei poveri e dei bisognosi?  Quante volte, nello svolgimento del mio ministero sacerdotale in varie parti d’Italia, mi è capitato di entrare in sacrestie puzzolenti, di estrarre da armadi tarlati e mezzi marci dei camici ingialliti dallo sporco, dei paramenti sacri maleodoranti, oppure essere costretto a deporre il prezioso sangue di Cristo dentro calici non giovabili corrosi al loro interno? Quante volte mi è accaduto di passare da queste sacrestie all’abitazione privata del prete e di vedere al suo interno strumenti elettronici di ultima generazione, maxi schermi televisivi altamente costosi… per non parlare della cura maniacale con la quale il confratello teneva pulita la propria automobile, ricolma di accessori tanto inutili quanto costosi? E quante volte, a disonore della Chiesa e con grave scandalo per il Popolo di Dio — agli occhi del quale certe cose non sfuggono mai — è capitato di assistere alle vicende di alcuni preti entrati poverissimi dentro i seminari, mantenuti agli studi di formazione al sacerdozio dal buon cuore di qualche benefattore o dalle premure della diocesi, che alla loro morte hanno lasciato cospicue eredità ai loro amati nipoti, non però un solo centesimo alla Chiesa, il tutto dopo avere vissuto una vita improntata sulla cupidigia e sull’avarizia? A rendere più grave il tutto, il fatto che mentre costoro accumulavano tesori destinati non alla Chiesa, non alla Casa di Dio, non ai poveri e ai bisognosi del suo Popolo Santo… altri loro confratelli inseriti in contesti ecclesiali e pastorali meno felici – o per così dire molto meno redditizi – dovevano battere cassa presso i propri familiari, perché non ce la facevano ad andare avanti, perché non avevano soldi per mettere la benzina dentro il serbatoio dell’automobile per andare a prestare i loro servizi pastorali, perché non avevano soldi per comprarsi un cappotto pesante che li riparasse dal freddo invernale, perché dinanzi a un povero padre di famiglia che rischiava la sospensione dell’erogazione dell’energia elettrica poiché giunto ormai alla terza bolletta non pagata, altri santi preti si sono messi le mani in tasca e poco dopo non avevano più un soldo per fare la spesa.

E IL PAPA DICE NO ALLA CONDISCENDENZA DEI FORMATORI DI SACERDOTI

A conclusione di questo penoso discorso, che ritengo però abbia una sua precisa utilità nell’economia della salvezza, vorrei invitarvi alla lettura di un’Enciclica scritta nell’anno 1935 dal Sommo Pontefice Pio XI, nella quale il Santo Padre non esita a puntare il dito su certi malcostumi del clero di ieri e di oggi, andando alla radice dei potenziali problemi che bisognerebbe sempre evitati a monte. A tal scopo invita i formatori dei candidati al sacerdozio a «Correggere l’errore quando lo si avverte, senza umani riguardi, senza quella falsa misericordia che diventerebbe una vera crudeltà, non solo verso la Chiesa, a cui si darebbe un ministro o inetto o indegno, ma anche verso il giovane stesso che, sospinto così sopra una falsa via, si troverebbe esposto ad essere pietra d’inciampo a sé e agli altri, con pericolo di eterna rovina».  Più avanti prosegue esortando: «Per ottenere che gli altri abbraccino il Vangelo, l’argomento più accessibile e più persuasivo è il vedere quella legge attuata nella vita di chi ne predica l’osservanza» [Ad Chatolici Sacerdotii Cap. III: «Sulla scelta dei candidati al sacerdozio].

L’ALTRA FACCIA DELLE MONETE DELLA VEDOVA È QUESTA

Questo il messaggio e in parte l’amorevole dramma che si cela dietro alle due monete della povera vedova. Sulle quali può nascere o sulle quali può morire la fede del Popolo di Dio e la credibilità verso i suoi sacerdoti chiamati a servire la Chiesa, non a servirsi della Chiesa. Questo è l’imbarazzo e la provocazione con la quale Gesù Cristo Figlio di Dio e Dio fatto uomo sfida la nostra indifferenza e il nostro torpore, chiedendoci oggi più che mai di annunciare ciò che è stato detto sulle righe e oltre le righe del suo Santo Vangelo, non ciò che di comodo e di deresponsabilizzante spesso interpretiamo per eluderne la verità, anziché per guidare gli uomini a conoscere quella verità che ci farà liberi [Gv: 8, 32]. I due soldi della povera vedova hanno una profonda valenza teologica: rappresentano e manifestano il mistero della fede e l’azione di grazia di Dio sull’uomo, che accolta liberamente la grazia risponde donando tutto se stesso senza alcun risparmio, affinché gli uomini possano entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio [Rm: 8, 21]. Non ci si serve della Chiesa di Dio e tanto meno dell’obolo della povera vedova per arricchire noi stessi o le nostre fameliche consorterie. La Chiesa si serve per arricchire l’umanità intera, dopo essersi fatti poveri in spirito [Mt 5, 3] per divenire beati e per guadagnare la ricchezza eterna del Regno dei Cieli, consapevoli che Cristo ci ha chiamati a sé e fatti «Pescatori di uomini» [Mc 16,17], forniti di tutti i migliori mezzi affinché la nostra, come la sua, possa essere una pesca miracolosa [Lc 5, 1-7].