Erano cinque e ora sono diciassette i cardinali anti-Kasper

E intervengono insieme in due libri che stanno per uscire in prossimità del sinodo. Con in prima fila Robert Sarah e gli africani.

Continua a leggere “Erano cinque e ora sono diciassette i cardinali anti-Kasper”

L’Eucarestia ai conviventi? La Chiesa ha aperto una porticina. Ma il papa non converte i zelanti.

Ci sono buone famiglie cristiane anche al di fuori del matrimonio. E “l’Eucaristia non è un premio destinato a chi è perfetto”. L’abbraccio evangelizzante di Francesco e le paure di una capitolazione sulle nozze gay.

MATTEO MATZUZZI

Continua a leggere “L’Eucarestia ai conviventi? La Chiesa ha aperto una porticina. Ma il papa non converte i zelanti.”

La famiglia nella tempesta. In attesa de Sinodo

di Marco Massignan

Cardinals Attend Final General CongregationSi è svolto (21 agosto 2014) il 42° convegno annuale degli “Amici di Instaurare” presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone). Tema della giornata di preghiera e di studio: La famiglia nella tempesta. Dopo la celebrazione della Santa Messa in rito romano antico e il canto del Veni Creator, i lavori sono stati introdotti da Danilo Castellano (Università di Udine); salutando i partecipanti, il direttore dell’omonima Rivista ha ricordato in significato di questi incontri annuali: offrire un’occasione di riflessione responsabilmente libera, che serva a capire il mondo attuale, non per andare a rimorchio delle mode (“esaminate tutto, tenete ciò che è buono”), ma per seguire l’unica “moda” che ci ha indicato Gesù Cristo – il perseguimento della verità e del bene.

La prima relazione (Il problema della famiglia, oggi) del prof. Umberto Galeazzi è stata una diagnosi della situazione attuale (aborto, divorzio, riforma del diritto di famiglia, tecnicizzazione della procreazione): tutto congiura contro il disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia[1]. La disgregazione antropologica e l’offuscamento della coscienza morale hanno portato alla costruzione di un umanesimo prometeico che si rivela disumano (si pensi, last but not least, all’ideologia del gender). Chi è affezionato alla realtà e alla razionalità dovrà combattere contro questo processo di eliminazione della natura umana: perché la natura è il linguaggio di Dio, non un’arbitraria opzione culturale.

La seconda relazione, del prof. Castellano, ha preso in esame diversi punti. In primo luogo, è stato osservato che “l’eclisse della famiglia pone il problema della necessaria individuazione della sua natura che è presupposto e condizione della giuridicità che la riguarda”: la definizione aristotelica di famiglia (“comunità che si costituisce per la vita quotidiana secondo natura”) conserva un’attualità nel tempo e coglie il concetto vero e proprio, vale a dire l’essenza della famiglia.

Il matrimonio, inoltre, che è già famiglia e che sta all’origine di essa, s’impone, dunque, come necessariamente eterosessuale, monogamico, indissolubile, unitario e sussidiario. Di contro, il personalismo contemporaneo (che identifica la persona con la sua volontà) arriva a sostenere che l’istituzione non può e non deve limitare la libertà della persona, per la qualcosa deve essere consentito il divorzio e deve essere ammessa la possibilità di “nuovi matrimoni”.

Castellano si è poi soffermato sulla relazione del Card. Kasper al Concistoro straordinario evidenziandone diversi problemi:

a) la concezione storicistica della dottrina: il contenuto della fede[2] evolve con i cambiamenti che si succedono nella storia. La Chiesa dovrebbe farsi discepola del tempo ed assecondare la “realtà vissuta dalla gente” (vale a dire ciò che è opinione diffusa e costume praticato), rinunciando così al suo compito di madre e maestra.
b) ne consegue, inoltre, l’assoluta democraticità della Chiesa: la “Chiesa avrebbe anticipato la democrazia moderna che pretende di creare la verità, i criteri della moralità e la giustizia”. La verità, che nasce “dal basso”, altro non può essere che il frutto delle deliberazioni della comunità.
c) Kasper sostiene che l’indissolubilità del matrimonio non è una “ipostasi metafisica”: ciò significa “ammettere che il matrimonio sia solubile come solubile è il fidanzamento. Il che è contro la natura del matrimonio il quale è donazione personale, totale, reciproca. Ora la donazione non può essere temporanea. In questo caso sarebbe un prestito, il quale, se utilizzato per il matrimonio, renderebbe la persona strumento (cosa) e non fine (soggetto)”.
d) la “struttura sacramentale” della Chiesa. Sembra che, per Kasper, i sacramenti servano a cancellare i peccati, non a rimetterli; in altre parole per il cardinale “la Chiesa e i suoi sacramenti sono strumenti per trasformare l’effettività[3] (anche l’effettività del peccato) e renderla buona senza condizioni: per il “ritorno” non andrebbe richiesto nemmeno l’abbandono dello stato di peccato, poiché l’unica condizione da richiedere (meglio, di cui prendere atto) sarebbe la disposizione ad accostarsi ad essi (sacramenti)”.
e) la strumentalizzazione della misericordia. Castellano sottolinea come essa venga intesa nel significato luterano: “la misericordia non implicherebbe il preliminare e necessario abbandono del peccato ma solamente la fiducia nel fatto che Dio non ne terrà conto. E’ vero che la misericordia divina è infinita. Essa, però, pur essendo illimitata, non è senza criteri. Non può, pertanto, essere invocata anche in presenza di una autentica e perseverante sfida a Dio come si verificherebbe nel caso di permanenza nel peccato”.

NOTE

[1]“Fra le verità oscurate nel cuore dell’uomo a causa della crescente secolarizzazione e dell’edonismo imperanti, sono particolarmente colpite tutte quelle che riguardano la famiglia… Quando le forze disgregatrici del male riescono a separare il matrimonio dalla sua missione nei confronti della vita umana, attentano all’umanità, derubandola di una delle garanzie essenziali del suo futuro” (Giovanni Paolo II, Discorso al Congresso Teologico-pastorale, Rio de Janeiro, 3 ottobre 1997).
[2]La Chiesa, secondo Kasper, non sarebbe depositaria di un contenuto, ma solo di un metodo. Il contenuto sarebbe dato dall’ermeneutica elaborata “dal basso” dalla comunità dei fedeli. Rileva Castellano: “se l’ermeneutica è costitutiva della realtà, la realtà non esiste; esiste solamente il contingente risultato di una interpretazione del nulla, che tale resta anche se condivisa dai più e persino da tutti”.
[3]La preoccupazione pastorale del Cardinale (venire in aiuto ai battezzati adulterini) nasconde una proposta rivoluzionaria: considerare l’effettività… realtà (i più fanno così, dunque dobbiamo “leggere” nell’effettività la volontà di Dio).

© Campari e de Maistre (25 settembre 2014)

Perché un sinodo sulla famiglia?

A leggere l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium in combinato disposto con il famoso discorso programmatico tenuto dal cardinale Kasper sulle prospettive del sinodo, che tanto ha fatto discutere, e poi l’Instrumentum Laboris, si potrebbe pensare che la famiglia si prepara a ricevere forse un colpo mortale, o meglio, data la situazione attuale, il colpo di grazia.

di Patrizia Fermani (25/07/2014)

Si risponderà che la famiglia è sotto un attacco tanto potente, sferrato da tempo su più fronti, da fare temere per la sua stessa sopravvivenza. E dunque è ovvio che la Chiesa concentri la propria attenzione su questo pilastro insostituibile per il singolo e per la società. E’ anche vero che tutte le questioni più scottanti riguardanti la famiglia sono già state affrontate e approfondite in atti del Magistero ben prima che entrassero nella discussione corrente. Ma di tutto ciò ben poco, se non nulla, pare sia arrivato ai fedeli attraverso l’insegnamento e la predicazione dei sacerdoti, evidentemente impegnati su altri fronti e interessati ad altre questioni. E ben poco sia entrato nelle direttive diocesane.

Per questo il Sinodo si è posto un obiettivo pastorale, e in vista di esso è stato diffuso per l’orbe terracqueo cattolico un questionario volto a misurare la effettiva diffusa conoscenza dei nuovi problemi che investono la famiglia, le eventuali opinioni che su di essi si siano formate nei diversi contesti geografici, le soluzioni proposte, nonché le aspettative nei confronti della Chiesa. Su questa base è stato elaborato l’Instrumentum Laboris, che servirà da base di discussione per l’assemblea dei vescovi. Il tutto per rendere più efficace l’insegnamento dei pastori laddove esso risulti inadeguato e deficitario. Fermo restando che i contenuti di tale insegnamento non possono non essere quelli immutabili della dottrina cattolica.

Il proposito, dunque, sembra più che apprezzabile.

Sennonché molti fattori hanno concorso, nell’ultimo anno e negli ultimi tempi in particolare, ad insinuare dei dubbi sulla effettiva determinazione della Chiesa di mantenere fermo il proprio deposito dottrinale. In primo luogo è infatti innegabile come lo stesso Bergoglio, attraverso una miriade di interventi estemporanei, abbia incoraggiato l’idea che proprio il principio della stabilità dottrinale possa essere messo in discussione. In particolare, la Istruzione apostolica Evangelii Gaudium potrebbe costituire una seria ipoteca posta sul prossimo sinodo sulla famiglia, e così pure lo stesso Instrumentum Laboris.

Infatti, a leggere l’esortazione apostolica in combinato disposto con il famoso discorso programmatico tenuto dal cardinale Kasper sulle prospettive del sinodo, che tanto ha fatto discutere, e poi l’Instrumentum Laboris, si potrebbe pensare che la famiglia si prepara a ricevere forse un colpo mortale, o meglio, data la situazione attuale, il colpo di grazia.

Vale la pena di percorrere anche superficialmente questo itinerario per verificare se tali preoccupazioni possano dirsi fondate, a cominciare dall’Evangelii Gaudium e da quei punti salienti del documento che non lasciano molto spazio all’interpretazione.

Dopo l’enfasi gioiosa dei paragrafi introduttivi, si capisce ben presto che il gaudio travolgente non ci verrà tanto dalla forza dell’Evangelo in sé, quanto da una sua interpretazione profondamente innovativa, ritenuta ormai imprescindibile. E siamo subito avvertiti, a scanso di equivoci, che “qualunque enunciato della Chiesa, in quanto totalità del popolo che evangelizza, deve essere riconosciuto come di iniziativa divina”. Abbiamo dunque due proposizioni: da un lato si dice che la Chiesa è la totalità del popolo che evangelizza e, dall’altro, che l’iniziativa è comunque di Dio. Anche se il “popolo di Dio” e la sua diffusa vocazione sacerdotale è il noto e accreditato stereotipo conciliare, sfugge il senso di un popolo che è allo stesso tempo autore e destinatario della evangelizzazione. Il mandato di Cristo di annunciare il Vangelo era dato agli Apostoli quale minoranza che aveva avuto il privilegio e il munus di essere depositaria dell’annuncio vero ricevuto direttamente dal Suo Autore. Destinatari erano tutti quelli che avrebbero dovuto convertirsi e credere al Vangelo. Una distinzione di ruoli è nella logica delle cose.

Inoltre ci si deve chiedere se bisognerà riconoscere come di iniziativa divina anche le strade storte che il popolo possa imboccare, a meno di ritenere che, per il principio di immanenza, qualunque strada scelta dal popolo di Dio sia buona, compresa quella del vitello d’oro. Non per nulla Ratzinger, spiegando il significato veterotestamentario del “popolo di Dio”, lo identificava in Israele che esce per cercare Dio e lungo il cammino costruisce quel vitello d’oro che sarà poi distrutto da Mosè.

Intanto, sempre secondo l’esortazione, per rendere effettivo tale impellente rinnovamento occorre una “conversione” del papato, da realizzarsi anzitutto con un decentramento ai vescovi di questioni anche dottrinali. A sua volta, l’episcopato deve seguire il gregge che con l’olfatto sa imboccare le strade giuste perché è aiutato dallo Spirito Santo a riconoscere i “segni dei tempi”. Insomma, per la proprietà transitiva, anche le questioni dottrinali sono affidate al gregge dietro al quale si metteranno in buon ordine vescovi e pontefice. Il gregge audace e creatore (meglio dire creativo) deve rompere gli schemi (33). Infatti “Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina” (11).

Ora, la creatività di Dio Padre Onnipotente è fuori discussione. Un po’ meno immediata quella del Figlio, che non fa la Propria ma la Sua Volontà. Anzi, come scriveva ancora J. R. in “Dio e il mondo”, “i comandamenti acquistano una forma definitiva con Cristo che vi svela il volto del Padre”. Ma il cattolicesimo di Bergoglio è quello protestantizzato dal Concilio che ha sostituito al Padre creatore l’uomo creativo, appunto, di cui Gesù rappresenta il modello supremo. Così Egli, per certa cultura del progressismo nostalgico ancora duro a morire, è potuto diventare persino il primo rivoluzionario marxista della storia, precursore del Che, e prima di Emiliano Zapata e di Pancho Villa, forse anche modello per la Ibarruri, o magari per Ulrike Meinoff, sempre capace di indicare a tutti trionfalmente il sendero luminoso di una salvezza tutta terrena.

In questa prospettiva dovremmo dunque trovare le strade nuove (31) dove ci conduce il mito della libertà fine a se stessa, che ha soppiantato come valore assoluto la verità.

La libertà richiede che si eliminino i divieti (33) secondo il dogma sessantottino del “vietato vietare” che tanti frutti culturali e morali ha portato alla civiltà occidentale. Quindi bisogna previamente liberarsi dalle norme, quantomeno da quelle che limitano appunto la libertà, e dai lacci della dottrina (39), l’attaccamento alla quale dà luogo nientemeno che ad un elitarismo narcisista (93). In secondo luogo dai superati precetti ecclesiali (42) “che possono essere stati molto efficaci in altre epoche ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita”, e dal correlativo linguaggio tradizionale (41). Bisogna guardare al progresso del mondo attuale che si dipana in ogni campo, compreso quello della educazione (sic!), altrimenti si finisce per andare contro i bisogni concreti della storia (95).

L’idea portante ossessivamente ripetuta è dunque quella della necessità di liberarsi dalla legge (45), perché il cuore del Vangelo è l’amore salvifico di Dio e non la sua verità (36). Infatti anche il Vaticano II “ ha posto una gerarchia delle verità nella dottrina cattolica e questa gerarchia vale per i dogmi come per l’insegnamento morale”.

Dunque bisogna liberarsi dalla idea obsoleta che ci sia una verità da imporre a tutti, perché la verità non va imposta (165), “ma semplicemente proposta”, di certo in omaggio al principio del pluralismo democratico. Ne emerge la confusione insanabile tra la questione di metodo e quella di contenuto, mentre si sostituisce il principio liberale della libertà del consenso, che prescinde dal fondamento etico oggettivo della verità proposta e rinuncia preventivamente a farla valere anche qualora essa sia la condizione per la salvezza. Eppure ad un bambino non chiedo se è d’accordo sulla necessità di assumere l’antibiotico per curare la polmonite. Glielo do e basta.

Apprendiamo poco dopo che anche le verità (come ha insegnato il marxismo e il Corano) possono essere diverse, che di volta in volta bisogna utilizzare quella funzionale alle contingenze del caso, e che comunque esiste anche una gerarchia delle verità (36) secondo la quale bisogna dare spazio a quelle ritenute più importanti, per la metafisica bergogliana. Sul punto viene chiamato in causa persino S. Tommaso. Solo che il malcapitato dottore angelico, lungi dall’avere sostenuto la gerarchia delle verità, che avrebbe contraddetto la sua intera filosofia, ha osservato che c’è una gerarchia delle virtù, cosa che è evidentemente, tutt’altra storia.

Data la molteplicità delle verità, non bisogna “rinchiudersi nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili”. Ed ecco espresso in modo lapidario un altro asse portante del pensiero di Bergoglio, secondo il quale con la norma va abolito, ovviamente, anche il giudizio. La conclusione è inevitabile, perché se viene meno la norma sulla quale va modellato il comportamento viene meno anche il criterio per poter giudicare. Ma non in virtù del presunto dettato evangelico. Infatti è evidente come la domanda retorica che servirà al vescovo di Roma per passare alla storia si fonda su una lettura rovesciata del passo di Giovanni 17,24 che raccomanda di giudicare non secondo il punto di vista personale, ma secondo ciò che è giusto (katà ten dikaian krisin).

Giovanni non interdice affatto la possibilità di giudicare, che sarebbe come interdire la possibilità di distinguere tra il bene e il male, ma riafferma come il solo criterio vero di giudizio sia quello fornito da ciò che è giusto. E l’unico criterio di giustizia oggettivamente valido è ovviamente la legge divina, proprio quella della quale invece siamo invitatati ora a disfarci con tanta insistenza. La norma pone l’esigenza dell’osservanza e la trasgressione quella del giudizio. Tertium non datur. E abolita la norma e il giudizio sulla trasgressione viene abolito anche il peccato, che per il Vangelo della famiglia altro non è se non la violazione delle norme della creazione. E di tale abolizione avremo conferma programmatica, come vedremo, proprio attraverso l’Instrumentum Laboris.

Intanto è confortante andare a rileggere le belle pagine con cui l’arcivescovo di Monaco che diventerà Benedetto XVI affrontava con fede intatta e bellezza di pensiero il tema de quo.

Sempre dall’Evangelii Gaudium apprendiamo che, se bisogna liberarsi dal miraggio di una verità assoluta, altrettanto pericolose sono le “verità soggettive” dei “neopelagiani”, che “si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme e sono fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato” con la relativa “presunta sicurezza dottrinale e disciplinare” (94).

A questo punto l’orizzonte ermeneutico si fa sempre più chiaro: non rimane che affidarsi allo spirito del tempo.

Non manca un qualche riferimento specifico al tema della famiglia laddove al numero 66 vengono citati i vescovi francesi secondo i quali il matrimonio “nasce dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale”. Un po’ poco per il matrimonio cattolico che quell’impegno lo intende perpetuo, ma quanto basta per fare entrare nello schema anche altre forme di comunione di vita.

Colpisce infine come a proposito dell’omicidio, quale contravvenzione ad una norma fondamentale della convivenza umana, vengano menzionate le vittime della povertà, ma non quelle dell’aborto.

L’Evangelii Gaudium contiene molte cose succose anche nella parte successiva, ma fin qui ce n’è già a sufficienza per indirizzare il Sinodo sulla famiglia verso la liberazione dai principi regolatori di matrimonio, filiazione e doveri relativi, cioè ci sono tutti i presupposti per arrivare al Sinodo senza il fardello della legge posta dalla Creazione, e dal peccato che segna la sua violazione.

In seguito è venuta la sconcertante relazione del cardinale Kasper al Concistoro straordinario sulla famiglia del 20 febbraio 2014. Una sortita non casuale e non irrilevante da parte di chi tiene entrambe le chiavi del cuore di Federigo come Federigo stesso ha tenuto a far sapere urbi et orbi quando nel primo angelus lo ha eletto a proprio alter ego teologico. E Kasper, dopo una vita passata in seconda fila a cercare di contrastare il pensiero cattolico ratzingeriano, ora recupera con malcelata euforia il tempo perduto. (Per una esposizione esauriente della teologia Kasperiana, quale è espressa nella Relazione basta leggere quanto scrive Danilo Castellano nel numero di aprile di “Instaurare Omnia in Christo”). Le premesse di quel discorso erano già tutte in una sua opera del 1975 intitolata “Fede e storia” in cui si legge fra l’altro: “la realtà di un mondo senza Dio, di fronte alla quale ci troviamo, è in parte solo la reazione ad un Dio senza mondo”. La tesi è che il male del mondo dipende dalla inveterata pretesa della Chiesa di imporre Comandamenti e Vangelo secondo una interpretazione estranea alla vita della comunità cristiana e che essa sola può essere maestra a se stessa. È la stessa idea che troviamo nell’Evangelii Gaudium: del gregge che può lasciarsi alle spalle la guida, per affidarsi al fai da te. Dunque, i mali della secolarizzazione sarebbero venuti anche dalla sfiducia della Chiesa verso il mondo, una sfiducia che le ha impedito di coglierne i “valori” e la capacità di autoregolarsi. Una cecità imperdonabile che Bruno Forte, anche lui in grande ascesa nel firmamento bergogliano, attribuiva persino – guarda un po’ – alla esasperata accentuazione del sacro della Chiesa preconciliare ( La Chiesa della Trinità).

Su quelle premesse Kasper ha portato l’attacco a tutti quei principi e a quelle regole ritenute prive di una base scritturale e comunque inadeguate allo spirito del tempo. Quello che si avvia ad essere identificato con lo Spirito Santo.

In definitiva, questa teologia “cattolica” non ha trovato di meglio che addossare il misterium iniquitatis, che è esploso con inaudita violenza nel novecento e prosegue ora in altre forme più subdole, alla inadeguatezza dei precetti piuttosto che alla loro violazione.

Ora, tale teologia, dopo avere riabilitato il mondo, decide che il male non esiste perché il mondo è hegelianamente anche buono e non va corretto, ma accarezzato in un dialogo permanente di condivisione semi amorosa. Perché il mondo, come diceva ancora Bruno Forte, “riconosciuto come il luogo del Vangelo nella storia è diventato partner del dialogo della salvezza”. Insomma la realtà è capace di governare se stessa attraverso una fede fatta su misura.

Messe da parte le norme perché nocive, e riabilitato il mondo, manca soltanto la formalizzazione di un nuovo codice che sancisca la pace ufficiale tra Chiesa e mondo e un patto di non belligeranza.

Proprio a questo potrebbe provvedere il Sinodo sulla base di quanto ha predisposto l’Instrumentum Laboris, preceduto come abbiamo visto dal famoso questionario che, come efficace strumento di marketing, può servire le eventuali finalità di adeguamento alle leggi di mercato.

Il documento può sembrare innocuo a chi, aprendolo a caso, vi legga i numerosi riferimenti alla consolidata dottrina della Chiesa sulla famiglia e sui temi limitrofi.

Dunque nulla di nuovo sotto il sole? Purtroppo no. Perché, attraverso un percorso tortuoso quanto ambiguo, emerge l’intento di assecondare le ansie creative e innovative dell’Evangelii Gaudium e di superare proprio l’ostacolo di quella dottrina parte del depositum fidei che, se non può essere abrogata per decreto, deve essere relegata in una teca a lato, in funzione ornamentale come è avvenuto per il tabernacolo nella chiesa postconciliare.

Infatti, poiché il depositum fidei che riguarda l’etica della famiglia si radica nella legge naturale, è proprio questa che viene attaccata frontalmente.

L’operazione è disarmante nella sua quasi patetica evidenza: poiché il vangelo della famiglia si fonda sulla legge naturale, che nel pensiero cristiano coincide con la legge di Dio, e poiché è prematuro cambiare quest’ultima, si cambia il contenuto della legge naturale come se fosse cosa diversa dalla prima.

Si parte dal presupposto che essa sia divenuta ostica agli intervistati, come lo è probabilmente anche agli intervistatori. La sua “inattualità” sarebbe poi dimostrata dal fatto che viene contestata attraverso la pratica massiccia del divorzio e la diffusione delle famiglie allargate. Che non ne viene più compreso il significato anche da chi di fatto la osserva, mentre in altri casi è del tutto ignorata, come accade per le popolazioni aborigene che con le loro usanze la contraddicono.

Non vale la pena di soffermarsi sulla confusione tra natura, contenuto e applicazione della legge naturale che emerge da queste e da altre osservazioni sparse nel testo, e che potrebbe essere anche intenzionale. Quello che emerge in modo preoccupante è infatti il disegno dichiarato di sostituire la legge naturale con tutt’altra cosa, con la sua contraffazione laica e razionalistica.

La base programmatica di questa operazione la si trova ai n. 20 e 21 e al rinvio a quanto già enunciato dalla Commissione Teologica Internazionale nel 2009 (35) in un documento intitolato non a caso “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. Qui dunque si afferma che “la relazione tra Vangelo della famiglia e legge naturale poggia sul necessario rapporto tra il Vangelo e l’umano in tutte le sue declinazioni storiche e culturali. La legge naturale risponde così all’esigenza di fondare sulla ragione i diritti dell’uomo e rende possibile un dialogo interculturale e interreligioso e di fondare la pace universale”. E poiché si dice che attualmente “la legge naturale non è più da considerarsi universale perché non esiste più un sistema di riferimento comune”, è evidente come suo elemento essenziale sia divenuto anche per il Magistero la universalità assicurata da un sistema di riferimento comune esterno, quello del fascio dei “diritti dell’uomo” fondati sulla ragione e codificati dalla nuova morale laica sovranazionale alla quale tutti devono guardare. Quella aggiornata alle svariate Dichiarazioni dei Diritti e dalle Costituzioni buone per ogni apertura alle pretese di tutti e ai doveri di nessuno.

Eppure, come diceva Benedetto XVI, per la Chiesa la legge naturale “è quella indicazione interiore che si riverbera in noi dalla creazione”. Ed è compito della evangelizzazione portare gli uomini a scoprirne il contenuto, laddove essi non l’abbiano riconosciuto. Essa è tale non perché osservata statisticamente dal maggior numero di persone possibile, ma perché ha il valore intrinseco datole dalla Provvidenza divina. E la legge giusta deve essere riconosciuta anche se non obbedita, perché preesiste alla obbedienza dell’uomo e rimane oltre la sua disobbedienza. Ci si dimentica che la legge naturale che si manifesta nel logos cristiano non ci dice ciò che facciamo, ma ciò che dobbiamo fare. Essa opera sul piano della obbligazione morale, è la traduzione di un imperativo che sussiste indipendentemente dalle statistiche sulla sua osservanza e che dovrebbe essere svelato anche a chi non è stato in grado di riconoscerne il valore proprio attraverso la missione evangelizzatrice. Perché, cosa significa mai portare la buona Novella se non indicare la via di salvezza? Quella che richiede di essere intrapresa per il bene del singolo e della collettività anche se non risparmia le difficoltà e non riceve una ricompensa esistenziale immediata?

La sofferenza stessa della vita, che l’uomo moderno cerca di allontanare e di eludere pateticamente, diventa sopportabile solo se sentita come parte di un disegno guidato comunque da una Provvidenza che sa e vede oltre quello che noi riusciamo a vedere e di cui ci possiamo dare ragione. Ma la Provvidenza è uscita ormai da tempo dal sentire e dal linguaggio comune e se ne è perduto il significato profondo per gli uomini che, non riconoscendone più il mistero, non trovano più neppure le risorse morali per portare il fardello della esistenza.

Eppure prendiamo atto di questa trovata surreale che ha già fatto la sua strada: dovendo disfarsi della Legge divina che le impedisce di abbracciare il mondo, la Chiesa si mette sotto il controllo di una legge e di un potere oscuri, che sono di per sé incontrollabili. Sposa la legge del mondo nella sua forma falsamente giuridica e falsamente morale dei Diritti Umani, che si legittimano per il fatto di chiamarsi umani e si impongono per l’aggettivo intimidatorio che li dice inviolabili. Come quello di uccidere il proprio figlio e di rinnegare in via anagrafica la propria maternità. Perché la loro “umanità” discende semplicemente dall’essere ciò che l’uomo via via immagina di poter pretendere. Eppure quell’aggettivo è suonato suggestivo e al suo fascino neppure un Wojtyla è riuscito a sottrarsi.

Quello delle dichiarazioni universali dei diritti umani è l’ultima spiaggia cui è approdata un’idea di legge naturale antitetica a quella cristiana di legge divina data all’uomo per la sua salvezza e iscritta, prima ancora che nel suo cuore, dove spesso fa fatica a d essere individuata, nel quadro della creazione, dove non può fare a meno di essere letta attraverso il racconto biblico e l’insegnamento di Cristo.

La legge naturale identificata con il plafond dei diritti umani è la negazione stessa dello orizzonte cattolico, sia sotto il profilo concettuale, sia per le conseguenze nefaste che l’allargarsi aberrante di essi produce ai danni della comunità umana, sia per il loro vizio di origine e per la trama di equivoci che si va aggravando col tempo attorno ad essi.

Il vizio di origine consiste nel fatto che sulla scia delle fluviali Dichiarazioni e Costituzioni che li hanno consacrati, i “diritti” sono andati a sostituire il “diritto”, oscurandone la funzione e stravolgendone il significato.

Diritto è ciò che l’uomo si dà per tutelare una esperienza e una sapienza acquisita a fatica, ma riconosciuta come un bene irrinunciabile da preservare e tramandare a vantaggio di tutti. E’ la sapienza acquistata da una collettività, non senza fatica, per regolare la propria vita comunitaria. Il diritto preserva un sistema di valori riconosciuti attraverso la composizione delle aspirazioni individuali, le pretese che vengono compensate dagli impegni assunti in cambio nei confronti degli altri, cioè attraverso la rete dei diritti e dei doveri. E a garantire la irrinunciabilità e sacralità di quei valori c’è la legge divina, scritta e sentita come garanzia superiore di giustizia.

Ma già i prototipi di tali Dichiarazioni, a cominciare da quella francese, hanno spostato tutto il peso sulle pretese quali realizzazioni della libertà eletta a bene e dono principale dell’uomo. Una libertà che non soffre limitazioni e restrizioni per non perdere il proprio significato di emancipazione da ogni finitezza e da ogni fatica. Per trovare una solida base di ancoraggio, i diritti, al pari di tutto il “diritto”, avrebbero dovuto guardare alla “natura umana” nello orizzonte di una società ricivilizzata dal Cristianesimo. Da una teologia che vede l’uomo come colui che riceve da Dio il proprio status e i doni di creatura eletta ma decaduta per l’atto di disobbedienza.

Ma una volta staccato il legame ideale con la paternità divina, l’uomo è figlio di se stesso e lo stato è la sua proiezione ipostatizzata: ora i diritti umani sono quelli che l’uomo si attribuisce attraverso le leggi dello Stato, attraverso le Costituzioni.

Quando poi anche lo Stato svapora in una entità sovranazionale, in un potere senza più volto e senza responsabilità, inafferrabile quanto invasivo, al quale non possiamo neppure ribellarci per l’impossibilità di identificare il bersaglio, diritto umano diventa un contenitore al quale questo potere senza volto concede l’accesso purché sia funzionale allo allargamento del proprio spazio di controllo universale. Ogni pretesa degli umani che il potere senza volto acconsente di inserire nella gora dei diritti diventa diritto umano, dove l’attributo non ha un contenuto di valore ma sta ad indicare soltanto il beneficiario umano immediato, anzi particolare.

Dalla aspirazione alla trascendenza ideale del diritto come qualificante i valori oggettivi riconosciuti dalla società umana, si è passati alla contabilizzazione di pretese contingenti funzionali agli egoismi particolari, ma anche a poteri sconosciuti.

Se la Chiesa si metterà al servizio di tutto questo, non avrà più nulla da dire e nessun motivo di esistere.

Dopo le proposizioni di fondo l’Instrumentum Laboris abbozza incidentalmente quelle indicazioni che sembrano più in sintonia con i risultati del questionario.

Si va dalla critica implicita alle comunità parrocchiali in cui si coglie il rifiuto per i divorziati e genitori single (omosex?), a quella per la Chiesa che esclude e non accompagna, mentre al n. 80 arriva la citazione diretta dell’E.G . in cui viene raccomandato di tenere aperta la casa del Padre “…con il rifiuto di una visione legalistica superata dalla misericordia che deve curare le ferite”. E dopo una rassegna dettagliata delle tante situazioni aberranti venutesi a creare, e delle loro conseguenze, si fa notare come molte Conferenze sottolineino la “necessità che la Chiesa eserciti una più ampia misericordia, compassione, clemenza ed indulgenza, più attenzione e separati e divorziati” (92) mentre gli omosessuali debbono essere accolti con rispetto, compassione delicatezza, mentre, non a caso, al n. 111 viene riferita la approvazione crescente per le leggi che regolarizzano le unioni omosessuali. Segue al n.118 l’auspicio di un giusto “equilibrio tra accoglienza misericordiosa e accompagnamento graduale verso una autentica maturità cristiana e umana”.

Che significato sia da attribuire alla raccomandazione di usare “delicatezza” verso gli omosessuali è difficile dire. Si tratta forse di una nuova virtù teologale ad hoc? Di certo non si accorda con la pretesa normalità, e connessa libertà, della propria condizione, che gli omosessuali brandiscono per estorcere a proprio favore da una società moralmente disarmata surreali benefici giuridici. E si accorda ancora meno con i tentativi ormai quasi riusciti delle loro potentissime lobby internazionali di impossessarsi della innocenza e della libertà e della vita di intere generazioni da sottrarre alle famiglie per avviarle al panomosessismo.

Infatti fra tanta misericordia non si dice nulla sulla minaccia che questi movimenti, organizzati capillarmente su scala internazionale, stanno traducendo nella imposizione dei devastanti programmi di educazione sessuale e di tutte le aberrazioni che la nuova cultura della libertà senza luce di ragione ha imposto inalberando proprio la bandiera dei “diritti umani”.

Al n. 138 arriva poi la quadratura del cerchio: di fronte a quelle realtà familiari che possono essere definite come irregolari (l’eufemismo è d’obbligo se viene meno il criterio per definirle come peccaminose), si raccomanda di non generare nei bambini e ragazzi coinvolti l’idea di una discriminazione dei loro genitori, nella consapevolezza che “irregolari sono le situazioni, non le persone”.. La spiegazione finale riassume un po’ tutte le distorsioni logiche e purtroppo anche teologiche che hanno eroso il pensiero cristiano, e che in questi atti magisteriali sfiorano il grottesco. La famosa invenzione roncalliana della separazione ontologica tra peccato e peccatore, escogitata come sappiamo per i brutali motivi di una avventata politica ecclesiastica, hanno fatto fortuna al punto di sedurre anche tanti ignari di strategie politiche. Le azioni si distinguono dai fatti, in quanto sono il frutto della coscienza e della volontà dell’uomo, che ne acquista così la paternità e anche la responsabilità. Tanto che sia l’inferno sia le patrie galere hanno sempre ospitato peccatori e rei, e non peccati e reati. Ora, se non si vuol più avere a che fare con i peccatori, bisogna abolire il peccato e prima ancora la legge. Ma se la legge viene abolita, nessun peccato può sopravvivere, neppure la corruzione, l’evasione fiscale, l’ingiustizia sociale o il tradizionalismo liturgico dei neopelagiani..

L’evangelizzazione di cui si parla con una frequenza inversamente proporzionale alla comprensione del suo significato reale non può consistere nell’adeguare l’annuncio alla realtà come si vorrebbe, come se la realtà avesse inglobata anche la propria sapienza, cosa che lo renderebbe del tutto inutile, ma deve porsi come ciò che guida le esistenze e le aiuta a tenere una direzione. È l’indicazione della via vera da percorrere, non il monitoraggio a scopo statistico di quella che viene percorsa.

Ecco invece che l’instrumentum laboris, mentre compie questo monitoraggio rilevando proprio quale sia la perdita dello orientamento nella comunità cristiana e mentre riconosce che sia venuta meno la solida mano della Chiesa, si propone quale rimedio un adeguamento del linguaggio “in modo da comunicare i valori del Vangelo in modo comprensibile all’uomo di oggi”. Ma va da sé che, se di un nuovo Vangelo della famiglia si deve trattare in virtù dell’afflato creativo dell’Evangelii Gaudium e della teologia Kasperiana, il nuovo linguaggio posto a “migliorare il quadro concettuale di riferimento” (sic!) altro non è se non un adeguamento della dottrina alla prassi, anzi una dimenticanza della dottrina tout court.

Non ci si propone di riavvicinare la prassi alla dottrina attraverso la pastorale, ma con una operazione inversa, creare una nuova dottrina dettata dalla prassi e agevolata dalla pastorale.

Ecco perché il Sinodo sulla famiglia minaccia di essere il trampolino di lancio non solo di una nuova pastorale, ma di una nuova teologia. Anzi di una nuova religione: quella elaborata nelle stanze delle ineffabili organizzazioni internazionali che, oltre a vegliare sul nostro benessere materiale, ci assicurano anche una luminosa vita spirituale omologata, su delega espressa della Chiesa Cattolica.

© RISCOSSA CRISTIANA

“La Chiesa non è un sanatorio”. Oltre la misericordia c’è di più.

cristianesimocattolico:

image

di Matteo Matzuzzi (25 Luglio 2014)

“San Tommaso d’Aquino ha affermato che la misericordia è precisamente il compimento della giustizia, perché con essa Dio giustifica e rinnova la creazione dell’uomo. Pertanto, non dovrà mai essere una scusa per sospendere o rendere invalidi i comandamenti e i sacramenti. In caso contrario, saremmo in presenza della pesante manipolazione dell’autentica misericordia e perciò, anche di fronte al vano tentativo di giustificare la nostra indifferenza verso Dio e gli uomini”. E’ così che deve essere intesa la misericordia secondo il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede. In vista dei prossimi sinodi sulla famiglia, il porporato tedesco ha consegnato le sue riflessioni a una lunga conversazione con Carlos Granados, direttore delle edizioni spagnole Bac, da oggi in libreria in un piccolo volume, “La speranza della famiglia” (Edizioni Ares). Di misericordia s’è abbondantemente parlato dopo la relazione concistoriale del cardinale Walter Kasper, che per i divorziati risposati desiderosi di riaccostarsi all’eucaristia ha invocato misericordia, dal momento che “tramite la penitenza chiunque può ricevere clemenza e ogni peccato può essere assolto”, ogni ferita può essere curata nell’ospedale da campo le cui tende furono piantate nell’intervista di Francesco alla Civiltà Cattolica – “L’immagine dell’ospedale da campo è molto bella”, dice Müller, ma “non possiamo manipolare il Papa riducendo a questa immagine tutta la realtà della chiesa. La Chiesa in sé non è un sanatorio: la Chiesa è anche la casa del Padre”.

image

E’ vero, assicura il custode dell’ortodossia cattolica, che “Dio perdona anche un peccato tanto grave come l’adulterio; tuttavia non permette un altro matrimonio che metterebbe in dubbio un matrimonio sacramentale già in essere, matrimonio che esprime la fedeltà di Dio. Fare un simile appello a una presunta misericordia assoluta di Dio, equivale a un gioco di parole che non aiuta a chiarire i termini del problema. In realtà – aggiunge il capo dell’ex Sant’Uffizio in una delle frasi sfuggite alla lunga anticipazione pubblicata da Avvenire – mi sembra che sia un modo per non percepire la profondità dell’autentica misericordia divina”. Visioni diametralmente opposte, dunque, che portano Müller a dirsi sorpreso dell’impiego “da parte di alcuni teologi, dello stesso ragionamento sulla misericordia come pretesto per favorire l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati civilmente”. Il principio della misericordia, osserva ancora, “è molto debole quando si trasforma in un unico argomento teologico-sacramentale valido. Tutto l’ordine sacramentale è precisamente opera della misericordia divina, ma non lo si può annullare revocando lo stesso principio che lo regge. Al contrario, un errato riferimento alla misericordia comporta il grave rischio di banalizzare l’immagine di Dio, secondo cui Dio non sarebbe libero, bensì  sarebbe obbligato a perdonare”. E’ vero, sottolinea il prefetto, che Dio non si stanca mai di perdonare e di offrirci la sua misericordia, ma “il problema è che noi ci stanchiamo di chiederla”. E poi, “oltre la misericordia, anche la santità e la giustizia appartengono al mistero di Dio. Se occultassimo questi attributi divini e si banalizzasse la realtà del peccato, non avrebbe alcun senso implorare per le persone la misericordia di Dio”.

Il cardinale Müller tocca poi un altro punto delicato, la grande sfida della relazione tra dottrina e vita, anche in seguito alle richieste di adattamenti dell’insegnamento cattolico in fatto di morale sessuale alla realtà pastorale. “Si tratta di un malinteso, come se la dottrina fosse un sistema teorico riservato ad alcuni specialisti di teologia. No, la dottrina, oltre alla Parola di Dio, ci dà la vita e la più autentica verità della vita. Non possiamo confessare dottrinalmente che ‘Cristo è il Signore’ e poi non compiere la sua volontà”. Si cerca, insomma, di “rendere la dottrina cattolica come una specie di museo delle teorie cristiane: una specie di riserva che interesserebbe solamente qualche specialista” e “il severo cristianesimo si starebbe convertendo in una nuova religione civile, politicamente corretta, ridotta ad alcuni valori tollerati dal resto della società. In tal modo, si otterrebbe l’obiettivo inconfessabile di alcuni: accantonare la Parola di Dio per poter dirigere ideologicamente l’intera società”. Gesù, spiega il porporato, “non si è incarnato per esporre alcune semplici teorie che tranquillizzino la coscienza e in fondo lascino le cose come stanno senza alterare l’ordine costituito”. Non si può, insomma “andare la mattina in chiesa e il pomeriggio in un bordello, come una specie di sintesi schizofrenica tra Dio e il mondo, come se si potesse vivere nella casa di Dio il mattino e nella casa del diavolo la sera”.

© FOGLIO QUOTIDIANO

Quelli che vogliono la rivincita su Paolo VI

Nel cammino di avvicinamento al Sinodo sulla famiglia, appare sempre più chiara la strategia volta ad ottenere cambiamenti dottrinali facendo leva sui divorziati risposati, un fenomeno volutamente sovra-rappresentato e in modo distorto. Nel mirino ci sono l’enciclica “Humanae Vitae” (1968) e la “Familiaris Consortio” che nei decenni passati hanno impedito l’affermarsi nel Magistero di una posizione “mondana”.

di Riccardo Cascioli (20/03/2014)

La serie di articoli fin qui dedicati al dibattito sul Sinodo per la Famiglia ci consente di fare una prima, sommaria, sintesi di alcuni punti da chiarire. La questione fondamentale è che sta andando in scena una rappresentazione mediatica della situazione della famiglia e delle sfide della Chiesa in materia che è molto lontana dalla realtà, anche lasciando da parte i discorsi sul significato del sacramento e dell’indissolubilità del matrimonio, che pure abbiamo affrontato abbondantemente su La Nuova BQ.

1. A seguire gli interventi sui giornali, le dichiarazioni di alcune conferenze episcopali e, alla fine, del cardinale tedesco Walter Kasper, relatore all’ultimo Concistoro, si ha l’impressione che l’unico argomento all’ordine del giorno – o comunque quello su cui si giocherebbe la credibilità del Sinodo – sia la comunione per i divorziati risposati. La carrellata che abbiamo iniziato a fare attraverso i continenti ci dice che questa è una vera e propria impostura. Le sfide per la Chiesa in materia di famiglia sono molte, variano da continente a continente e da regione a regione; e se proprio un denominatore comune vogliamo trovare è la difficoltà del cristianesimo a incidere sulla cultura, così che – anche in popoli che sono cristiani da alcuni secoli – sotto la superficie cristiana resistono credenze e riti pagani anche in materia di famiglia. Allora magari si dovrebbe prendere in considerazione la domanda su come mai la fede non generi cultura, condannandosi così alla sterilità. Non dimentichiamo poi che a livello di istituzioni internazionali si assiste a un attacco senza precedenti contro la famiglia naturale.

La questione dei divorziati risposati è dunque un problema che riguarda soltanto Europa e Stati Uniti, ma anche qui è un problema statisticamente marginale, e inoltre è la conseguenza di un grave problema che viene prima e che riguarda la difficoltà a vivere un “per sempre”, ad assumersi responsabilità, a capire il valore del sacramento, a riconoscere e volere la verità di un rapporto. Concentrarsi sui divorziati risposati è allora come voler curare un sintomo ignorando la grave malattia che lo ha generato.

Il fatto però che tutti i media non parlino di altro e che a questo gioco si prestino volentieri eminenti cardinali lascia intendere che ci sia una volontà ben precisa che non ha niente a che vedere con la misericordia e la vicinanza a persone sofferenti.

2. In questo senso grande attenzione va rivolta ai termini usati. Anche il cardinale Kasper, ad esempio, è solito parlare di “famiglia tradizionale” laddove invece il termine giusto è “famiglia naturale”. Non è una differenza da poco. “Tradizionale” non solo dà immediatamente una sensazione di vecchio, destinato a soccombere di fronte all’incalzare della modernità, ma soprattutto fa riferimento alla tradizione che, in quanto tale, può cambiare. Tante tradizioni, infatti, non sono né belle né umane. Tanto per restare sul tema famiglia: nessuno può negare che quella delle spose bambine sia una tradizione e che altrettanto si possa dire delle mutilazioni genitali femminili. Ma sono tradizioni che una popolazione civile dovrebbe spazzare via in nome della sacra dignità della persona umana. Tradizione perciò, nell’ambito della cultura e della politica, non è un termine necessariamente positivo e certamente non richiama a un valore imperituro. Inoltre è un frutto della società, della sua cultura. “Naturale” invece attiene alla natura umana, allo scopo per cui l’uomo è stato creato, richiama a quella legge che il Creatore ha scolpito nel cuore di ogni uomo. E questo viene prima di ogni società e di ogni cultura, vale per ogni uomo, di ogni tempo e di ogni latitudine. “Famiglia naturale” perciò richiama a una realtà eterna, immutabile, sempre moderna, al contrario di “famiglia tradizionale”.

3. Sempre restando sul tema dei divorziati risposati, un’altra clamorosa menzogna è l’impressione offerta di una realtà di persone escluse dalla Chiesa o quantomeno marginalizzate e desiderose invece di essere accolte a pieno titolo. Accoglienza che troverebbe un ostacolo insormontabile nel divieto di accesso alla comunione. Persone che soffrono per questa esclusione e che si aspettano quindi dalla Chiesa, ovvero dal prossimo Sinodo, un gesto di speranza e – diciamolo pure – di misericordia. La realtà è ben diversa: non solo abbiamo visto che in Germania, Svizzera, Austria sono gli stessi episcopati che da anni promuovono un magistero parallelo, ma l’indagine compiuta per noi dal sociologo Massimo Introvigne ha rivelato quello che sospettavamo: anche in Italia la stragrande maggioranza dei divorziati risposati già si accosta alla comunione senza problemi, e molti di loro senza neanche confessarsi. C’è poi un’altra parte – la testimonianza pubblicata ce lo dimostrava – che prendendo invece sul serio le indicazioni della Chiesa trova la possibilità di una vera conversione. Del resto, scopo della Chiesa è quello di farci arrivare alla santità, non quello di democratizzare i sacramenti, come fossero dei servizi che lo Stato-Chiesa deve garantire a tutti i suoi cittadini-fedeli.

La cosa buffa è che, data questa realtà, il cardinale Kasper – con la sua proposta di riammettere i divorziati risposati ai sacramenti in alcune circostanze e dopo un cammino penitenziale -, se a noi pare un “pericoloso sovversivo” che con la scusa della pastorale vuole cambiare la dottrina della Chiesa, alle comunità tedesche, austriache ecc., si presenta come un fastidioso reazionario che vuole introdurre condizioni e imporre paletti laddove già da tempo c’è il far west eucaristico.

4. Un altro luogo comune imposto dal “Sinodo dei media” recita pressappoco così: il mondo è cambiato rapidamente in questi ultimi decenni, ci sono ormai tante coppie conviventi o di divorziati risposati – per non parlare di coppie omosessuali, ci arriveremo presto -, una situazione assolutamente nuova che richiede quindi nuove risposte da parte della Chiesa, ovviamente sul piano pastorale. Il mondo è molto diverso rispetto a quando Giovanni Paolo II scrisse la Familiaris Consortio (1984), figurarsi poi il riferimento alla Humanae Vitae di Paolo VI (1968) che, secondo qualche vescovo tedesco, è ormai fonte di confusione. Insomma fino ad oggi nella Chiesa – abbarbicata a difesa della sua dottrina brandita ovviamente come clava contro i poveri peccatori per cui non c’è mai stata misericordia – non si sarebbero mai presi in esame i problemi nuovi posti dalla crisi della famiglia e dai tanti cambiamenti sociali e culturali.

Anche questa una clamorosa menzogna, come peraltro ha spiegato il cardinale Carlo Caffarra mostrando l’assoluta attualità della Familiaris Consortio. Infatti leggendo questa enciclica si scopre che tutto quello che viene oggi spacciato per novità assoluta era già tutto presente – anche come sollecitudine pastorale per le persone coinvolte in fallimenti familiari – già nella Familiaris Consortio. Ma poi, sempre sullo stesso tema, si è già espressa la Congregazione per la dottrina della fede nel 1994 e ancora l’allora cardinale Ratzinger nel 1998 scriveva una lettera chiarificatrice per rispondere a domande e obiezioni che sono esattamente le stesse di oggi. Insomma, di questo problema si è parlato e riparlato già alcuni decenni fa, e delle risposte chiare e definitive sono già state date. Ed è impensabile che Kasper e soci non le conoscano.

5. Ma allora perché tutta questa messinscena, questa costruzione di una falsa realtà? Non c’è dubbio che qualcuno vuole usare i prossimi Sinodi sulla famiglia per prendersi la rivincita sulla Humanae Vitae. Anche allora Paolo VI era stato blandito per anni dal mondo laico e da quei vescovi che dopo il Concilio si aspettavano cambiamenti dottrinali importanti in materia di morale sessuale e familiare, salvo poi passare repentinamente al linciaggio quando quella enciclica che riaffermava la dottrina della Chiesa su vita e famiglia fu pubblicata deludendo i “progressisti”. Ma da allora si è sviluppato in alcuni episcopati, nei seminari, negli ordini religiosi un Magistero parallelo che ha insegnato e propagato come dottrina della Chiesa ciò che era frutto di alcuni intellettuali e teologi ansiosi soltanto di “essere del mondo”. Intellettuali, teologi e vescovi che hanno palesemente disobbedito ai Papi, teorizzando anzi il valore di una disobbedienza che non poteva che essere “profetica”. E sono gli stessi che oggi esaltano papa Francesco, scoprendosi più papisti del Papa, scatenando anche una caccia agli “eretici”, rei di non accodarsi a questa rivoluzione ormai inarrestabile.

Costoro pensano di poter tenere in ostaggio il Papa così che – sulla spinta di una realtà falsificata dai media e di un’aggressività di certi episcopati che impongono l’ordine del giorno – prenda quelle decisioni che non sono riusciti a fare prendere a Paolo VI, e che non potevano neanche sognarsi di far prendere a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E sarebbe solo il primo passo: perché se sulla famiglia la dottrina – ciò che la Chiesa ha professato per Duemila anni – può cambiare, allora qualsiasi altra verità di fede può essere rivista e riformata. Questa sì che sarebbe la fine della Chiesa.

C’è solo un piccolo ostacolo per costoro da superare: quella promessa di Gesù, Colui che guida in modo misterioso la Sua Chiesa, per cui le forze dell’inferno non prevarranno.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

La famiglia è un dogma

cristianesimocattolico:

Sesso, gender, relazioni patchwork. Poi c’è l’amore, che è tutta un’altra cosa. La misericordia non è tolleranza. Paolo VI profeta. Francesco lo sa e lo insegna.

di Matteo Matzuzzi (19/02/2014)

image

Domani si aprirà il concistoro straordinario sulla famiglia, prima tappa verso il Sinodo straordinario di ottobre. Due giorni di riunioni tra il Papa e i cardinali presenti a Roma, con la relazione introduttiva affidata al cardinale Walter Kasper, teologo e presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani. Alla vigilia dell’evento, il Foglio ha intervistato il professor don Juan José Pérez Soba, ordinario di teologia pastorale del matrimonio e della famiglia al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia presso l’Università Lateranense.

Alcune conferenze episcopali europee hanno diffuso i rapporti sulle risposte al questionario su famiglia e matrimonio inviato alle diocesi lo scorso novembre in vista del Sinodo del prossimo ottobre. Dai primi dati emerge un chiaro distacco tra l’insegnamento della Chiesa cattolica e la prassi seguita dai fedeli sulla pastorale familiare. A suo giudizio, è necessario un aggiornamento della “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II o quel testo rimane ancora centrale?

Dobbiamo avere uno sguardo ampio. È una questione culturale. Dobbiamo vedere le cose in serie, come tre tappe. Il Concilio Vaticano II è la prima di queste tappe, è l’evento che ha considerato la famiglia come grande realtà dell’attualità. Immediatamente dopo il Concilio, poi, c’è stata la grande rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e questo è il fenomeno culturale di cui dobbiamo essere coscienti. La seconda tappa è la Familiaris Consortio, che va considerata non soltanto come una semplice risposta ai problemi ma anche come opera d’evangelizzazione. Non dobbiamo, infatti, solo rispondere ai problemi che si moltiplicano, ma dobbiamo fare della famiglia un Vangelo. Questa è la Familiaris Consortio. Il problema è che in tante cose questo testo non è stato accolto: per esempio, esso raccomanda di creare direttori di pastorale familiare. Ma solo Spagna e Italia hanno dato attuazione a quella richiesta. Le conferenze episcopali che parlano di più in vista del Sinodo non hanno fatto niente in senso di pastorale globale. Si sono concentrate solamente sulla risoluzione di problemi tecnici, non sulla proclamazione del Vangelo. La Chiesa non ha, oggi, una propria pastorale familiare. E questo è incredibile. Fare una critica alla Familiaris Consortio in questo senso è vedere le cose semplicemente come problemi ai quali dare risposta. È una visione in cui la chiesa sta dietro al mondo. Il mondo va e la chiesa è sempre dietro. Ma non può essere questa la posizione della chiesa. Essa è luce del mondo! Deve proporre qualcosa che salvi il mondo. E questa proposta è appunto contenuta nella Familiaris Consortio. La terza tappa è la Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Il grande cambiamento culturale dopo il documento di Giovanni Paolo II, infatti, è l’ideologia di genere. Non tanto come realtà, perché era già presente nella rivoluzione sessuale degli anni Sessanta (la sessualità è cosa meramente biologica). Il problema è che l’ideologia di genere è diventato un tema politico. Anche arrivare al cuore della famiglia come tale sembra essere assolutamente relativizzato. Siamo davanti a una nuova sfida a livello politico e sociale. La Caritas in Veritate ci dice che l’amore è veramente la soluzione per la società. Si parla sempre di amore, ma in politica non lo si vede mai, in economia neppure. L’amore non è veramente quello che costituisce la realtà sociale, ma semplicemente qualcosa di piccolo che serve alle persone per essere soddisfatte. Invece, come ci dice l’enciclica di Joseph Ratzinger, l’amore è la realtà più grande della vita. La famiglia è di nuovo presentata come il modello fondamentale della realtà sociale. Soltanto così la chiesa ha la coscienza della sua missione, che è il Vangelo della famiglia. Non i problemi, che si moltiplicano sempre. Alcune conferenze episcopali pensano che se si cambia una norma, il problema non esiste più. Ma questo è assolutamente falso. Il problema vero è quello di una persona che non è capace fare dell’amore il fondamento della sua vita. Questo è il problema, e non si risolve con una norma. Si risolve con il Vangelo. La Familiaris Consortio è dunque profetica, dice che il futuro della umanità dipende dalla famiglia. E questa convocazione al Sinodo che ha fatto Papa Francesco pone come primo riferimento proprio il Vangelo: non si deve giungere tanto alla risoluzione di un problema, ma riproporre il tema della centralità della famiglia.

Cosa si può dire in merito alle voci sempre più forti – provenienti in particolare dall’episcopato tedesco – che mettono in discussione la dottrina dell’ “Humanae Vitae”?

Ciò che diceva l’Humanae Vitae è accaduto. Possiamo vedere cosa succede se non si prende l’Humanae Vitae come cosa seria, si banalizza il sesso. Guardiamo cosa è accaduto dove è stata rifiutata l’Humanae Vitae, dove si dice “non l’abbiamo ricevuta”. Oggi siamo coscienti della conseguenza di non aver visto nell’enciclica di Paolo VI un avviso profetico. Questo lo notano anche e soprattutto molti osservatori non cristiani, come Badiou in Francia, Bauman in Inghilterra, e il coreano Byung-Chul Han in Germania.

Da più parti si intravedono segnali che al Sinodo in gioco ci sarà proprio il concetto di famiglia. Comporterebbe dei rischi, questo scenario?

Al Sinodo è in gioco la famiglia. Cosa pensiamo sia la famiglia? Cosa pensiamo che Dio abbia detto che è la famiglia? È un po’ come diceva Gesù, quando domandava cosa la gente dicesse che lui era. Ma cosa dicevano gli apostoli di Lui? Questo era essenziale. A tal proposito, sono interessanti le parole di Benedetto XVI a conclusione del Sinodo sulla nuova evangelizzazione del 2012. In quella sede il concetto di famiglia è tornato fuori tante volte. Il Papa oggi emerito disse allora che c’era un rapporto grande tra fede e famiglia. Dove c’è famiglia c’è fede. Dove non c’è famiglia, neanche la fede è presente. Così lo dimostrano gli studi sociologici di Mary Eberstadt. Non possiamo vedere l’amore come una serie di dati oggettivi oltre ai quali non capiamo nulla. Il desiderio degli uomini è la famiglia, è un dato sociologico assoluto. La famiglia intesa come legami tra padre madre e figli è il valore massimo della nostra società. Famiglia autentica, non altri modelli. La nostra è una società ideologica, una cultura ideologica, quella che si comporta da inquisitore che non permette che questo desiderio reale delle persone sia pubblico. La chiesa non può cadere in questa trappola. È chiaro che una chiesa che si sente debole ha bisogno di avvicinarsi alle persone, ma non sa come. Questa chiesa può cadere in questa tentazione, dicendo noi “parliamo come tutti così siamo più vicini”. Quando la Chiesa non dice qualcosa di nuovo, la chiesa ha perduto la forza della sua missione. Questo è chiarissimo nell’esperienza pastorale diretta.

Sarebbe dunque un errore cadere nella tentazione di adeguarsi allo spirito dei tempi, come fanno intendere invece alcune conferenze episcopali europee a seguito della pubblicazione dei risultati del Questionario sul Sinodo inviato alle diocesi?

In duemila anni, si possono determinare almeno cinque rivoluzioni sessuali. Prendiamo una delle prime rivoluzione sessuale, quella del XII secolo, l’amore cortese. Cosa ha fatto la Chiesa davanti a ciò? Ha risposto con una nuova proposta culturale, soprattutto con San Bernardo, che ha cambiato la devozione a Maria. Maria, nel gotico, rappresenta un affetto. Diventa la guida, non più solo un’icona come in età romanica. La Chiesa risponde con una verità, la Chiesa non deve adattarsi ai tempi, deve fare la sua proposta conoscendo i tempi. Quello che trova nei tempi è la sfida di una realtà che permette sempre di più di approfondire il Vangelo. La verità nel Vangelo, non nei fatti esteriori del mondo. Questo è essenziale. Guardare il cuore delle persone, non i dati sociologici. Il problema è una mentalità tecnica, si vogliono risolvere i problemi come se si fosse un mago. Senza guardare alla persona.

Non c’è il rischio di banalizzare il concetto di misericordia, termine così tanto usato e a volte abusato?

Si dice che tutto è amore, che tutto è misericordia. No. Misericordia è un tipo di amore molto preciso. Bisogna distinguere bene le cose. Misericordia non è tolleranza né solo compassione. Sono due termini che dobbiamo sempre distinguere. Uno è tolleranza con il male, e questa non è misericordia. Credo che siamo stati noi preti a fare il primo abuso, in questo. Nei funerali usiamo la misericordia per coprire tutto, per fare tutti santi. La misericordia è ciò che guarisce il male, non ciò che lo tollera come se non fosse importante. Dove c’è misericordia già non c’è male. La tolleranza è una falsa misericordia, quella che dice “non è importante” quella ferita. Mi sembra che la visione di Francesco vada in questo senso, quando parla di guarire le ferite. La misericordia è un amore che genera vita. Questo è un concetto molto lontano dalla tolleranza borghese.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

La patente

Il card. Maradiaga e le nuove famiglie che non piacciono a Müller.

01/02/2014

E’ un’ovvietà dire che il modello cristiano di famiglia non è più quello determinante, spiega in una nuova intervista (stavolta alla Frankfurter Allgemeine Zeitung) il cardinale honduregno Oscar Rodríguez Maradiaga, capo degli otto porporati chiamati dal Papa a rifondare la curia romana. E’ bene che tutti, nella Chiesa, si rendano conto al più presto che è venuto il tempo di “attribuire patenti” anche ad altri modelli di famiglia, ha detto il porporato. E i nuovi modelli altro non sarebbero che le unioni civili, quelle che comprendono figli nati da matrimoni diversi, genitori single, coppie gay. Insomma, “le famiglie patchwork” di cui parla anche il cardinale Schönborn. D’altronde, trentaquattro anni dopo l’esortazione apostolica Familiaris Consortio firmata dal prossimo santo Giovanni Paolo II, “la realtà è completamente cambiata”. Sì, è vero che “certe cose non possono essere modificate perché si basano sulle volontà del fondatore della chiesa”, chiarisce l’arcivescovo di Tegucigalpa, ma “altre sono opera dell’uomo e possono, anzi, devono cambiare”. Come? Basta ascoltare Francesco e i suoi richiami alla misericordia, ad esempio: “Questa è la nuova prospettiva da seguire per rispondere alle esigenze dell’umanità”. E poi, sarebbe utile essere meno rigidi nel rapportarsi e nel giudicare le nuove situazioni che hanno a che fare con matrimonio e famiglia; bisogna capire che non è tutto giusto o sbagliato, suggeriva Maradiaga al teologo e prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Gerhard Ludwig Müller – “uomo con un punto di vista comunque molto rispettabile”, dice ora il cardinale honduregno alla Faz –, conversando con il quotidiano Kölner Stadt-Anzeiger. Certo, la flessibilità può anche andar bene, ma sia chiaro che “oggi la fede si difende meglio promuovendo la dottrina”, ha detto invece ieri Müller davanti a Papa Francesco in occasione della plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede, aggiungendo che “la sana dottrina non è una teoria astratta di alcuni esperti, ma la parola di Dio posta sulla bocca della Chiesa, che suscita la fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio”.

Non è tempo, dunque, di concedere patenti, tantomeno se queste vanno a intaccare il valore sacramentale del matrimonio: “Alla crescente mancanza di comprensione circa la santità del matrimonio la Chiesa non può rispondere con un adeguamento pragmatico a ciò che appare inevitabile, ma solo con la fiducia piena nello spirito di Dio”, ha aggiunto Müller. Anche perché, una volta messo in discussione il concetto di famiglia e matrimonio, anche tutto il resto, dall’aborto alle unioni civili, fino al gender, diventa trattabile. Lo sanno bene i vescovi spagnoli, che a conclusione della riunione del consiglio permanente di gennaio hanno ribadito che sui princìpi non negoziabili non si tratta. Dal presidente uscente e arcivescovo di Madrid, il cardinale Antonio Maria Rouco Varela, veterano di marce e manifestazioni in difesa della vita, è arrivato un appoggio totale e pubblico alla legge a protezione del concepito e della donna incinta scritta dal ministro della Giustizia, Alberto Ruiz-Gallardón: “E’ un passo avanti positivo rispetto all’attuale legislazione, che considera l’aborto come un diritto”. Di aprirsi alle “nuove prospettive” teorizzate da Maradiaga non ne vuol sentir parlare neanche l’arcivescovo di Bruxelles, André-Joseph Léonard, che ha deciso di rompere gli indugi e scendere in strada per protestare contro la legge che introduce l’eutanasia sui bambini. Una giornata di digiuno e preghiera, veglie in tutte le cattedrali e piccole chiese del paese, raccoglimento e orazioni. “Dobbiamo avere il coraggio di dire che non è troppo tardi, ma che il momento è ora! Dobbiamo scuotere la nostra coscienza, è giunto il momento di agire”, recita il grido di battaglia di Léonard. Una mobilitazione fatta di marce e presidi che nel secolarizzato Belgio, dove di cattolico sono rimasti ormai quasi solo gli edifici di culto ridotti a museo, non si vedeva da decenni. Almeno da quando iniziò a essere dispensata qualche patente di troppo.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Vita e famiglia, il “tradimento” dei cattolici

Alla Giornata per l’Evangelium Vitae, il cardinale Burke denuncia la lobby multimiliardaria che promuove contraccezione e aborto, ma soprattutto la confusione dottrinale che regna tra i cattolici a proposito di aborto, contraccezione, eutanasia e unioni omosessuali. C’è però anche tra i “buoni” una sorta di rassegnazione alla vittoria del male, anche questa non cristiana.

di Massimo Introvigne (16-06-2013)

Sabato 15 giugno si sono aperte a Roma le manifestazioni per la «Giornata dell’Evangelium Vitae». In attesa della Messa del Papa di domenica, la giornata di sabato ha offerto numerosi momenti di preghiera e di penitenza – perché per i peccati contro la vita occorre anzitutto fare penitenza -, una catechesi in italiano del cardinale Camillo Ruini e un convegno in lingua inglese alla Pontificia Università Urbaniana aperto dal cardinale americano Raymond Leo Burke.

Personalmente ho seguito il convegno dell’Urbaniana, e della bella relazione del cardinale Burke ho apprezzato soprattutto un passaggio, del resto consonante con quanto ha detto anche il cardinale Ruini. Burke ha denunciato la lobby multi-miliardaria che con una potenza di fuoco inaudita conduce la sua battaglia per la «cultura anticoncezionale», per l’aborto e contro la famiglia. Non ha nominato esplicitamente Bill e Melinda Gates, che di questa battaglia contro la vita sono oggi i primi finanziatori, ma è come se l’avesse fatto. È vero: è grazie a questo immenso fluire di soldi che la propaganda anticoncezionale, abortista e omosessualista ci martella tutti i giorni, anche tramite i film, la televisione, e romanzi come «Inferno» di Dan Brown, che è un manifesto per il controllo delle nascite con tutti i mezzi.

Ma il cardinale Burke è andato oltre, chiedendosi: perché queste campagne hanno successo? Dopo tutto, per quanto denaro si spenda, si tratta di vendere la morte, il che non dovrebbe poi essere così facile. Citando il beato Giovanni Paolo II (1920-2005), il porporato americano ha suggerito che la cultura della morte vince non solo per l’aggressività dei nemici della verità naturale e cristiana ma anche per la confusione dottrinale che regna tra le fila dei cattolici. «La nuova Bussola Quotidiana» documenta questa confusione tutti i giorni. Il cardinale ha ragione: ci sono tanti cattolici – compreso qualche vescovo – che tradiscono il Catechismo e il Magistero con sconcertanti aperture su anticoncezionali, aborto, eutanasia e unioni omosessuali. E ha fatto molto bene Burke ha ricordare come tutto è cominciato nel 1968 con la contestazione di tanti teologi contro l’enciclica «Humanae vitae» del servo di Dio Paolo VI (1897-1978). Quella degli anticoncezionali, ha detto Burke, non è una questione secondaria: il cattolico che cede sugli anticoncezionali è già pronto a cedere su tutto il resto.

Appena accennato nel discorso di Burke è un secondo punto, che a me sembra decisivo. La cultura della morte vince non solo perché un certo numero di cattolici tradisce la verità sul terreno della morale. Vince perché milioni di cattolici, che sul piano dottrinale si dicono fedeli al Catechismo, sul piano della teologia e della visione della storia, quindi sul piano psicologico, sono stati fatti prigionieri dalla dittatura del relativismo. Il problema, su cui dobbiamo molto riflettere, è che tantissimi cattolici accettano, silenziosamente, la tesi della  presunta «irreversibilità» delle «conquiste» rivoluzionarie. Pensano che «non si possa più tornare indietro» perché certi processi sono irreversibili. Questa idea della irreversibilità ha convinto non solo teologi e vescovi progressisti ma anche tanti conservatori, tanti dirigenti cattolici e sacerdoti che non negano le verità morali del Catechismo.

Si sono convinti che la storia avanzi in modo lineare, che la rivoluzione contro la castità, l’aborto, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia – domani l’«aborto post-natale» cioè l’infanticidio, l’assassinio dopo la nascita dei bambini malati e indesiderati, la prossima frontiera della cultura della morte, della cui sinistra avanzata ha fatto stato all’Urbaniana il filosofo Francis Beckwith – sia il risultato di processi «irreversibili». Si pensa che il treno sia partito e avanzi in modo lineare. Al massimo – com’è accaduto negli anni scorsi in Italia sul tema delle unioni omosessuali – il treno può essere fermato in stazione per un po’, ma poi inesorabilmente riprende la sua marcia. 

Anche molti «buoni» che si oppongono al matrimonio omosessuale e ad altri frutti della cultura della morte sono convinti di stare combattendo una battaglia di retroguardia, di battersi per onore di firma, ma senza possibilità di vincere, perché il «senso della storia» è un altro. Tutti sono – in una certa misura, tutti siamo – vittima del mito del progresso e dell’idea illuminista della storia lineare, i quali sono pilastri della visione del mondo relativista per cui la verità non è mai assoluta ma è sempre figlia del tempo. O ci liberiamo di questa superstizione, che la dittatura del relativismo ci martella nella testa e nel cuore tutti i giorni dell’anno, o la battaglia per la vita e la famiglia è già finita, l’abbiamo già persa e arriveranno dovunque i matrimoni omosessuali, l’eutanasia  e alla fine anche l’«aborto post-natale».

Dobbiamo denunciare il fatto che quali elementi costituiscano il «progresso» non è di per sé evidente ed è deciso dai poteri forti, che poi impongono le loro decisioni a tutti. Rimontare sull’idea dei processi «irreversibili» è difficile, perché le battaglie perse si sono accumulate. Eppure la storia non ha nessun senso umano predeterminato e necessario, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini, e per il cristiano nessuna vittoria del male è «irreversibile». Anche il nazismo e il comunismo sovietico sembravano invincibili e «irreversibili» ma sono caduti. 

Ultimamente, credere che il male sia irreversibile e invincibile è parte di quella disperazione storica che, come ci insegna quasi tutti i giorni Papa Francesco, viene dal diavolo. Ma anche il diavolo non è invincibile, anzi è già sconfitto dal Signore Gesù. Di più: a rigore non esiste nessun senso della storia al di fuori della vittoria del Signore sul male, sulla morte e sul diavolo. Partecipare a questo unico vero senso della storia, a questa vittoria antica e sempre nuova del Signore, richiede però che ci liberiamo dalla superstizione del mito del progresso: una liberazione che possiamo conquistare solo nello studio, nella meditazione e nella preghiera.