Mons. Bux: «La vera pace passa solo dall’annuncio del Vangelo»

Il rapporto ecumenico tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca messo in crisi dalla guerra in Ucraina: «È il fallimento di un ecumenismo fondato su incontri e passerelle, sul tentativo di limare le differenze. Giovanni Paolo II invece puntava ad andare alle radici delle diverse tradizioni e culture per trovare l’unità nella fonte di tutti, Cristo e il Vangelo». «Compito della Chiesa non sono le battaglie sull’ambiente e la pace, ma l’evangelizzazione, perché solo Gesù cambia il cuore dell’uomo. E se cambia il cuore dell’uomo, cambia il mondo». Parla il teologo monsignor Nicola Bux.

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Colpo alla dottrina: “messa” ecumenica di precetto

Gira su internet un volantino della parrocchia di Pinerolo che annuncia una funzione ecumenica coi valdesi. E il vescovo Oliviero stabilisce che assolverà il precetto domenicale. Alla Nuova BQ il segretario parrocchiale conferma: “Sì, chi vuole può fare la comunione”. Eppure lo Ius divinum è chiaro: la messa è cattolica e coloro che deliberatamente non ottemperano l’obbligo domenicale commettono un peccato grave.

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Inter-comunione, il no di sette vescovi tedeschi

Incredibile ma vero: ci sono ancora vescovi cattolici in Germania! Sette prelati hanno scritto una lettera alla Santa Sede per protestare contro la decisione presa il 22 febbraio scorso dalla Conferenza Episcopale tedesca di permettere, in qualche caso, ai coniugi di fede protestante di ricevere la Comunione nella messa cattolica.

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Monsignor Liberati: “Riforma protestante dono dello Spirito Santo? Sconcertante”

Intervista a tutto campo de La Fede Quotidiana a monsignor Carlo Liberati, arcivescovo emerito di Pompei.

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L’ecumenismo riscritto da Enzo Bianchi e Alberto Melloni

I capi della “scuola di Bologna” hanno messo in cantiere una nuova opera molto ambiziosa: una storia del movimento per l’unità dei cristiani finalizzata a una riforma integrale della Chiesa cattolica, a cominciare dallo smantellamento del papato nella sua forma attuale. In papa Francesco credono di avere un alleato.

di Sandro Magister

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La sòla di Scola: una moschea a Milano

di Michele Curcelli (14/05/2013)

L’Avvenire lo salutava già come Papa, dimostrando la differenza tra gossip e informazione, e guadagnando per sé e per il porporato il premio Gaffe 2013. Del resto a un feticista della forma come il sottoscritto Scola poteva piacere almeno per quel suo gusto per i damascati e i pizzi, rispetto ai quali il poverello di Buenos Aires è un po’ più deludente. Mi ricredo su tutto. Meglio il ritorno del Gesù ingobbito di Scorzelli-la-vendetta, però accompagnato dai discorsi sul “demonio” e sui “giudei chiusi”, anziché le mitra ricamata e le aperture ideologiche all’islamismo. Perché è proprio di questo, di mamelucchi, che è tornato a parlare Scola – cui appioppiamo d’amblè il nuovo eponimo di Cola(brodo) invece del precedente Scola(pasta) – per salutare con favore la costruzione di una moschea a Milano, però a due condizioni. Moschea, però.

La teologia del compromesso è dunque l’unica alternativa possibile all’iper-tomismo lefebvriano e alla teologia compromessa degli anni ‘60-‘90? Et videtur ut sic. Lo stiamo costatando con triste impotenza a riguardo dello sdoganamento omosessualista: sì alle coppie di fatto omo, però. Lo abbiamo visto a suo tempo su altri temi politici o etici: sì ai comunisti, all’aborto, al divorzio, però. Palmaro – uomo fine – ha parlato del buco nella diga. Io – ragazzo scurrile – vi risparmio l’altro buco, ginzburghiano addirittura (ricordate: il baco del calo del malo?). C’è poco da ridere. Queste rischiano di essere a tutti gli effetti le fessure da cui avrà origine la frattura dell’impianto cattolico. Con un distinguo: se nel caso di aborto e omosessualismo lo scandalo ha ormai una sua evidenza e oggettività, nel caso di Cola e dell’islamismo s’insinua un’ambiguità in diplomatichese.

Cola infatti dice sì alla moschea a Milano non a caso: dice sì perché Milano è l’unica città metropolitana d’Italia, dice sì perché almeno soccorriamo l’ignoranza dei cattolici ambrosiani, dice sì perché così vuole il dialogo interreligioso. Era difficile trovare motivazioni che lasciassero maggiormente interdetti. Sono tutte e tre motivazioni di piatto idealismo: lo richiede il buon senso civico moderno, lo richiede il progetto diocesano, lo richiede la speculazione teologica. Allora facciamolo!

Riprendiamo le questioni. Con ordine.

La prima e la più lepida sembra indicare nell’erezione – per me poco eccitante – di una moschea la conquista dell’ennesimo trofeo urbano, perché Milano “è l’unica vera città metropolitana d’Italia”. Che è un po’ come dicesse: abbiamo 4 metro, l’Expo, i grattacieli, le mostre d’arte contemporanea dentro al Duomo, lo spirito di Martini sempre aleggiante, il Museo della Scienza, la teologia di Sequeri, il liceo di Berlusconi, il dipinto del Quarto Stato e il premio dell’Ambrogino d’oro, dai, ci manca solo la moschea, facciamola!

La seconda chiede che la moschea risponda all’esigenza di una “comunità reale”: questo può significare più cose. Che la moschea sia a servizio dei musulmani integrati in Milano e non sia una cellula terrorista. Che la moschea sia un bisogno dei fedeli maomettani e non una coccarda per la giunta di Pisapia. In entrambi i casi, se davvero l’intenzione di Cola puntava qui, sarebbe servito un riferimento ben più chiaro. Nessuno ritenga per contro che all’imam o a Pisapia servisse il placet del vescovo, dato che di moschee in Italia ne abbiamo già almeno 4, insieme a 700 e rotti centri di preghiera, e la ragione principale per cui non ce n’è di più è fondamentalmente nell’incapacità di organizzarsi della comunità islamica, divisa tra varie scuole di pensiero teologico (che si contendono il controllo degli edifici sacri), e insufficienze burocratiche (l’esempio all’opposto sono i sikh, i quali, facendo a meno del patrocinio di qualsivoglia prelato, hanno costruito in Italia – a Cremona e nel reggiano – due templi, i maggiori in assoluto al di fuori della madre patria indiana). Dunque, comunque si rigiri la faccenda, non si capisce a che servisse il benestare di Cola.

Terzo step: “molti cristiani non conoscono l’Islam. Siamo ignoranti”.  Anzitutto grazie per il pluralis maiestatis, eminenza. In secondo luogo l’ignoranza si può vincere con un bel libro, con tutto il rispetto per la formazione esperienziale oggi di moda – sennò ti voglio vedere come fai educazione sessuale ai tuoi seminaristi! –. Aggiungerei che la prima preoccupazione di un principe di Madre Chiesa dovrebbe essere inculcare la conoscenza del Catechismo e non dell’Islam. E preciserei che quest’ultima non è una battuta. Voi pastori avete poche forze, i media ci subissano di messaggi distorti, la società multi-religiosa ci invita a un sincretismo debolista, e noi cristiani siamo già inclini a far confusione, a fraintendere, a barcamenarci, a trascurare le cose nostre: per favore, eminenza, mettete le vostre benedette risorse a servizio di una chiara formazione cattolica dottrinale e sociale, così poi, quando Pisapia ci imporrà la moschea, noi avremo avuto la preparazione adeguata ad affrontare la cosa con competenza e rispetto, militanza e convivenza. Invece no: facciamo la moschea. Ebbravi. Così finiremo col togliere altri due incontri di catechesi per andare a fare la visita alla comunità musulmana, ci inibiremo ulteriormente in nome del rispetto dei vicini, però ci sentiremo dei metropolitani d’avanguardia, modello bauscia2.0. Tralascio l’inciso per cui una moschea dovrebbe scuotere i cattolici dalla “grandissima indifferenza” in materia religiosa, che è come dire che piazza Duomo dovrebbe ospitare il gay pride onde rinfocolare negli ambrosiani l’interesse per le processioni.

Quarto e ultimo passaggio, quello demenziale: la moschea a Milano sarebbe “occasione di quella reciproca conoscenza che poi è la base del dialogo vero, e di come si debba entrare con più decisione nella accettazione dell’interreligiosità”, perché “se il principio di libertà di culto non trova luoghi in cui praticarlo resta un principio inapplicato”. In succo: siccome si deve dialogare, costruiamo moschee. Analogamente: siccome dobbiamo guarire i malati, diffondiamo virus. Sto già rimpiangendo Martini, il quale almeno ai fini del dialogo organizzava chiacchierate (la cattedra dei non credenti), mica promuoveva il disordine sociale sistematico.

Ora, lo ammetto, ho faticato un po’ nell’impresa di ridicolizzare il discorso del patriarca mediolanense, il cui equilibrio espressivo è degno di difendersi un po’ da ogni accusa. Ma un punto è chiaro, e per me è proprio questo: la crisi di fede della Chiesa non ha bisogno di gongolamenti diplomatici. Non ci servono pastori che difendano le ragioni degli infedeli. Ci servono pastori che testimonino le ragioni dei credenti. Al resto ci pensano già benissimo le giunte di sinistra e i ministri di colore.

Concludo col sorriso: secondo me i prelati devono decidersi. O appoggiano i gay che sono anti-teisti in genere, o appoggiano i musulmani che sono anti-omosessualisti in genere. E ora ribalto l’articolo: tuttosommato, siccome io tra i due mali preferisco il secondo – quello potenzialmente aperto a componenti virili, mistiche e aristoteliche – l’opzione del Cola mi potrebbe anche garbare. E allora: Shalom, eminenza. Però attento, direbbe la milanese Ginzburg, al baco del cola del malo.