Video. Il Concilio ha cambiato la dottrina sulla Chiesa?

Video-catechesi degli amici del sito Cooperatores-Veritatis.org sul famoso documento dottrinale del 2007 a domande e risposte fatto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede riguardante l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II.

Comunione ai protestanti. La bomba è scoppiata in Germania, ma sconvolge tutta la Chiesa

“Se l’Eucaristia è veramente il segno e lo strumento dell’unità ecclesiale, allora, se cambiamo le condizioni della Comunione, non ridefiniamo di fatto chi e che cosa è la Chiesa?”, domanda mons. Charles J. Chaput, arcivescovo di Filadelfia, intervenendo sulla sconvolgente questione dell’inter-comunione.

Continua a leggere “Comunione ai protestanti. La bomba è scoppiata in Germania, ma sconvolge tutta la Chiesa”

Chiesa universale e Chiese locali. Bergoglio “ratzingeriano”?

di Sandro Magister (22/12/2013)

Due recenti servizi di www.chiesa sui rapporti tra Chiesa universale e Chiese particolari hanno suscitato molto interesse ma anche serie critiche:

> L’opzione federalista del vescovo di Roma (3 dicembre)
> Molto accentratore e poco collegiale. I vescovi lo vedono così (18 dicembre)

Per descrivere lo stato della questione, www.chiesa ha richiamato la controversia teologica degli anni Novanta tra i cardinali Joseph Ratzinger e Walter Kasper, che ponevano l’accento il primo sulla priorità della Chiesa universale e il secondo piuttosto sulle Chiese particolari.

Nel magistero della Chiesa degli ultimi due decenni sono prevalse le posizioni di Ratzinger, anche grazie al suo ruolo prima come prefetto della congregazione per la dottrina della fede e poi come papa.

Con papa Francesco molti ritengono che le posizioni di Kasper stiano per ottenere una rivincita. Ma www.chiesa ha mostrato che ciò appare improbabile, a motivo della prossimità alle tesi di Ratzinger del teologo di riferimento di Jorge Mario Bergoglio in campo ecclesiologico: Henri de Lubac.

Contro la sommaria ricostruzione della questione fatta da www.chiesa sono state avanzate autorevolmente due obiezioni.

La prima obiezione sostiene che la controversia tra Ratzinger e Kasper è da ritenersi superata anche perché si concluse con un notevole avvicinamento tra le posizioni dei due.

Il che in certa misura è vero. In coda all’articolo di www.chiesa del 18 dicembre c’è il link a un saggio recentissimo di un teologo ortodosso che documenta con precisione lo svolgersi della controversia ed effettivamente riconosce che “alla fine i due concordarono su tre punti: la relazione di ‘mutua reciprocità’ fra la Chiesa universale e le Chiese locali; la preesistenza dell’idea divina della Chiesa; la simultaneità fra Chiesa universale e Chiesa locale, perlomeno in campo storico”.

Lo stesso autore sottolinea però che delle divergenze restano, e di sostanza, perché riguardano “la ricerca di una valida riconciliazione fra un’ecclesiologia universalistica e un’ecclesiologia di comunione delle Chiese locali”.

La seconda obiezione contesta che de Lubac concordasse con Ratzinger sulla priorità della Chiesa universale. Perché, anzi, egli sosteneva che “una Chiesa universale che preceda o che possa essere immaginata esistente al di fuori delle Chiese particolari è una pura astrazione”.

Effettivamente la citazione è esatta. Ma va letta in un complesso argomentativo che in realtà vede de Lubac molto più vicino alle tesi di Ratzinger che a quelle sostenute all’epoca da Kasper.

Né l’edizione italiana né l’originale francese del saggio di de Lubac “Les Églises particulières dans l’Église universelle” sono oggi in commercio. I lettori italiani possono però trovarne una accurata esposizione in un un libro di monsignor Marco Sprizzi, diplomatico in servizio nelle nunziature in India e Nepal oltre che studioso di teologia: De Lubac. L’identità spirituale del cristiano, edito nel 2004.

Per de Lubac il rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari patisce un doppio “sbilanciamento”.

Il primo consisterebbe nell’immaginare una priorità delle Chiese particolari, dalla cui “addizione” o “federazione” nascerebbe in un secondo tempo la Chiesa universale.

Contro ciò de Lubac è intransigente. E in questo suo rifiuto – fa notare Sprizzi – il grande teologo francese anticipò di vent’anni, “in piena coincidenza e persino con le stesse parole”, quanto sostenuto dalla lettera del 1992 Communionis notio della congregazione per la dottrina della fede, una lettera ratzingeriana in tutto.

Il secondo e opposto “sbilanciamento” denunciato da de Lubac sarebbe invece quello che attribuisce alla Chiesa universale una “preesistenza” anche cronologica rispetto a tutte le Chiese particolari.

Qui de Lubac e Ratzinger sembrerebbero distanziarsi. Mentre infatti la “Communionis notio” attribuisce alla Chiesa universale – manifestatasi a Gerusalemme nella Chiesa della Pentecoste – una preesistenza “ontologica e temporale” rispetto alle Chiese particolari, de Lubac concorda solo con la priorità ontologica, ma non con quella temporale, che giudica una “pura astrazione”, in quanto anche l’originaria comunità di Gerusalemme era una Chiesa particolare.

Sprizzi però fa notare che la divergenza tra i due è solo apparente. Perché non solo in de Lubac, ma anche nella ratzingeriana “Communionis notio” la Chiesa della Pentecoste è descritta come “nata e manifestatasi universale” e nello stesso tempo “presente e operante nella particolarità delle persone riunite in quel determinato luogo e in quel determinato tempo”.

Nell’originaria Chiesa di Gerusalemme universalità e particolarità spazio-temporale si compenetravano. Tanto per Ratzinger come per de Lubac. Che in un libro-intervista del 1985 così rispose a una domanda del futuro cardinale Angelo Scola: “Se si risale ai primi giorni, si potrà dire che la Chiesa di Gerusalemme era una Chiesa particolare, ben concreta, e nello stesso tempo che era la madre di tutte le altre, vale a dire che essa era, in linea di principio e nella realtà, la Chiesa universale”.

Chiesa particolare sì, ma “madre di tutte la altre” solo in quanto ontologicamente Chiesa universale.

Il potenziamento del ruolo delle conferenze episcopali nazionali – proposito attribuito a papa Francesco – non entra propriamente in questa disputa sul rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari.

Ma è un fatto che i fautori del potenziamento dello conferenze episcopali si ritrovano per lo più tra i sostenitori della linea Kasper.

Anche qui, però, non è per niente scontato che l’attuale papa sia dalla loro parte.

Da arcivescovo di Buenos Aires e presidente della conferenza episcopale argentina, Bergoglio non spinse mai in direzione di un rafforzamento del ruolo della conferenza. Per lui contavano molto di più le autorità dei singoli vescovi.

Tutto l’opposto dell’enfasi collettivista e burocratica che caratterizzava il vicino episcopato brasiliano.

© SETTIMO CIELO

Molto accentratore e poco collegiale. I vescovi lo vedono così

A dispetto delle promesse di rafforzamento del loro ruolo, per le conferenze episcopali sono tempi difficili. Francesco decide di testa sua. Il gesuita De Lubac suo maestro di ecclesiologia. 

di Sandro Magister (18/12/2013)

Nell’intervista al vaticanista amico Andrea Tornielli, su “La Stampa” di tre giorni fa, papa Francesco è tornato su due punti della “Evangelii gaudium” che avevano suscitato animati commenti pro e contro.

Il primo punto è la comunione ai divorziati risposati. Il papa ha voluto precisare che non si riferiva ad essa, quando nell’esortazione apostolica parlava della comunione “come cibo spirituale, da considerare un rimedio e non un premio”.

Con ciò Francesco ha tenuto a distinguersi da coloro che avevano letto quelle sue parole come un’ennesima “apertura” e si erano espressi pubblicamente a favore della comunione. Tra i quali, da ultimi, il neosegretario generale del sinodo dei vescovi Lorenzo Baldisseri e il cardinale Walter Kasper.

La seconda puntualizzazione ha riguardato il suo rifiuto della teoria economica del “derrame” – espressione tradotta in italiano con “ricaduta favorevole” e in inglese con “trickle-down” – secondo cui “ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale”.

Papa Jorge Mario Bergoglio ha ribadito – “non da tecnico” – di non credere nella fondatezza di tale teoria. E con ciò ha respinto le critiche che gli erano state rivolte in particolare dal teologo neoconservatore americano Michael Novak, secondo cui la diffidenza del papa sarebbe comprensibile “in un sistema statico come l’Argentina, privo di ogni meccanismo di mobilità sociale”, ma non negli Stati Uniti e in altri paesi a capitalismo avanzato, dove “la ricchezza scaturisce dal basso” e la crescita economica – se confortata dalla tutela dei diritti primari e dalla cura dei poveri tipica della tradizione ebraico-cristiana – favorisce l’ascesa dei meno abbienti verso più alti livelli di vita.

Delle due precisazioni, la prima tocca uno dei punti cruciali della “Evangelii gaudium”, là dove Francesco promette più collegialità nel governo della Chiesa, con maggiori poteri attribuiti alle conferenze episcopali.

In un precedente servizio, www.chiesa ha messo in luce la novità di questo orientamento espresso da papa Bergoglio rispetto alla linea dei suoi predecessori Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, entrambi molto risoluti nel contrastare il rischio che la Chiesa diventi “una sorta di federazione di Chiese nazionali”:

> L’opzione federalista del vescovo di Roma

Alcuni ecclesiastici di primo piano si sono spinti anche al di là di quanto detto e non detto da Bergoglio. Ad esempio, l’arcivescovo Baldisseri – considerato un pupillo del papa – ha già dato per assodato che “Francesco vuole un sinodo dinamico e permanente, come osmosi tra il centro e la periferia”.

Il moltiplicarsi in Germania, da parte di vescovi e cardinali di peso, di pronunciamenti a sostegno della comunione ai divorziati risposati – che sarà appunto uno dei temi in discussione nel prossimo sinodo – sembra anch’esso avvalorare questa novità.

Ci sono però almeno due elementi, in papa Bergoglio, che sembrano orientarlo in direzione opposta.

Il primo è la forma monocratica, accentratrice, con cui Francesco sta di fatto governando la Chiesa.

Le nomine più significative di questo inizio di pontificato, sia in curia che fuori, sono tutte discese da scelte personali di papa Bergoglio, talora fatte saltando i normali processi di consultazione o trascurando le norme in vigore.

Ad esempio, nonostante le leggi fondamentali del governatorato della Città del Vaticano consentano che il segretario generale sia un laico, il papa non solo ha promosso a questo ruolo un ecclesiastico, il legionario di Cristo argentino Fernando Vérgez Alzaga, a lui legatissimo, ma lo ha anche consacrato vescovo e gli ha affidato la cura pastorale dei cittadini del piccolo Stato, sottraendola al cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica di San Pietro e vicario generale per la Città del Vaticano.

In altri casi Francesco ha nominato persone che sono la negazione vivente del suo programma di pulizia e di riforma della curia. E le ha mantenute al loro posto nonostante tutti gli avvertimenti ricevuti in contrario, anche da parte di ecclesiastici integerrimi e di sua sicura fiducia:

> Ricca e Chaouqui, due nemici in casa

Quanto alle conferenze episcopali, la loro autonomia e il loro peso non sono in crescita ma in declino. Tra quelle che si erano distinte nella fase finale del pontificato di Benedetto XVI, solo quella degli Stati Uniti prosegue sulla stessa rotta.

L’italiana, la più legata alla sede di Pietro, è allo sbando. Francesco ha esautorato il segretario generale Mariano Crociata e l’ha confinato a Latina, una diocesi di terza fila. Ha rimosso il presidente, il cardinale Angelo Bagnasco, dal ruolo di membro della congregazione per i vescovi, promuovendovi al suo posto l’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, uno dei tre vicepresidenti della CEI, che risulta essere invece nelle grazie dell’attuale papa. E ora si appresta a nominare il nuovo segretario, che diventerà di fatto il numero uno della conferenza, alle sue dirette dipendenze.

Nel frattempo, Bergoglio ha chiesto alla CEI di decidere se intende eleggere essa stessa il futuro presidente oppure se preferisce lasciare la nomina al papa, come avviene da sempre.

Nel 1983, nell’unica loro precedente consultazione in materia, i vescovi italiani si dissero in maggioranza favorevoli all’elezione.

Ma questa volta, dagli umori che circolano, sembra che i più preferiscano lasciare a papa Bergoglio l’incombenza, pur di evitare il rischio di entrare in collisione con lui.

Nel conclave dello scorso marzo i vertici della CEI si spesero a sostegno del cardinale Angelo Scola. E poco dopo l‘“habemus papam” diffusero per errore un comunicato di plauso per l’avvenuta elezione… dell’arcivescovo di Milano.

Tuttora temono che il vero eletto non gliel’abbia perdonata.

Il secondo elemento che sembra trattenere papa Francesco da un rafforzamento delle conferenze episcopali, in funzione di un governo della Chiesa più “collegiale”, ha a che fare con l’ecclesiologia.

“La Chiesa universale non può essere concepita come la somma delle Chiese particolari né come una federazione di Chiese particolari. Essa non è il risultato della loro comunione, ma, nel suo essenziale mistero, è una realtà ontologicamente e temporalmente previa ad ogni singola Chiesa particolare”.

Così si sono espressi Giovanni Paolo II e l’allora cardinale Ratzinger in una lettera del 1992 della congregazione per la dottrina della fede, dal titolo “Communionis notio”.

La lettera era indirizzata ai vescovi e così proseguiva:

“Infatti, ontologicamente, la Chiesa-mistero, la Chiesa una ed unica secondo i Padri, precede la creazione, e partorisce le Chiese particolari come figlie, si esprime in esse, è madre e non prodotto delle Chiese particolari. Inoltre, temporalmente, la Chiesa si manifesta nel giorno di Pentecoste nella comunità dei centoventi riuniti attorno a Maria e ai dodici Apostoli, rappresentanti dell’unica Chiesa e futuri fondatori delle Chiese locali, che hanno una missione orientata al mondo: già allora la Chiesa parla tutte le lingue.

“Da essa, originata e manifestatasi universale, hanno preso origine le diverse Chiese locali, come realizzazioni particolari dell’una ed unica Chiesa di Gesù Cristo. Nascendo nella e dalla Chiesa universale, in essa e da essa hanno la loro ecclesialità. Perciò, la formula del Concilio Vaticano II: ‘La Chiesa nelle e a partire dalle Chiese’ (Ecclesia in et ex Ecclesiis) è inseparabile da quest’altra: “Le Chiese nella e a partire dalla Chiesa” (Ecclesiae in et ex Ecclesia). È evidente la natura misterica di questo rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari, che non è paragonabile a quello tra il tutto e le parti in qualsiasi gruppo o società puramente umana”.

La lettera dava veste ufficiale alla tesi sostenuta da Ratzinger nella disputa che lo opponeva al collega teologo tedesco, poi cardinale, Walter Kasper.

Kasper sosteneva la simultaneità originaria della Chiesa universale e delle Chiese particolari e vedeva all’opera in Ratzinger “un tentativo di restaurazione teologica del centralismo romano”. Mentre Ratzinger rimproverava a Kasper di ridurre la Chiesa a una costruzione sociologica, mettendo in pericolo l’unità della Chiesa e in particolare il ministero del papa.

La disputa tra i due cardinali teologi è proseguita fino al 2001, con un ultimo scambio di stoccate sulla rivista dei gesuiti di New York, “America”.

Ma divenuto papa, Ratzinger è tornato a ribadire la sua tesi nell’esortazione apostolica postsinodale “Ecclesia in Medio Oriente” del 2012:

“La Chiesa universale è una realtà preliminare alle Chiese particolari, che nascono nella e dalla Chiesa universale. Questa verità riflette fedelmente la dottrina cattolica e particolarmente quella del Concilio Vaticano II. Introduce alla comprensione della dimensione gerarchica della comunione ecclesiale e permette alla diversità ricca e legittima delle Chiese particolari di articolarsi sempre nell’unità, luogo nel quale i doni particolari diventano un’autentica ricchezza per l’universalità della Chiesa”.

E Bergoglio? Eletto lui alla cattedra di Pietro, diede subito l’impressione di volere un governo della Chiesa più collegiale.

E nel suo primo Angelus in piazza San Pietro, il 17 marzo, raccontò alla folla d’aver letto con profitto un libro del cardinale Kasper, “un teologo in gamba, un buon teologo”.

Alcuni associarono le due cose e conclusero che papa Francesco sposasse le posizioni di Kasper nel rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali.

Ma non era così. Il libro di Kasper letto dal papa non riguardava l’ecclesiologia, ma la misericordia di Dio.

E quanto all’ecclesiologia, il teologo da sempre più ammirato e citato da Bergoglio è Henri De Lubac (1896-1991), gesuita e infine cardinale, autore nel 1971 di un saggio dal titolo “Les Églises particulières dans l’Église universelle” che sosteneva con vent’anni d’anticipo e quasi con le stesse parole le tesi di Ratzinger e della “Communionis notio”.

A giudizio di De Lubac “la Chiesa universale non risulta in un secondo momento per un’addizione di Chiese particolari o per una loro federazione”. Né la collegialità episcopale deve tradursi in “nazionalismi ecclesiali che si accompagnano solitamente a un altrettanto nefasto pluralismo dottrinale” e a una sottrazione al papa della sua autorità.

Nel capitolo quinto di “Les Églises particulières dans l’Église universelle” De Lubac applica l’analisi alle conferenze episcopali e attribuisce loro un fondamento non dottrinale ma semplicemente pragmatico, non di diritto divino ma di solo diritto ecclesiastico:

“La costituzione conciliare ‘Lumen gentium’ è la più chiara possibile, a questo proposito. Non riconosce alcuna mediazione di ordine dottrinale tra la Chiesa particolare e la Chiesa universale”.

Papa Bergoglio non è teologo. Ma questi sono i suoi maestri.

__________

L’intervista di papa Francesco ad Andrea Tornielli, uscita su “La Stampa” del 15 dicembre: > “Mai avere paura della tenerezza”

__________

La lettera del 1992 della congregazione per la dottrina della fede ai vescovi, sul rapporto tra la Chiesa universale e le Chiese particolari: > Communionis notio

__________

Una precisa ricostruzione della disputa tra Joseph Ratzinger e Walter Kasper, ad opera dell’archimandrita e teologo greco ortodosso Amphilochios Miltos, pubblicata su “Istina” 58 (2013) 1, 23-39 e su “Il Regno-Documenti” 17 (2013), 568-576: > Le Chiese locali e la Chiesa universale

__________

© www.chiesa

Nuova pentecoste o Pentecoste ininterrotta?

Don Ariel S. Levi di Gualdo ci propone la versione italiana di un articolo che offre un interessante contributo al dibattito in corso sul Concilio Vaticano II e sul nuovo pontificato. Il testo sarà tra poco pubblicato su una rivista teologica francese, mantenendo i contenuti teologici ed ecclesiologici, ma omettendo i riferimenti legati a nostre specifiche realtà locali nazionali.

3 dicembre 2013

«Letta l’esortazione post sinodale Evangelii Gaudium mi sono rinchiuso nel silenzio, consapevole di quanto in certi momenti, l’efficacia della preghiera cristiana che nasce dalla fede, giovi molto più alla Chiesa di quanto non le giovi invece il prendere la rincorsa per andare a battere la testa sopra a un muro di gomma, mossi da una disperazione tutta quanta umana e forse anche poco cristiana. Con dolore e smarrimento posso solo dire che quel documento sembra un assurdo: non si sa a chi parla né che cosa vuole. Non è né teologia né omiletica ma retorica con non poche punte di ambiguità. Sembra tutto quanto dettato da quei teologi progressisti ormai al potere che mirano a “reinventare la Chiesa” con le loro rovinose “parole nuove”».

1. QUELLA DOMANDA INSIDIOSA

Buona parte del mio tempo la trascorro tra il confessionale e gli spazi privati in cui si svolgono gli incontri di direzione spirituale, dove con frequenza sempre più crescente mi capita di sanare le ferite sanguinanti di confratelli sacerdoti, ma anche di seminaristi partiti con tutta la purezza generata delle migliori speranze cristiane, spesso disilluse, peggio a volte tradite. Affermare: “Mi accade di sanare” è un modo di dire improprio. Sappiamo bene infatti che a sanare è solo la grazia di Dio, che si serve all’occorrenza di tanti strumenti diversi, incluso un utile somaro come me. Un seminarista, studente di teologia presso una pontificia università romana, mi ha rivolto una domanda interessante ma anche complessa; a dire il vero anche insidiosa. Per questo ho deciso di rendere partecipi i lettori di questa Rivista teologica del dialogo che si è svolto tra questo giovane appena trentenne e me, giunto ormai alle soglie dei cinquant’anni. Questa la domanda rivolta: «Il periodo del post-concilio è stato celebrato come l’era della “nuova pentecoste” annunciata da Giovanni XXIII. In realtà ha visto manifestarsi una crisi come forse mai prima la Chiesa dovette affrontare. Come spiegare una così radicale devastazione e un così lungo periodo di cecità e di silenzio da parte di chi avrebbe il dovere di custodire la fede e di guidare il gregge?». Ho risposto con delle considerazioni teologico-pastorali incentrate sulla “ermeneutica della continuità” e sulla “ermeneutica della discontinuità” negli anni del post Concilio presero vita due ermeneutiche contrarie, a tratti antitetiche. L’ermeneutica della discontinuità e della rottura, che ha fatto ampia breccia sui mass-media grazie alla prolifica opera di molti esponenti della teologia moderna; e l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità. L’ermeneutica della discontinuità porta a una rottura inevitabile tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare, con tutto ciò che di pericoloso ne consegue. Credo che il Signore Gesù sia stato chiaro nell’affermare «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo»[1]. E spiega anche come mai fosse «utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore. Ma, se me ne vado, io ve lo manderò»[2]. E ci rassicura: «Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto»[3]. L’evento della Pentecoste cominciato nel cenacolo dello Spirito Santo non ha mai avuto fine e da allora fermenta in un processo di ininterrotta continuità, con buona pace dei padri della Scuola di Bologna: Giuseppe Dossetti e Giuseppe Alberigo e della cosiddetta ermeneutica della discontinuità prodotta a loro dire dal Vaticano II. Teoria sulla quale suonano — mi si passi il termine affatto insolente ma solo giocondo — flautini e controfagotti come certi nostri laici cattolici italiani, da Alberto Melloni a Enzo Bianchi, circondati da un riverente coro secolare d’atei devoti assisi dentro e fuori dal Cortile dei Gentili del Cardinale Gianfranco Ravasi; e che da troppo tempo pontificano senza possibilità d’ortodosso contraddittorio dottrinale alcuno. Presenze a tratti assolute sulle televisioni pubbliche e private, promossi dalla stampa anticattolica e dalla grande editoria italiana, incluse purtroppo stampa ed editoria cattolica, a partire da quella gestita da congregazioni religiose come la Società San Paolo, o persino dalla Conferenza Episcopale Italiana, come nel caso di Avvenire, organo ufficiale dei Vescovi d’Italia, da sempre vetrina e tribuna per svariati di questi personaggi noti per la loro discutibile dottrina.

2. QUELLA DITTATURA DISTRUTTIVA DEI MAESTRI DEL «PIÙ DIALOGO, PIÙ COLLEGIALITÀ PIÙ DEMOCRAZIA NELLA CHIESA»

Nel senso più squisitamente gramsciano del termine, flautini e controfagotti hanno da troppo tempo egemonizzato l’intera scena pubblica sul piano storico, teologico e pastorale, ponendo in atto un pericoloso processo che de facto esclude ogni voce contraria, ma soprattutto ogni voce autenticamente cattolica[4]. Un fenomeno giunto ormai al tumore con metastasi diffuse nelle nostre chiese del Nord Europa, dove da decenni s’ha persino l’ardire di chiamare il tutto: “Più dialogo … più collegialità … più democrazia”[5], mentre sempre più numerose sono le chiese antiche dei grandi centri storici urbani ormai vuote da alcuni decenni e per questo messe in vendita dalle diocesi, per essere acquistate da privati o da società e dalle stesse trasformate in eleganti ristoranti o in negozi di lusso. Credo che affiggere su questi stabili lapidi alla memoria del Padre Edward Cornelis Florentius Alfonsus Schillebeeckx O.P. o del Padre Karl Rahner S.J, per celebrare e tramandare ai posteri i concreti risultati della loro evidente opera e di quella ancora peggiore dei loro “nipotini” socio-politici camuffati da teologi, più che ironia sarebbe solo pura e semplice onestà intellettuale ed ecclesiale, proprio ciò che oggi pare mancare più che mai, in basso e in alto.

3. LE PERLE: BRUNO FORTE E IL “PAPATO COLLEGIALE”, IL PORTAVOCE DELLA SALA STAMPA VATICANA ED ENZO BIANCHI CHE “REINVENTA LA CHIESA”

Di recente, poco dopo l’elezione del nuovo Romano Pontefice, S.E. Mons. Bruno Forte, responsabile della dottrina della fede della Conferenza Episcopale Italiana — di cui s’è occupato in recente passato il presbitero e teologo Brunero Gherardini, senza che ciò producesse i frutti da pochi o da molti sperati[6] — è tornato a deliziarci coniando un nuovo istituto ecclesiale in un’intervista rilasciata nel marzo 2013 a uno Speciale di Rai Uno: il «Papato collegiale». Nei giorni successivi, a noi presbiteri che viviamo a contatto con le membra vive del Popolo di Dio, non è stato facile rispondere a quanti hanno domandato spiegazioni a tal riguardo. Ciò non tanto per la perla ecclesiologica in sé, ma per l’autorevole bocca che via etere l’ha fatta giungere alle orecchie di milioni di telespettatori. Simile modo mi piacerebbe sorvolare — ma per cattolica onestà pastorale e teologica non lo posso fare — sul pubblico discorso fatto dal portavoce ufficiale della Sala Stampa Vaticana in occasione del 70° genetliaco del “priore” di Bose, ossia quella deliziosa persona di Enzo Bianchi che «ci aiuta a reinventare la Chiesa»[7]. Un termine, quello di «reinventare la Chiesa» o di «reinventare la fede»[8], olezzante vecchia naftalina anni Settanta, tra fumosi comitati di base dove si giocava a fare sul serio quando si discuteva su “la sintesi dialettica dell’alternanza ideologica” e nei quali l’effige di nostro Signore Gesù Cristo veniva rischiosamente confusa con quella di Ernesto Guevara, noto come el Che. E se nel 2013, al riverbero delle candeline poste sulla torta di compleanno di un settantenne, presente come illustre relatore anche il portavoce ufficiale di Sua Santità, ci si trastulla ancora su questo «reinventare», francamente non ci resta che implorare: miserere nostri, Domine, miserere nostri. In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum[9]. E infine confidare: quoniam in aeternum misericordia eius[10].

4. NON SI GIOCA CON LE PAROLE: L’EVENTO DELLA PENTECOSTE È NEGAZIONE DELL’ERMENEUTICA DELLA ROTTURA

L’evento storico e reale della Pentecoste[11] è la negazione cristologica e pneumatologia dell’ermeneutica della rottura, per non parlare di certe ricostruzioni che nascono dopo devastanti decostruzioni sulle ceneri delle quali si cerca poi di reinventare la Chiesa di Cristo. Nell’esperienza cristologica noi siamo chiamati a scoprire e accogliere il Verbo Incarnato e a viverlo in unione di mutua trasformazione[12], non certo a porlo sul tavolo delle autopsie esegetiche per smembrarlo e per poi ricucirlo a nostro modernistico piacimento, prendendo del corpo di Cristo ciò che ci piace e nel modo in cui ci piace. O per meglio dire: «Si è affermato un cattolicesimo à la carte, in cui ciascuno sceglie la porzione che preferisce e respinge il piatto che ritiene indigesto[13]». L’invito a essere «perfetti nell’unità»[14] implica come suffisso l’armonica continuità, affinché «il mondo creda che tu mi ha mandato»[15]. Affermazioni, quelle giovannee, che delineano un inizio e una continuità incessante, sino alla parusia. Dalla Pentecoste nasce e prende avvio la storia della Chiesa e cominciano gli “Atti degli apostoli[16]. La Chiesa è dunque frutto vivo di un inizio che non ha mai avuto fine e da sempre è missionaria e pellegrina sulla terra. Forse, con l’espressione «nuova Pentecoste», s’intendeva riferirsi in modo più accattivante che teologico, o forse meglio poetico-mediatico, non tanto a una nuova discesa dello Spirito Santo sul Cenacolo, quanto all’opera incessante sulla Chiesa del Donum Dei altissimi che Gesù ci ha promesso sino alla fine dei tempi. Perché se la Chiesa non fosse di fatto governata dallo Spirito Santo di Dio, al presente noi non saremo qua; saremo solo oggetto di studi antropologici, alla stessa stregua in cui oggi sono studiate le antiche ed estinte credenze religiose di egizi, etruschi, greci … La teologia ha però un proprio linguaggio, diretto e preciso, basti pensare al problema teologico della Persona di Gesù che scuote i primi otto secoli di storia della Chiesa, tra eresie e problemi semantici a non finire tra Oriente e Occidente. E oggi, mentre ci avviamo sul finire di questo anno 2013, la mancanza di chiarezza e le affermazioni ambigue sembrano spesso farla da padrone in seno alla Chiesa, con uno smarrimento da parte dei fedeli cattolici che non s’era mai visto prima, tanto quanto mai, prima d’oggi, s’erano viste orde di anti-cattolici militanti e di atei devoti celebrare la liquida simpatia mediatica della persona umana in sé e fine a sé, anziché il solido ministero petrino edificato su una roccia che per mistero di grazia non dovrebbe mai essere scissa dalla persona che la incarna, posto che il Principe degli Apostoli cessa di essere Simone per diventare Pietro, la pietra sulla quale il Cristo ha edificato la sua Chiesa. Oggi, in che misura al pescatore Simone è chiaro di essere l’universale pastore Pietro e in che misura all’universale pastore Pietro è chiaro che non può proseguire a essere il pescatore Simone perso per le periferie esistenziali dei villaggi dei pescatori della Giudea? La buona e sana teologia e per logica conseguenza il migliore e sano ministero pastorale, non contempla espressioni estemporanee o cosiddette comunicazioni “a braccio”, stile “mozioni” da carismatici-animisti o “risonanze” da neocatecumenali-pentecostali, ma parole chiare e precise, non circonlocuzioni che possono voler dire tutto ma volendo anche l’esatto contrario, secondo la logica delle “parole nuove” rivelatasi nel corso dell’ultimo mezzo secolo tragicamente fallimentare. A tal proposito è sufficiente ricordare che il mistero di quel «Verbo che si fece carne» che «era in principio ed era presso Dio»[17], era a tal punto grande che non esistevano neppure parole sul vocabolario per poterlo definire. Per questo abbiamo dovuto creare anzitutto le parole, prese perlopiù a prestito e modulate dal pensiero filosofico greco, basti pensare al concetto di ipostasi che indica la natura umana e la natura divina del Verbo fatto carne che abitano la stessa persona. Siamo di fronte a un’architettura teologica, a un impianto di ingegneria costruito al millimetro nel corso dei secoli[18]. E, proprio da questo, nascono certi problemi: taluni filoni dell’ultimo concilio hanno insinuato diverse ambiguità nell’assisa, poi esplose in modo virulento nel post concilio, fino a creare l’idea di per sé ecclesialmente aberrante di ermeneutica della discontinuità, sfociata infine — e ciò con tutte le più drammatiche ed evidenti conseguenze — nella vera e propria dittatura del relativismo[19] di coloro che per alcuni decenni hanno giocano con “parole nuove”. E oggi, da una cattedra teologica all’altra, alcuni insegnano come superdogmatica “verità” di “fede” che il Concilio avrebbe rotto con la precedente tradizione[20]. Quel che poi è peggio e che costoro parlino della “precedente” Chiesa come se, in tutto e per tutto, fosse veramente un’altra Chiesa …

5. LE ERESIE PEGGIORI COMINCIANO SEMPRE GIOCANDO SULLE PAROLE

… asserire in modo aperto o ambiguo che la Chiesa del post concilio Vaticano II è un’altra Chiesa rispetto alla precedente è pura contraddizione teologica in termini, oltre che letale su altri delicati versanti ecclesiologici, pastorali e formativi. Procedendo a questo modo si opera una vera e propria corruzione delle menti dei nostri giovani e dei futuri sacerdoti, prima costretti ad assimilare queste dottrine ingannevoli e poi obbligati a ripeterle con le identiche parole attraverso le quali molti dialoganti docenti “liberal collegiali” esigono sentirsele ripetere in molte università e atenei pontifici romani e non solo. Salvo recidere di netto le gambe — in modo naturalmente dialogante e liberal collegiale, s’intende! — a chi osa non omologarsi alle loro fraseologie ereticheggianti, o peggio a chi osa non pensarla come loro. Non è certo storia nuova, anzi è noto da sempre in che misura ultra liberisti o eretici siano per loro intima natura sprezzanti, aggressivi e coercitivi; in modo particolare quelli mascherati dietro le velette da sposa del “più dialogo … più collegialità … più democrazia”. Né mai si dimentichi che le eresie peggiori cominciano sempre giocando sulle parole[21], per giungere infine a decostruire o distruggere la fede nelle membra vive del Popolo di Dio, dopo avere svuotato le parole del loro significato e averle riempite d’altro. E il parlare ambiguo, oltre ad essere un non-parlare-teologico, sortisce sempre l’effetto di un parlare pericoloso, tanto più grave quanto più autorevoli sono le labbra dalle quali le ambiguità fuoriescono. Facciamo un chiaro esempio a tal proposito: eliminare dal lessico eucaristico la parola transubstantiatione e sostituirla col termine più socio-accattivante di transignificazione e transfinalizzazione, come insegnano certi pericolosi e mediocri nipotini della Nouvelle Théologie alla Pontificia Università Gregoriana o presso quel covo di filo-protestanti che tale notoriamente è il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, non è un semplice svecchiamento della metafisica tomista, ma qualche cosa che porta alla inevitabile allegorizzazione, all’Eucaristia come mero simbolo, non più al divino mistero della presenza reale del Cristo vivo e vero. Chi pretende di oltrepassare la metafisica deve farlo producendo un altro pensiero che sia di rigore superiore. San Tommaso d’Aquino può essere anche superato, volendo pure sostituito, in fondo è solo un santo dottore della Chiesa, non è certo la parola incarnata di Dio, oltre a non essere esente, come tutti i mortali, da svariate imperfezioni. Dubito però che questo superamento e questa sostituzione possano avvenire attraverso l’equivoca filosofia religiosa[22] dell’Aquinate dei gesuiti degli anni Sessanta, Karl Rahner, che pretende di oltrepassare la metafisica classica rischiando nella maggior parte dei casi di riassumerne, a volte senza averne alcuna coscienza e profonda preparazione, la confusa caratteristica di fondo, tendente com’è ad articolare certe sue speculazioni muovendo dalla neo scolastica decadente con l’uso del metro di Francisco Suarez, che partendo dall’aristotelismo scolastico tomista elaborò dottrine teologiche e filosofiche per così dire originali. Di fatto Karl Rahner, geniale, lo è senza dubbio, sicuro! È il genio della tuttologia-confuso-teologico-filosofica-sociologica, che come tale spazia dalla dogmatica alla patrologia alla ecclesiologia alla scolastica, senza conoscere bene e a fondo le une e le altre, riducendo tutto a una socio-filosofia religiosa che alcuni si ostinano tutt’oggi a chiamare: scuola teologica rahneriana. È mezzo secolo che nelle nostre bocche spesso ricolme d’aria rimestiamo il concetto di “parole nuove”, dimenticando sempre più e sempre con maggiore pericolosità quella Parola viva, eterna e senza tempo che nasce dal mistero del Verbo Incarnato. È Dio ch’è parola vivente, ed è solo Dio che può dare un «cuore nuovo»[23] a noi, non siamo certo noi che possiamo dare un cuore nuovo a Dio con certe nostre frivole “parole nuove”. Quella che taluni chiamano o che peggio bollano come “precedente tradizione”, parte dal Concilio di Gerusalemme e si sviluppa attraverso i secoli fino al Vaticano II, un concilio pastorale[24] frutto della continuità teologico-ecclesiale di tutte le esperienze precedenti. La Chiesa non nasce dalla pastoralità del Vaticano II, meno che mai dal post concilio dei teologi interpreti che hanno mutato le proprie elucubrazioni in un vero e proprio super dogma sfociato oggi in vera e propria dittatura. Dichiarare la rottura e la discontinuità con la precedente tradizione vuol dire mutare la Chiesa in altro e rompere l’unione con la continuità ininterrotta del Cenacolo. Come se d’improvviso lo Spirito Santo discendesse nella sua Chiesa per la prima volta attorno alla metà del XX secolo, pel sommo gaudio di tutti gli alti notabili della Nouvelle Théologie, o della New Theology, della Teologia della Liberazione, della Teologia Sincretista, infine della Teologia Indigenista che ha mutato la “precedente Chiesa” in una via di mezzo tra una serva al soldo dei colonizzatori e una pericolosa nemica.

6 LA TRADIZIONE SONO I PILONI CHE REGGONO L’ANTICO PONTE CHE UNISCE L’UMANO E IL DIVINO, IL DIVINO E L’UMANO. I VESCOVI CHE HANNO PARTECIPATO AL SINODO, SI RICONOSCONO NEL DOCUMENTO FINALE DELLA “EVANGELII GAUDIUM”?

La “radicale devastazione” che oggi abbiamo sotto gli occhi nasce dal fatto che invece di “rinnovare” la Chiesa nel rispetto e nel rafforzamento della tradizione e del dogma, molti sono andati a intaccarne i delicati equilibri che hanno preso vita e che si sono poi solidificati a partire dalla prima epoca apostolica, rafforzandosi attraverso i grandi concili dogmatici e l’opera dei grandi padri della Chiesa. Con la stagione del post concilio si è aperta la grande crisi del dogma, ed alle verità divine ed eterne hanno finito col sostituirsi le dogmatizzazioni dei pensieri umani, perché quando l’uomo non crede più alle verità fondamentali, finisce per credere in tutto, lanciandosi allo sbaraglio attraverso parole ambigue nascoste dietro alle immancabili “parole nuove” dei peggiori arruffapopoli: i falsi profeti. La tradizione sono i piloni che reggono l’antico ponte che unisce l’umano e il divino, il divino e l’umano. All’epoca che quel ponte fu costruito, appresso ampliato e rafforzato nel tempo, non esistevano le automobili, si viaggiava a piedi o coi cavalli. È chiaro che a un certo punto l’antico ponte doveva essere reso idoneo anche per il transito delle automobili. Purtroppo però, alcuni “teologi ragazzini”, quelli che discutevano nei bar e nelle osterie di Roma coi giornalisti sulle strategie da portare nell’assemblea conciliare, sono andati a intaccare proprio i piloni. E oggi ci ritroviamo con un ponte pericolante e inagibile, grazie ai vari Giuseppe Ruggieri e ai vari Andrea Grillo lasciati incoscientemente dai nostri vescovi a insegnare negli studi teologici, per avvelenare alla radice le menti dei nostri futuri sacerdoti preposti poi a confondere e scandalizzare il Popolo di Dio nella dottrina della fede e nella sacra liturgia, giudicando impietosamente e aggressivamente coloro che si dichiarano scandalizzati dalle loro parole, dei “cattolici infantili” e “immaturi” non divenuti ancora dei veri “cristiani adulti” sotto il vento della nuova Pentecoste grazie alla quale nel XX secolo è nata finalmente la Chiesa, dopo che per XIX secoli abbiamo solo scherzato. Non so che cosa intenda fare chi per alto e ineffabile ministero è chiamato a custodire la fede e a guidare il gregge, ciò che so è che egli è il ponte, anzi secondo l’etimo di pontem facere, un costruttore di ponti. Il termine di pontefice prende vita nella prima epoca romana dall’antico Pons Sublicius. Così era infatti chiamato il gran sacerdote dell’antica religio[25], pontifex maximus, che assiso su quel ponte vigilava sui movimenti delle acque e sul volo degli uccelli, oltre a compiere vari altri riti. Oggi, il nostro Sommo Pontefice, rischia di ritrovarsi coi cieli sovrastanti il ponte coperti da stormi d’avvoltoi, ai quali speriamo di tutto cuore che non funga da involontario e inconsapevole richiamo. A maggior ragione confidiamo in lui per vedere di nuovo le rondini volare nei cieli e riportare la primavera di sempre, quella del cenacolo degli apostoli. La sola e vera primavera nata dallo Spirito Santo di Dio, cominciata in quel cenacolo apostolico e da allora mai tramontata, malgrado l’impegno, forte e incessante nei secoli di molti uomini, di far calare il sipario delle tenebre, ora attraverso “parole nuove” pronunciate sul cadavere disteso sopra al lettino delle autopsie dell’anatomopatologo, ora con la “ermeneutica della discontinuità” … Per questo ritengo ragionevole affermare che dal cenacolo dello Spirito Santo sino alla parusia non è possibile giungere al «Suo regno che non avrà fine» attraverso la discontinuità e le ambigue “parole nuove”, specie quelle dei falsi profeti che “reinventano la Chiesa”, ma solo attraverso quella continuità perfetta e di quelle parole precise di cui l’uomo, per quanto fallibile e imperfetto, è chiamato a essere fedele strumento, perché tempio privilegiato dell’azione di grazia di Dio sin dall’alba dei tempi.

Questo il motivo per il quale, letta l’esortazione post sinodale “Evangelii Gaudium” mi sono rinchiuso nel silenzio, consapevole di quanto in certi momenti, l’efficacia della preghiera cristiana che nasce dalla vera fede, giovi molto più alla Chiesa di quanto non le giovi invece il prendere la rincorsa per andare a battere la testa sopra a un muro di gomma, mossi da una disperazione tutta quanta umana e forse anche poco cristiana.

La risposta a questo documento non posso certo darla io che sono l’ultimo presbitero dell’orbe cattolica, dovrebbero darla però i vescovi, in particolare coloro che a quel sinodo hanno partecipato, rispondendo a quesito semplice e ovvio: si riconoscono, in modo libero e collegiale, nella liquida mancanza di chiarezza delle parole a tratti ambigue che caratterizzano quel documento conclusivo che pare ora dire tutto e poco dopo forse il suo esatto contrario?

Con dolore e smarrimento posso solo dire che quel documento sembra un assurdo: non si sa a chi parla né che cosa vuole. Non è né teologia né omiletica ma retorica con non poche punte di ambiguità. Non si dice “si” e non si dice “no”, si dice che forse potrebbe essere un po’ no e  forse un po’ si. Sembra tutto quanto dettato da quei teologi progressisti ormai al potere che mirano a “reinventare la Chiesa” con le loro rovinose “parole nuove”.

E che lo Spirito Santo di Dio assista la sua Chiesa e assista tutti noi suoi servi fedeli e devoti.

— Ariel S. Levi di Gualdo[26]

NOTE

[1] Mt. 28, 20.

[2] Gv. 16, 7-15.

[3] Gv. 14, 26.

[4] Merita ricordare che quando il teologo e filosofo metafisico Antonio Livi contestò con pastorale e teologico garbo il pensiero di Enzo Bianchi confutandone punto per punto gli errori dottrinari, fu duramente attaccato in modo livoroso e scomposto dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che non gli consentì di replicare su quel giornale cattolico, come peraltro contempla in certi specifici casi il civile e democratico diritto al contraddittorio, che dovrebbe essere particolarmente sentito e praticato da quei filoni che invocano “più collegialità” e “più dialogo”. Antonio Livi replicherà sul quotidiano cattolico on-line La Nuova Bussola Quotidiana nel mese di dicembre 2012. Nessun intervento e provvedimento da parte delle competenti autorità della Conferenza Episcopale Italiana fu preso nei riguardi del direttore e dell’editorialista che seguita a scrivere ambiguità teologiche ed ecclesiologiche su quel quotidiano così particolare.

[5] Nella mia opera E Satana si fece Trino. Relativismo, individualismo, disubbidienza. Analisi sulla Chiesa del terzo millennio, ho dedicato a questo delicato argomento un articolato paragrafo titolato: «La Germania tra secolarizzazione radicale e scisma di fatto». Pagg. 157-169. Bonanno Editore, Roma 2011.

[6] Cf. Disputationes Theologicae, Il Dio di Gesù Cristo. 29 gennaio 2010.

[7] «È stato presentato ieri a Torino alla presenza di Padre Federico Lombardi S.J, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, e di Massimo Cacciari, “La sapienza del cuore”, il libro con cui Einaudi festeggia i 70 anni di fr. Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, nato a Castel Boglione (AT) il 3 marzo 1943. Nel volume (760 pagine, 28 euro), definito nella presentazione “un autentico liber amicorum”, si trovano più di centotrenta interventi di personalità quali: card. Gianfranco Ravasi, mons. Bruno Forte, mons. Mariano Crociata, Alberto Melloni, ma anche Roberto Bolle, Claudio Magris, Guido Ceronetti, Giovanni Bazoli, Guido Martinetti, Federico Grom, Ferruccio de Bortoli, Ezio Mauro, Michele Serra, Barbara Spinelli. «Il tema del reinventare la Chiesa, letto attraverso queste pagine» ha affermato Padre Lombardi nel suo discorso, «ha evocato in me una forte sintonia con ciò che mi sembra avvenire sotto i nostri occhi ogni giorno in quest’ultimo periodo, in modo inaspettato e sorprendente, in questo inizio di pontificato». [Fonte: Domenico Agasso Jr. Vatican Insider, La Stampa It, 3 maggio 2013].

[8] I termini «reinventare la Chiesa» e «reinventare la fede» sono espressioni molto comuni nelle cosiddette “chiese di base”, o del celebre movimento “Noi siamo Chiesa”. Termine letteralmente abusato e soprattutto ideologizzato nella Teologia della Liberazione. A tal proposito si può consultare: Leonard Boff, Ecclesiogenesi. Le comunità di base reinventano la Chiesa. Borla Editore, Roma 1978. Si segnala inoltre un interessante articolo del Padre Giuseppe De Rosa S.J. Le «Comunità di base» in Italia. Pagg. 221-235. La Civiltà Cattolica, vol. I, quaderno 3133 – 3 gennaio 1981.

[9] Te Deum laudamus.

[10] Sal. 135.

[11] At. 2,1-13.

[12] «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» [II, Gal. 2, 20].

[13] S.E. Adriano Bernardini, all’epoca nunzio apostolico in Argentina. Da un’omelia pronunciata il 27 febbraio 2011 a Buenos Aires poco prima del suo rientro in Italia per prendere possesso della sede della nunziatura italiana (CNA / EWTN News).

[14] Gv. 17, 23.

[15] Gv. 17, 21.

[16] Decreto conciliare Ad Gentes, 4.

[17] Gv. 1,1.

[18] Rimando alla mia opera E Satana si fece Trino. Relativismo, individualismo, disubbidienza, analisi sulla Chiesa del terzo millennio. Bonanno Editore, Roma 2011. Cit. pag. 102.

[19] Cf. Locuzioni varie di S.S. Benedetto XVI.

[20] Cf. Bunero Gherardini, Quod et tradidi vobis. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana Editrice, Frigento, 2010.

[21] Cf. Leonardo Grazzi, Arianesimo. Una tentazione antica e presente. Bonanno Editore, Roma 2013.

[22] Cf. Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica «scienza della fede» da un’equivoca «filosofia religiosa». Edizioni Leonardo da Vinci, Roma 2012.

Giovanni Cavalcoli O.P. Karl Rahner. Il concilio tradito. Ed. Fede&Cultura, 2009.

[23] Cf. Ez. 26.

[24] Cf. Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare. Casa Mariana Editrice, Frigento, 2009.

Roberto de Mattei, Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta. Edizioni Lindau, 2010.

[25] Cf. Duodecim Tabularum Leges, 451-450 a.C. antica raccolta di regole di diritto romano privato e pubblico.

[26] Ariel Stefano Levi di Gualdo nasce nella Maremma Toscana il 19.08.1963. È consacrato sacerdote a Roma. Dirige la Collana teologica Fides Quaerens Intellectum delle Edizioni Bonanno. Svolge il ministero sacerdotale principalmente come confessore, direttore spirituale e predicatore. È autore di diversi saggi editi dalla Casa Editrice Bonanno e di vari articoli pubblicati su varie riviste teologiche internazionali italiane e straniere.

©CONCILIOVATICANOSECONDO.it

La conversione del papato comincia dai vescovi latinos

cristianesimocattolico:

Una Chiesa meno teologica e più indigena. Parla il prof. Filoramo.

di Matteo Matzuzzi (28/11/2013)

image

Ci vuole un lungo e profondo discernimento per comprendere le linee guida della “Evangelii Gaudium”, la lunghissima esortazione di Francesco svelata ieri al mondo. Il professor Giovanni Filoramo, storico del cristianesimo, invita a esaminare con attenzione la prima parte: è lì che si avverte tutta la portata del cambiamento promesso dal Papa gesuita. La seconda, invece, è un “pot-pourri – in qualche caso confuso – in cui si ribadiscono tematiche già sentite più volte, come la critica al neopelagianesimo. Niente di nuovo”. Nei paragrafi iniziali, però, “disseminati di molti riferimenti teologici”, il Papa traccia con estrema chiarezza il percorso che la chiesa dovrà seguire per raggiungere quello stato di missione perenne più volte richiamato in omelie e discorsi di questo primo scorcio di pontificato: “Penso che la conversione del papato di cui parla Francesco vada interpretata in senso forte, e non solo come un vezzo retorico. Il Pontefice dice chiaramente che bisogna ridare sovranità alle conferenze locali. E questo è ciò che voleva il Concilio”, spiega Filoramo, che aggiunge: “Dal mio punto di vista, Bergoglio sottolinea che c’è la necessità che l’annuncio sia capace di adattarsi a tutte le culture, quindi siamo davanti alla ripresa di passi del discorso con cui Giovanni XXIII aprì il Vaticano II nell’ottobre del 1962. Torna a farsi sentire in modo forte la questione del rapporto tra annuncio e cultura, o meglio, tra annuncio e culture”.

Una sensazione confermata dalla lunga riflessione del Papa riguardo la religiosità popolare: “Non è abituale che in un testo del genere vengano citati molti documenti di vescovi latinoamericani”, spiega Filoramo. “Il fatto è che lui sa bene quanto pericolose per la chiesa siano quelle esperienze religiose che si affermano facendo leva proprio sulla pietà popolare, così forti in America del sud. Il nemico cui si riferisce Francesco sono soprattutto i movimenti pentecostali, che prendono sempre più campo in quel continente. Sono una minaccia per la chiesa cattolica”. Ecco perché il Papa vuole responsabilizzare le conferenze locali, “perché possano affrontare direttamente – e senza passare sempre per gli uffici della curia romana – i problemi culturali locali”. Si tratta di un “invito affinché i vescovi tengano in considerazione le specificità indigene, che durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano cadute nel dimenticatoio, senza trovare una reale possibilità di esprimersi”. E’ a questa interpretazione che va ricondotto, secondo lo storico del cristianesimo, il passaggio in cui Francesco parla di “conferenze episcopali come soggetti di attribuzioni concrete”, inclusa anche qualche autentica autorità dottrinale: “Ma qui tenderei a considerare in chiave debole quel ‘dottrinale’ messo nero su bianco dal Papa. Non vedo rischi per i dogmi né penso che possano sorgere chiese autocefale. Ancora una volta ci vedo solo un impulso a guardare con più attenzione le culture locali, e poi teniamo presente che dottrina è anche la liturgia”.

Fondamentale è l’inculturazione
Per Filoramo, il disegno di Francesco è anche un ritorno al passato: “Le chiese locali sono state più autonome nei decenni scorsi, basti pensare alla conferenza del Celam (il Consiglio episcopale latinoamericano, ndr) di Medellín del 1968 in cui prese campo la Teologia della liberazione. Certo, poi hanno preso una deriva pericolosa”, nota. A ogni modo, sono tanti gli elementi che inducono a valutare la Evangelii Gaudium come una sorta di “seme gettato per una chiara svolta del papato”. Nonostante sia “un documento enciclopedico in cui c’è tutto”, il Pontefice ribadisce che “il rapporto con il mondo non si fa con la trasmissione di una moltitudine di dottrine, e in questo si legge una chiara critica a una chiesa troppo teologica. La necessità – dice il nostro interlocutore – è che la chiesa esca per andare alla ricerca di nuovi modi di esprimersi, per non essere schiacciata e superata dai nuovi movimenti”. E’ un punto chiave, questo: “Francesco afferma che il modo in cui un messaggio trascende le differenti culture necessita sempre di mediazioni culturali. Si tratta di inculturazione”. Una questione affrontata, seppur con altre parole, già dalla Gaudium et Spes, la costituzione pastorale sul rapporto tra Chiesa e mondo firmata da Paolo VI l’8 dicembre 1965, ultimo giorno del Concilio Vaticano II.

© -FOGLIO QUOTIDIANO