L’Amoris laetitia mette a rischio la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio

Intervista esclusiva de La Fede Quotidiana a mons. Antonio Livi, grandissimo teologo.

Continua a leggere “L’Amoris laetitia mette a rischio la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio”

Quando Gesù rimproverò il suo primo vicario

«Vade retro, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Continua a leggere “Quando Gesù rimproverò il suo primo vicario”

Il vescovo Athanasius Schneider su Evangelizzazione, Zika, Massoneria, Ortodossi, altro….

Il testo integrale dell’intervista rilasciata da Mons. Athanasius Schneider nel corso del suo recente viaggio in Inghilterra. Traduzione di Chiesa e post-concilio. Continua a leggere “Il vescovo Athanasius Schneider su Evangelizzazione, Zika, Massoneria, Ortodossi, altro….”

Sinodo, non esiste pastorale senza dottrina

Nella prassi ecclesiastica si deve applicare sempre e comunque tutta la dottrina della Chiesa, che nel suo “nucleo dogmatico” non può mai cambiare. Nessuna presunta esigenza “pastorale” può giustificare una deroga da questo principio, perché ogni vera esigenza pastorale è già insita nel dogma.

Continua a leggere “Sinodo, non esiste pastorale senza dottrina”

Se a dominare è un pensiero non cattolico

Con grande dolore e profonda preoccupazione, si deve constatare che il pensiero non cattolico avanza nella Chiesa. È molto grave l’affermazione del moderatore del Sinodo diocesano di Bolzano, secondo il quale, il lavoro svolto, «rispecchia la situazione generale della Chiesa, che sta vivendo un cambiamento radicale». Ma davvero è così?

di Don Nicola Bux

Continua a leggere “Se a dominare è un pensiero non cattolico”

Approfondimento della dottrina? No, è tradimento

Chi auspica l’accesso alla comunione dei divorziati risposati parla spesso di “approfondimento” o “sviluppo” della dottrina. In realtà vogliono camminare nella direzione di una normativa che comporterebbe una riforma radicale della dottrina, l’obiettivo è di far giungere all’opinione pubblica cattolica il messaggio di una nuova pastorale che dovrebbe prescindere dal dogma.

di monsignor Antonio Livi

Continua a leggere “Approfondimento della dottrina? No, è tradimento”

Stravolgono Pio XI per giustificare Kasper

L’obiettivo è giustificare la comunione ai divorziati risposati in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia. Come fare? Dimostrando che anche nel recente passato la dottrina è “evoluta” così che quello che prima era proibito poi è stato ammesso. Ed ecco allora che Vatican Insider, con un articolo del solito Andrea Tornielli, e il quotidiano della CEI, Avvenire, con un articolo dell’ex prete Gianni Gennari, sostengono che l’enciclica Casti Connubii di Pio XI del 1931 vieti quei metodi naturali che verranno invece promossi da Pio XII ed esaltati da Paolo VI. Peccato che sia una palese menzogna.

Continua a leggere “Stravolgono Pio XI per giustificare Kasper”

I gesuiti d’America vogliono cambiare la dottrina

L’endorsement a Bergoglio (via Kasper). No unanimismo, sfida negli States.

di Matteo Matzuzzi

titanicRompe gli indugi la direzione di America Magazine, il periodico della Compagnia di Gesù edito nella East Coast americana, per vocazione liberal. Sul Sinodo convocato da Francesco per discutere di famiglia dà il suo endorsement, a ormai poche settimane dall’apertura solenne in piazza San Pietro, alla “modesta proposta del cardinale Kasper”, al quale va un appoggio totale e incondizionato. Dopotutto, spiegano i vertici del magazine in un editoriale, la Chiesa ci chiama a “versare vino nuovo in otri nuovi”. L’ha detto – ricorda America – anche il Papa qualche giorno fa in una delle consuete omelie mattutine all’alba di Santa Marta, quando aveva spiegato che “non si deve avere paura di cambiare le cose secondo la legge del Vangelo”, cosa ben diversa dai codicilli “di questi dottori della legge rinchiusi nei loro comandamenti, nelle loro prescrizioni”. “Alla novità, novità; a vini nuovi, otri nuovi. Le strutture caduche non servono”. E in ogni caso, sottolinea il periodico, “ogni cambiamento dovrebbe essere visto non come un gesto rivoluzionario, bensì come una risposta della Chiesa ai segni dei tempi”. Segni che vanno nella direzione di un avvicinamento a chi nella Chiesa “si sente trascurato, messo da parte, marginalizzato e scomunicato de facto perché non gli è permesso di partecipare alla mensa del Signore”, osservava Kasper in un lungo saggio apparso sempre su America. E poi, s’era domandato ancora il teologo tedesco, “se Dio concede la comunione spirituale a questo naufrago, la chiesa può chiudere le porte sacramentali?”. D’altronde, “se l’uomo fallisce, Dio offre al suo naufragio non una seconda nave, ma una zattera, un salvagente. Il sacramento della penitenza”.

Guai a contrapporre dottrina e pastorale
Il dibattito è aperto, e se Kasper auspica che la legge canonica sia “interpretata e applicata alla luce della misericordia”, un cardinale di rango come Timothy Dolan, arcivescovo di New York, confessa di non capire come possa esserci “un cambiamento drammatico senza andare contro l’insegnamento della Chiesa”. Mons. Vincenzo Paglia, responsabile vaticano per la Famiglia, dice al sito Crux che è “improbabile che il Sinodo cambi le norme sull’accostamento alla comunione dei divorziati risposati”. Di toccare la dottrina non si parla, ha rassicurato Kasper, dal momento che “non è nel potere dell’essere umano cambiarla”. Più corretto, semmai, lavorare per rendere “la disciplina della Chiesa più efficace e credibile alla luce delle sfide contemporanee”. Troppo poco per il fronte episcopale che non s’accontenta di compromessi e chiede sterzate vigorose, temendo però che, alla fine, il biennio sinodale si concluda con un modesto maquillage: “La pastorale ha tutto a che fare con la dottrina, e la dottrina con la pastorale”, ha scritto in un documento il vescovo di Anversa, mons. Johan Bonny, per anni collaboratore di Kasper nella curia romana. Ogni cosa, dunque, va discussa. Basta che non finisca come nel 1980, scrive padre Thomas Reese, gesuita e già direttore di America: “Il Sinodo era a porte chiuse, mi comprai una guida di Roma e passai ore a visitare chiese, musei e rovine. Dal Vaticano arrivavano solo sintesi dei discorsi dei vescovi”. E dopo due settimane di confronto, arrivò “un messaggio di amore, fiducia e speranza diretto alle famiglie cristiane. I sacerdoti venivano sollecitati a usare compassione e comprensione verso tutti. Ora assisteremo alla replica?”.

© FOGLIO QUOTIDIANO (16 settembre 2014)

Divorziati risposati, così nella Chiesa primitiva

cristianesimocattolico:

del card. Walter Brandmüller (07/04/2014)

image

In previsione del prossimo Sinodo dei vescovi, la discussione sulla posizione dei divorziati risposati all’interno della comunità della Chiesa ha acquistato nuova urgenza. In tale contesto vengono citate una serie di testimonianze dell’era patristica che deporrebbero a favore di una ammissione di questo gruppo di persone all’Eucaristia. Ciò avviene soprattutto in un’opera di Giovanni Cereti, un sacerdote della diocesi di Genova che ha studiato patristica e teologia ecumenica e continua tutt’oggi a lavorare in questi campi.

Con il suo libro Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, del 1977 (riedito da Aracne nel 2013), Cereti intende perseguire un interesse ecumenico e pastorale: il riconoscimento delle seconde nozze dei divorziati da parte della Chiesa e il loro accesso alla comunione eucaristica. Egli ritiene che ciò sia stato una prassi già nella Chiesa primitiva. Pare che la riedizione del 2013 da parte di Aracne del volume sia stata intrapresa proprio in occasione del Sinodo dei vescovi, che si terrà in Vaticano nell’ottobre del 2014.

La tesi di fondo di Cereti è tuttavia insostenibile. Sebbene alcuni Padri abbiano manifestato una certa tolleranza in riferimento a singole situazioni difficili, né nell’Occidente, né nell’Oriente si può però parlare di un regolare riconoscimento delle seconde nozze dopo il divorzio e di una ammissione all’Eucaristia dei divorziati risposati. Nonostante gli Ortodossi riconoscano oggi un secondo e un terzo matrimonio di penitenza, si deve tener presente che nella Chiesa primitiva la possibilità di accedere a nuove nozze si verificava unicamente per i vedovi e non nel caso del matrimonio dopo un divorzio.

Cereti chiede molto suggestivamente che lo sguardo sulla Chiesa primitiva si liberi dalla severa prassi odierna, la quale non consente una riammissione dei divorziati risposati all’eucaristia. Nella Chiesa primitiva si parlava spesso di seconde e terze nozze e, secondo Cereti, con ciò si intendevano le nozze dopo un precedente divorzio. Certamente, è davvero necessario liberarsi della visione odierna nel guardare all’antichità: dobbiamo però stare bene attenti a non proiettare sulla Chiesa primitiva la disinvoltura con la quale la società odierna accetta il divorzio e le seconde nozze. Già l’antichità precristiana trattava il divorzio e le seconde nozze in modo molto restrittivo. Non si può assolutamente parlare nell’epoca dei Padri di una prassi generale di divorzio e di nuove nozze.

Un secondo matrimonio simultaneo, cioè contratto mentre era in vita il primo coniuge, veniva considerato come un adulterio perpetuo e mai era preso in considerazione come una scelta cristiana. Non risulta nessuna iniziativa dei Padri per regolare pastoralmente un tale matrimonio. Solo la separazione poteva essere, eventualmente, permessa. Quando invece nei testi ecclesiastici si parla di seconde, terze o quarte nozze, si intendono le nozze dei vedovi. Se ne parlava perché erano permesse, ma non viste di buon occhio. Dove i Padri o i Sinodi parlano di un divorzio permesso o addirittura dovuto, Cereti ne deduce inoltre il diritto di risposarsi mentre il coniuge è ancora in vita, ma da nessuna parte esiste una prova di ciò. Divorzio e seconde nozze sono due realtà completamente distinte. La separazione e l’adulterio venivano sanzionati e non si poteva affatto parlare di un permesso per un secondo matrimonio contratto durante la vita del primo coniuge.

Cereti ritiene che i Sinodi del quarto secolo, che riammettevano nella Chiesa i digamoi (coloro che contraevano un secondo matrimonio) dopo un periodo di penitenza, intendevano con ciò sia il caso delle seconde nozze simultanee (un secondo matrimonio mentre il primo coniuge è in vita) che di quelle successive (un secondo matrimonio dopo la morte del primo coniuge). In tal senso anche i divorziati risposati avrebbero potuto essere ammessi all’Eucaristia. Addirittura il Concilio ecumenico di Nicea (can. 8) lo avrebbe considerato un’ovvietà. In realtà, in nessun Padre della Chiesa si può trovare un riferimento alla parola digamoi nel senso di un’equiparazione tra le seconde nozze simultanee e quelle successive dei vedovi.

A maggior ragione nessun testo sinodale, che di per sé esigeva chiarezza giuridica, avrebbe mai potuto intendere con digamoi sia le seconde nozze simultanee che quelle successive. Con ciò si sarebbero messe sullo stesso livello le seconde nozze simultanee, che risultano sempre da un adulterio, con le seconde nozze successive dei vedovi, che venivano considerate dalla maggioranza dei Padri come indesiderate, ma non peccaminose.

A favore di una simile interpretazione del termine digamoi da parte dei Sinodi depone anche il canone 19 del Sinodo di Ancira (314), il quale prevedeva che chi infrange il voto di verginità doveva sottoporsi alla disciplina (penitenziale) dei digamoi. Infine, il Sinodo di Laodicea, nella seconda metà del quarto secolo, disponeva che ai digamoi che avessero celebrato un secondo matrimonio in modo libero e formale, e non in segreto, venisse imposto solo un breve tempo di penitenza.

Ma anche qui si tratta dei digamoi nel senso delle seconde nozze dei vedovi. Come risulta da quanto sinteticamente sopra esposto (ma criticamente documentato in modo più ampio e adeguato in altra sede: cfr. W. Brandmüller, Den Vätern ging es um die Witwen, “Die Tagespost”, 27 febbraio 2014, p. 7; H. Crouzel, S.J.,L’Église primitive face au divorce: du premier au cinquième siècle, Paris 1971; G. Pelland, S.J., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati,in: Congregazione per la dottrina della fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi, LEV, Città del Vaticano 2010, pp. 99-131), un’interpretazione dei testi che voglia seguire correttamente le esigenze del metodo storico-critico, non permette di trarre le conclusioni alle quali Cereti arriva. Inoltre non pare superfluo ricordare che solo un consensus Patrum, un insegnamento consensuale dei Padri – e non una scelta arbitraria di testi – può pretendere di possedere autorità dottrinale e quindi avere valore probante in vista di una nuova prassi pastorale. Va infine ricordato che lo Spirito guida la Chiesa nella verità tutta intera (cfr.Gv 16,13). Ciò comporta che la Chiesa avanza in una comprensione sempre più approfondita della verità. Poiché d’altra parte lo Spirito Santo nel percorso della storia non può contraddirsi, ogni successiva acquisizione non può contraddire le precedenti.

© AVVENIRE