Liturgia, usando Sarah, il Vaticano “corregge” Ratzinger

Il rapido intervento della Sala Stampa vaticana che smentisce il prefetto della Congregazione per il culto divino sull’orientamento a Dio nella messa e sulla “riforma della riforma”, ha in realtà come obiettivo il Papa emerito che più volte ha denunciato il crollo della liturgia quale causa della crisi ecclesiale.

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Lo spettacolo della Messa. L’efficacia del rito romano agli occhi di un regista teatrale

Intervista a Luigi Martinelli, che ha provato a superare le dispute liturgiche seguite al motu proprio di Benedetto XVI analizzando le due forme del rito romano (ordinaria e straordinaria) come “performance”.

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Bergoglio e pregiudizio

di Maurizio Blondet (27 febbraio 2014)

Una lettrice addolorata mi segnala questa notizia da un blog cattolico: Venerdì 14 Febbraio Papa Francesco ha ricevuto in udienza i Vescovi della Repubblica Ceca recatisi a Roma per la loro visita ad limina.

Nel corso della visita, dopo il discorso ufficiale, il Papa ha ascoltato le domande e le osservazioni dei vescovi. Mons. Jan Graubner, di Olomouc, ha riferito alla sezione ceca della Radio Vaticana che il Papa gli ha detto:

[Jan Graubner:] Quando stavamo discutendo di coloro che amano l’antica liturgia e desiderano tornare ad essa, era evidente che il Papa parlava con grande affetto, l’attenzione e sensibilità per tutti per non fare del male a nessuno. Tuttavia, ha fatto una dichiarazione molto forte quando ha detto che capisce quando la vecchia generazione torna a ciò che ha vissuto, ma che non riesce a capire le generazioni più giovani che desiderano tornarvi.

«Quando cerco di andare più a fondo – ha detto il Papa – trovo che è piuttosto una sorta di moda [in lingua ceca: móda). E, per il fatto che è una moda, è una questione cui non dare molto peso. È solo necessario mostrare un po’ di pazienza e gentilezza alle persone che sono dipendenti da una certa moda. Ma ritengo molto importante andare in profondità nelle cose, perché se non andiamo in profondità, nessuna forma liturgica, questa o quella che sia, ci può salvare». (Pope Francis on Feb. 14: “Old Mass? Just a kind of fashion!”)

Che dire? Il Papa attualmente regnante ha confermato qui la sua avversione personale verso i cultori della Messa antica, del resto già nota e comprovata. Quello che ha rivelato chiacchierando (come gli capita) senza misurare le parole, non è solo un giudizio negativo; è, letteralmente, pregiudizio.

«Pre-giudizio» significa un giudizio espresso previamente, ossia prima aver valutato e soppesato la questione. «Pregiudizio» sta anche per «per partito preso», rivela prevenzione mentale contro qualcuno e qualcosa; denota ristrettezza di vedute; fa trasparire superficialità, e, temo, mancanza di carità.

Papa Bergoglio ha scelto di «non capire». Di ignorare i seri e gravi argomenti contro la «creatività» liturgica dei novatori, e le ragioni profonde dell’amore dei pochi per la Messa di san Pio V, che vogliono rendere con ciò il culto e l’adorazione dovuta al Dio realmente presente, secondo rigore e bellezza regale, che Egli merita e comanda. Papa Bergoglio ignora l’ampia letteratura che questi cultori dell’antiquior hanno prodotto per spiegare la loro posizione, dall’opera di Romano Amerio fino (se questa è troppo colta) ai libretti di agile e umoristica lettura di Palmaro e Gnocchi, passando per gli atti del convegno organizzato da «Giovani e Tradizione» nel maggio 2011, e raccolti in volumetto a cura di padre Vincenzo Nuara O.P. Da ultimo suggeriamo la pubblicazione EFFEDIEFFE uscita in questi giorni di un testo di von Hildebrand – Il cavallo di Troia nella città di Dio – che dedica proprio un capitolo sulla “Funzione della bellezza nella religione”.

Anzi, basterebbe aver preso atto di qualche passo del suo augusto predecessore:

«Immediatamente dopo il Concilio Vaticano II – ha scritto Benedetto – , si presumeva che l’uso del Messale del 1962 sarebbe stato limitato alla vecchia generazione che era cresciuta con quello, ma nel frattempo s’è dimostrato chiaramente che anche i giovani hanno scoperto questa formula liturgica, sentito la sua attrazione, e trovato in essa una forma di incontro con il Mistero della Santissima Eucarestia (…) Ciò che le passate generazioni hanno tenuto per sacro rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere di colpo interamente vietato o anche considerato dannoso. Spetta a tutti noi preservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare ad esse il posto loro proprio» (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007).

Benedetto è lì vicino, circola in Vaticano ancor addobbato da Papa pur negando di esserlo più, partecipa a concistori senza motivo, giusto aumentando il disorientamento dei fedeli che già ha provocato con le sue dimissioni. Ma in tempi migliori ha lasciato scritto con buon fondamento teologico del pericolo che fanno correre le novità liturgiche: la liturgia «talvolta viene concepita etsi Deus non daretur, come se in essa non importasse più se Dio c’è, ci parla e ci ascolta. Ma se nella Liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e …il mistero del Cristo vivente (…) allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma in quanto unità ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile (…) che si arrivi alla dissoluzione partitica, (…) a una Chiesa che lacera se stessa». (J. Ratzinger, La mia vita, Cinisello Balsamo 1997, pagine 110-113).

Altrove Ratzinger ha avvertito con allarme che «l’unità del rito romano è minacciata dalla creatività selvaggia spesso incoraggiata dai liturgisti…in questa situazione il Messale precedente può divenire una diga contro le alterazioni della Liturgia purtroppo frequenti»; ed è giunto a prendere le difese delle «piccole comunità che fanno uso dell’Indulto (ossia la Messa in latino) e si trovano spesso trattati come lebbrosi, come persone che fanno qualcosa di indecoroso, anzi di immorale» (1).

Questioni e problemi notevoli. Ma per Bergoglio non c’è alcun bisogno di approfondirli né rifletterci, perché per questi ha una risposta preconcetta e facile: è solo una moda. E una moda è un fatto frivolo, irrazionale, fatuo, che non ha bisogno d’esser valutato sul serio. Basta aspettare che passi, nel frattempo «mostrando un po’ di pazienza e gentilezza alle persone che sono dipendenti da questa moda», come si dimostra a quelli che sono dipendenti dal fumo.

Ora, io come fedele qualunque, non solo sento questo giudizio contro i cosiddetti tradizionalisti come disinformato, superficiale e logicamente assurdo (Bergoglio «comprende» i vecchi che per nostalgia vogliono tornare alla Messa antica; «non comprende» invece i giovani che hanno la stessa nostalgia dei vecchi – cosa che dovrebbe farlo un po’ pensare; e chiamare «moda» la volontà di continuare una Messa che è in vigore da 500 anni e non è mai stata abrogata, è semplicemente illogico). Fosse solo assurdo, disinformato e superficiale, come fedele mi adeguerei: Dio ci ha dato un Pontefice di poca istruzione e profondità, e tendente ai pregiudizi, come sicuramente è successo molte volte nei duemila anni di vita della Chiesa – occorre rassegnarsi e pregare per lui.

Ma qui c’è qualcosa di più: questo pregiudizio è offensivo e malevolo, e io come fedele devoto al Papa, sento di dover protestare: per il rispetto che devo a lui, il Pontefice. Persino io, che non sono (i miei lettori lo sanno) un militante per la Messa tradizionale, mi sento offeso: non li si può accusare di essere dipendenti da una moda, proprio loro che alle mode sono contrari e appunto perché rigettano le mode liturgiche nelle chiese vengono «trattati come lebbrosi» ; a seguire mode cangianti fantasiose e frivole secondo il mutevole spirito del mondo, sono proprio i novatori delle liturgie, delle Messe alla chitarra, gangnam, delle Messe-tango, le Messe con la menorah al posto del crocifisso, e via inventando.

Perché Bergoglio svaluta così le aspirazioni, e travisa a tal punto le intenzioni, dei (pochi) amici del Vetus Ordo? Siamo qui, mi pare, di fronte alla mentalità «progressista» identificata dallo psicologo sociale Jonathan Haidt (Stern School of Business della New York University) come «The Righteous Mind». Ne abbiamo accennato di recente, forse ricorderete: Haidt ha sottoposto un questionario a duemila americani che si definivano «liberal», progressisti, di sinistra. Il questionario verteva sulle convinzioni che costoro attribuivano ai «conservatori» e di destra, o piuttosto sulla percezione che i progressisti avevano delle idee conservatrici. Allo stesso sondaggio sono stati sottoposti duemila conservatori. Ne è venuto fuori un risultato paradossale: i conservatori erano molto più aperti e tolleranti verso le opinioni dei «progressisti» – e dunque risultavano più «democratici» nel dibattito pubblico, laddove i progressisti avevano una visione caricaturale di quelli di destra: li bollavano di ignoranti, bruti, razzisti, ovviamente omofobi… Fraintendevano le loro motivazioni e attribuivano loro, sistematicamente, intenzioni deteriori.

Secondo Haidt, ciò avviene perché la mentalità conservatrice tiene conto di valori impalpabili come «autorità, famiglia, senso del sacro» , da lui definiti «valori naturali che fanno parte della mente umana»; i progressisti invece sono sordi (o rigettano) tali valori; e non solo non li capiscono, ma attribuiscono a chi li apprezza, intenzioni deteriori: «Autorità, famiglia e senso del sacro vengono identificati come razzismo, omofobia, fondamentalismo religioso…». I progressisti hanno un angolo cieco, o il loro strumento manca di alcune corde e ì di alcuni toni.

The Righteous Mind, oggi sul sacro soglio, non riesce a spiegarsi l’attaccamento di giovani al Vetus Ordo che come «una moda», un liturgismo vuoto, una debolezza – verso cui ogni tanto perde la pazienza. Denuncia di aver un angolo cieco, e del resto lui stesso ha ammesso, in una delle sue interviste, di non essere mai stato sensibile alla mistica e alla contemplazione.

Il guaio nasce se mette l’autorità e l’infallibilità ricevuti dalla sua; sacra funzione, al servizio dei suoi pregiudizi, preferenze ed autoritarismi. È qualcosa che abbiamo constatato anche per i Francescani dell’Immacolata: non ci si degna di farne sapere il motivo. Un Papa così attento all’opinione pubblica dei giornali e delle tv, non ritiene di dover qualche spiegazione alla più ristretta opinione pubblica dei fedeli. Si dirà che l’Autorità ecclesiastica – in questo, sì, rimane tradizionale – non riconosce una «opinione pubblica» a cui debba render conto, mica è una democrazia. D’accordo, ma il silenzio sui Francescani azzurri, coi tempi che corrono, rasenta di per sé il calunnioso: saranno stati fulminati per qualche orribile peccato di quelli che fanno il deliziato scandalo dei giornali laici? Smantellati per pedofilia, o altre nefandezze del genere inconfessabile? Non conosciamo i termini dell’accusa. Non ne abbiamo diritto, nemmeno ad esser tranquillizzati…

Perché, ben lungi dalla «pazienza e gentilezza» che ha detto di praticare verso i giovani con la debolezza per il Rito Antico, gli sembra urgente anzitutto disciplinare, reprimere, smantellare i gruppi più fedeli alla tradizione e al rigore, come se il pericolo per la fede venisse da loro? E poi, invece, dialoga con infinita compiacenza con gli Scalfari, a cui concede la massima libertà di coscienza?

Magari si diventa persino un po’ gelosi: avesse per quelli che «seguono la moda della Messa in latino» un decimo della carità, benevolenza e compiacenza che ha dimostrato a Scalfari e continua ad esibire per i «lontani», saremmo i più felici dei cattolici, e il problema non esisterebbe. Ma ci rassegniamo a vivere da figli di un Padre che non ci ama, pregando per lui, ché si liberi dai suoi difetti umani.

A chi – tra i miei lettori – sia tentato di andare troppo oltre e concludere in qualche scisma o sedevacantismo, vorrei ricordare una cosa semplice: i Papi santi, nei duemila anni di storia, non sono stati tantissimi. A parte i primi trenta morti tutti martiri, e gli ultimi tre (dopo il Concilio, il Papato si è concesso la beatificazione immediata: ma la consideriamo un benefit, come la Mercedes di rappresentanza per i dirigenti d’azienda), i santi dediti alla perfezione spirituale scarseggiano. Pensate a Dante che ha dovuto vivere sotto Bonifacio ottavo, inveendo e disperandosi; a Santa Caterina da Siena costretta ad invocare i Papi di Avignone ad essere «virili» (vaste programme). Certi Papi nel Rinascimento furono veri e propri farabutti: gente di quel tipo (noi lo sappiamo bene dai nostri politici) attraeva l’enorme potere che aveva allora il vaticano, e il fiume di denaro che ingolfava la cattedra di Pietro a quell’epoca; membri di una mezza dozzina di famiglie romane o fiorentine, talora francesi, che si succedevano sul trono d’oro (credete che Michelangelo e Raffaello venissero gratis?). Solo quando gli eccessi dei Papi irresponsabili provocarono la Riforma, ossia la Revulsione luterana, le grandi famiglie romane accettarono a dare il trono, divenuto rovente, ad asceti e monaci mistici digiunatori. Ciò non toglie che la successione apostolica continuasse ininterrotta a Roma, e quei Papi anche discutibili fossero legittimi successori di Pietro; e di conseguenza, che ogni prete che consacra pane e vino con la dovuta formula liturgica, attua la Presenza Reale: la sola cosa che conta. Per il resto, sopportiamo pazientemente un Papa mal educato, tirannico, che non ci ama come suoi figli.

Del resto, anche lodandolo quando è opportuno. Per esempio, ecco la cosa sorprendente che Bergoglio ha detto recentemente (copio e incollo dal blog di Sandro Magister):

«…La liturgia non è apparsa finora in primo piano nella visione di papa Francesco (…) non una parola di più, se non per il “preoccupante rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione”. Ma lunedì 10 febbraio, all’improvviso, Jorge Mario Bergoglio ha rotto il silenzio e ha dedicato alla liturgia l’intera omelia della messa mattutina nella cappella di Santa Marta. Dicendo cose che non aveva mai detto in precedenza, da quando è papa. Quella mattina, nella Messa si leggeva il primo libro dei Re, quando durante il regno di Salomone la nube, la gloria divina, riempì il tempio e “il Signore decise di abitare nella nube”. Prendendo spunto da quella teofania, papa Jorge Mario Bergoglio ha detto che “nella liturgia eucaristica Dio è presente”, in modo ancor “più vicino” che nella nube nel tempio, la sua “è una presenza reale”. E ha proseguito: “Quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. La messa non è una rappresentazione, è un’altra cosa. È vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo”. Più avanti il papa ha detto: “La liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio, lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. È la nube di Dio che ci avvolge tutti”. E tornando a un suo ricordo d0infanzia: “Io ricordo che da bambino, quando ci preparavano alla prima comunione, ci facevano cantare: ‘O santo altare custodito dagli angeli’, e questo ci faceva capire che l’altare era davvero custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio”. Avviandosi alla conclusione, Francesco ha invitato i presenti a “chiedere oggi al Signore che dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia, e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare. Lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni a entrare nel mistero di Dio”».

Ebbene: quel che ha detto, sono esattamente i motivi per cui noi vecchi siamo nostalgici, e i giovani hanno bisogno del Vetus Ordo: per entrare nello spazio di Dio, nel mistero di Dio.

Che queste parole gli siano state dettate da un ghost writer (dicono che ne abbia tre) o dallo Spirito Santo, una cosa è evidente: se si prendesse in parola, Bergoglio vedrebbe svanire il suo pregiudizio e cesserebbe di perseguitare e detestare, vedere come un pericolo, gli ordini che, per l’uso della Messa Antica, vedono aumentare le vocazioni e i fedeli.

Ancora una volta dobbiamo constatare che è come se esistessero due Bergoglio. E questo non va bene, Santità…

1) Corrispondenza del card. Ratzinger con padre Matia Augé., tra il novembre 1998 e il febbraio 1999. Citata da Madre Francesca dell’Immacolata nel saggio «Le origini apostolico-patristiche della Messa cosideetta tridentina», nella raccolta Il Motu Proprio Summorum Pontificum di SS. Benedetto XVI, una speranza per tutta la Chiesa – a cura di p. Vincenzo M. Nuara OP. Fede e Cutlura, 2011

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Contro-rivoluzione liturgica – Il caso “silenziato” di Padre Calmel

cristianesimocattolico:

di Cristiana de Magistris (02/02/2014)

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Religioso domenicano e teologo tomista di non comune spessore, direttore di anime apprezzato e ricercato su tutto il suolo francese, scrittore cattolico d’una logica stringente e d’una chiarezza inequivocabile, padre Roger-Thomas Calmel (1914-1975) negli anni ruggenti del Concilio e del post-concilio si distinse per la sua azione controrivoluzionaria esercitata – attraverso la predicazione, gli scritti e soprattutto l’esempio – sia sul piano dottrinale sia su quello liturgico.

Ma su un punto ben preciso la resistenza di questo figlio di san Domenico raggiunse l’eroismo: la Messa, poiché è sulla redenzione operata da Cristo sul Calvario e perpetuata sugli altari che si fonda la Fede cattolica. Il 1969 fu l’anno fatidico della rivoluzione liturgica, lungamente preparata e infine imposta d’autorità ad un popolo che non l’aveva chiesta né la desiderava.

La nascita della nuova Messa non fu pacifica. A fronte dei canti di vittoria dei novatores, vi furono le voci di chi non voleva calpestare il passato quasi bimillenario di una Messa che risaliva alla tradizione apostolica. Questa opposizione ebbe il sostegno di due cardinali di Curia (Ottaviani e Bacci), ma rimase del tutto inascoltata.

L’entrata in vigore del nuovo Ordo Missae era fissata per il 30 novembre, prima domenica d’Avvento, e le opposizioni non tendevano a placarsi. Lo stesso Paolo VI, in due udienze generali (19 e 26 novembre 1969), intervenne presentando il nuovo rito della Messa come volontà del Concilio e come aiuto alla pietà cristiana.

Il 26 novembre il Papa disse: “Nuovo rito della Messa: è un cambiamento, che riguarda una venerabile tradizione secolare, e perciò tocca il nostro patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’un’intangibile fissità, e dover portare sulle nostre labbra la preghiera dei nostri antenati e dei nostri Santi, e dare a noi il conforto di una fedeltà al nostro passato spirituale, che noi rendevamo attuale per trasmetterlo poi alle generazioni venture. Comprendiamo meglio in questa contingenza il valore della tradizione storica e della comunione dei Santi. Tocca questo cambiamento lo svolgimento cerimoniale della Messa; e noi avvertiremo, forse con qualche molestia, che le cose all’altare non si svolgono più con quella identità di parole e di gesti, alla quale eravamo tanto abituati, quasi a non farvi più attenzione. Questo cambiamento tocca anche i fedeli, e vorrebbe interessare ciascuno dei presenti, distogliendoli così dalle loro consuete devozioni personali, o dal loro assopimento abituale. …”. E proseguiva dicendo che bisogna comprendere il significato positivo delle riforme e fare della Messa “una tranquilla ma impegnativa palestra di sociologia cristiana”.

“Sarà bene – avvertiva Paolo VI nella medesima udienza – che ci rendiamo conto dei motivi, per i quali è introdotta questa grave mutazione: l’obbedienza al Concilio, la quale ora diviene obbedienza ai Vescovi che ne interpretano e ne eseguiscono le prescrizioni…”. Per sedare le opposizioni al Papa non rimaneva che l’argomento di autorità. Ed è su questo argomento che si giocò tutta la partita della rivoluzione liturgica.

Padre Calmel, che con i suoi articoli fu assiduo collaboratore della rivista Itinéraires, aveva già affrontato il tema dell’obbedienza, divenuto nel post-concilio l’argomento di punta dei novatores. Ma, egli affermava, è esattamente in virtù dell’obbedienza che bisogna rifiutare ogni compromesso con la rivoluzione liturgica: “Non si tratta di fare uno scisma ma di conservare la tradizione”. Con sillogismo aristotelico faceva notare: “L’infallibilità del Papa è limitata, dunque la nostra obbedienza è limitata”, indicando il principio della subordinazione dell’obbedienza alla verità, dell’autorità alla tradizione. La storia della Chiesa ha casi di santi che furono in contrasto con l’autorità di papi che non furono santi. Pensiamo a sant’Atanasio scomunicato da papa Liberio, a san Tommaso Becket sospeso da papa Alessandro III. E soprattutto a santa Giovanna d’Arco.

Il 27 novembre 1969, tre giorni prima della data fatidica in cui entrò in vigore il Novus Ordo Missae, padre Calmel espresse il suo rifiuto con una dichiarazione d’eccezionale portata, resa pubblica sulla rivista Itinéraires.

“Mi attengo alla Messa tradizionale – dichiarò –, quella che fu codificata, ma non fabbricata, da San Pio V, nel XVI secolo, conformemente ad un uso plurisecolare. Rifiuto dunque l’Ordo missae di Paolo VI.

Perché? Perché, in realtà, questo Ordo Missae non esiste. Ciò che esiste è una rivoluzione liturgica universale e permanente, permessa o voluta dal Papa attuale, e che riveste, per il momento, la maschera dell’Ordo Missae del 3 aprile 1969. È diritto di ogni sacerdote rifiutare di portare la maschera di questa rivoluzione liturgica. E stimo mio dovere di sacerdote rifiutare di celebrare la messa in un rito equivoco.

Se accettiamo questo nuovo rito, che favorisce la confusione tra la Messa cattolica e la cena protestante – come sostengono i due cardinali (Bacci e Ottaviani) e come dimostrano solide analisi teologiche – allora passeremmo senza tardare da una messa intercambiabile (come riconosce, del resto, un pastore protestante) ad una messa completamente eretica e quindi nulla. Iniziata dal Papa, poi da lui abbandonata alle Chiese nazionali, la riforma rivoluzionaria della messa porterà all’inferno. Come accettare di rendersene complici?

Mi chiederete: mantenendo, verso e contro tutto, la Messa di sempre, hai riflettuto a che cosa ti esponi? Certo. Io mi espongo, per così dire, a perseverare nella via della fedeltà al mio sacerdozio, e quindi a rendere al Sommo Sacerdote, che è il nostro Giudice supremo, l’umile testimonianza del mio ufficio sacerdotale. Io mi espongo altresì a rassicurare dei fedeli smarriti, tentati di scetticismo o di disperazione. Ogni sacerdote, in effetti, che si mantenga fedele al rito della Messa codificata da San Pio V, il grande Papa domenicano della controriforma, permette ai fedeli di partecipare al santo Sacrificio senza alcun possibile equivoco; di comunicarsi, senza rischio di essere ingannato, al Verbo di Dio incarnato e immolato, reso realmente presente sotto le sacre Specie. Al contrario, il sacerdote che si conforma al nuovo rito, composto di vari pezzi da Paolo VI, collabora per parte sua ad instaurare progressivamente una messa menzognera dove la Presenza di Cristo non sarà più autentica, ma sarà trasformata in un memoriale vuoto; perciò stesso, il Sacrificio della Croce non sarà altro che un pasto religioso dove si mangerà un po’ di pane e si berrà un po’ di vino. Nulla di più: come i protestanti. Il rifiuto di collaborare all’instaurazione rivoluzionaria di una messa equivoca, orientata verso la distruzione della Messa, a quali disavventure temporali, a quali guai potrà mai portare? Il Signore lo sa: quindi, basta la sua grazia. In verità, la grazia del Cuore di Gesù, derivata fino a noi dal santo Sacrificio e dai sacramenti, basta sempre. È perciò che il Signore ci dice così tranquillamente: “Colui che perde la sua vita in questo mondo per causa mia, la salverà per la vita eterna”.

Riconosco senza esitare l’autorità del Santo Padre. Affermo tuttavia che ogni Papa, nell’esercizio della sua autorità, può commettere degli abusi d’autorità. Sostengo che il papa Paolo VI ha commesso un abuso d’autorità di una gravità eccezionale quando ha costruito un nuovo rito della messa su una definizione della messa che ha cessato di essere cattolica. “La messa – ha scritto nel suo Ordo Missae – è il raduno del popolo di Dio, presieduto da un sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore”. Questa definizione insidiosa omette a priori ciò che fa la Messa cattolica, da sempre e per sempre irriducibile alla cena protestante. E ciò perché per la Messa cattolica non si tratta di qualunque memoriale; il memoriale è di tal natura che contiene realmente il sacrificio della Croce, perché il Corpo e il Sangue di Cristo sono resi realmente presenti in virtù della duplice consacrazione. Ora, mentre ciò appare così chiaro nel rito codificato da San Pio V da non poter esser tratti in inganno, in quello fabbricato da Paolo VI rimane fluttuante ed equivoco. Parimenti, nella Messa cattolica, il sacerdote non esercita una presidenza qualunque: segnato da un carattere divino che lo introduce nell’eternità, egli è il ministro di Cristo che fa la Messa per mezzo di lui; ben altra cosa è assimilare il sacerdote a un qualunque pastore, delegato dai fedeli a mantenere in buon ordine le loro assemblee. Orbene, mentre ciò è certamente evidente nel rito della Messa prescritta da San Pio V, è invece dissimulato se non addirittura eliminato nel nuovo rito.

La semplice onestà quindi, ma infinitamente di più l’onore sacerdotale, mi chiedono di non aver l’impudenza di trafficare la Messa cattolica, ricevuta nel giorno della mia ordinazione. Poiché si tratta di essere leale, e soprattutto in una materia di una gravità divina, non c’è autorità al mondo, fosse pure un’autorità pontificale, che possa fermarmi. D’altronde, la prima prova di fedeltà e d’amore che il sacerdote deve dare a Dio e agli uomini è quella di custodire intatto il deposito infinitamente prezioso che gli fu affidato quando il Vescovo gl’impose le mani. È anzitutto su questa prova di fedeltà e d’amore che io sarò giudicato dal Giudice supremo. Confido che la Vergine Maria, Madre del Sommo sacerdote, mi ottenga la grazia di rimanere fedele fino alla morte alla Messa cattolica, vera e senza equivoco. Tuus sum ego, salvum me fac (sono tutto vostro, salvatemi)”.

Di fronte a un testo di tale spessore e ad una presa di posizione così categorica, tutti gli amici e i sostenitori di padre Calmel tremarono, attendendo da Roma le più dure sanzioni. Tutti, tranne lui, il figlio di san Domenico, che continuava a ripetere: “Roma non farà niente, non farà niente…”. E difatti Roma non fece nulla. Le sanzioni non arrivarono. Roma tacque davanti a questo frate domenicano che non temeva nulla se non il Giudice supremo a cui doveva render conto del suo sacerdozio.

Altri sacerdoti, grazie alla dichiarazione di padre. Calmel, ebbero il coraggio di uscire allo scoperto e di resistere ai soprusi di una legge ingiusta e illegittima. Contro coloro che raccomandavano l’obbedienza cieca alle autorità, egli mostrava il dovere dell’insurrezione. “Tutta la condotta di santa Giovanna d’Arco mostra che ella ha pensato così: Certo, è Dio che lo permette; ma ciò che Dio vuole, almeno finché mi resterà un esercito, è che io faccia una buona battaglia e giustizia cristiana. Poi fu bruciata […]. Rimettersi alla grazia di Dio non significa non far nulla. Significa invece fare, rimanendo nell’amore, tutto ciò che è in nostro potere […]. A chi non abbia meditato sulle giuste insurrezioni della storia, come la guerra dei Maccabei, le cavalcate di santa Giovanna d’Arco, la spedizione di Giovanni d’Austria, la rivolta di Budapest, a chiunque non sia entrato in sintonia con le nobili resistenze della storia […] io rifiuto il diritto di parlare di abbandono cristiano […] l’abbandono non consiste nel dire: Dio non vuole la crociata, lasciamo fare ai Mori. Questa è la voce della pigrizia”.

Non si può confondere l’abbandono soprannaturale con una supina obbedienza. “Il dilemma che si pone a tutti – avvertiva padre Calmel – non è di scegliere tra l’obbedienza e la fede, ma tra l’obbedienza della fede e la collaborazione con la distruzione della fede”. Tutti noi siamo invitati a fare “nei limiti che ci impone la rivoluzione, il massimo di ciò che possiamo fare per vivere della tradizione con intelligenza e fervore. Vigilate et orate”.

Padre Calmel aveva compreso perfettamente che la forma di violenza esercitata nella “Chiesa post-conciliare” è l’abuso di autorità, esplicato esigendo un’obbedienza incondizionata. Alla quale i chierici e molti laici si piegarono senza tentare alcuna forma di resistenza. “Questa assenza di reazione – notava Louis Salleron – mi pare tragica. Perché Dio non salva i cristiani senza di essi, né la sua Chiesa senza di essa”.

“Il modernismo fa camminare le sue vittime sotto il vessillo dell’obbedienza – scriveva il religioso domenicano–, ponendo sotto sospetto di orgoglio qualunque critica delle riforme, in nome del rispetto che si deve al papa, in nome dello zelo missionario, della carità e dell’unità”.

Quanto al problema dell’obbedienza in materia liturgica, padre Calmel osservava: “La questione dei nuovi riti consiste nel fatto che sono ambivalenti: essi perciò non esprimono in modo esplicito l’intenzione di Cristo e della Chiesa. La prova è data dal fatto che anche gli eretici l’usano con tranquillità di coscienza, mentre rigettano e hanno sempre rigettato il Messale di san Pio V”. “Bisogna essere o sciocchi o paurosi (o l’uno e l’altro insieme) per considerarsi legati in coscienza da leggi liturgiche che cambiano più spesso della moda femminile e che sono ancora più incerte”.

Nel 1974 in una conferenza diceva: “La Messa appartiene alla Chiesa. La nuova Messa non appartiene che al modernismo. Mi attengo alla Messa cattolica, tradizionale, gregoriana, poiché essa non appartiene al modernismo […]. Il modernismo è un virus. È contagioso e bisogna fuggirlo. La testimonianza è assoluta. Se rendo testimonianza alla Messa cattolica, occorre che io mi astenga dal celebrarne altre. È come l’incenso bruciato agli idoli: o un grano o nulla. Dunque, nulla”.

Nonostante l’aperta resistenza di padre Calmel contro le innovazioni liturgiche, da Roma non giunse mai alcuna sanzione. La logica del padre domenicano era troppo serrata, la sua dottrina troppo ortodossa, il suo amore alla Chiesa e alla sua perenne tradizione troppo leale perché lo si potesse attaccare. Non si intervenne contro di lui poiché non lo si poteva. Allora si avvolse il caso nel più omertoso silenzio, al punto che il teologo domenicano – noto, in parte, al mondo tradizionale francese – è pressoché sconosciuto nel resto dell’orbe cattolico.

Nel 1975, padre Calmel si spegneva prematuramente, coronando il suo desiderio di fedeltà e di resistenza. Nella sua Dichiarazione del 1969 aveva chiesto alla Santissima Vergine di “rimanere fedele fino alla morte alla Messa cattolica, vera e senza equivoco”. La Madre di Dio esaudì il desiderio di questo figlio prediletto che morì senza aver mai celebrato la Messa nuova per rimaner fedele al supremo Giudice al quale doveva rispondere del suo sacerdozio.

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Cristianesimo Cattolico: ANCORA SULLA LITURGIA. RICORDI E ATTUALITA’

cristianesimocattolico:

di Giovanni Lugaresi (Riscossa Cristiana, 22/08/2013)

Giova tornare a parlare della liturgia. Anch’io come la gentile autrice (Carla D’Agostino Ungaretti) nei ricordi faccio spesso riferimento all’esperienza personale, perché penso sia emblematico di un tempo, di una temperie, di una…

Cristianesimo Cattolico: ANCORA SULLA LITURGIA. RICORDI E ATTUALITA’

IL PAPA, I VESCOVI PUGLIESI E IL VANTAGGIO DI RITROVARSI TUTTI MUSULMANI

di Francesco Colafemmina (2805/2013)

Abbassare ciò che è in alto e innalzare ciò che è in basso. Un programma estremamente chiaro sebbene dagli esiti incerti. È il programma attuale della Chiesa Cattolica. Si sfronda qua e là col machete, e non importa se si dà la comunione in piedi e senza la patena, se sull’altare ci sono due o sette candelabri, se il Papa veste di bianco o di nero, non importa. Importa l’essenziale che è poi un Dio inclusivo, i cui apostoli erano dei rozzi intolleranti, la cui Chiesa è stata per anni la “Chiesa del no”, una Chiesa talmente perversa da aver condotto guerre, crociate in nome di Dio.

E forse sarebbe stato meglio farsi sterminare e convertire mille anni fa. O cinquecento anni fa, o quattrocento anni fa. Avremmo un altissimo minareto nel centro di Vienna e una moschea al posto di San Pietro, ma in compenso non potremmo sentire Radio Vaticana esaltare film dedicati ai compiaciuti accoppiamenti di adolescenti lesbiche esaltati come fossero gli ideali amplessi di un romanzo delle sorelle Brontë, non potremmo vedere il Cardinal Bagnasco dare l’Eucaristia (ridotta concettualmente ad un semplice pezzo di pane) ad un notorio depravato dalla spiritualità confusa almeno quanto la sua identità sessuale, non potremmo leggere le sconclusionate omelie oggi di moda, solitamente condite con un po’ di Dio spray, poco sale e tanto peperoncino all’aceto.

Tristi destini del Cattolicesimo decadente, come la società europea che ha prodotto. Sessant’anni di rivoluzione permanente e questo è il risultato: una Chiesa sciatta e sgarrupata, intimidita dal potere, complice delle imperanti ideologie mondane. Poi ci lamentiamo se le chiese sono disgustose… Come potrebbe un simile clero immerso in un perenne spleen soporifero edificare le grandiose creazioni del passato? Già è tanto se riescono a mettersi una casula decente, figuriamoci ora le chiese… Si discute poi tanto delle recenti esternazioni dei loquaci vescovi pugliesi, tutte volte alla santificazione del Papa. In realtà volte alla giustificazione personale. Così Mons. Di Molfetta che mentre pensa a costruire una nuova cripta nel duomo di Cerignola onde ospitare la sua augusta salma nel lontano giorno della sua dipartita, d’altro canto deve apparire più francescano di papa Francesco e dunque farsi bello con la condivisione dei messaggi papali sulla povertà e sulla Chiesa in cerca di periferie. Così Mons. Padovano il cui obiettivo è dimostrare che il “tradizionalismo” oltre a dover essere oggetto di “vigilanza” (termine solitamente riservato all’antisemitismo) deve sapersi integrare così come fa Mons. Marini con il Papa. Messaggio occultamente rivolto a qualche consultore dell’ufficio per le celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice e ai suoi seguaci in terra di Puglia, piuttosto invisi al Padovano. Così Mons. Martella, tutto intento al culto dontoninobellista della povertà e dell’accoglienza. Sono così i nostri Vescovi, li rispettiamo e gli vogliamo bene, ma pretenderemmo meno chiacchiere e più fatti!

Detto questo, sarò forse un cattolico depresso o acido o tragico? No, sono felice perché credo, perché ancora riesco a contemplare il creato e a farmi largo nella giungla del brutto, del deforme, cercando il bello nelle piccole cose. Ma sono un cattolico incazzato! Non sopporto più la retorica delle buone intenzioni e la doppiezza dei discorsi buonisti. Vorrei vedere dedizione in chi dovrebbe vigilare sulla fede e in vece continuo a vedere un’inesausta gara all’inseguimento del mondo. Signore, per carità, convertili, donagli più luce perché nonostante tutto continuano a brancolare nel buio!

La messa antica non si tocca, il Papa gesuita spiazza ancora tutti

I vescovi pugliesi chiedono il ritiro del motu proprio di Ratzinger. Bergoglio dice no, servono cose nuove e antiche.

di Matteo Matzuzzi (28/05/2013)

Chi pensava che con l’arrivo al Soglio di Pietro del gesuita sudamericano Jorge Mario Bergoglio la messa in latino nella sua forma extra-ordinaria fosse archiviata per sempre, aveva fatto male i conti. Il motu proprio ratzingeriano del 2007, il Summorum Pontificum, non si tocca, e il messale del 1962 di Giovanni XXIII (che poi è l’ultima versione di quello tridentino del Papa santo Pio V) è salvo. Quel rito con il celebrante rivolto verso Dio e non verso il popolo, con le balaustre a separare i banchi per i fedeli dal presbiterio, non è un’anticaglia, detrito da spedire in qualche museo a impolverarsi. E’ stato proprio il Pontefice regnante a dirlo, ricevendo qualche giorno fa nel Palazzo apostolico la delegazione dei vescovi pugliesi giunti a Roma in visita ad limina apostolorum, come fa tutto l’episcopato mondiale ogni cinque anni.

Come ha scritto sul suo blog il vaticanista Sandro Magister, i vescovi pugliesi sono stati i più loquaci, con clero e giornalisti. La scorsa settimana, il capo della diocesi di Molfetta, Luigi Martella, ha raccontato come Francesco sia pronto a firmare entro l’anno l’enciclica sulla fede che Benedetto XVI starebbe portando a termine nella tranquillità del monastero Mater Ecclesiae, aggiungendo addirittura che Bergoglio ha già pensato alla sua seconda lettera pastorale, dedicata alla povertà e intitolata “Beati pauperes”. Dichiarazioni che hanno costretto la Santa Sede a smentire, rettificare e chiarire, con padre Federico Lombardi che invitava a pensare “a un’enciclica per volta”. Poi è toccato al vescovo di Conversano e Monopoli, Domenico Padovano, che al clero della sua diocesi ha raccontato come la priorità dei vescovi della regione del Tavoliere sia stata quella di spiegare al Papa che la messa in rito antico sta creando grandi divisioni all’interno della chiesa. Messaggio sottinteso: il Summorum Pontificum va cancellato, o quanto meno fortemente limitato. Ma Francesco ha detto no.

E’ sempre monsignor Padovano a dirlo, spiegando che Francesco ha risposto loro di vigilare sugli estremismi di certi gruppi tradizionalisti, ma suggerendo altresì di far tesoro della tradizione e di creare i presupposti perché questa possa convivere con l’innovazione. A tal proposito, come scrive Magister, Bergoglio avrebbe pure raccontato le pressioni subite dopo l’elezione per avvicendare il Maestro delle cerimonie liturgiche, quel Guido Marini dipinto al Papa come un tradizionalista che andava rimandato a Genova, la città che nel 2007 lasciò a malincuore obbedendo alla volontà di Benedetto XVI che lo volle a Roma. Anche in questo caso, però, Francesco ha opposto il suo rifiuto a ogni cambiamento nell’ufficio delle cerimonie. E lo ha fatto “per fare tesoro della sua preparazione tradizionale”, consentendo al mite e poco protagonista Marini di “avvantaggiarsi della mia formazione più emancipata”.

La differenza culturale c’è tutta, il gesuita che per tradizione ignaziana “nec rubricat nec cantat” si trova improvvisamente catapultato in una realtà in cui negli ultimi otto anni erano stati pazientemente e lentamente recuperati elementi liturgici abbandonati negli ultimi trenta-quarant’anni, giustificando così chi vedeva nel Concilio una rottura anche in campo liturgico. Il filo conduttore delle cerimonie benedettiane era riassumibile nella sintesi tra solennità e compostezza: il ritorno sull’altare dei sette alti candelabri e della croce centrale e gli avvisi a non applaudire ne sono un esempio. E poi il latino, lingua della chiesa, che veniva usato per le celebrazioni non più solo a Roma ma in ogni angolo del pianeta, Africa compresa. Non pochi, guardando il volto serio di Marini quella sera di marzo mentre Bergoglio appariva per la prima volta alla Loggia delle Benedizioni con la semplice talare bianca, senza mozzetta né stola, avevano previsto un avvicendamento imminente. Invece Francesco sa che Roma non è Buenos Aires, che fare il Papa richiede anche di mantenere un apparato simbolico ancorato nella storia e nella tradizione millenaria della chiesa cattolica.

La continuità che non piace a tutti

Un recupero, quello avvenuto negli anni di Benedetto XVI, che a molti non è piaciuto, anche dentro le Mura leonine. Monsignor Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio segreto vaticano, diceva lo scorso 7 maggio a margine della presentazione della costituzione d’indizione del Concilio “Humanae  salutis” che “quando oggi vedo in certi altari delle basiliche quei sette candelabri bronzei che sovrastano la croce mi viene da pensare che ancora poco è stato capito della costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium”. Ecco perché qualcuno, come il vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano, monsignor Felice Di Molfetta – che da sempre considera la messa in forma extra-ordinaria incompatibile con il messale di Paolo VI, espressione ordinaria della lex orandi della chiesa cattolica di rito latino – qualche giorno fa ha fatto sapere ai fedeli della sua diocesi di essersi vivamente rallegrato con Francesco “per lo stile celebrativo che ha assunto, ispirato alla nobile semplicità sancita dal Concilio”.

Occhio, la liturgia non può essere povera, la sua ricchezza è simbolo di alterità e divinità

cristianesimocattolico:

di Mattia Rossi (04/04/2013)

L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.

In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.

Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. È evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.

B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22). 

E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).