Dibattiti, libri e polemiche sinodali

Quelli che vogliono separare ciò che Dio ha unito…

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Ci sono Vescovi e vescovi  (il maiuscolo ed il minuscolo non sono casuali nel titolo, come nell’articolo)

da ANTICLERICALI CATTOLICI

Quanto segue trova radice in un articolo del Blog “Senza peli sulla lingua”, e da noi ulteriormente approfondito. Se c’è una questione chiara, definitivamente risolta, questa è l’esclusione delle donne dal Sacramento dell’Ordine. Eppure esiste un folto gruppo  di cattolici “radical chic”, spesso guidato in sordina da alcuni vescovi (o veceversa, vescovi che si lasciano guidare da questi laici), che sovente torna all’attacco cercando di obbligare la Chiesa a piegarsi alle loro imposizioni di potere. Sì, perché l’imposizione del sacerdozio femminile è una matrice di potere, potere protestante contro la legge della Chiesa, poteri forti che sotto il pretesto di una falsa uguaglianza, pretendono di dominare il culto della Chiesa il quale, a questo punto, non sarebbe più “dato, donato, sceso dall’Alto”, ma un culto proveniente dal basso, soggettivo, divenendo un diritto-possessivo, sotto il controllo del potere dominante e della moda (femminista in questo caso) dominate. In un articolo del settembre 2012, dopo la morte del cardinale Martini, si riporta come elogio il fatto che egli, in modo garbato e non aggressivo, volesse far comprendere alla Santa Sede e al Papa in primis, che fosse giunta l’ora di cedere su questo argomento. Naturalmente questa posizione è stata accolta da tutti gli ambienti catto-progressisti, facendo del medesimo cardinale l’icona dell’ennesimo “santo” incompreso, e della Chiesa una “cattiva matrigna”, antica e non al passo con i tempi. Tutti gli elementi per risolvere la questione erano già contenuti nella dichiarazione della Sacra Congregazione per la dottrina della fede Inter insigniores del 15 ottobre 1976. L’unico limite di quella dichiarazione era la sua “nota dottrinale”: essa veniva presentata come un documento “disciplinare, autorevole e ufficiale”, ma non “infallibile né irreformabile” (cf Enchiridion Vaticanum, vol. 5, pp. 1392-3, in nota). Forse proprio per tale motivo quella dichiarazione non pose fine alle discussioni in materia. Fu cosí che Giovanni Paolo II si sentí costretto a intervenire di nuovo, in maniera piú autorevole, con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis del 22 maggio 1994. Non venivano portate nuove motivazioni a sostegno della non-ammissione delle donne al sacerdozio. Si trattava semplicemente di porre fine alle interminabili discussioni in materia: «Benché la dottrina circa l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini sia conservata dalla costante e universale Tradizione della Chiesa e sia insegnata con fermezza dal Magistero nei documenti piú recenti, tuttavia nel nostro tempo in diversi luoghi la si ritiene discutibile, o anche si attribuisce alla decisione della Chiesa di non ammettere le donne a tale ordinazione un valore meramente disciplinare. «Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» (n. 4). Le espressioni usate non lasciano dubbi. Eppure anche in questo caso ci fu bisogno di un ulteriore intervento della Santa Sede per precisare il valore del pronunciamento pontificio. Ciò avvenne con la risposta a un dubbio da parte della Congregazione per la dottrina della fede in data 28 ottobre 1995: «Dubbio: Se la dottrina, secondo la quale la Chiesa non ha la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, proposta nella Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis, come da tenersi in modo definitivo, sia da considerarsi appartenente al deposito della fede. Risposta: Affermativa. «Questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall’inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale (cf Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 25, 2). Pertanto, nelle presenti circostanze, il Sommo Pontefice, nell’esercizio del suo proprio ministero di confermare i fratelli (cf Lc 22:32) ha proposto la medesima dottrina con una dichiarazione formale, affermando esplicitamente ciò che si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede». Tale intervento della CDF, a firma dell’allora Cardinale Ratzinger, precisa che la dottrina contenuta nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis è definitiva e infallibile (praticamente si tratta del secondo caso in cui è stata esercitata l’infallibilità pontificia dopo la sua definizione nel Concilio Vaticano I; la prima volta era stata con il dogma dell’Assunzione). A questi interventi specifici vanno aggiunti il can. 1024 «Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile» e, se questo non dovesse apparire sufficiente per il suo carattere giuridico, il n. 1577 del Catechismo della Chiesa cattolica dice: «“Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile [“vir”]”. Il Signore Gesù ha scelto uomini [“viri”] per formare il collegio dei dodici Apostoli, e gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori che sarebbero loro succeduti nel ministero. Il collegio dei Vescovi, con i quali i presbiteri sono uniti nel sacerdozio, rende presente e attualizza fino al ritorno di Cristo il collegio dei Dodici. La Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile». Che altro ci si dovrebbe aspettare dalla suprema autorità della Chiesa per porre fine alle discussioni su una determinata questione? Appare evidente che “poteri occulti e forti” vorrebbero imporre alla Chiesa ciò che non è possibile modificare. Probabilmente la Chiesa (intesa nella sua legittima autorevolezza ) questo lo sa bene e forse proprio per questo non pretende più il silenziatore nei confronti di chi, come il cardinale Martini, o il vergognoso brindisi del cardinale Tettamanzi con una pretessa (vedi foto), in modo subdolo e perverso, pretendevano (o pretenderebbero ancora) radicali cambiamenti in talune dottrine. La Chiesa, in qualità di Madre, forse pensa e spera che il Magistero ufficiale proclamato sia sufficiente per mettere in guardia i fedeli dai cattivi pastori, dai falsi maestri, dagli imbonitori tuttavia, guardando la foto stessa, non era forse compito di quel cardinale mettere in guardia la pretessa di trovarsi di fronte ad un grave peccato e ad una usurpazione di ruolo, anzichè brindare insieme per la sua promozione al ministero che non le compete? Certo, trattandosi di una comunità eretica, il cardinale poteva non intromettersi nella discussione, ma qui l’ospite è proprio il cardinale, e come si sarebbe comportato un san Carlo Borromeo? Avrebbe davvero brindato con una pretessa, per giunta di una comunità eretica che rifiuta di riconoscere il Primato Petrino nello svolgimento del suo legittimo ministero; che usa la liturgia per benedire situazioni che nella dottrina cattolica sono gravi forme di peccato e di adulteri? Le pecorelle già smarrite dallo stordimento mondano, come potrebbero ritornare all’ovile davanti a queste situazioni ambigue? Chi mette in pratica la Parola di Dio se certo Clero gerarchico brinda con le pretesse o va dicendo che è giunta l’ora di cambiare dottrina e restano ai loro posti di comando e di potere? Non è forse anche questo parte dello scandalo denunciato dal Cristo? ”praedica verbum, insta opportune, importune, argue, increpa, obsecra in omni longanimitate et doctrina.

* annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina”. (2Tim.4,2)

Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo (XXV settimana del Tempo Ordinario, Uff. delle Letture) (Disc. 46, 14-15; CCL 41, 541-542)

Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna

«E non avete riportato le disperse, non siete andati in cerca delle smarrite» (Ez 34, 4). Da questo momento ci troviamo come tra le mani di ladri e le zanne di lupi furiosi e per questi pericoli vi domandiamo preghiere. Per di più anche le pecore non sono docili. Se noi andiamo in cerca di loro quando si smarriscono, dicono, per loro errore e per loro rovina, che non ci appartengono. Perché ci desiderate, esse dicono, perché venite in cerca di noi? Come se il motivo per cui le desideriamo e le cerchiamo non sia proprio questo, proprio il fatto cioè che sono smarrite e si perdono. Se sono nell’errore, dicono, se sono vicino a morte, perché mi desideri? Perché mi cerchi? Rispondo: Perché sei nelL’errore, voglio richiamarti; perché ti sei smarrito, voglio ritrovarti. Replicano: Voglio smarrirmi così, voglio perdermi così. Così vuoi smarrirti, così vuoi perderti? Ma io con tanta maggior forza non voglio questo. Te lo dico chiaramente: Voglio essere importuno. Poiché mi risuonano alla mente le parole dell’Apostolo che dice: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna» (2 Tm 4, 2). Per chi a tempo opportuno e per chi a tempo non opportuno? Certamente a tempo opportuno, per chi vuole; a tempo inopportuno, per chi non vuole. Sono proprio importuno e oso dirtelo: Tu vuoi smarrirti, tu vuoi perderti, io invece non lo voglio. Alla fin fine non lo vuole colui che mi incute timore. Qualora io lo volessi, ecco che cosa mi direbbe, ecco quale rimprovero mi rivolgerebbe: «Non avete riportato le disperse, non siete andati in cerca delle smarrite». Devo forse avere più timore di te che di lui? «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo» (2 Cor 5, 10). Riporterò quindi la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita; che tu voglia o no, lo farò. Anche se nella mia ricerca sarò lacerato dai rovi della selva, mi caccerò nei luoghi più stretti, cercherò per tutte le siepi, percorrerò ogni luogo, finché mi sosteranno quelle forze che il timore di Dio mi infonde. Riporterò la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita. Se non vuoi il fastidio di dovermi sopportare, non sperderti, non smarrirti: E’ troppo poco se io mi contento di affliggermi nel vederti smarrita o sperduta. Temo che, trascurando te, abbia ad uccidere anche chi è forte. Senti infatti che cosa viene dopo: E le pecore grasse le avete ammazzate (cfr. Ez 34, 3). Se trascurerò la pecora smarrita, la pecora che si perde, anche quella che è forte si sentirà trascinata ad andar vagando e a perdersi.

Il Gigante Egoista. Peccati in pensiero, parole, opere e omissioni del cardinal Martini (parte1)

Martini se ne è andato con l’applauso del mondo. Per un cattolico non è proprio l’ideale: considerato che Cristo morì in Croce, senza dubbio circondato da una grande folla, ma non certo composta da suoi fan.

di Tea Lancellotti, da Papale Papale (18/09/2012)

Siamo all’ennesimo articolo sul cardinale più famoso del nostro tempo? No, per la verità ho ricevuto un incarico dal Mastino, un incarico fatto con parole così invitanti e convincenti alle quali non potevo dire di no: “per punizione le ho assegnato la summa teologica sul pensiero di Martini come compito da fare a casa e consegnare per il mesiversario”… Poiché con gli amici si condividono gioie e dolori, sarò lieta allora di affrontare con voi questo argomento sperando di cogliere elementi non dico inediti, ma almeno interessanti sia alla lettura quanto alla riflessione che vogliamo fare.

QUEL GESUITA TOSTO E GENTILE. MA TREMENDO NELL’IMPORRE IL SUO “INDISCUTIBILE” PUNTO DI VISTA

Chi era Carlo Maria Martini, dunque? Un gesuita tosto, una persona che incuteva rispetto quando gli stavi davanti – non solo per la statura fisica, ma soprattutto per quella intellettuale e di “buon pastore” – diciamo anche un gentiluomo d’altri tempi, educato, capace ascoltatore, ma tremendo quando, nelle risposte, voleva imporre il suo pensiero che allora diventava, in quel momento, “indiscutibile, infallibile”. Non ci soffermiamo, però, su questi aspetti perché chi lo ha conosciuto da vicino può giustamente aver ricevuto impressioni diverse e discordi sarebbero le testimonianze: ci inoltreremmo in uno spazio troppo privato e noi non vogliamo questo. Non vogliamo relativizzare uno dei prelati più “grandi” del nostro tempo (così almeno lo vede il gotha intellettuale). Del resto è assai più facile scrivere di una persona che non può più risponderti, ma a dire il vero, Martini non era il tipo da rispondere ai quesiti più semplici, non rispondeva mai alle critiche salvo trincerarsi in un qualche “hanno compreso male”… ma davvero erano i cattolici “semplici” a capire male? “Grande”: perché e quando si usa questo termine che giunge a noi nella tradizione latina col suo corrispettivo “Magno”, usato esclusivamente per due papi e un vescovo? Infatti abbiamo san Gregorio Magno e san Leone Magno, papi, e sant’Alberto Magno, vescovo domenicano, contemporaneo di Tommaso d’Aquino. Per ottenere tale titolo occorre avere avuto un impatto, appunto, “magno” nella storia del proprio tempo, un grande impatto sia nella Chiesa sia anche nel corso della storia. Giusto per fare un esempio: san Leone Magno seppe reggere e guidare con una capacità d’equilibrio, saggezza ed intelligenza, davvero oltre le sue forze di comune mortale, lo squassamento generato dalle forze avverse sia della politica del suo tempo sia dal fiume in piena di eresie che caratterizzavano l’andamento della Chiesa. Leone fu come un vero leone nella savana: seppe dominare i “mostri”, far fronte alle varie crisi in modo intemerato e fu un punto di riferimento solido, dottrinalmente credibile e convincente per tanti allo sbando. Non creò – egli stesso – confusione e conseguenti sbandate.

DAVVERO UN “GRANDE”? BISOGNA VEDERE IN COSA…

Non vogliamo fare paragoni con nessuno, ma è fondamentale che si cominci a pesare le parole e fare attenzione al loro reale significato etimologico, all’uso che facciamo di certi termini. Martini non fu dunque un “grande”? In questo senso, no! Senza dubbio fu un grande della discussione e del dialogo del nostro tempo, un grande ospite mediatico e dei salotti intellettuali, un grande riguardo all’amicizia con i non cattolici. Peccato però che non abbia saputo o potuto mantenere un certo equilibrio all’interno della Chiesa nella quale, invece, ha portato divisioni, ha generato rotture e diversità di credo, aggiungendo dosi quasi letali al già potente veleno del nostro tempo: quello del “contestare” con leggerezza e secondo una prospettiva mondana il magistero pontificio, in ossequio al mondo, più che alla verità, persino scritturale. In questo, Martini è stato un grande pur mantenendo egli stesso un certo rigorismo, almeno teorico, di obbedienza ai pontefici; ma senza vietarsi per alcuna ragione di dire la sua, il suo “secondo me”, anche quando questo andava contro quel magistero infallibile, contro quelle le stesse scritture dove è stato creduto – almeno per una certa vulgata – a torto o ragione, un luminare.

NON HA CREATO NUOVE DOTTRINE. SPERAVA SOLO DI “CONVINCERE” IL PAPA A CAMBIARE QUELLA CHE C’ERA

Immagino che i lettori si staranno chiedendo se per noi Martini fosse un eretico. Francamente non spetta a noi dirlo, non in questi termini. Non possiamo ignorare, però, che laddove ha avanzato posizioni che sono prossime all’eresia, molto saggiamente non le ha sposate come nuove dottrine, né ha mai creato gruppi o chiese o dottrine o comunità che portassero avanti le sue opinioni religiose. Semplicemente: attendeva sempre di poter convincere il Papa ad innovare la dottrina, cambiarla. Era un “possibilista” e questo non gli risparmia la nostra critica di eresia nelle sue idee e insegnamenti, poiché non poche persone, qualificatesi come “discepoli”, si rifanno alle sue opinioni e teorie; e con queste, superando persino il maestro, avanzano insegnando falsità e cercando di estorceRE alla Chiesa modifiche sulla disciplina in ordine ai sacramenti: per esempio la comunione ai divorziati risposati, l’annientamento del celibato sacerdotale, l’anarchia genetica, lo svuotamento della morale, ecc… Inoltre, non risulta nelle cronache mondane dei salotti intellettuali frequentati che qualche sua amicizia “dialogante” con i non cattolici, abbia prodotto conversioni: solo amicizie. Gesù, però, non venne per dialogare e per farsi degli “amici”. Senza dubbio Egli fu amico dell’uomo, amico degli smarriti, amico dei poveri, amico persino dei disperati, amico di coloro che lo ascoltavano e ne diventavano discepoli, ma i “suoi amici” erano coloro che si convertivano a Lui dopo averlo ascoltato. L’amicizia di Gesù era finalizzata alla conversione dell’amico, trasformava il nemico in amico, ma questo comportava appunto una conversione a Lui. Gesù fu amico di Giuda fino alla fine, gli era amico come lo era di Pietro: lui lo rinnegò e “pianse amaramente” convertendosi, Giuda lo tradì e s’impiccò perché non si convertì. Non ci interessa pertanto giudicare Martini quale persona santa o eretica, ma riguardo alle sue idee, alle sue opinioni, ai suoi insegnamenti sbagliati sì, abbiamo il dovere di fare sano discernimento e riconoscere gli errori per poter trattenere quanto ci fosse di buono. Eresia non è una parolaccia, significa proprio: scelta, scegliere, prendere. L’eresia è appunto la scelta di una “dottrina contraria al dogma e alla fede ortodossa preponderante…”: senza dubbio, Martini non fu mai contrario ai dogmi in quanto tali, ma quanto alla dottrina preponderante della Chiesa, ebbene, non fu certo lineare, né un “buon maestro”.

CAMBIANDO L’ORDINE DEGLI ADDENDI… IL RISULTATO E’ UNA CATASTROFE

Massimo Introvigne, in una nota diffusa su un social network, ha commentato la figura di Martini. Condivido totalmente un passo della nota e vorrei diventasse una specie di bussola per il nostro articolo. Leggiamo: “Martini non era un progressista nel senso in cui lo era, per esempio, il cardinale Michele Pellegrino (1903-1986) di Torino. Da Pellegrino, e da tanti come lui, Martini era diviso da un sentimento di fondo. Il cardinale gesuita non pensava affatto, come i veri progressisti, che la transizione dai valori della società tradizionale a quelli della società postmoderna, imperniata su un individualismo assoluto e sul rifiuto di ogni nozione di un’etica naturale, particolarmente in tema di sessualità, fosse uno sviluppo gioioso, trionfale e soltanto positivo. Mi sentirei di dire che aveva perfino una certa nostalgia della società tradizionale e dei suoi valori. Pensava però che quella società fosse morta per sempre, che quei valori se ne fossero andati senza nessuna possibilità di tornare, e che l’unica possibilità di sopravvivenza per la Chiesa fosse prenderne atto. O la Chiesa incontra il postmoderno e si adatta, pensava, o il postmoderno distruggerà la Chiesa, riducendola a un piccolo e irrilevante residuo. Qualcuno potrebbe dire che, con queste idee, Martini sbagliava teologia, dando troppo poco spazio alla speranza soprannaturale che anche corsi della storia che sembrano umanamente ineluttabili abbiano invece un esito diverso. Io penso piuttosto che sbagliasse sociologia”. Per quanto in lungo e in largo si possa scrivere di Martini, io credo e sono convinta che, con queste poche righe, Introvigne abbia davvero fatto centro: da queste riflessioni si può partire in ogni direzione. Credo che il cardinale Martini resterà per sempre una figura contraddittoria, controversa, non certo ciò che si dice un “dottore” della Chiesa. Ciò che avremmo da temere saranno i suoi “discepoli” per come porteranno avanti le sue opinioni contro il magistero perenne della Chiesa: non sono pochi infatti coloro che ritengono che il Concilio abbia dato vita ad una “nuova Chiesa”, che il passato sia morto per sempre seppellendo anche il Deposito della fede e che sia necessario oggi adattarsi al mondo, creare una nuova tradizione moderna per andare incontro all’uomo non tanto per convertirlo quanto per sostenerlo, e quindi abbracciare le sue idee cattolicizzandole, andare incontro al “postmoderno” e farlo proprio, farlo diventare cattolico. Dicono… Ci crederemmo quasi, non sapessimo – come la storia e l’esperienza incontrovertibilmente c’insegnano – che non talvolta, ma tutte le volte si verifica esattamente il contrario di questo schema: vanno per “cattolicizzare” e ne ritornano essi stessi non solo de-cattolicizzati del loro pur residuale cattolicesimo, ma persino anti-cattolici, marxisti se va bene, radicali se va male. In una parola si è realizzata la profezia di san Pio X sulla piaga del modernismo nella Chiesa. Modernismo, badate bene, che non è solo una corrente di pensiero o un gusto estetico: no no, è proprio una eresia, al pari, che so?, del pelagianesimo. Martini forse pensava alla regola matematica per la quale cambiando anche invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia: secondo le sue convinzioni, si poteva scendere a patti col mondo perché il Vangelo e la stessa missione della Chiesa sarebbero rimasti inalterati. Non funziona così. La Chiesa non vive di regole matematiche ma di proprie “regole” che non sono quelle “del mondo”. Modificando certe regole non solo il risultato è cambiato, ma è stato devastante e ha prodotto parte di quella scristianizzazione che, per frenarla ed invertirne la rotta, occorrerà ritornare necessariamente alle regole della Chiesa, sulle quali, di fatto, oggi insiste Benedetto XVI.

SANTO SUBITO? SE PER L’ANTE-PAPA (PAROLE SUE) L’APPLAUSO DEL MONDO SOSTITUISCE IL GIUDIZIO DI DIO

E’ diventata una costante fare dell’uomo che muore – e che ha un certo seguito – un “santo subito”, senza spesso conoscere davvero gli elementi necessari per una canonizzazione. Lo dico senza acredine, credendo anzi che il cardinale Martini sia stato accolto, in qualche modo, nella beatitudine eterna: dopotutto c’è di peggio, e il martinismo supera in peggio di gran lunga lo stesso Martini. Di lui si scrive da giorni: se ne è andato con l’applauso del mondo. Per un cattolico pure alto prelato, non è proprio l’ideale: considerato che Cristo morì in Croce, senza dubbio circondato da una grande folla, ma non certo composta da suoi fan. Mi piace condividere una riflessione di Claudia Cirami, caporedattrice di questo sito, che ha giustamente osservato: “E’ anche vero che il mondo, spesso, non attende altro che prendere l’uomo di Chiesa che gli sembra più vicino ed elevarlo ad icona anti-Magistero. Quanto però questa vicinanza sia reale è altra storia…”. C’è dunque anche questa lettura nella canonizzazione a buon mercato che molti invocano per il card. Martini. Tuttavia, è giusto anche ricordare che aveva deciso lui stesso, con parole sue, di definirsi un “ante-papa“, mostrando che probabilmente quella vicinanza al mondo era, nel suo caso, abbastanza forte. Ovviamente, ha trovato molti discepoli perché, diciamolo francamente, se un uomo del suo spessore si fa “ante-papa” chi ci impedisce di fare ognuno lo stesso passo? È questo l’esempio che deve dare un prelato? Spieghiamo bene il significato di “ante-papa”, come si definisce nelle sue famose Conversazioni notturne a Gerusalemme. Attenzione: non è lo stesso significato di “antipapa”. Come spiegava lo stesso cardinale in una intervista, ante-papa significa: “un precursore e preparatore per il Santo Padre”. Una specie di san Giovanni Battista? No, piuttosto uno che non vuole fare il Papa o sostituirsi a lui, ma che aiuta il Papa, suggerisce e detta la linea al Papa, che gli dice come e in che modo muoversi e agire: siamo alle solite, come direbbe Fellini in Roma, c’è in giro della gente che oggigiorno vuole insegnare al papa come si fa il papa. Non saremo troppo blasfemi se pensassimo che Martini si sentiva una specie di assistente dello Spirito Santo per aiutarLo ad istruire il proprio Vicario in terra. Mica cotiche! Il punto è che difficilmente, lo stesso, avrebbe accettato qualcuno, un ante-cardinale, che gli insegnasse come si fa il pastore di Milano: manco un papa, se è vero come è vero che aveva pure difficoltà a ubbidire alla stessa dottrina (infallibile), per tacer della disciplina.

RATZINGER PAPA “GRAZIE A MARTINI”… MA DA QUANDO LO SPIRITO SANTO HA BISOGNO DI ASSISTENTI?

Fermiamoci brevemente per tranciare la sviolinata mediatica secondo la quale “grazie a Martini”, Ratzinger divenne Papa, perché il cardinale avrebbe fatto ricadere sul Prefetto dell’Ortodossia i voti destinati altrimenti a se medesimo. Non è così. Intanto perché noi, pur credendo negli accordi presi fra i cardinali, crediamo ancora più fortemente nell’opera “elettorale” dello Spirito Santo, il quale scrive dritto entro righe storte tracciate da altri. In secondo luogo, esistono solo due foto che vedono Ratzinger e Martini insieme ed è stato solo un gioco mediatico quello di far passare i due per “grandi amici”. Senza dubbio Ratzinger ha sempre dimostrato amicizia e rispetto verso il confratello (così come verso chiunque), ma non si può dire lo stesso per Martini che, strumentalizzando certe aperture di Ratzinger riguardo al dialogo fra le diverse religioni, di fatto lo osteggiava quando si esprimeva come Prefetto del Sant’Uffizio. Accadde sia quando intervenne in occasione dell’uscita della Dominus Jesus o quando il Prefetto scrisse la Communionis Notio: Martini è stato sempre in prima fila ad esprimere il suo dissenso, naturalmente dopo aver chiamato a raccolta tutti i microfoni più laicisti della repubblica. Se c’è invece un fatto incontestabile, è che Ratzinger non ha mai strumentalizzato i testi dei confratelli. Non fu Martini, dunque, a dirigere i giochi dell’ultimo conclave. Egli non poteva diventare papa, perché era già malato di parkinson (e un papa di parkinson era appena morto) e poi a lui piaceva quella libertà (che, sino all’ultimo, degenerò spesso in libertinaggio intellettuale) che la stessa veste cardinalizia gli dava, o che almeno dà da qualche anno a ‘sta parte: andare dove voleva, presentarsi ai media quando lo chiamavano, chiamarli esso stesso, frequentare salotti intellettualistici e quasi sempre radical-chic, arrivare a Gerusalemme – che effettivamente amava – per i suoi studi biblici. Martini non mirava a fare il papa: forse era troppo per lui quella parola di Gesù: “e quando sarai vecchio un altro ti cingerà i fianchi e ti condurrà dove tu non vuoi…” (Gv.21,18), Martini era il conduttore, o così credeva, così si vedeva. “Conduttore” verso cosa poi?

IL LIBRO DEL PAPA? BELLO, MA SI VEDE CHE NON HA STUDIATO. PAROLA DI ESEGETA

Appena esce il primo volume sul Gesù di Nazareth di Benedetto XVI, il cardinale commenta con superbia: “Un bel libro, sebbene si veda chiaramente che il suo autore non ha studiato direttamente i testi critici del Nuovo Testamento“. Ovviamente, sappiamo che ce ne vuole di coraggio e presunzione per dire che Ratzinger “non ha studiato” sui testi critici dopo aver occupato per 25 anni il Sant’Uffizio e dopo aver scritto un Documento per la Pontificia Commissione Biblica nel quale dice: ” Ma resta altresì vero che, per quanto concerne l’interpretazione della Scrittura, la fede ha da dire una sua parola e che quindi anche i pastori sono chiamati a correggere quando si perde di vista la particolare natura di questo Libro e una oggettività, che è pura solo in apparenza, fa sparire quel che la Sacra Scrittura ha di suo proprio e di specifico. È stata dunque indispensabile una faticosa ricerca, perché la Bibbia avesse la sua giusta ermeneutica e l’esegesi storico-critica il suo giusto posto (…) Siamo profondamente grati per le aperture che, come frutto di una lunga fatica di ricerca, ci ha donato il Concilio Vaticano II. Ma non condanniamo neanche con leggerezza il passato, bensì lo vediamo come parte necessaria di un processo di conoscenza che, considerata la grandezza della Parola rivelata e i limiti delle nostre capacità, ci porrà sempre davanti a nuove sfide. Ma proprio in questo sta il bello della autentica ricerca…“. Nella Prefazione a questo testo, per i Cento anni della CTB così esordisce Ratzinger nel 2002: “Il rapporto fra Magistero della Chiesa ed esegesi: Non ho scelto il tema della mia relazione solo perché fa parte delle questioni che di diritto appartengono a una retrospettiva sui 100 anni della Pontificia Commissione Biblica, ma perché rientra, per così dire, anche nei problemi della mia biografia: da più di mezzo secolo il mio percorso teologico personale si muove entro l’ambito determinato da questo tema…” A quanto pare lo stesso Ratzinger smentisce la critica di Martini. Eppure, sempre Martini, conclude la sua critica dalla Francia con queste parole: “Un libro molto bello. Io stesso pensavo di scriverlo, come conclusione al mio lavoro sul manoscritto 1209, ma sono contento che l’abbia fatto Ratzinger perché corrisponde alle mie attese”. Da profana e ignorante qual sono mi pongo solo una domanda: come fa il libro ad aver corrisposto alle sue attese se l’autore che l’ha scritto non ha studiato e dunque non ha tenuto conto dei testi critici?

“IL CRISTO DEI VANGELI NON AVREBBE SCRITTO L’HUMANAE VITAE”. MA SE È DOCUMENTO PAPALE “INFALLIBILE” È COME L’AVESSE FIRMATA DIO

Come se non bastasse, sostiene pure che “il Gesù dei Vangeli non avrebbe mai scritto l’Humanae vitae”. Martini non si risparmia, e accusa Paolo VI di aver arrecato “grave danno” con questa Enciclica: “Molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone”, come se fosse una soluzione a tutti i guai della Chiesa accogliere ciò che è male in seno commutandolo artificiosamente in un “bene” ufficiale: per cosa, poi? Per avere qualche banco pieno di gente che abortisce, usa contraccezione, oltraggia la vita in tutti i modi e non solo si sente la coscienza a posto ma vuole pure la benedizione della Chiesa ai suoi peccati (che tali non li considera, essendo, a sentire loro, “diritti”) trasformati persino in progressiste virtù mondane. Al solito Martini, come tutti gli ideologi, ai quali interessa lo schema e non i dati di fatto, trascura che laddove la sua ricetta (specie nelle chiese riformate) è stata applicata seppure ufficiosamente, teoreticamente… essendo impossibile la legale approvazione canonica, quei banchi lì si sono svuotati ugualmente, e peggio, se ne sono andati anche gli altri, quelli che attualmente, ubbidienti, nei banchi ci son sempre rimasti. Le chiese hanno chiuso, sono diventate cinema o supermercati. Ma a Martini questo non interessa: la sua idea è buona a prescindere, anche se smentita dalla realtà. Il cardinale Martini sottolinea il fallimento dell’Humanae vitae e dice che sarebbe stato meglio affrontare la sessualità diversamente, e proseguiva nell’intervista diventata un libro nel 2008: “Dopo l’enciclica Humanae Vitae i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, seguirono, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti. Un orientamento che esprime una nuova cultura della tenerezza e un approccio alla sessualità più libero da pregiudizi”. Insomma, siamo sempre lì: la Chiesa è piena di pregiudizi, le dottrine sono fatte sui pregiudizi, perciò vanno cambiate… non è più l’uomo che deve convertirsi, ma la Chiesa deve convertirsi alla mentalità del mondo. Ossia alla moda dominante del momento. E pazienza se, osservando la storia, ci si rende conto che se la Chiesa avesse dovuto “convertirsi” volta per volta a tutti gli spiriti e i pensieri dominanti nel mondo, sempre spacciati per infallibili e “finali”, definitivi, non plus ultra di civiltà e di magnifiche sorti e… progressiste, quella stessa Chiesa prima di diventare licenziosa sulla sessualità come piacerebbe al Martini e al suo mentore-intervistare politico, il deputato radicale del PD Ignazio Marino, sarebbe diventata volta per volta comunista, nazista, razzista, antisemita, borghese e massonica, rivoluzionaria, napoleonica, illuminista… e oggi abortista, omosessualista, animalista dove animale equivale a uomo, magari new age e, perché no, anche un po’ musulmana. Così come avviene ed è sempre avvenuto con le chiese di stato riformate, le quali a piè pari non ebbero remore a diventare (prendi il caso della Germania dell’Est), prima imperialiste, poi naziste, poi comuniste e filosovietiche, oggi radicali, come è politicamente corretto essere, perché così ha stabilito la classe dirigente al potere e il conseguente gotha intellettuale dominante, che sommate fanno la moda… quello “spirito del mondo” che, stando a Gomez Davila, è Lucifero. Ma che come questo, apparentemente trionfatore, lo sono solo “a termine”, dopodiché saranno condannate a essere distrutte e a passare. Di queste costanti storiche, fattuali, provvidenziali, di tutto questo Martini e il suo suggeritore Marino, non tengono conto.

CRITICARE L’INFALLIBILITÀ PAPALE MA PRETENDERE L’INFALLIBILITÀ DELLE PROPRIE OPINIONI BANDENDO LE CRITICHE

Martini spera dapprima che con Giovanni Paolo II, aperto e dinamico, il quale lo ha portato sulla cattedra di sant’Ambrogio, le sue idee possano trovare luogo, ma poi deve ricredersi e si lamenta dicendo: “Giovanni Paolo IIseguì la via di una rigorosa applicazione” dei divieti dell’enciclica, e “non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse il privilegio dell’infallibilità papale“… E qui ci fanno trasalire certi grossolani vuoti di memoria del Martini: a parte il fatto che una enciclica in fatto di morale gode già il privilegio dell’infallibilità cosa che il gesuita sembra sorvolare; detto questo pensiamo di quanta infallibilità godono due sullo stesso tema: infatti quando il Papa polacco scrisse la Evangelium vitae ripercorse fedelmente le vie della Humanae Vitae di Paolo VI. Ma è incredibile come queste persone, così sapienti e davvero intellettualmente dotate, possano perdersi poi nel piccolo: l’obbedienza, l’umiltà, la prudenza prima di parlare, criticare al Papa l’uso del privilegio dell’infallibilità (che in dichiarazioni ufficiali sulla morale, è, potremmo dire, automatica) salvo poi usarla, con protervia non di rado, per le proprie opinioni e per i propri insegnamenti; che specie per i loro discepoli diventano paradossalmente atti infallibili e indiscutibile, sui quali impalare tutto il resto, papi ed encicliche comprese.

IL GESUITA CHIEDE IL RITIRO DI UN’ENCICLICA: PER “GUADAGNARE CREDIBILITÀ”. AGLI OCCHI DI CHI OLTRE CHE DI SCALFARI?

Arriva Benedetto XVI e Martini è sempre lì, a sperare che un Papa lo ascolti e faccia quello che dice lui e afferma: “Probabilmente il papa non ritirerà l’enciclica, ma può scriverne una nuova che ne sia la continuazione. Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza”… Abbiamo letto bene? Martini voleva che il Benedetto XVI ritirasse l’Humanae Vitaericonoscendola come un errore, questa marcia indietro sarebbe stata un segno di grandezza della “nuova” Chiesa nata dal Concilio, stando al vecchio gesuita. Bella pretesa! Da questo punto di vista, sarà proprio Benedetto XVI a mettere a tacere le convinzioni di Martini con un discorso dedicato proprio alla Humanae Vitae il 10 maggio del 2008. Quando, illustrandone i contenuti, ha affermato che: “a quarant’anni dalla sua pubblicazione quell’insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato”. Punto!

MORTO L’ULTIMO PATRONO DEL PROGRESSISMO, RESTANO GLI ORFANELLI. CONFUSI MA ARROGANTI: “NON OCCORRE FARE ALTRI CATTOLICI”

Qualunque discepolo o fan di Martini intendesse ancora discutere contro l’Humanae Vitae, si metta l’anima in pace… altro che “no Martini – no party” che i suoi supporter sbandieravano in San Pietro nel conclave del 2005: il party è finito, la ricreazione è finita, l’ultimo patrono del progressismo più parossistico è morto. Qualcuno oggi, dopo i funerali, azzarda l’ipotesi che il cardinale Martini fosse sempre in buona fede nelle sue esternazioni. Che dire? La buona o mala fede non la possiamo giudicare, questa fa parte del cuore della persona che solo Dio può e metterà in luce a suo tempo: noi possiamo però valutare i frutti. Ad un sacerdote che mi rimproverava la critica severa a Martini gli ho chiesto: “Va bene, mi dica allora i frutti di quel magistero…”. Gli unici che mi ha saputo elencare laconicamente e arrancando sono stati i soliti, oltretutto ridotti a né carne né pesce: quelli ecumenici, del dialogo, dell’amicizia fra i non cattolici. La solita robetta preconfezionata nei tg e dai suoi vaticanisti, che spesso vengono fuori proprio dai circoli di Martini. Resto perplessa e gli chiedo: “Mi perdoni, ma la missione della Chiesa e di un prelato soprattutto, non è quella di predicare, evangelizzare e fare discepole le genti, battezzandole, insegnando tutto quanto il Maestro, Gesù Cristo, ha detto e fatto?”. E questi mi ha risposto: “Ma i tempi sono cambiati! Oggi non c’è bisogno di fare le genti cattoliche, basta che credano a Qualcuno, questo è il grande successo di Martini…”. A Qualcuno, dunque, non importa chi, ossia a qualunque cosa, non importa cosa, a chicchessia purchessia. Non stupisce che poi i martiniani, avendo tale libertà di manovra (non su ciò che è accessorio, ma proprio sull’essenziale), potendo credere a qualunque cosa e a chiunque, finiscano tutti per “credere” ai massimi nemici della Chiesa, della fede, della vita: a “Qualcuno”, tipo Pannella, per dirne uno. Ecco il successo di Martini, ecco spiegato l’applauso del mondo, ecco la scaturigine dell’entusiasmo di un nemico dichiarato (per quanto puerile e sguaiato) di ogni credente, come Scalfari. Io spero e mi auguro che i veri discepoli di Cristo prima e di Martini poi si dissocino subito da questa affermazione: siamo alla summa delle eresie, al puro sincretismo, peggio, a elementi di pelagianesimo fuso a elementi di agnosticismo, in ogni caso non più in ambito cristiano… non ci staremmo, almeno, se non fossimo anche convinti che più che da profonda meditazione la facilona dichiarazione di questo prete martiniano, nasce dalla profonda ignoranza (persino dei libri dello stesso Martini, che probabilmente non ha letto: si sa, delle icone basta dire che sono belle e buone, senza entrare nel merito, senza spiegare perché, senza neppure premurarsi di saperlo… vanno bene a prescindere!, finché ossequiano il mondo, ricambiate). Ed è proprio la sua ignoranza a salvarlo, se non la “buonafede”, che tale non è.

MA MARTINI ERA UN VERO CREDENTE. I MARTINIANI, ALLIEVI DEGENERI, DEI SUPERFICIALI

Chiediamoci piuttosto, e se lo chiedano questi orfani “degeneri” del gesuita, perché il Papa sta per indire un Anno della Fede sulla scia del Credo pronunciato da Paolo VI? Fede in cosa? Per annunciare cosa e a chi? No, non ci siamo! Non sono neppure degni del loro presunto “maestro” questi martiniani superficiali e rilassati in disarmo, ai quali non resta che la retorica iconografica da falsari. Martini era un vero credente, su questo non ci piove, e credeva in Dio Incarnato, vissuto, morto e risorto per redimere l’uomo. Come ricorda a ragione Introvigne, il suo errore è stato sociologico: quella umanizzazione del Cristo stesso e direi a questo punto anche della Chiesa, anziché predicarne la natura divina (e non “divinizzazione” come ha scritto qualcuno sui giornali) della quale siamo stati fatti eredi. Ma anche Lutero era un grande credente! Credeva in Cristo, anche lui fu un “grande” del suo tempo: un grande contro la Chiesa e la sua dottrina, voleva anche lui una Chiesa più umanizzata, liberale nell’interpretazione dei suoi capisaldi (il risultato pratico fu, specie nella versione calvinista, ferocia disumana nell’imporre ciò che doveva invece essere “donato” e “accolto”, alternata ad anarchia dottrinale e al tutti contro tutti e tutti uniti solo contro “l’anticristo papista”). L’amicizia di Martini con il signor Verzè (sacerdote sospeso a divinis dal cardinale Colombo nel 1973 e che è morto senza chiedere perdono alla Chiesa pubblicamente, da pubblico peccatore, continuando nello scandalo, anzi facendo dello scandalo, del peccato e persino del crimine, morale e teologia stracciona… e Dio ha soffiato su di lui e sulle sue opere e li ha dispersi nella vergogna e nel disonore) l’amicizia con Verzè, dicevo, non si è fermata a un rapporto gratuito di stima: si è consolidata degenerando in gravi errori sulla persona umana, sulla vita, sulla morale; così come la sua ammirazione per gli scritti del confratello gesuita Karl Rahner, l’amicizia fra i due, è sforata nei medesimi errori sull’umanesimo deviato del nostro tempo; o peggio ancora l’indecente scivolone senile, non si sa quanto consapevole (probabilmente Martini non ne ha letto una sola riga) nel compiacersi di un libro eretico (per modo di dire: semplicemente non è più non solo cattolico, ma cristiano) come quello di Vito Mancuso, grande discepolo e miserabile frutto bacato di Martini, libro nel quale arriva a negare tutti i dogmi della fede cattolica e Martini, suo maestro, giù a fare una prefazione di alto livello e spessore, promuovendone la lettura…

LANGONE E IL PRETE MARTINIANO. CHE VUOLE “COMBATTERE” LA CHIESA

Spendiamo due righe anche per far emergere dal fango questa squadra dei “discepoli” di Martini, una élite dall’indole radical-chic, e composta persino di non pochi sacerdoti che spesso lo hanno superato nella critica alla Chiesa e al suo Magistero. Nel breve ma intenso articolo di Camillo Langone sul Foglio del 1° settembre, leggiamo: “Quando osai criticare il suo Cardinale, un sacerdote lecchese mi scrisse queste testuali parole: Sono discepolo di Martini, la invito nella mia chiesetta dove sentirà vibrare una parola che va diritta alla coscienza per combattere le istituzioni, compresa quella cattolica apostolica romana. Una mail davvero curiosa: perché un prete dovrebbe conoscere il Vangelo e sapere che ‘uno solo è il vostro Maestro, il Cristo’. Non si può essere discepoli religiosi di un mortale. E poi perché la pratica di sparare sul proprio quartier generale è un insegnamento del Libretto rosso di Mao, non della Bibbia…”. Ma poi, mi chiedo, pensando a quanto detto da Langone, come può vibrarmi in petto una parola come “combattere l’Istituzione” Divina che mi ha rigenerata? Come può vibrarmi in petto una parola che mi spinge a combattere mia Madre, la Chiesa, corpo mistico del mio Cristo? A questi discepoli degenerati occorre rammentare che se tu fai il “volonteroso verme che rode la cattiva mela dall’interno” e metti in discussione certe questioni fondamentali (ammantandoti di buoni principi alla moda e di popolarità a buon mercato, ma in realtà facendoti cattivo maestro … il quale ha sempre scopi inconfessabili, serve strani interessi tutt’altro che religiosi), io, a mia volta ed a maggior ragione, ho tutto il diritto di mettere in discussione il tuo mandato se sei prete o vescovo, teologo o laico raccomandato… Non si può fare il “disubbidiente garantito” e cioè contestare e sputare nel “piatto dove si mangia”, mantenendo però il posto prenotato da cliente fisso che il medesimo “ristorante”, che tanto si critica, ti fornisce. Insomma, non ci voleva certo un Martini, né un suo discepolo, per venirci a dire che “dovemo volè bene a tutti, dovemo parlà co’ tutti” … per dire questo basta e avanza (peraltro con pessimi risultati) qualche inutile ed ipocrita politicante. Mentre magari poi non vuoi più “bene” né “parli” più né vuoi più ascoltare il papa, i tuoi fratelli nella fede, i santi, la tua Chiesa, e infine le sacre scritture, alle quali pure dicevi – a parole – di voler dare priorità assoluta, manco fossimo davvero la religione del “solo libro”. Decorso quasi sempre fatale, questo, per ogni martiniano. Se semo tutti fratelli, annamo a magnà la trippa ar sugo ar collettivo de Tor Marancia con don Vitaliano e don Gallo, soubrettes, Vendola e Luxuria, Mazzi & Ciotti! Inneggiamo a Stalin e Che Guevara (ovviamente co la panza bella piena) e chi se ne frega delle regole! Ma questo è un circo equestre, una anonima alcolisti non pentiti! Dice giustamente Langone: “I martiniani più pericolosi non sono gli atei dichiarati, a loro modo onesti. Sono i preti spretati, i teologi senza Dio, i falsi mistici…”, ma non scarterei da questa pericolosità i preti non spretati, suoi discepoli, responsabili di catechesi e parrocchie; i vescovi non devescovizzati, suoi discepoli, responsabili di pastorali per dire il meno “creative”, quando non proprio anticristiane.

LIBERALI CON SE STESSI, GENEROSI CON CHI LI ASSECONDA, VIOLENTI E TIRANNICI CON CHI NON È D’ACCORDO: I PROGRESSISTI E MARTINI L’INQUISITORE

Si dice che “Martini parlava al cuore”. Scalfari lo dice, per esempio: che solo in questa occasione – strano? – ha scoperto di averne uno, di “cuore” (e che forse è solo la malafede di un coriaceo odiatore del cattolicesimo in generale e dei cattolici in particolare). Come risposta riporto un doloroso fatto che toccò personalmente Antonio Socci: “Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura…. Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista”.

IL “CAPIRE” ERA UNA FUNZIONE, A QUANTO PARE, RISERVATA SOLO AL MARTINI

Qualcuno parla di un Martini “vero riformatore”, gli rispondiamo “e cosa avrebbe riformato”? Semmai è stato un riformatore mancato. Il suo chiodo fisso era sfruttare il Concilio Vaticano II per finire ciò che Paolo VI – a suo dire – “non ebbe il coraggio di fare”. Secondo lui il Concilio non era stato ancora compreso: non dai credenti, ma dai Pontefici. E che te pare! Ci può essere mai qualcosa della quale non ha “colpa” Roma? qualcosa che un papa “ha capito”… essendo il “capire” una funzione, a quanto pare, riservata solo al Martini e ai suoi pretoriani? E’ fuor di dubbio che Martini sia stato un grande arcivescovo nella sua diocesi, la diocesi più grande del mondo, e che negli anni in cui è stato lì, è stato davvero “amico” al Papa. Sì, come abbiamo detto, sempre un pò polemico, e al tempo stesso amico di Roma, amico del Papa (il termine amico è più adatto del termine fedele). Tuttavia non sarebbe onesto non sottolineare che proprio da quel ruolo nella grande Diocesi, capitale economica e anche politica della nazione, “morale” osò dire qualcuno (e non è un complimento), da qui Martini invece di evangelizzare in nome della Chiesa Cattolica comincia a fare tutt’altro, un panegirico interminabile durato sino alla morte, di sincretismo frammisto a liberalismo che lo porterà a conquistare, in breve tempo, tutti i Media del mondo, come era naturale. Media che, a loro volta, con una certa disponibilità dell’interessato, useranno Martini come una scure affilata contro Roma, il Papa, la Dottrina, la Chiesa, la fede stessa infine.

IL SUCCESSORE CHE LO FECE RIMPIANGERE: TETTAMANZI. CHE SAREBBE STATO IRRILEVANTE NON FOSSE STATO DISASTROSO

Lo so, suona tutto come una contraddizione, ma è la realtà dei fatti. Qualcuno dice che Martini ha fatto grande Milano, altri sostengono il contrario, certo è che lentamente ha reso questa Diocesi Ambrosiana sempre più distaccata dal Magistero Pontificio, il resto poi lo ha fatto il suo successore, Dionigi Tettamanzi. Amato e odiato (si può dire la verità?), per gli uni e gli altri moralmente e intellettualmente irrilevante, Tettamanzi è sempre stato l’ombra di Martini, o almeno della tirannica corte-curia che il Martini gli ha lasciato in eredità, plasmata a immagine e somiglianza del loro padrone. Di suo, il Dionigi, è riuscito a far rimpiangere l’assenza del predecessore, e per pareggiare i conti ha portato la Diocesi definitivamente lontana da Roma, in un tale sfacelo tanto da costringere il Papa a traslarvi un cardinale di sua massima fiducia strappandolo a un patriarcato, per riportare la mitica Ambrosiana a quell’obbedienza a Roma tanto predicata da Ambrogio, e anche a un minimo di decenza. Con Tettamanzi il seminario diocesano era arrivato ai minimi storici ma, occorre dirlo, che cosa poteva fare il successore del “grande Martini” quando questi aveva già seminato gli errori in tutta la Diocesi? Martini ha fatto dono alla Chiesa Vetero-Cattolica (scismatica dal Concilio Vaticano I, oggi composta da qualche centinaio di persone, che professano dottrine le più strampalate) di una parrocchia a Milano: “ospitalità ecumenica”, disse, e quali frutti ha portato? che hanno fatto la prima donna “prete” in Italia, che oggi fa da “parroco” in quella parrocchia, dove “sposano” omosessuali e appoggiano i divorziati risposati, essendo fra l’altro divorzisti. Certo, questo non è avvenuto quando c’era lui, ma lui ha seminato bene! E Tettamanzi ha raccolto il vento seminato da Martini, diventato nel frattempo tempesta… e per completare l’opera e non essere da meno di Martini, per un capodanno ha fatto comunella e brindato insieme alla sacerdotessa… un quadretto davvero idilliaco non fosse stato disgustoso. Se è vero poi che non si vedono più a Milano i cattolici, specialmente preti e suore, in giro per le strade a mezzodì, fermarsi per pregare l’Angelus come si faceva una volta al suono della campana, in compenso sotto il regno di Tettamanzi abbiamo assistito a fiumi di musulmani nella loro preghiera supina, riempire la piazza antistante il Duomo: con l’autorizzazione e la benedizione bambinesca e dispettosa del Mastro-Tetta (dispetto a chi poi?). Si dice che l’ultima scossa di terremoto a Milano del gennaio scorso abbia dato origine a delle crepe nella facciata e sulle guglie esterne del Duomo: la cosa non mi stupisce affatto!

“E IL GIOVANE RATZINGER MI FECE USCIRE DALLA CONFUSIONE”. SALVO POI RICASCARCI: CATTEDRA DEI NON CREDENTI

Dicono: Il più grande successo di Martini è la sua “cattedra dei non credenti”. Ma che cosa è, e perché ha goduto di tanto “successo”, che poi altro non era che clamore mondano? Il cardinale Martini lo racconta lui stesso, in una lunga intervista, con parole, peraltro, che smentiscono la sua critica di un momento prima circa la conoscenza di Ratzinger dei testi critici: La mia prima conoscenza con l’opera del cardinale Joseph Ratzinger rimonta alla fine degli anni Sessanta. Erano anni di grandi turbolenze spirituali e culturali. Mi trovavo in ritiro in una casa ospitale nella Selva Nera e cercavo di preparare una conversazione che avrei dovuto tenere in Italia a un gruppo di sacerdoti. Mi aspettavo, come era d’uso a quel tempo, molte domande, contestazioni, difficoltà. Ero alla ricerca di un qualche libro che mi aiutasse a mettere giù le idee in modo chiaro e sereno. Fu così che ebbi tra le mani il testo tedesco della “Introduzione al Cristianesimo” di Joseph Ratzinger, uscita poco prima (1968). Ricordo ancora oggi il gusto con cui lessi quelle pagine. Mi aiutavano a chiarire le idee, a pacificare il cuore, a uscire dalla confusione. Sentivo che venivano da qualcuno che aveva a lungo meditato sul messaggio cristiano e lo esponeva con sapienza e dolcezza. Conservo ancora oggi quegli appunti. Fu in particolare da quella lettura che ritenni il tema del «forse è vero» con cui si interroga l’incredulo, e che mi guidò poi per realizzare la «Cattedra dei non credenti»… Ma basta leggere questo libro per capire come Martini si sia allontanato dalle intenzioni dell’autore destinato a diventare un giorno il Vicario di Cristo. Anzitutto, Martini usa questo testo per realizzare la sua cattedradei non credenti, ma quanto a farsene guidare dirà lui stesso: “Rimasi come colpito, illuminato dall’affermazione del filosofo Norberto Bobbio: L’importante non è credere ma pensare o non pensare. Confesso che a partire da qui, la cattedra decollò…”. Martini dialoga da quel momento con un nuovo motto: “L’importante non è credere…”: da qui cominciano le sue amicizie ex cathedra con i non cattolici, dialoga con il semiologo Umberto Eco e con decine di intellettuali, in aule universitarie e stanze per conferenze. Molti di quei colloqui sono stati pubblicati, di altri ne sono scaturiti libri, montagne di libri, pozzi senza fondo di libri tanto che, nel 2000, sia Eco che il cardinale ricevono il Nobel spagnolo, il premio Principe delle Asturie. Ma nel libro di Ratzinger, men che meno nel suo pensiero, quel nuovo motto lì, “L’importante non è credere ma pensare o non pensare“, non esiste.

PAGLIA GETTA ACQUA SUL FUOCO: “MARTINI NON È UN ANTIPAPA: È UN INGENUO”

Chi difende Martini è il vescovo Vincenzo Paglia, sembra peraltro l’unica voce in questo senso. Sì, quello della Sant’Egidio, e amico molto personale di Martini, il quale riuscirà ad intercedere per lui presso il Papa per strappargli una mitra episcopale. Epperò dice del suo benefattore: “Credo che il cardinale sia un po’ ingenuo. A volte dice cose senza capire che possono essere utilizzate erroneamente. Non è un uomo di sinistra, anche se si impegnano a trasformarlo in antipapa. Non ha una visione politica, ma evangelica della Chiesa. Certo parla con libertà, ma molte volte è mal interpretato”. Nessuno lo ha trasformato in antipapa, ma come abbiamo letto è lui che si definiva ante-papa… e poi, che Martini fosse un ingenuo suona davvero come un’offesa: non credo che Martini poteva essere d’accordo con questo modo di giustificare le sue idee stravaganti.

“GLI DÀ ENORMEMENTE FASTIDIO CHE SI TENTI DI CONTRAPPORLO AL PAPA”. DICE IL CATTO-RADICAL MARINO

Ignazio Marino, chirurgo e senatore radicale del PD, che si definisce contro ogni evidenza “cattolico”, considera Martini “una delle grandi personalità del nostro tempo”, rimane sorpreso per la sincerità e il coraggio del cardinale di dire ciò che pensa, e gli dispiace che le sue parole siano quasi sempre pietra di scandalo anziché di vera innovazione per la Chiesa: “Ha sempre parlato con libertà, ma ama la Chiesa, è enormemente fedele al Papa”. Gli chiedono se è davvero un cardinale di sinistra, risponde: “Dire questo sarebbe semplificare”. Insomma, l’immagine di Martini è stata distorta dai giornalisti, dai cattolici critici che non vogliono cambiare: “Molte volte abbiamo discusso insieme e gli dà fastidio il fatto che si tenti di contrapporlo al Papa o ad altri cardinali. Il punto è che in lui si coniuga una grande fedeltà alla Chiesa con la capacità e il coraggio di fare domande, con il coraggio di voler cambiare la Chiesa”.

VENEZIANI: “INVECE CHE ASSECONDARE LO SPIRITO DEL TEMPO AVREBBE DOVUTO INVOCARE IL TEMPO DELLO SPIRITO”

Marcello Veneziani, invece, dal Giornale offre delle riflessioni assai più sensate con un titolo che è già una bella provocazione: Cardinale Martini, l’ipocrisia di chi lo osanna. E così scrive: Un curriculum notevole per un intellettuale, con i suoi dubbi e le sue aperture; ma per un sacerdote, per un cardinale, per un uomo della Chiesa, può dirsi altrettanto? Certo, il Cardinal Martini non fu solo questo, fu anche un biblista insigne, una figura carismatica, si ritirò a Gerusalemme; ma la ragione per cui è stato osannato dai media è questa e l’ha ben riassunta un intervistato: “Non ragionava come un uomo della Chiesa, non sembrava un Cardinale”(…) E allora torno a domandare: ma è questo che chiediamo a un pastore, a un uomo di fede e di Chiesa, di parlare come tutti gli altri, di assecondare lo spirito del tempo anziché invocare il tempo dello spirito? Non ci bastano e ci avanzano le tante cattedre di ateismo, di laicismo e di progressismo che ci sono in giro per chiedere che anche dentro la religione vi siano spazi e argomenti in favore dei non credenti e delle loro tesi? Siamo bombardati dai precetti laici della modernità miscredente e dai canoni del progresso; non avremmo piuttosto bisogno di qualcuno che ci rappresenti l’amore per il sacro, per la trascendenza e per la tradizione? E chi dovrebbe farlo se non un uomo della Chiesa, un Arcivescovo, un Sacerdote? É demolita ovunque l’Autorità e l’autorevolezza delle istituzioni, anche se poi al loro posto ci sono nuovi canoni obbligati, nuovi poteri dominanti a volte più dispotici e intolleranti degli altri: non si chiede oggi a chi rappresenta la religione di assumersi sulle spalle la croce di contravvenire a questi nuovi dispotismi nel nome perenne della Tradizione e della fede in Dio? Un conto è dialogare con i “gentili”, come fa anche Ratzinger, un altro è sposare il loro punto di vista o scendere sul loro stesso terreno, fino a omologarsi, e rappresentare soltanto la versione religiosa all’interno dell’ateismo dominante…

NEL SINCRETISMO PIÙ BECERO. MA SCOLA DISINNESCA LA BOMBA ALLE ESEQUIE

A chi gli chiese quanto e come si potesse essere felici se cattolici, Martini rispose: “Si è felici se cattolici, ugualmente per l’altro se evangelico, così anche un musulmano” alludendo al fatto che l’importante non sarebbe dove ti trovi, ma che tu abbia uno spirito orante. Di per sè non è sbagliato, ma solo se non hai ricevuto il lieto Annuncio, altrimenti perché nella Preghiera del mattino reciteremmo: “Mio Dio ti adoro con tutto il cuore,ti ringrazio di avermi fatta cristiana….”? Questa Preghiera nata dal Catechismo dei Santi e dalla devozione popolare è superata? non vale più? E perché parlare di un dono di Dio quando parliamo di battesimo? E non è forse Gesù che dice: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv. 15,12)? Insomma, abbiamo un Dio che “ci sceglie”, ci fa dono del battesimo che ci fa diventare eredi, che si dona a noi nell’eucaristia, e non dobbiamo pensare di essere più fortunati, più felici di un musulmano o di un protestante? Siamo nel sincretismo più becero. E Tettamanzi cosa poteva fare per non essere da meno? Ma è ovvio: una bella festa del Corpus Domini sincretista con tutte le religioni nel cuore di Milano… Ma quanti convertiti a Cristo ed alla sua Sposa, la Chiesa, abbiamo avuto? Qualcuno mi sa dire quali sono questi frutti, in concreto? Quanti poveri ha sfamato Martini? e quanti ne ha tolti dalle strade? Quali fondazioni cattoliche ha creato? Quanti e quali seminari ha riempito? Per l’omelia dei funerali il cardinale Scola è stato davvero geniale. Ho seguito la diretta, tremavo all’idea di dover subire una cronologia di medaglie al merito, invece è stato davvero ingegnoso: ha esordito dicendo che non avrebbe parlato del suo passato, ma del suo presente in quel Regno promesso da Cristo. Bomba sventata! A voi forse sembrerà poca cosa, ma vi confesso che coi tempi che corrono è stata una introduzione davvero corretta, spingendo poi tutto il cuore dell’omelia su questa promessa di Gesù, come ce l’ha guadagnata, la sua morte e la sua risurrezione: “il Paradiso non è una favola!” Quando è toccato il saluto di commiato da parte di Tettamanzi, è stato di un patetico davvero imbarazzante, ha fatto un elenco di tappe significative solo per loro due, una escursione sui meriti e un grazie. Tettamanzi ha avuto l’onere di un atto coraggioso: tagliare i cordoni del signor Verzè e alla sentina infernale delle sue opere; lo fece certamente con un po’ di malizia, perché la vecchiaia disastrosa e gli scandali del Verzè si stavano facendo davvero troppo pesanti anche per lui che reggeva la diocesi sempre all’ombra di Martini. Confesso che delle volte ho nutrito tenerezza verso Tettamanzi.

“HA AMATO LA CHIESA”. CERTO, COME CERTI MARITI EGOISTI “AMANO” LE LORO SPOSE

Sempre quel sacerdote con cui parlavo mi ha detto: “Ma non hai letto il telegramma del Papa? lo ha definito pastore generoso e fedele…”. E cosa doveva e poteva dire il Papa? Ma poi: il silenzio all’Angelus mentre la salma era nel Duomo non ci dice nulla? Pastore generoso lo è stato con la donazione di una parrocchia ai quattro gatti veterocattolici; fedele lo è stato, se non altro è stato fedele come prete alla sua vocazione. Per il resto, il Papa prudentemente non ha specificato, il messaggio era molto generico (è sicuramente opera d’ufficio, ossia modello prestampato vergato in segreteria di stato): andatevi a leggere altri telegrammi del Pontefice in occasione dei funerali di altri prelati: il messaggio di fondo è il medesimo. Anche come studioso biblico è stato bravo, chi lo nega? Ma qui si confondono i meriti di certi impegni volti all’apertura di un dialogo, che nessuno mette in discussione, da quel: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,15-16). E’ su questo che si deve discutere e dialogare non per negarlo, ma per aiutare l’altro a capire di quale condanna si parla, di quali effetti finali produce il rifiuto della conversione. Ciò che nessun Media ha voluto sottolineare è stato proprio la semplicità del messaggio papale: semplice, molto soft rispetto allo sperpero di “grandezza” che i Media avevano riservato invece al loro presunto beniamino gesuita. Il fatto che Martini abbia “servito la Chiesa con generosità e affetto”, come ha scritto il Papa, nessuno lo può negare, Martini ha amato infatti la Chiesa: ma come certi uomini che amano le proprie mogli in modo egoistico, pretendendo di cambiarle, così Martini pretendeva di cambiare la Sposa; è Martini che in una intervista dice “sognavo una Chiesa che….” e giù a muoverle dure critiche, quasi sempre gratuite, esagerate e rigorosamente secondo categorie mondanissime, peggio: da mode ideologiche. Possiamo dire che è questa Sposa che ha amato invece Martini, accettandolo come era, senza mai lamentarsi di lui, servendolo, fidandosi, ascoltandolo nelle lamentele, pazientando con le sue bizze, sopportando i suoi egocentrismi vanitosi. Sarebbe stato bello ascoltare queste parole durante i funerali, ma non sarebbe stato politicamente corretto, pazienza! La Sposa porta pazienza!

VITA UMANA, VITA ETERNA, DIGNITÀ UMANA. I SOFISMI DEL CARDINALE

Tornando ai frutti, dunque, cosa ha prodotto Martini per la salvezza delle anime e la ri-cristianizzazione dell’Europa? Contro la piaga dell’aborto, quale è stata la battaglia di Martini? quali i frutti? Il suo è stato il modo tipico di introdurre l’argomento da parte dei cattolici “contrari” però all’insegnamento della Chiesa (che ossimoro! Può esistere un comunista contrario all’insegnamento di Marx? È un assurdo!), che è il seguente: “Bisogna anzitutto voler fare tutto quanto è possibile e ragionevole per difendere e salvare ogni vita umana – spiega il cardinale Martini -. Ma ciò non toglie che si possa e si debba riflettere sulle situazioni molto complesse e diversificate che possono verificarsi e ragionare cercando in ogni cosa ciò che è meglio e più concretamente serve a proteggere e promuovere la vita umana. Ma è importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella versione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all’uomo. Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della persona“. Per il cardinale Martini, dunque, la prosecuzione della vita umana fisica… non sarebbe di per sé un principio assoluto perché sopra di questo starebbe quello della dignità umana che nella visione cristiana è una apertura alla vita eterna. Bene! Fermiamoci un momento e domandiamoci: ma se io quell’essere non lo faccio nascere, non lo faccio vivere, come faccio a trasmettergli i principi della dignità umana, fin dal suo concepimento, destinato com’è all’apertura alla vita eterna che Dio gli promette e che devo trasmettere a mia volta agli altri? Se non nasco come faccio a conoscere tutto ciò, e scegliere se stare con Dio o contro Dio? Se sono ancora un embrione e tu uomo, medico, donna, anzi “mamma”, interrompi il mio sviluppo uccidendomi prima del tempo, come faccio a sapere che Dio ha un progetto su di me? Che facciamo, li uccidiamo tutti prima di nascere così raggiungono il paradiso promesso senza la difficoltà di dover scegliere? Ovvio che no, il cardinale conclude infatti dicendo: “Ciò non vuol dire affatto licenza di uccidere “. Ma come, la legge sull’aborto che cos’è? non è licenza di uccidere?

SUI TEMI NON NEGOZIABILI, PROPRIO SU QUELLI NON SA “COSA SUGGERIRE”. SA PERÒ COME OSTACOLARLI

Il cardinale non voleva soluzioni, piuttosto “dialogare”, senza troppi punti fermi, “dialogare” purchessia. E vedi infatti che nel 2006 dice: “Vedo tutta la difficoltà morale di questa situazione (aborto-eutanasia), ma non saprei al momento cosa suggerire”. Non sapeva cosa suggerire. Diciamo che qualche “suggerimento” glielo poteva fornire il catechismo della Chiesa cattolica, non c’era bisogno di inventare nulla. Ma tant’è!… egli non si stava perdendo in un bicchier d’acqua. Cosa strana assai. Perché quando s’è trattato di ostacolare quei “suggerimenti”, quelle soluzioni a portata di mano che la Chiesa gli aveva affidato, sapeva benissimo come fare e cosa dire. Eppure Martini non ignorava affatto che questi temi, sono sì fra i più discussi ma sono anche fra i più blindati, dove non c’è margine di trattativa al ribasso possibile, per volontà infallibile dei pontefici stessi. Che infatti li hanno esposti nel reliquiario infrangibile di quegli argomenti “non negoziabili”. Come l’eutanasia e, come sottolineava spesso Giovanni Paolo II, “la vita umana fin dal suo concepimento è un bene indisponibile la cui difesa è un principio assoluto e senza il quale sarebbe impossibile comprendere la dignità umana che ha inizio fin da quel concepimento…”. E gli fa eco Benedetto XVI: “La vita umana è sempre, in ogni caso, un bene inviolabile e indisponibile, che poggia sulla irriducibile dignità di ogni persona, dignità che non viene meno, quali che siano le contingenze o le menomazioni o le infermità che possono colpire l’uomo nel corso di un’esistenza“. (cfr Benedetto XV, Discorso ai giovani, Sydney, 17 luglio 2008).

QUEL BIBLISTA CHE HA RESO MUTA LA PAROLA DI DIO. E LA MORALE CATTOLICA UN “PREGIUDIZIO” CONTRO LA COSCIENZA

E quali frutti ha portato sulla discussione dell’eutanasia? Un principe della Chiesa dovrebbe dare la propria vita per l’altro, non spingerlo a togliersela! Per Martini non c’è soluzione, non c’è Parola di Dio che possa risolvere il problema, ma solo un caso umano sul quale si può unicamente discutere, dialogare, lasciando però aperto all’infinito il quesito. Non ci sono per lui punti fermi, regole per la vita: solo la propria coscienza può dare delle risposte caso per caso, l’unica legge diventa il libero arbitrio. Al di là del bene e del male. Per il nostro Cardinale la morale cattolica sarebbe un “grave pregiudizio” per la coscienza. A ragione si chiedeva l’allora cardinale Ratzinger in un discorso sull’Europa e la morale: “Che cosa è la giustizia? E chi stabilisce che cosa sia giusto o sbagliato?” L’eutanasia – scrisse Martini per il caso Welby – è “un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte“. Questo genere di positivismo è inaccettabile. Contrariamente al solito “silenzio” delle più alte gerarchie della Chiesa, quando un alto prelato dissente pubblicamente sulla dottrina cattolica, nel caso di Welby la Chiesa parlò e senza tacere l’imbarazzo e la verità sugli errori di Martini. Dapprima rispose l’allora presidente della CEI e vicario del Papa per la diocesi di Roma, il cardinale Ruini, poi il vescovo Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la vita. Il primo disse chiaramente come neppure al malato è consentito di “disporre della propria vita” (=Gesù si fece obbediente fino alla morte di croce); il secondo obiettò anzitutto – citando l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II – che l’eutanasia è tale anche quando è “omissiva”, ossia quando omette “una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte”. E la sua inaccettabilità morale è identica: sia quando l’eutanasia è attivamente posta in essere, sia quando è omissiva. Inoltre, Sgreccia afferma che “il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non può essere ritenuto un semplice esecutore dei suoi voleri: se riconosce la consistenza dei motivi del rifiuto (è il caso dell’accanimento terapeutico quando il malato è giunto al fine della vita), dovrà rispettare la volontà del paziente; se invece vi scorge un rifiuto immotivato (ossia, non vuole essere alimentato perché non vuole convivere con il proprio handicap o malattia), è tenuto a proporre la sua opposizione di coscienza […] ed eventualmente dimettere il paziente che gli è stato affidato come responsabilità”. Sgreccia dice così senza mezzi termini a Martini che la legge francese sull’eutanasia presa dal lui quale modello, è moralmente inaccettabile.

QUEL MALATO È CRISTO NEL GETZEMANI, CHE VACILLA, MA POI BEVE L’AMARO E GLORIOSO CALICE

Anche il futuro cardinale Betori nel 2008, all’epoca Vescovo segretario della CEI, replicava in questo modo, seppur indirettamente, a Martini: “Su un tema come questo la politica vuole legiferare troppo. Mi sembra che si voglia svuotare il ruolo del medico e affidare invece la decisione all’arbitrio della persona, che poi è influenzata da pressioni ideologiche molto evidenti. E per quanto possa essere ancora lucida è pur sempre un soggetto debole che deve essere aiutato a vivere per ben morire e non aiutato a morire perché disperato. E’ fondamentale intervenire su quella disperazione, questo è il nostro compito: alleviare il dolore, non eliminare il paziente“. Anche mons. Fisichella, oggi incaricato per la Nuova evangelizzazione, ebbe a fare un quadro della situazione riportandoci al Getzemani: Gesù in quel momento è per ognuno di noi l’immagine di un malato, anche di un malato in coma o costretto all’immobilità. Gesù in quel frangente è carico di tutta la nostra umanità ferita dal peccato, e quindi anche della malattia, il peso che sente è enorme, lo schiaccia, sembra perfino che stia cedendo quando implora il Padre ad abbreviare quei momenti, “se puoi, allontana da me questo calice”, ma subito dopo si riprende: “però non la mia, ma la tua volontà si compia”. Per fare questa volontà lo sforzo è grande anche per Gesù che arriva a sudare sangue. Ma non c’è altra strada. Se si abbandonasse questo fare la volontà del Padre, troveremmo soltanto la disperazione e il dirupo per un suicidio. Se abbandonassimo il malato a sé stesso, saremmo responsabili anche della sua disperazione. Il nostro compito è di portare al malato il volto di Gesù Cristo nel Getzemani, insieme al volto radioso del giorno della sua vittoria sulla morte.

DIALOGARE COL NAUFRAGO CHE ANNEGA INVECE DI SOCCORRERLO

Un giorno prima di diventare Pontefice, Ratzinger risolveva il quesito dicendo: “Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come un cembalo che tintinna (1 Cor 13, 1)”. (card. J. Ratzinger San Pietro 18 aprile 2005) Un malato non è forse come un fanciullo sballottato dalle onde della tempesta? Guardiamo al naufrago in mezzo alle onde furiose che stanno per sommergerlo, ti vede sull’alto di una nave e ti chiede aiuto: lo lasceresti forse affogare? Sarebbe lo stesso anche se non chiedesse aiuto, perché nessuno, sano di coscienza, vedendo un corpo inerme lo lascerebbe andare alla deriva senza accertarsi se sia ancora in vita o morto. Se dovessimo seguire i consigli di Martini, la scena sarebbe questa: noi dall’alto della nave che dialoghiamo con il naufrago in pericolo di vita, senza lanciargli alcun aiuto concreto, lasciandolo affogare mentre dalla nave, al sicuro, noi continuiamo (crediamo almeno) a… dialogare… La verità è che non esiste una morale “cattolica ed una laica”, come ha spiegato più volte magistralmente Ratzinger, questo è uno dei più grandi errori del nostro tempo. Se è vero che il quinto comandamento, “non uccidere”, proviene dal testo per noi sacro, è anche vero che questo comandamento è entrato in tutti gli ordinamenti giuridici e laici del mondo; inoltre il cattolico è un laico, la distinzione avviene solo se quel laico assumerà dei voti particolari di consacrazione: presbitero, religioso, consacrato. I comandamenti come gli ordinamenti giuridici valgono per tutti, la legge è uguale per tutti, ma soprattutto la Legge di Dio, superiore ad ogni ordinamento giuridico laico, è superiore e vale proprio per tutti, anche per chi le leggi le fa e le fa spesso contravvenendo alla Legge di Dio. Vale anche e soprattutto per i cardinali. Per un confronto tra le posizioni del cardinale Martini e quelle del Catechismo della Chiesa Cattolica, si legga nello stesso Catechismo, i paragrafi sull’aborto e l’intangibilità della vita del concepito (2270-2275), l’eutanasia (2276-2279), la fecondazione artificiale (2374-2379).

A Dio spiacente e a’ nemici sui

di Federico Catani, da Campari e de Maistre (25/06/2012)

Circa un anno fa, ebbi l’incoscienza di pubblicare un post di successo in cui festeggiavo la fine dell’era Tettamanzi a Milano e la nomina di un nuovo cardinale, Angelo Scola. Pur sapendo bene che l’ex Patriarca di Venezia non era certamente San Carlo Borromeo o il beato Ildefonso Schuster, gioii, insieme a molti altri, perché sulla Cattedra di Sant’Ambrogio tornava a sedere un vescovo cattolico o almeno filo-cattolico. Mi sono sbagliato. Dicono che riconoscere i propri errori è segno di onestà intellettuale e io lo faccio, mi batto il petto e recito il Confiteor: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Il motivo di questa presa di distanza dall’arcivescovo meneghino? La lettera scritta da don Julian Carròn, successore di don Luigi Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, pubblicata indebitamente da Gianluigi Nuzzi nel suo Sua Santità e poi ripresa dal Fatto quotidiano.

Premettendo che non ho particolari simpatie per il mondo ciellino (le ho nutrite, in linea del tutto teorica, nella mia adolescenza, ma ora ho superato quel momento), bisogna rilevare che la missiva inviata da Carròn al nunzio in Italia in occasione delle consultazioni svoltesi per decidere chi nominare come pastore della diocesi di Milano dopo Tettamanzi è di una chiarezza cristallina e condivisibilissima, un vero atto di amore alla verità e alla Chiesa. Scorrendo la lettera, chi ha a cuore la dottrina cattolica non può non rimanere piacevolmente colpito da quanto scrive il leader di Cl. Don Carròn evidenzia tutte le falle dell’era martinian-tettamanziana e chiede una netta operazione di discontinuità col passato. Sotto i cardinali Martini e Tettamanzi l’arcidiocesi di Milano si è spesso distaccata dal Magistero pontificio, ha strizzato l’occhio alla sinistra, si è occupata di sociologia più che di Cristo, ha visto calare drammaticamente le vocazioni, ha preso iniziative in campo culturale, pastorale e liturgico di dubbia ortodossia, seminando confusione tra i fedeli, già sbandati di loro. Insomma, don Carròn non l’ha mandata a dire: ha messo a nudo una situazione catastrofica, di cui peraltro chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto si è reso conto. Proprio per questo ha indicato come arcivescovo adatto a cambiare lo status quo proprio il cardinale Angelo Scola.

Ma, ironia della sorte, proprio Scola, quello Scola vicino a Cl e considerato “di destra”, ha bacchettato don Carròn, prendendo le distanze dalla sua lettera confidenziale. Il fatto è avvenuto l’8 giugno di fronte al consiglio presbiterale. Il porporato ha sostanzialmente spalleggiato i 550 firmatari di un documento contro le prese di posizione del capo di Comunione e Liberazione e i membri di Noi siamo Chiesa, che pure avevano criticato Carròn, proprio perché li pungeva sul vivo. “Quello che penso e la stima che ho per i miei due predecessori – ha dichiarato Scola – l’ho detto in più occasioni e l’ho ribadito nei giorni scorsi, davanti al Santo Padre. Se c’è qualcuno che la pensa diversamente, dovrà dare chiarimenti”. Insomma, anziché denunciare lo stato pietoso dell’arcidiocesi di Milano e annunciare la restaurazione della retta dottrina cattolica, il cardinale Scola ha dato ragione ai ribelli, agli eretici, ai lupi che stanno nell’ovile per disperdere le pecore. La porpora sta a significare che si è pronti, per Cristo, a sacrificare la vita usque ad effusionem sanguinis. A nemmeno un anno dall’insediamento, Scola ha iniziato proprio bene. Per accattivarsi le simpatie del mondo politically correct e per farsi perdonare l’essere stato ciellino, amico di Formigoni e etichettato come vescovo di centro-destra, l’arcivescovo di Milano è sceso a patti col nemico. Ma non si illuda: i cattivi continueranno ad odiarlo lo stesso e a usarlo strumentalmente. Col risultato che i buoni si allontaneranno da lui. Insomma, il rischio che corre Scola è di essere, citando Dante “a Dio spiacente e a’ nemici sui” (Inf. III, 63).

Tettamanzi e i compagni che non sbagliano

di Roberto Manfredini, da Totalitarismo Totale (29/06/2011)

Leggo sull’ultimo numero di Lotta comunista (Prove di una nuova leva dirigente cattolica, n. 490, giugno 2011), un commento di “G.C.” a proposito dell’appoggio che la curia milanese ha dato a Giuliano Pisapia: “È riconosciuto il contributo cattolico alla vittoria del candidato sindaco del centrosinistra a Milano, a partire dalla “benedizione” del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo uscente, e dell’esplicito sostegno di don Virgilio Colmegna, ex presidente della Caritas ambrosiana e fondatore della Casa della Carità. La composizione della giunta comunale lo ha confermato. Da Bruno Tabacci, ex presidente democristiano della Lombardia anni ’80, neo assessore al Bilancio. A Maria Grazia Guida, vicesindaco, dal 2004 direttore della Casa della Carità chiamata da don Colmegna: un vicesindaco con deleghe pesanti in settori chiave della Curia come l’educazione e l’istruzione. A Marco Granelli, dipendente in aspettativa della Caritas ambrosiana e presidente di CSVnet (Coordinamento nazionale dei centri di Servizio per il Volontariato), al quale sono state affidate Sicurezza, Coesione sociale e Volontariato. Esempi concreti, questi ultimi, di una “leva Martini” in politica che arriva al governo cittadino provenendo dal mondo del volontariato ambrosiano o da quelle “scuole di formazione all’impegno sociale e politico” lanciate dal cardinale Carlo Maria Martini […]. Un’impronta da “cattolicesimo ambrosiano” ben evidente nella biografia di alcuni degli eletti con maggiori preferenze al consiglio comunale”.

Dunque anche i compagni bordighisti confermano quanto avevo scritto prima delle elezioni nel mio pezzo Pisapia, Tettamanzi e il cesaropapismo postmoderno.

Tuttavia quelli di Lotta Comunista ipotizzano che dietro alla “benedizione” del cardinale uscente vi sia una nuova strategia vaticana di rinnovamento delle classi dirigenti, in vista del tracollo di Berlusconi. In realtà la nomina di un arcivescovo come Angelo Scola dimostra il contrario, ovvero che Benedetto XVI ha più a cuore il destino del “cattolicesimo ambrosiano” che non il potere fine a sé stesso.

La scelta di chiamare il patriarca di Venezia è un modo per rompere con trent’anni di progressismo spettacolare. Sicuramente quelle frange di catto-comunismo milanese vicine a Pisapia daranno filo da torcere a Scola. Lo si evince già dalle parole con cui don Gino Rigoldi ha voluto accogliere il cardinale non ancora insediatosi: “In passato non mi è piaciuto neanche un po’ […]. Mi riferisco al suo intervento dell’anno scorso al Meeting di CL quando pronunciò un discorso che definire sdraiato su Berlusconi e sull’attuale governo è ancora poco. Cose che non potevo condividere in alcun modo. Quello comunque è passato. Il tema del meticciato così caro al Patriarca Angelo Scola mi trova molto in sintonia e voglio veramente sperare che il suo arrivo a Milano proceda nel solco della continuità con il Cardinale Tettamanzi” (cfr. P. Foschini, Aperto al confronto tra civiltà diverse. La fiducia dei cattolici progressisti, Corriere della sera, 29/06/2011).

Frasi molto gravi, che dimostrano come il “razzismo etico” tende a cancellare anche quel minimo senso di carità, che pure un cattolico di sinistra sarebbe tenuto a rispettare.

Nel dare il benvenuto al nuovo arcivescovo, il sottoscritto si augura che Milano abbia finalmente un rappresentante religioso all’altezza del suo compito, interessato più a salvare le anime che non a inseguire il successo mediatico e il potere politico (che, anche se de sinistra, sempre potere è).

Pisapia, Tettamanzi e il cesaropapismo postmoderno

di Roberto Manfredini, da Totalitarismo Totale (26/05/2011)

Piccola precisazione: non si tratta di una indicazione di voto, i risultati di Milano mi lasciano quasi indifferente (non sono nemmeno chiamato a votare, perché abito in provincia, a mezz’ora dal centro!). Non penso che con Pisapia verrà l’apocalisse – ma sicuramente sarà una apocalittica rottura di balle, questo sì.

Prima delle elezioni amministrative di Milano, un appello anti-Moratti intitolato “Da cristiani sconfiggiamo la sfiducia” (che di “cristiano” aveva veramente poco), sottoscritto dalla crème del catto-comunismo milanese, nonché da alcuni sacerdoti della Curia, si concludeva con questo calorosa supplica: «La nostra coscienza illuminata dai nostri valori e da quanto ci continua a indicare il nostro Arcivescovo Dionigi Tettamanzi, deve spingerci ad un deciso cambiamento verso una società più aperta ed attenta agli ultimi ed ai più deboli».

Il cardinale Tettamanzi non ha impiegato molto ad uscire da una inverosimile neutralità, e ad intervenire in maniera indiretta nella battaglia elettorale invocando la “nuova primavera” e lo “spazio alla rinascita” per i milanesi. Una indicazione di voto non troppo velata, nonostante la Curia smentisca di aver voluto dare un “valore politico” all’auspicio.

Non è la prima volta che una ingerenza di fatto non viene percepita come tale da quegli stessi  zelanti e moralissimi delatori, che hanno costruito la propria carriera sulla denuncia della «intromissione ecclesiastica nella vita politica e sociale del Paese».

Questo mancato riconoscimento è un evidente fenomeno di rimozione, che il filosofo conservatore Thomas Molnar (recentemente scomparso) identificò già verso la fine degli anni ’60 come una delle fisime fondamentali del progressismo cattolico. La cosiddetta “teologia delle trasformazioni sociali”, elaborata dal teologo-guru Harvey Cox (un tempo molto quotato), poneva al centro del proprio sistema non Dio, ma la “società perfetta”. Se un tempo questa perfezione del dominio di Cesare doveva essere raggiunta grazie alla dottrina socialista, oggi i nuovi strumenti concettuali hanno il nome di ideologia di genere, multiculturalismo, ambientalismo e relativismo.

A parere di chi scrive, questa pesante compromissione tra alcune correnti del potere ecclesiale e gli esponenti della “città terrena” sta assumendo una forma diversa rispetto a quella, ormai “classica”, del catto-comunismo. Dopo il crollo del “socialismo reale”, le forze progressiste hanno abbandonato ogni speranza di miglioramento sociale e collettivo, per seguire le micro-rivolte di minoranze prepotenti e organizzate. La sinistra ha rovesciato la sconfitta storica sull’intera società, lasciandola in balia di nuovi “spettri” che agiscono come fattori disgreganti sulla coscienza di ognuno. E che ovviamente travolgo i partiti, i sindacati, i giornali e gli stessi “preti del dissenso cattolico”, i quali non si accorgono di aver stretto vincoli più potenti che non in passato con il “capriccio ideologico” di turno. La definizione provocatoria di “cesaropapismo postmoderno” sembra calzare a pennello a questa forma di sottomissione a un potere “liquido”, fluttuante e poltiglioso (quindi non percepito come tale).

Lo scontro Moratti-Pisapia è il prototipo perfetto della nuova tendenza: confrontando i programmi dei candidati, le risposte a problemi quali infrastrutture, caro-vita, occupazione, integrazione e legalità sono in pratica le stesse. I motivi di contrasto sembrano concentrarsi sulle questioni che un tempo qualcuno avrebbe definito “sovrastrutturali”.

Un esempio è la moschea che Pisapia vorrebbe costruire a tutti i costi (senza indicare preventivamente in quale posto): l’Islam non contempla il precetto dell’obbligo di frequenza, perciò un fedele mussulmano può esercitare ovunque la sua libertà di culto (le cinque preghiere quotidiane), anche nel luogo di lavoro.

Vediamo come la richiesta non risponde a un impellente bisogno sociale, ma solo all’ideologia del multi-culturale, che ha già dimostrato negli anni passati il suo precoce fallimento (anche in questioni secondarie come il “menù etnico” delle mense scolastiche).

Lo stesso discorso vale per le altre formule presenti nel programma di Pisapia: «riqualificare l’offerta dei Consultori familiari», «promuovere campagne educative per i giovani sulle malattie a trasmissione sessuale», «istituire un  registro delle unioni civili» per «riconoscere la pluralità delle forme di comunione di vita» ecc…

Sogni (o incubi) di un “socialismo irreale” che minaccia di ingabbiare la città in uno stillicidio quotidiano sulla “questione dei diritti”.

A questo proposito, è preziosa la testimonianza di Vittorio Messori nella sua ultima conversazione a tavola (La Bussola Quotidiana, 21/05/2011), dove ha ricordato il “regime” fallimentare del sindaco torinese Diego Novelli, il “profeta” che voleva trasformare la sua città in un convento “laico – democratico – antifascista”.

Con la stessa onestà intellettuale, i milanesi dovrebbero pensare quanto convenga scegliere “il nuovo in nome del nuovo” (come vorrebbe Tettamanzi). Se Milano può permettersi di affrontare tutto questo, allora che eleggano pure Pisapia.

L’importante è che poi i “moderati” non vengano a lamentarsi se per cinque lunghi anni la questione del giorno sarà sempre la stessa: il corteo del gay pride organizzato dai centri sociali può attraversare la città fino alla moschea di via Padova, senza timore di offendere la sensibilità dell’Imam e dei fedeli mussulmani?

Bye bye Tettamanzi!

di Federico Catani, da Campari e de Maistre (03/07/2011)

Il cardinale Angelo Scola, da poco nominato arcivescovo di Milano, non è certamente un uomo da invidiare. Chiunque si trovasse al suo posto si metterebbe le mani tra i capelli. E non solo perché la diocesi di Sant’Ambrogio e di San Carlo è la più grande del mondo. Ma perché, più semplicemente, dal 1954 (quando morì il grande beato cardinal Schuster) non ha più avuto un pastore cattolico. Dal 1979, poi, con l’arrivo dell’eretico Martini (basti ascoltare o leggere alcune sue dichiarazioni per averne la conferma), la Chiesa di Milano non solo non è stata più cattolica, ma forse nemmeno più cristiana, bensì il centro di un vago filantropismo senza Dio, oltre che laboratorio culturale del cattoprogressismo ulivista.

L’arcivescovo uscente, il cardinale Dionigi Tettamanzi, che non pochi avrebbero voluto Papa nel 2005, è stato il degno erede di Martini. Forse le sue posizioni sono state meno spinte, ma probabilmente più subdole e dannose. Con la scusa del solidarismo, dell’amore fraterno, della carità e del “volemose bene”, Tettamanzi ha trasformato la Chiesa milanese in una sorta di agenzia umanitaria, dove i preti hanno il ruolo di assistenti sociali. Non è un caso quindi che nella città meneghina i seminaristi siano pressoché scomparsi. Se devo diventare prete per fare volontariato o servizio civile, perché mai dovrei rinunciare a una moglie, a dei figli e ad altri piaceri della vita? Si potrebbe fare il tutto (e anche meglio) da laico.

Inutile ricordare le “imprese” più importanti del decennio tettamanziano. La richiesta a gran voce di una moschea per gli infedeli (pardon, per i fratelli islamici), il silenzio assordante tenuto quando i figli di Allah, nel gennaio 2009, hanno pregato provocatoriamente davanti al Duomo, le dichiarazioni d’amore verso i rom, le strizzatine d’occhio al compagno Pisapia, le feste insieme a “pretesse” e altri fenomeni da baraccone di qualsiasi setta protestante, l’indifferenza verso i cosiddetti valori non negoziabili tanto cari al Papa regnante, l’ostilità mostrata ai cosiddetti “atei devoti”, la pessima riforma del rito ambrosiano (criticata dal cardinal Biffi), l’avversione nei confronti di ogni forma di pur tenue amore per la santa Tradizione cattolica, specie in campo liturgico e tanto altro ancora. Però, il suo maggiore merito è stato senza dubbio quello di essere riuscito, da Principe della Chiesa cattolica e Arcivescovo, a tenere omelie lunghissime e interminabili discorsi alla città senza mai pronunciare il nome di Gesù, come scrisse in un bell’articolo Antonio Socci nel lontano 2004.

Forse proprio per questo Tettamanzi è stato così corteggiato dai giornaloni radical-chic come Repubblica e difeso a spada tratta dal quotidiano “cattolico” Avvenire (che però non si è mai fatto in quattro per sostenere Benedetto XVI). Si, perché ha distrutto la fede o, meglio, ha continuato, in buona compagnia, l’opera di dissolvimento del cattolicesimo, cercando di annacquarlo in un umanesimo senza Cristo e perciò ben accetto ai poteri forti radicalmente anticlericali, anticattolici e anticristici.

Non si sentirà la mancanza per la sua assenza. Anzi, speriamo che il porporato, che ha confuso il rosso cardinalizio del martirio con quello della festa dell’Unità, si riposi e si dedichi alla preghiera e alla meditazione. Insomma, pensione vera e non finta come quella del cardinal Martini che ancora continua a romperci le balle con i suoi pensieri “illuminanti”.

Quanto a Milano, per ritornare allo splendore di guide come Ambrogio, Carlo Borromeo e Ildefonso Schuster, che sapevano esercitare la carità (e che carità!) senza rinunciare a una sola virgola di Verità, ce ne vorrà. Ma forse questa è l’alba di una nuova primavera.