Il vescovo Athanasius Schneider su Evangelizzazione, Zika, Massoneria, Ortodossi, altro….

Il testo integrale dell’intervista rilasciata da Mons. Athanasius Schneider nel corso del suo recente viaggio in Inghilterra. Traduzione di Chiesa e post-concilio. Continua a leggere “Il vescovo Athanasius Schneider su Evangelizzazione, Zika, Massoneria, Ortodossi, altro….”

I limiti del cuore

cristianesimocattolico:

No a una fede sentimentale. Il capo del Sant’Uffizio esprime con parole chiare un manifesto per l’alleanza di fede e ragione.

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Pubblichiamo ampi stralci della lectio magistralis tenuta da mons. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico 2013-2014 della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, a Milano.

Discernimento, storia e speranza sono il primo ed elementare contributo che la fede – anzitutto attraverso la prassi di una vita che la testimonia e quindi anche attraverso la riflessione di una teologia che ne rileva puntualmente i tratti essenziali – è chiamata a offrire al mondo, per risollevare le sorti di un’umanità sempre più povera di legami, di senso e di fiducia.

Qui la teologia può dare molto al saeculum, sempre più “breve”, da cui veniamo e in cui ci troviamo ancora. Qui avvertiamo anche l’importanza dell’esercizio di una ragione che sia insieme umile e forte, che la teologia può testimoniare come occasione positiva per ritrovare un ragionevole orientamento nella complessità della realtà. Non ci può essere infatti un reale discernimento senza una ragione che sia certa di trovare la verità – in modo non conclusivo, mai esausto, né in via concordistica o ideologica – scommettendo fino in fondo sulla libertà dell’uomo e sulle sue risorse, quando sono sanate ed elevate.

E non ci può essere progresso reale per l’uomo se non diviene certo di poter attingere a significati che eccedano quelli offerti dalle scienze cosiddette “esatte”. Non si possono liberare energie e dinamiche efficaci in vista di un cambiamento se non vi è la fiducia per guardare con speranza al futuro che ci attende. E non vi può essere speranza senza certezza di rinvenire – anche qui con modalità certe e nello stesso tempo relativamente riformulabili sul fronte rivelato – il bene. Da qui, esistenzialmente, possiamo cogliere quasi empirica-mente quanto il legame libertà-verità / bene sia indissolubilmente connesso con il binomio speranza-dynamis: queste stanno o cadono insieme.

Pensiamo a quanto tutto ciò diviene concreto sullo sfondo di quella crisi che da tempo ci attanaglia: una crisi antropologica prima ancora che economica e finanziaria. Una crisi che esige risposte radicali, di quella radicalità che solo un profondo cambiamento dell’humanum può ottenere. Una crisi che attende una svolta culturale e noetica prima ancora che di strutture e di costumi.

A tal riguardo, proprio l’esperienza dell’umano che ci è offerta nel contesto ecclesiale – laddove esso è vissuto autenticamente – ci mostra come ogni riforma che non cominci dal nous dell’uomo è destinata a raccogliere e alimentare disillusioni e scetticismo sul versante etico. Pensiamo a tante proposte di riforme strutturali che oggi sentiamo, le quali – pur necessarie e proficue se comprese nella loro natura accessoria e penultima – non ottengono mai un cambiamento decisivo, poiché limitarsi al mutamento delle strutture – retaggio in fondo di ideologie sociali ormai datate e superate dalla storia – non attinge mai ai fondamenti ultimi dell’uomo: e se il cambiamento non arriva lì, non arriverà mai.

A questo punto, vorrei soffermarmi brevemente anche su qualche altra istanza odierna, da cui non possiamo non sentirci interpellati.

Anzitutto, la cosiddetta “società plurale” nella quale sempre più viviamo: una società multietnica, multiculturale, multireligiosa, multicontestuale. Questa pluralità dei contesti e dei soggetti esige – anche qui, chi vi guida, da tempo e con efficace sintesi lo rimarca – che il nostro lavoro sia espresso con un linguaggio sempre meno iniziatico e autoreferenziale. E’ purtroppo il vezzo di molti nostri ambienti accademici, formulare il proprio sapere con un linguaggio e codici eccessivamente, anche se non sempre necessariamente, criptici. Da una parte vi è l’esigenza di un rigore linguistico e di una profondità nell’esprimere contenuti complessi, che non possono eccedere nel semplificare, pena l’impoverimento dei contenuti. Dall’altra vi è però anche la necessità di saper comunicare e tradurre, senza tradire, il dato teologico secondo coordinate il più accessibili alla cultura e ai soggetti con cui viviamo, pena l’erigere muri di estraneità invece che creare prossimità – la qual cosa ci ha richiamato con forza e più volte Papa Francesco.

In questo senso, ritengo che un esempio insuperato e ancora tutto da valorizzare nella sua portata è il pensiero di Benedetto XVI, il cui magistero è un luminoso riferimento anche per come ha saputo coniugare profondità di pensiero e semplicità di linguaggio.

La questione del “pluralismo” culturale in cui siamo immersi rappresenta indubbiamente una stimolante sfida per il “dirsi” della fede in modo comprensibile anche ad ambiti distanti dai nostri per retroterra e premesse di pensiero e di costumi. Con fiducia affrontiamo questa provocazione che ci costringe a praticare terreni non facili con l’umiltà di chi sa di dover procedere con cautela e di dover osare nello stesso tempo. A questo proposito, il rigore critico della teologia deve anzitutto sgomberare il campo dalla superficialità di chi si lascia assecondare dai luoghi comuni creati dalla pressione dei media e di mentalità non compatibili coi contenuti autentici della fede: pensiamo a quanta leggerez-za nel teologare intorno a temi come il sacerdozio femminile, l’autorità nella Chiesa, l’accesso ai sacramenti da parte di chi non è in piena comunione con la Chiesa…

E, guarda caso, quanti applausi da parte dei media nei confronti di certi teologi e di opinioni teologiche non radicate fino in fondo con i capisaldi dottrinali della fede. In tal senso, attorno a certi temi, vi è oggi più che mai il rischio di una deriva sentimentale della fede, anche a livello di espressione teologica. Logos e Agape, che sono inseparabili coordinate dell’essere umano nel mondo, vengono sovente contrapposti, e spesso un amore male inteso viene utilizzato per offuscare, se non oscurare, la verità.

Perciò, i pur giusti richiami alla gerarchia delle verità, alla necessaria pluriformità che la stessa natura “cattolica” della Chiesa esige, all’unità da ricercare soprattutto intorno agli elementi essenziali della fede, alla libertà del pensare – intesa non come un pretesto per una inaccettabile autonomia – non tolgono che, a questo riguardo, ogni discorso rischia di essere vano se non mette a fuoco una questione previa: quella del sensus fidei e del sensus fidelium in Ecclesia.

Tutti noi comprendiamo che ogni dibattito, nella Chiesa evita la sterilità e diviene fecondo solo se avviene all’interno di un autentico senso della fede, che non può mai esser dato per scontato. In tal senso, ogni protagonista che voglia essere tale, all’interno dei legittimi dibattiti teologici, deve in primo luogo autenticare le sue prese di posizione, specie se pretendono di porsi con accento di novità, testimoniando anzitutto una sostanziale fedeltà alla vivente trasmissione della fede apostolica, le cui fonti – Scrittura, Tradizione e Magistero – sono insuperabili e inaggirabili.

In tal senso, mai come altrove, a partire da qui comprendiamo che la teologia è una questione non di singoli – professori, pastori, gruppi di opinione – ma, in un senso profondo e davvero teologicamente caratterizzato, è questione “della Chiesa”, è affare di tutti e di tutti coloro che testimoniano un reale sensus fidei et Ecclesiae, poiché non vi è Chiesa senza fede apostolica e non vi è fede apostolica al di fuori dei luoghi che “fanno” la Chiesa.

Qui, insuperate e sempre attuali – poiché in esse vediamo in filigrana anche quanto è già accaduto in molti secoli di storia della Chiesa – paiono le parole di Karl Barth: “La teologia non è questione privata dei teologi e dei professori: per fortuna vi sono sempre stati dei pastori in grado di capirne di più in fatto di teologia che non la maggior parte dei professori. Ma non è neppure questione privata dei pastori: per fortuna ci sono stati singoli fedeli e talvolta intere Chiese capaci di adempiere la funzione teologica, tacitamente ma con energia, mentre i loro pastori, dal punto di vista teologico erano dei bambini o dei barbari. La teologia è una questione della Chiesa. Senza pastori e senza professori non si va avanti, ma il problema della teologia, la purezza del servizio ecclesiale, è posto a tutta la Chiesa”.

Tutto ciò mette al centro la questione della fede: e proprio questo ha voluto richiamarci Benedetto XVI indicendo l’Anno della fede. Perciò non vi può essere purezza di servizio ecclesiale senza una fede che sia integra nei suoi contenuti e integrale nella sua espressione. Non vi può essere servizio ecclesiale fecondo quando la fede non è fedele a se stessa, quando sceglie metodi che non rispettano la sua euristica fondamentale, o quando viene espressa omettendo o manomettendo, comunque sia, alcuni suoi elementi essenziali.

In tal senso, mai come oggi occorre una rinnovata riflessione intorno ai contorni autentici di sensus fidei, sensus fidelium, sensus Ecclesiae. Qui la teologia oggi può e deve dare molto. E non vi è chi non vede la scorrettezza e la miopia, a questo proposito, dell’impiego di tecniche di e-mailing per sondare indiscriminatamente nella rete, via internet, l’opinione dei più… Ben altri sono i forum e le agorà di cui necessita la Chiesa oggi per rinvenire ed esprimere, in modo genuino, quel sensus fidei da cui è, in ogni tempo, rinvigorita e ringiovanita.

L’aver sostituito l’opinione della rete ai luoghi propri del sensus fidelium rivela non solo un misunderstanding intorno a ciò che costituisce la Chiesa ma induce persino a pensare che nella formazione ecclesiale si ritengono, in fondo, più efficaci alcune tecniche di pressione politica piuttosto che i criteri mutuati dalla stessa fede. E anche di fronte a questo pericolo – che la politica conti più della fede anche nella Chiesa – la teologia ha oggi un compito profetico insostituibile. Si tratta di un compito oggi quanto mai profetico e “martiriale”, nel senso letterale di martyria…

A tal proposito, guardiamo anche a quale vasto campo di testimonianza si apre di fronte a noi, in un tempo in cui occorre aiutare molti nostri contemporanei, afflitti da un ormai cronico fraintendimento della libertà umana, che usa il lemma del gender per autoaffermarsi, a fare i conti con un inaggirabile sostrato che precostituisce ogni uomo. Il concetto di “natura”, infatti, rappresenta quel fondamento indisponibile senza cui l’uomo non riuscirebbe più a fissare, oltre i labili e volubili contorni delle maggioranze di ogni tempo, i confini non negoziabili della sua dignità e identità, e quindi dei suoi diritti e doveri. Una di-gnità e identità che sono “donati” all’uomo, che l’uomo è chiamato dapprima a riconoscere e poi ad attuare, e che nessuno può autofabbricarsi, pena lo smarrimento di quelle identità e dignità, e di un fraintendimento di quei diritti e doveri: ciò che appunto oggi è già accaduto e avviene.

Anche qui attendiamo dalla riflessione teologica un contributo insostituibile e che oggi esige anche un coraggio profetico di fronte ai continui tentativi di manipolare la natura, l’identità e la vita umana.
D’altronde, soltanto se l’uomo riesce a rinvenire fondamenti indisponibili ed incondizionati al suo stesso porsi nel mondo, può riuscire a creare un argine al dio profitto che tutto sembra dominare e tutti sembra attrarre, accantonando ogni forma di sapere che non sia funzionale a esso. Vi è infatti chi ha denunciato il pericolo che nell’immediato futuro si assista alla “produzione” – non si parla nemmeno più di “formazione”, ma questo è un punto cui vorrei accennare qui di seguito – di generazioni di uomini, i quali solo con grave difficoltà saranno in grado di discernere ciò che è umano e degno dell’uomo e ciò che non lo è .

In questo senso, nessuno come la Dottrina sociale ecclesiale può aiutare il diritto e l’economia a riconoscere l’originario legame di profitto e solidarietà, che il peccato tende a spezzare, e che una visione ritrovata dell’unità inscindibile di bene personale e comune permette di ricomporre. Bene comune e personale che, nell’ottica esigente e responsabilizzante della sussidiarietà, sono chiamati a operare in sinergia per salvaguardare la dignità e la tenuta del tessuto sociale. Sono questi solo dei richiami che, in via rapsodica, mi permetto di formulare, per tentare di aprire utili scorci al tema che mi avete affidato.

Vi è poi un’altra questione che vorrei sottoporre alla vostra attenzione. Vorrei partire qui da una semplice costatazione: mai come nella modernità si è sottolineata l’importanza e richiamata l’attenzione sul “soggetto”, sulla sua libertà, sulla sua autonomia, sul suo peso all’interno della gnoseologia… Eppure a cosa abbiamo assistito nella cosiddetta post modernità? A una sorta di oscuramento proprio del soggetto, a scapito di un’enfasi posta sui prodotti delle sue mani: l’uomo stesso si è reificato, è divenuto un oggetto e un prodotto del suo stesso agire. Anche il sapere ha perso il suo carattere profondamente “personale”, cioè la sua connotazione di comunicazione fra persone, per divenire una sorta di reificata veicolazione di dati.

Così oggi, nel mondo accademico e scientifico, si parla di “produzione del sapere”, si ritiene ancora che la scienza possa essere talmente oggettivata da essere quasi un prodotto da scambiare fra i soggetti indipendentemente dal loro stesso essere. Non è tuttavia ciò che realmente accade quando un sapere viene trasmesso. Infatti, ogni produzione e trasmissione di sapere non è mera comunicazione di dati, poiché esso è anche e inseparabilmente, lo si voglia e ammetta o no, una comunicazione assiologica, di valori, di visione dell’uomo e del mondo. Fra l’altro, quest’ultima è una comunicazione che non avviene senza conseguenze e non lascia indifferenti né chi comunica, né coloro a cui si comunica.

Pensiamo a quanto ciò, se assunto come un dato con cui fare davvero i conti, sia gravido di implicazioni, specie dal punto di vista educativo. Ciò, ad esempio, significa che non esiste forma di insegnamento che non sia contemporaneamente anche formazione. Un insegnamento che pretenda di essere scevro da esigenze formative, mente o perlomeno ignora ciò che avviene nel fenomeno così umano della comunicazione del sapere. Questa realtà va esplicitata e assunta responsabilmente fino in fondo. Concretamente, ciò significa che ogni docente deve assumersi con piena responsabilità quel processo con cui, trasmettendo una conoscenza comunica altresì un orizzonte di valori ai suoi discenti.

Questo fatto comporta che ogni insegnante, anche e specialmente in ambito accademico – contrariamente alla prassi comune e benché rappresenti un compito gravoso in tutti i sensi – non può disinteressarsi della formazione dei suoi allievi o considerare il suo insegnamento estraneo ad essa. Ecco perché non si può comunicare bene se, in fondo, non ci si fa carico di coloro a cui si comunica, cioè se non si “amano” i destinatari del nostro messaggio. La qual cosa, Papa Francesco in continuazione ci testimonia con la sua stessa persona e azione.

In tal senso, anche a questo livello, si avverte intorno noi uno smarrimento dei fondamenti che costituiscono l’umano. L’uomo oggi sa molte cose sui meccanismi biologici, psicologici e sociologici del suo comunicare ma – avendo perso i “contorni” dell’identità del suo “io” – ha perduto la consapevolezza di ciò che profondamente accade quando un “io” comunica con un altro “io”. Poiché la razionalità del Logos viene snobbata come subscientifica, si è smarrita la valenza culturale intrinseca della comunicazione umana. Anche qui, una ragione illuminata dalla fede è chiamata ad allargare gli orizzonti alla razionalità dei nostri contemporanei.

Ritengo perciò che l’appello formulato da Benedetto XVI e teso ad “allargare i confini della razionalità” sia ancora tutto da raccogliere, sondare e rilanciare. Ancora patiamo le conseguenze della gnoseologia e della “nuova scienza” moderne, le quali hanno ridotto – in buona sostanza, da Galileo e Cartesio in poi – la ragione alle sue facoltà analitiche, compromettendo così anche la sua congenita apertura al trascendente. Ma senza tale apertura, l’uomo perde anche il senso della sua profonda dignità e vocazione – come ci ricorda il Concilio Vaticano II (cfr. GS 21) – precludendosi la possibilità di conoscere il suo destino eterno. D’altronde, senza accogliere una tale apertura come un elemento essenziale e imprescindibile della sua ragione, l’uomo diventa estraneo anche alle dimensioni e alle ragioni che connotano indelebilmente il suo cuore – Bellezza, Verità, Giustizia – e che costituiscono la forza propulsiva ultima del suo agire. Senza comprendere tali dimensioni, non si comprenderà mai l’uomo nella portata del suo stesso essere e operare nel mondo. Qui la teologia ha ancora molto da dire e da offrire al pensiero contemporaneo.

Proprio a partire da qui, infatti, la Chiesa può rivelare efficacemente all’uomo come il dono di cui essa è portatrice – la vita nuova rivelata ed offerta da Dio in Cristo e nel Suo Spirito – non limita l’uomo e non guasta la sua gioia di vivere, ma amplia senza fine i suoi orizzonti e gli apre la prospettiva di una definitività, di un “per sempre” senza di cui ogni guadagno umano è illusorio e fallace.

Sono questi soltanto alcuni spunti che vorrei offrire alla vostra riflessione e sui quali sarebbe interessante aprire altresì un dibattito. Anche altre istanze del pensiero e dell’ethos contemporaneo interpellano la nostra fede, provocandola ad un apporto che sia rigorosamente critico e dialogante: in questa sede, intendo soltanto aprire degli spazi e porgere un convinto parere, nella speranza di offrire un piccolo contributo. E mi permetto di farlo proprio in nome di quella “paradossale cittadinanza” in cui siamo collocati dalla nostra peculiare identità di battezzati, di christi-fideles, di uomini ai quali, pur vivendo nella condizione di tutti, è donato di vivere “nella fede del Figlio di Dio” (cfr. Gal 2,20) che quotidianamente ci interpella, si offre a noi in dono e ci invia ai nostri contemporanei.

Il “paradosso” di questa cittadinanza è un tratto indelebile del nostro porci nel mondo e genera un movimento in cui le differenze non annullano le identità ma le rimettono continuamente in gioco, affinché queste siano purificate e ricomposte in un abbraccio “cattolico”, che accorcia distanze, genera reale prossimità e sa individuare strade per un’unità che non è mai al ribasso o a buon mercato. Proprio a questo livello ci è dato di cogliere il nesso inscindibile di fede e verità, un nesso che siamo chiamati a evidenziare in ogni passo del nostro lavoro di “teologi”. Laddove la fede è vissuta nella sua pienezza illumina sempre il mondo con la luce della verità.

Pellegrinaggio nella verità, non gioco intellettuale
Perciò consentitemi di concludere facendo mie alcune parole di Benedetto XVI, che sento quanto mai importanti e decisive per il nostro lavoro di teologi: “L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità […] Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo “non-avere-la-verità”. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra”.

Questo è il mio augurio e auspicio per ciascuno di noi: che la ricerca della verità rifugga ogni gioco intellettuale, incapace di compenetrare e dar forma alla vita, così che la luce della verità sia sempre sopra di noi e davanti a noi, e che – per immeritato dono dall’alto – essa possa conquistare la sua forza nel mondo anche attraverso di noi. Grazie.

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La strigliata del card. Brandmüller ai tedeschi ondivaghi e secolaristi

Scontro di gerarchie: “Né la natura umana né i Comandamenti né il Vangelo hanno data di scadenza”. Concetti chiari, scelte urgenti.

di Matteo Matzuzzi (16/02/2014)

Le maggioranze secolariste che vorrebbero rifondare la morale della chiesa cattolica – in risposta alle quali il Foglio ha lanciato un appello di successo a Papa Francesco per una controffensiva di idee e azione pastorale – hanno trovato una solida sponda tra le file di alcune conferenze episcopali. Come quella tedesca, ad esempio, già pronta a far sentire la sua voce (il presidente uscente mons. Robert Zollitsch l’aveva promesso), ossia che “l’Humanae Vitae crea solo confusione” tra i fedeli e che “l’insegnamento cattolico non è più adeguato ai tempi”, come ha dichiarato una settimana fa il giovane vescovo di Treviri, mons. Ackermann. Affermazione, quest’ultima, contro la quale s’è scagliato il cardinale (tedesco pure lui) Walter Brandmüller: “L’insegnamento dell’etica può essere modificato solo nella misura in cui la natura dell’uomo cambia”, e “l’etica della Chiesa origina dalla natura dell’uomo, una natura fisico-spirituale”, spiega il porporato in un colloquio con Armin Schwibach pubblicato sull’agenzia cattolica Kath.net. E a chi parla di necessità di aggiornamento della morale della chiesa alle nuove realtà inedite fino a qualche anno fa, Brandmüller ricorda che “né la natura umana né i Comandamenti né il Vangelo hanno una data di scadenza”.

Per questo, chi rivendica ciò si trova “in contraddizione con la parola di Dio”. Questo accade perché “si constata ripetutamente una certa approssimazione e nebulosità del linguaggio da parte dei rappresentanti della chiesa. Mancano chiarezza e precisione. Si sentono cose che non è possibile né approvare né disapprovare, per cui ognuno può trarne ciò che più gli conviene. E’ invece urgente e importante che i pronunciamenti della chiesa si fondino su concetti chiari”, aggiunge il presidente emerito del Pontificio comitato di Scienze storiche.

“Serve il coraggio di enunciare la verità, anche contro il costume corrente. Un coraggio che chiunque parli in nome della chiesa deve possedere, se non vuole venir meno alla sua vocazione”. Con il mondo non si scende a patti, dunque: “Il desiderio di ottenere approvazione e plauso è una tentazione sempre presente nella diffusione dell’insegnamento religioso”, aggiunge Brandmüller: “Ma ogni volta che la chiesa si trova in contraddizione con l’opinione pubblica”, a dirimere la contesa deve essere “l’esempio di Cristo, che è vincolante. Quando lui chiese ai discepoli di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue in modo da raggiungere la vita eterna, dovette confrontarsi con una forte resistenza e con l’abbandono di numerosi discepoli. E lui, per tutta risposta, chiese agli apostoli se anche loro volessero andarsene”.

Ci sono questioni, dunque, non negoziabili né aggiornabili. Lo ha ribadito ancora una volta il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Müller, intervenuto giovedì all’inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale: “Occorre aiutare molti nostri contemporanei, afflitti da un ormai cronico fraintendimento della libertà umana, che usa il lemma del gender per autoaffermarsi, a fare i conti con un inaggirabile sostrato che pre-costituisce ogni uomo. Il concetto di natura – ha proseguito Müller – rappresenta quel fondamento indisponibile senza cui l’uomo non riuscirebbe più a fissare, oltre i labili e volubili contorni delle maggioranze di ogni tempo, i confini non negoziabili della sua dignità e identità, e quindi dei suoi diritti e doveri”. Ciò che serve, ha aggiunto il custode dell’ortodossia cattolica, “è il rigore critico della teologia, che deve anzitutto sgomberare il campo dalla superficialità di chi si lascia assecondare dai luoghi comuni creati dalla pressione dei media e di mentalità non compatibili coi contenuti autentici della fede”.

E qui il capo dell’ex Sant’Uffizio, scelto da Joseph Ratzinger e tra i primi a essere confermati da Jorge Bergoglio, parla della “leggerezza nel teologare intorno a temi come il sacerdozio femminile, l’autorità nella chiesa, l’accesso ai sacramenti da parte di chi non è in piena comunione con la chiesa”. Dissertazioni che attirano “applausi da parte dei media nei confronti di certi teologi e di opinioni teologiche non radicate fino in fondo con i capisaldi dottrinali della fede”. Il rischio, ha aggiunto l’ex vescovo di Ratisbona e ormai prossimo cardinale, “è quello di una deriva sentimentale della fede, anche a livello di espressione teologica”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Tocca ai vescovi USA difendere la dottrina

cristianesimocattolico:

In vista del Sinodo sulla famiglia l’episcopato americano è quello che si contrappone in modo più netto alle tendenze progressiste dei vescovi tedeschi. Ed è sempre negli Usa che si sono registrati mal di pancia per le posizioni di papa Francesco giudicate troppo morbide in materia di principi non negoziabili. Ora però si attende di capire che direzione il Papa intende dare alla Chiesa americana. È infatti vicina la nomina del nuovo arcivescovo in una diocesi chiave: Chicago.

di Matteo Matzuzzi (14/02/2014)

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Se l’episcopato tedesco è quello che ha colto l’occasione del Sinodo per fare da apripista a una profonda rivisitazione della morale sessuale cattolica (per farsene un’idea basta rileggere le dichiarazioni in serie del cardinale Reinhard Marx, del presidente della conferenza episcopale Robert Zollitsch, del vescovo di Treviri mons. Stephan Ackermann), ce n’è un altro che pare sempre più arroccato sul fronte opposto. Potente e ricco tanto quello tedesco, l’episcopato degli Stati Uniti è quello che meno si è sintonizzato sulle frequenze del nuovo Pontefice.

L’agenda impressa con forza e carisma da Francesco ha creato ben più di un mal di pancia tra le gerarchie americane. Un malcontento nient’affatto celato, ma che invece si è materializzato già pochi mesi dopo l’elezione al Soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio. E – fatto di un certo rilievo – a farsi carico delle perplessità non sono stati vescovi di piccole diocesi sperdute tra le Montagne Rocciose, bensì il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Dolan, e l’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput.

Qualche giorno fa, poi, era intervenuto con un’intervista sul Boston Globe il cardinale Sean O’Malley, cappuccino e unico statunitense incluso nella speciale commissione cardinalizia istituita da Francesco lo scorso aprile e incaricata di riformare la curia romana. O’Malley ha invitato alla prudenza e alla calma, spiegando che di cambiamenti alla morale sessuale della chiesa cattolica non ce ne saranno. Non è questa l’intenzione del Papa, spiegava l’arcivescovo di Boston, che conosce Bergoglio da molti anni. E anche a proposito della riammissione dei divorziati ai sacramenti, O’Malley è stato molto chiaro: «Non vedo alcuna giustificazione teologica per cambiare l’atteggiamento della chiesa – su questo argomento, anche perché – la chiesa non può cambiare le sue posizioni a seconda dei tempi».

Aveva fatto un certo clamore, la scorsa estate, l’intervista concessa da Dolan (all’epoca ancora presidente della conferenza episcopale statunitense) a John Allen. Conversando con il celebre vaticanista, il porporato diceva: «Noi volevamo anche qualcuno con buone capacità manageriali e di leadership, e fino ad oggi questo si è visto poco…». Il riferimento era a Tarcisio Bertone, che mesi dopo l’uscita di scena di Benedetto XVI ricopriva ancora la carica di Segretario di Stato. «Mi aspetto che dopo la pausa estiva si concretizzi qualche segnale in più in merito al cambiamento della gestione», aggiungeva Dolan e venendo in un certo senso accontentato.

Ancor più duro era stato l’arcivescovo Charles Chaput, cappuccino ed esponente di punta della linea conservatrice dell’episcopato a stelle e strisce. Lo scorso luglio, mentre si trovava a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della Gioventù, il presule affermava che «l’ala destra della Chiesa non ha mostrato felicità per l’elezione» di Bergoglio. Il motivo, secondo Chaput, era da cercare anche nella posizione considerata soft del Pontefice argentino circa i cosiddetti princìpi non negoziabili: «Non si può immaginare che il Papa non sarà così pro life e a favore del matrimonio tradizionale come i pontefici del passato», notava maliziosamente l’arcivescovo di Philadelphia, che constatava comunque che «al momento Francesco non ha espresso queste cose in modo combattivo». Questioni «come l’aborto e il matrimonio non sono questioni politiche. Sono questioni di dottrina e morale. E noi vescovi, tutti, dobbiamo parlare di queste cose», aggiungeva ancora.

Era la spia di un malcontento che si sarebbe palesato in maniera ancor più forte dopo l’intervista concessa dal Papa alle riviste gesuite, lo scorso agosto. Quell’invito a non parlare sempre di aborto, nozze gay e contraccezione e a non «ossessionare con la trasmissione disarticolata di dottrine» i fedeli segnava un chiaro cambiamento di passo. Per la chiesa americana che per anni aveva assunto una posizione battagliera in difesa della vita, proprio portando tale questione nel dibattito pubblico e usando assai spesso toni forti nei confronti del potere politico civile, si trattava di posizionarsi su un sentiero diametralmente opposto. Un’inversione di priorità che comportava l’attenuazione dei toni e una ricerca il più possibile fruttuosa di un dialogo con le istituzioni.

Non a caso, tra i più ferventi ammiratori di Francesco c’è Obama, che oltre a inserire nei propri discorsi intere frasi pronunciate dal Papa argentino su economia e povertà, vede in Bergoglio la possibilità di rompere l’arcigno fronte conservatore che dal 2009 si oppone in modo fermo alle sue politiche. Nozze omosessuali, aborto e, da ultimo, la riforma sanitaria. Tutti provvedimenti che hanno scavato un solco profondo tra la Casa Bianca e la conferenza episcopale, fin dalla presidenza del cardinale Francis George (2007-2010) schierata a destra. Ecco perché il presidente degli Stati Uniti aveva giudicato positiva l’elezione di mons. Joseph Kurtz, arcivescovo di Louisville, a capo della conferenza episcopale in sostituzione del cardinale Dolan, avvenuta lo scorso novembre. Il profilo del presule, dopotutto, induceva a ben sperare la Casa Bianca: moderato, estraneo alla logica muscolare del predecessore, flessibile e portato alla ricerca del dialogo. Non si poteva sperare di meglio, visto che difficilmente si sarebbe potuto sperare in un nuovo Bernardin, l’arcivescovo di Chicago scomparso nel 1996, icona del cattolicesimo progressista americano.

Ma è bastato solo un mese e mezzo per vedere infrante le speranze. A fine anno, mons. Kurtz ha accusato Obama di mettere in pericolo la libertà religiosa sancita dalla Costituzione, imponendo di fatto anche agli enti religiosi di sottoscrivere assicurazioni che coprono prestazioni abortive o legate alla contraccezione. Una lettera dai toni duri e pesanti, che ha confermato come la linea dell’episcopato sia ancora quella tracciata da Dolan e – ancor prima – da George.

E proprio sulla successione di questo a Chicago si giocherà una partita importante, forse “decisiva per capire cosa pensa davvero Francesco della Chiesa americana”, notava sul suo blog lo storico del cristianesimo di Scuola Vaticano II, Massimo Faggioli. La scelta si avvicina, il cardinale George è già in proroga da due anni, e nei prossimi mesi il Papa nominerà il successore. Non si tratta di una decisione semplice, che riguarda una piccola diocesi.

Si tratta di scegliere se proseguire sull’impostazione conservatrice data dall’attuale arcivescovo o se tornare al progressismo di Bernardin, così tanto apprezzato da Obama e dai cattolici liberal à la Nancy Pelosi. Si capirà anche chi ha un peso concreto nel consigliare e suggerire al Papa i profili per le cariche episcopali d’America, ora che il conservatore Raymond Leo Burke è stato rimosso dalla congregazione per i Vescovi. Il chiaro ridimensionamento di quest’ultimo, già arcivescovo di St. Louis prima di essere chiamato qualche anno fa da Benedetto XVI a presiedere il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, indica già che Francesco ha intenzione di svoltare. Il porporato, infatti, era tra i più ascoltati da Ratzinger quando si trattava di nomine episcopali negli Stati Uniti.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Maradiaga contro Muller: nella Chiesa è esploso alla fine il conflitto dottrinale

di Paolo Pasqualucci (28/01/2014)

Ha destato un certo scalpore la recente intervista del cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, rilasciata al quotidiano tedesco Kölner Stadt-Anzeiger, nella quale egli ha pesantemente attaccato Gerhard Ludwig Müller, al tempo monsignore e oggi anch’egli cardinale, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e quindi “defensor fidei” ufficiale della Chiesa cattolica. Lo scalpore è derivato anche dal tono aggressivo, per non dire spavaldo usato dal porporato honduregno. Egli ha accusato l’eminenza Müller di non aver capito che, con Papa Francesco, “la Chiesa è all’alba di una nuova èra, come cinquant’anni fa, quando Giovanni XXIII aprì le finestre per far entrare aria fresca”[1]. Non l’avrebbe capito in quanto “troppo tedesco”! Ha detto infatti Maradiaga: “Lo capisco, è un tedesco, un professore di teologia tedesco. Nella sua testa c’è solo il vero e il falso. Però io dico: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile quando ascolti altre voci. E quindi non solo ascoltare e dire no”.

Maradiaga dileggia l’ortodossia dottrinale di Müller

Dire “no” a che cosa? Quale sarebbe stata la colpa del cardinale Müller? Quella, ci ricorda il giornalista, di aver detto fermamente no “al riaccostamento ai sacramenti dei divorziati risposati”. In effetti in un documento pubblicato il 22 ottobre 2013 su L’Osservatore Romano, il Prefetto ha riprovato l’ostilità sempre più aperta di una parte consistente dell’episcopato tedesco contro la bimillenaria dottrina della Chiesa a proposito dei divorziati risposati, ai quali si vorrebbe oggi concedere l’accesso ai Sacramenti. L’atteggiamento di questi vescovi, sottolineo da parte mia, è un caso classico di falsa carità . Esso rende insicuro il concetto stesso del matrimonio cattolico, intaccando il dogma della fede. Infatti, già il proporla, questa scandalosa comunione, implica un riconoscimento implicito della legittimità della scelta dei divorziati “risposati”: cattolici che hanno voluto disobbedire ai comandamenti della Chiesa, fondati sul dogma, stabilito da Nostro Signore, della indissolubilità del matrimonio cristiano, l’unico che sia veramente tale poiché santifica i rapporti carnali nel fine superiore (voluto da Dio) della procreazione ed educazione della prole. Contro questa scandalosa proposta in odor di eresia, il cardinale Müller ha preso posizione con un documento nel quale ha difeso con limpida teologia la dottrina della Chiesa di sempre, negando ogni concessione. Tra l’altro ha scritto che, con l’invocato lassismo, “si banalizza l’immagine stessa di Dio, secondo la quale Egli non potrebbe far altro che perdonare”. Troppo facile, allora, diventerebbe rompere il matrimonio, che è invece “una realtà che viene da Dio e non è più nella disponibilità degli uomini”. “Rompere” il matrimonio, per un cattolico, è peccato. E bisogna dire, aggiungo io: peccato mortale, che provoca la dannazione eterna in chi non se ne pente e non lo espia in questa vita nei modi previsti dalla Chiesa. Invece oggi, cattolici e cattoliche artefici di divorzi si risposano civilmente e pretendono che la Chiesa riconosca come buona la loro scelta, ammettendoli ai Sacramenti! Ma questo, oltre che offensivo nei confronti di Nostro Signore, non lo sarebbe anche nei confronti di tutti quei cattolici che, con l’aiuto della Grazia, sono rimasti sempre fedeli al loro matrimonio, nonostante le inevitabili difficoltà, i pesi, come si suol dire, che il Demonio riesce sempre a caricarvi? Dare la comunione ai divorziati risposati rappresenterebbe, inoltre, una violazione patente di un principio elementare di giustizia: chi ha fatto quello che ha voluto e ha violato la legge morale e religiosa verrebbe trattato allo stesso modo (positivo) di chi ha seguito ed applicato quella legge, spesso a prezzo di duri sacrifici morali e materiali. In tal modo l’iniquità verrebbe premiata e tra il talamo incontaminato e l’infedeltà, tra il vero e il falso non ci sarebbe più alcuna differenza. Tra l’altro, che efficacia avrebbe un Sacramento somministrato ad un peccatore che resta tale e convinto di esser nel giusto, e talmente nel giusto da considerare un suo diritto ricevere il Sacramento medesimo? Una tale “apertura” non distruggerebbe il significato stesso dei Sacramenti agli occhi dei fedeli, che sarebbero costretti a considerarli una cosa poco seria?

Müller ci ricorda che Dio è giustizia, oltre che misericordia

Il cardinale Müller ha detto anche qualcos’altro, di estrema importanza a mio avviso, e che non si sentiva dai tempi di Giovanni XXIII, quando nell’ambigua Allocuzione di apertura del pastorale Vaticano II disse (ma l’aveva detto più volte anche prima) che la Chiesa non avrebbe più dovuto condannare gli errori ma usare invece la “medicina della misericordia”. È iniziata da allora la “banalizzazione” lamentata oggi dal cardinale Müller, secondo la quale “Dio non potrebbe far altro che perdonare”. Così come ha fatto l’autorità ecclesiastica nei confronti degli errori del Secolo a partire dal Vaticano II, rinunziando ad esercitare l’autorità che le viene da Dio e cadendo pertanto nell’inanità e nella corruzione che oggi la stanno consumando. Il concetto di estrema importanza, riesumato inaspettatamente dal Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, è proprio quello della “giustizia di Dio”, del quale si era persa appunto memoria. La misericordia, ha ribadito, non può esser separata dalla giustizia: “al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia”[2]. In effetti, Dio perdona a chi si pente e cambia vita, non a chi continua a vivere nel peccato come prima e pretende persino di esser accettato dalla Chiesa allo stesso titolo di chi nel peccato non ci vive. Questo significa cercare di prender in giro il vero Dio, Uno e Trino.

Un falso concetto di Incarnazione alla radice dell’errore

Ma la colpa di questa falsa idea di un Dio che non giudica mai e non ricompensa per l’eternità i meriti e le colpe di ciascuno (come risulta invece come estrema chiarezza dai Vangeli) non è tutta dei credenti: la Gerarchia ha lasciato che entrasse in circolazione e si diffondesse la bizzarra idea che tutti sarebbero già stati salvati dalla divina misericordia grazie a Gesù Cristo poiché Egli “con l’Incarnazione si è unito in certo modo ad ogni uomo” (costituzione del Vaticano II Gaudium et spes, 22.2). In tal modo Egli avrebbe svelato l’uomo a se stesso, rivelandone la sua altissima vocazione (Gaudium et spes GS.1 e 3-5). La “vocazione” dell’uomo, come si evince da svariati testi del pastorale e non dogmatico Concilio, consisterebbe nell’affermare la dignità dell’uomo come supremo valore e nel concorrere pertanto con tutti gli altri uomini alla realizzazione della pace nel mondo, all’istituzione di un nuovo ordine mondiale su di essa fondato, includente tutti i popoli con tutte le loro religioni. Si tratterebbe nientedimeno che di realizzare l’unità del genere umano e senza convertirlo a Cristo! Ora, se con l’Incarnazione il Cristo si è unito ad ogni uomo, nessun uomo può esser condannato all’Inferno poiché in ogni uomo resterebbe sempre quest’unione per così dire cosmica con il Cristo, essendo Cristo ab aeterno il Verbo divino. Ogni uomo ed ogni donna vengono così divinizzati, in quanto partecipi in qualche modo dell’Incarnazione del Verbo. Una dottrina così assurda, già combattuta come eretica da san Giovanni Damasceno (morto nell’AD 749, fustigatore dell’iconoclastìa) e confutata da san Tommaso, riesumata da teologi gesuiti censurati da Pio XII per le loro cattive dottrine, come Henri de Lubac e Karl Rahner e sventuratamente penetrata grazie a loro (immessi nelle commissioni conciliari dal “buon cuore” di Giovanni XXIII) in uno dei testi più discussi e contestati del Concilio, contraddice evidentemente quanto sempre insegnato dalla Chiesa sul dogma dell’Incarnazione, il cui contenuto appare di un’evidenza palmare nei Testi Sacri, sorretti dalla Tradizione della Chiesa: il Verbo si è incarnato in un solo uomo, storicamente esistito, l’ebreo Gesù di Nazareth, non si è “unito ad ogni uomo”. Come avrebbe potuto il Verbo “unirsi” all’uomo che è ciascuno di noi, afflitto dalle conseguenze del peccato originale? Egli ha innalzato la natura umana ad una dignità sublime in Lui non in noi, in Lui stesso poiché era senza peccato, mostrandoci in Lui stesso, il divino Maestro, il modello dell’uomo come dovrebbe essere per noi. Nostro Signore ha sempre detto che era venuto a salvare i peccatori (“veni vocare peccatores”, Mc 2 17), non a farci scoprire chissà quale nostra supposta dignità, della quale non ci saremmo accorti prima della sua venuta. E ha anche detto che sarebbe tornato il Giorno del Giudizio per dividere per sempre l’umanità in Eletti e Reprobi, dando a ciascuno la sua retribuzione in eterno, secondo i suoi meriti o le sue colpe. Queste erano una volta nozioni elementari della dottrina cattolica, si imparavano con il Catechismo. Oggi ai più possono sembrare inusuali, sostituite dal linguaggio ambiguo e confuso della pastorale attuale, volta da cinquant’anni a trovare un terreno d’intesa con gli pseudovalori del Secolo. E non solo con gli pseudovalori, persino con le deviazioni e le aberrazioni che ormai dilagano da tutte le parti.

Maradiaga vuole un’apertura a tutti gli usi corrotti del Secolo

Infatti, il cardinale Maradiaga non se la prende con il cardinale Müller solo per la questione della comunione ai divorziati risposati. Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dovrebbe diventare più flessibile anche per ciò che riguarda le famiglie allargate, i genitori single; la maternità in affitto, i matrimoni senza figli, le coppie tra persone dello stesso sesso[3]. Insomma, bisognerebbe dimostrarsi più elastici nei confronti di tutta la panoplia della vasta e molteplice corruttela contemporanea, per ciò che riguarda la famiglia. Ma come si può conciliare un’apertura del genere con la dottrina tradizionale della Chiesa? Niente paura, assicura il cardinale: “la dottrina tradizionale continuerà ad esser insegnata”. Tuttavia, “ci sono sfide pastorali alle quali non si può rispondere con l’autoritarismo ed il moralismo”. Anche il cardinale Mueller arriverà a capirlo[4]. Insomma, è un “tedesco”, un po’ duro di comprendonio ma si sveglierà, non c’è dubbio! E la dottrina tradizionale? Potrà pur continuare ad esser insegnata, come assicura il cardinale, ma in quali condizioni, mi chiedo? E ci tocca di vedere che una vigorosa ed efficace difesa dell’insegnamento perenne della Chiesa, proprio un cardinale osa bollarla come “autoritaria” e “moralista”? Il cardinale Maradiaga è coordinatore o segretario del Comitato di otto cardinali scelti da Bergoglio per coadiuvarlo nel governo della Chiesa. Occupa dunque una posizione influente nella catena di comando della Gerarchia attuale. Le cronache ci dicono che “è legato da antica amicizia a Bergoglio”. Il suo modo di intendere la pastorale della Chiesa non sembra pertanto lontano da quello del Papa, anche se presentato in forma più estrema, come risulta da una conferenza tenuta all’Università di Dallas, nel Texas, il 25 ottobre 2013, sull’Importanza della nuova evangelizzazione. Si tratta di un testo che sembra una vera e propria sinossi della più aggiornata “teologia della liberazione” o “popolare”, la “teologia” che notoriamente vede l’essenza della Chiesa nella cosiddetta “Chiesa dei poveri” – il che, sia detto incidentalmente, non si può ammettere, in quanto il Verbo, come ho appena ricordato, si è incarnato per convertire a Lui tutti i peccatori, che si trovano oltre che tra i ricchi anche tra i poveri, a meno che non si voglia sostenere che i poveri, gli indigenti, in quanto tali non commettono mai peccato![5]. L’approccio del cardinale Maradiaga non è teorico, è pratico, come quello di Bergoglio, del resto. Egli afferma: quello che serve alla Chiesa oggi “è più pastorale che dottrina”[6]. È un discorso che abbiamo sentito fare molte volte, da Giovanni XXIII in poi. E lo si capisce: se la pastorale è utilizzata per cercare di “aprire” in ogni modo possibile agli usi e costumi del Secolo, “dialogando” quindi con i suoi errori, giunti oggi alle brutture e deviazioni che sappiamo, la vera dottrina cattolica è chiaramente d’impaccio. Essa non serve, anzi dà fastidio. Nella scala gerarchica, Maradiaga non occupa una posizione paragonabile a quella del cardinale Müller. In quanto Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, quest’ultimo è la seconda autorità nella Chiesa, dopo il Sommo Pontefice, o la terza se gli si antepone il Segretario di Stato. Come si spiega allora l’audacia dell’attacco, spinto ai limiti dell’insulto personale? Evidentemente, con il fatto che Maradiaga si sente le spalle ben protette dal Papa. Se non vorrà subire una fine simile a quella toccata ai Francescani dell’Immacolata, il cardinale Müller dovrà adeguarsi alla svelta alla pastorale della “teologia popolare” di Papa Bergoglio.

Bisogna schierarsi con il cardinale Müller, difensore della fede

Ma il cardinale Maradiaga si sbaglia, se pensa di poter liquidare in questo modo la dottrina ortodossa della Chiesa. Lo scontro con il Prefetto della Congregazione della Fede non è pastorale, è eminentemente dottrinale, coinvolge direttamente il dogma della fede. Coinvolge il dogma perché coinvolge di per sé la natura stessa del matrimonio cattolico, che riposa sulle verità rivelate da Nostro Signore. La nuova “pastorale” invocata dal cardinale Maradiaga è solo una cattiva dottrina che vuole scacciare quella buona, difesa dal cardinal Prefetto. Cattolici: mettiamo da parte una buona volta conformistici ossequi per nulla graditi a Dio, pane quotidiano dei sepolcri imbiancati; ossequi che ci verranno sicuramente rinfacciati da Nostro Signore nel giorno del Giudizio: cerchiamo, invece, di capir bene il significato dell’attuale offensiva contro il Prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Non si tratta solo di “stracci che volano”. Sotto attacco è il dogma della fede e quindi la nostra stessa salvezza, la vita eterna. Si sta tentando di imporre false dottrine, che corrompono la fede e avviano le anime sulla strada della perdizione. Ricordiamoci bene di quello che ha ordinato san Paolo al fedele Timoteo, da lui ordinato vescovo, come suo fondamentale dovere: “O Timoteo, custodisci il deposito [della fede], evitando le profane novità d’espressioni e le contraddizioni di quella che falsamente si chiama scienza, cui annunziando taluni persero la mira della fede” (1 Tm, 6,20). Dobbiamo pregare per il cardinale Müller, affinché resista all’assalto concentrico che gli si sta portando dall’interno della Chiesa e mantenga ad ogni costo le posizioni, respingendo la “falsa scienza” di falsi profeti. Pregare, e nello stesso tempo prendere pubblicamente posizione, come hanno già fatto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, contro la deriva sempre più accentuata della Chiesa.

NOTE

[1] IL FOGLIO.it – On line, 22 gennaio 2014, articolo di Matteo Matzuzzi, Siamo agli stracci. Maradiaga contro il “troppo tedesco” Müller. Invece dell’aria fresca è entrata nella Chiesa quella mefitica del Secolo, ma in troppi continuano oggi a non volerlo ancora capire.

[2] Quest’ultima frase, è riportata sempre dal medesimo giornalista ma in un articolo del 25 gennaio 2014, che contiene un’intervista con il noto teologo laico progressista Vito Mancuso: Mutare la dottrina, si può e si deve, IL FOGLIO.it – On line. 25.1.2014.

[3] Articolo inizialmente citato.

[4] Ivi.

[5]Il testo di Maradiaga è reperibile sul sito, con il titolo: “The Importance of the New Evangelization”, pp. 1-8.

[6] Siamo agli stracci, cit.

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