Non ridateci la Democrazia cristiana!

È necessario per i cattolici rivendicare un proprio ruolo ed una propria visibilità nell’attuale momento storico, in politica e nella società. Il che non significa però lanciarsi nell’avventura di un nuovo partito politico. Giovanni Paolo II ricordò come «una democrazia senza valori si converta facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo. Per questo uno dei compiti più urgenti del politico cristiano è quello di far risuonare il Vangelo della vita su tutte le strade del mondo». Se ciò non avvenisse – come capitò coi democristiani conniventi nel varo delle leggi sul divorzio e sull’aborto – il cristiano diverrebbe complice dell’aggressione all’avvenimento cristiano.

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L’inquietante presenza di Turoldo nel Messale Romano Novus Ordo

Fra i “padri” della nuova “Chiesa” anche David Turoldo, il «poeta maledetto» del XX secolo, considerata «figura profetica in ambito ecclesiale e civile», acceso sostenitore della rivoluzione ecclesiologica e «coscienza inquieta della Chiesa».

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Il compromesso tra la fede e il mondo di Giorgio La Pira

Giorgio La Pira (1904-1977) rappresenta il cristianesimo liberale e sociale, la Democrazia Cristiana statalista, il cristianesimo pauperista, quello «delle periferie» (secondo l’accezione di papa Bergoglio) ed ecumenico. Il suo modo di pensare la religione e l’amministrazione pubblica è pertanto in linea con il governo attuale della Chiesa.

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Il vero volto di don Lorenzo Milani

Le lodi di Bergoglio a questo sacerdote, sulla cui tomba di Barbiana è andato in preghiera il 20 giugno scorso, hanno creato malumori non certo infondati. Chi era don Milani?

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David Maria Turoldo. Analisi pietosa del prete che spezzò il rosario

Prete, “cattolico adulto”, divorzista, abortista, liberale. Più poeta che… “profeta”. E per giunta, spezzò il rosario.

di Tea Lancellotti, da Papale Papale (12/05/2012)

NESSUN PROCESSO

Padre David Maria Turoldo è diventato un’”icona” della sofferenza che, ci teniamo a sottolineare, non intendiamo assolutamente scalfire. Era un uomo di fede – e anche questo è fuori discussione –, un sacerdote devoto e fedele alla propria vocazione (e neppure questo vogliamo discutere). Allora, che cosa vogliamo far emergere da questa “icona” del nostro tempo? Semplicemente desideriamo dare voce anche a non pochi tra i suoi confratelli che parlano di un lato “scomodo” di Turoldo, un lato un pò contraddittorio, non perfettamente dottrinale e dogmatico.

Certo, non è compito mio né del sito aprire o fare alcun processo – e questo infatti non lo è – ma abbiamo il dovere di chiarire quei lati oscuri che dagli anni ’50, a partire dai quali inizia una dura contestazione in campo cattolico, hanno purtroppo coinvolto anche sacerdoti le cui “icone” da “martiri”, incollate loro addosso da non pochi discepoli, non sono del tutto luminose come appaiono. Ci muoviamo senza contestare la persona, come è avvenuto per i ben quattro articoli che abbiamo dedicato alle idee di mons. Tonino Bello, senza metterne in discussione la bontà delle intenzioni.

Senza dubbio, nel ricostruire la vita di una persona, se si dovessero esclusivamente riportare i difetti, non saremmo corretti e commetteremmo un atto di ingiustizia. È per questo motivo – e ci preme ri-sottolinearlo – che in questo articolo non intendiamo avanzare alcun processo, né giudicare la fede di questo sacerdote. Del resto i suoi pregi sono abbondantemente conosciuti, mentre sono forse poco noti quei difetti che, se fossero rimasti solo “suoi”, non ci fornirebbero le motivazioni di questo articolo. Tuttavia, poiché certi difetti hanno coinvolto non pochi cattolici, facendoli deviare dalla retta dottrina della Chiesa, riteniamo un dovere ed un servizio riportare su “papalepapale” il resoconto di alcuni danni provocati dalle idee di Padre Turoldo. Non è del resto raro oggi trovare molte persone di fede che pretendono di portare avanti le proprie opinioni o una fede “personalizzata”, spesse volte imponendola proprio attraverso atteggiamenti da buon fedele.

Spetta al lettore prudente, cattolico e che riesce a vagliare con un sano discernimento, saper comprendere i fatti che seguono, fedele al monito di san Paolo: “esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Tess 5,21).

Noi ci apprestiamo a presentare quanto segue, riportando alcune idee liberali e in libertà di Padre Turoldo, che influirono su molti cattolici ingannandoli sulla corretta dottrina, per rigettarle.

UN PROFETA RICONOSCIUTO TROPPO TARDI? NON DICIAMO… ERESIE!

Di padre David Maria Turoldo – su cui la rete e il mondo editoriale offrono materiale in abbondanza – non poche librerie presentano i libri di poesie, ma anche quelli di esegesi poetica sui salmi. Tra questi ultimi, alcuni sono davvero belli (ho scoperto di averne letto uno, rendendomi conto solo dopo di chi fosse l’autore): si dice che lo stesso cardinale Joseph Ratzinger tenesse sul comodino uno di questi testi poetici sui salmi, almeno secondo quello che ha rivelato il cardinale Ravasi, naturalmente grande amico e probabilmente discepolo del Turoldo.

Anche il cardinale Carlo M. Martini fu catturato dalla vena poetica di questo sacerdote tanto che, ai suoi funerali, ebbe a dire una frase, a mio parere infelice perché detta da un Principe della Chiesa: “La Chiesa riconosce la profezia troppo tardi“. Con una frase del genere si millanta l’incapacità della Chiesa nell’interpretazione delle Scritture stesse e nel discernimento degli spiriti buoni e santi, compromettendo quella infallibilità che invece riguarda proprio tale discernimento, tale riconoscimento. Fare queste affermazioni – come accade anche nel caso di san Pio da da Pietralcina, per il quale molti dicono “la Chiesa lo ha riconosciuto tardi…” – è un fatto grave perché non si tiene conto dei “tempi di Dio”. E’ Dio che stabilisce quando e come un suo servo debba o non debba essere riconosciuto santo dal momento che è Lui ad elargire, tenendo conto anche delle preghiere e delle suppliche che vengono elevate al Cielo dai fedeli, quel miracolo necessario per far chiudere positivamente un processo di beatificazione o di canonizzazione. Senza dubbio spetta alla Chiesa sollecitare la Divina Misericordia ed essere vigile verso le profezie; allo stesso modo, però, spetta sempre e solo alla Chiesa riconoscerle come vere o come false. Proprio per questo motivo, non si può dire che le riconosce “troppo tardi”: piuttosto Essa è prudente e saggiamente paziente. Si sa, però: oggi la pazienza è una virtù diventata assai rara.

Padre Turoldo fu “osservato” a lungo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che prima del Concilio si chiamava Sant’Uffizio. La più nota tra le Congregazioni, pur non contestandogli nulla di particolare, tuttavia guardava con sospetto le sue idee liberali. Dobbiamo dire, però, che fu proprio la Congregazione dei Serviti – che aveva accolto il sacerdote – a rimuoverlo da diversi incarichi, spostandolo da una Casa all’altra, fino a che, dopo il Concilio e dopo che furono modificate le stesse azioni disciplinari della Chiesa diventate nel frattempo assai più concilianti, Padre Turoldo poté fermarsi grazie anche all’interessamento di Giorgio La Pira, suo amico, discepolo e collaboratore. Padre David Maria fu un sacerdote dal cuore sensibile, senza dubbio: fu sostenitore del progetto Nomadelfia, il villaggio nato per accogliere gli orfani di guerra “con la fraternità come unica legge”, fondato da don Zeno Saltini (un progetto sofferto e riconosciuto dalla Chiesa nel 1962, come parrocchia, e dopo la modifica della costituzione normativa); fu anche amico di Pier Paolo Pasolini, ma di lui non gli interesserà la “sua conversione personale”, quanto piuttosto la collaborazione per realizzare il suo unico film: Gli Ultimi, nel 1962.

A LUI NON INTERESSA LA CONVERSIONE MA IL “DIALOGO”. PER QUESTO SCEGLIE IL DIVORZIO. E ANCHE L’ABORTO

Qui intravediamo già un primo spunto di riflessione: a padre Turoldo non interessava la conversione del singolo, quanto piuttosto il “dialogo” con il singolo attraverso il quale maturare un rapporto esclusivamente umano, dove il trascendente rimaneva un fatto privato e personale.

A molti cattolici, oggi, questo aspetto potrebbe sembrare superficiale. Operando però un sano discernimento, comprendiamo come questa idea abbia influito negativamente su uno dei referendum che portò il mondo cattolico ad una prima chiara apostasia dalla dottrina di Cristo e della Chiesa, quello sul divorzio.

Il 12 maggio 1974, con il referendum abrogativo sul divorzio, gli italiani furono chiamati a decidere se abolire la legge Fortuna-Baslini che istituiva in Italia il divorzio: partecipò al voto l’87,7% degli aventi diritto; votò “no” il 59,3%, mentre i “sì” furono il 40,7%: la legge a favore del divorzio rimase così in vigore.

David Maria Turoldo si schierò per il “no” e non risparmiò critiche e attacchi contro i cattolici che erano a favore dell’abrogazione.

Naturalmente, per restare fedele alla sua idea liberal-radicale, il suo sì al divorzio diventerà poi il “sì” all’aborto!

Erano gli anni della contestazione, è vero. Per esempio, fratel Carlo Carretto, della comunità fondata dal beato Foucauld, a pochi giorni dal voto referendario fa una esternazione allucinante su La Stampa del 7 maggio 1974: “Voto no! E tu, Signore, per chi voti? Mi par di saperlo dalla pace che sento dentro di me…”. Naturalmente fratel Carretto ritratterà questa affermazione la notte di Pasqua del 3 aprile 1975, nella gremita cattedrale di Foligno, davanti a tutti i fedeli, riconciliandosi con il vescovo Siro Silvestri, ma intanto il danno era fatto. Almeno, però, lui fece abiura dell’errore, pentendosi, mentre padre Turoldo non sembra essersi mai pentito del danno recato alle menti ed alle coscienze di tanti cattolici. E alla sua stessa, schierandosi, lui prete, a favore del riconoscimento legale di due peccati mortali: contro il sacramento del matrimonio e a favore dell’infanticidio con l’aborto.

L’errore di Padre Turoldo fu nel definire la battaglia contro il divorzio e l’aborto un “problema politico”. Di conseguenza, secondo la sua opinione, la Chiesa non avrebbe dovuto schierarsi né pro né contro. Dal momento che la Catholica, però, aveva preso la decisione di schierarsi contro, Turoldo decise di battersi a favore del divorzio, definendo la questione non un problema ecclesiale o religioso, ma di coscienza, una “battaglia sbagliata” che andava perduta “in difesa della libertà di coscienza – per una laica libertà della persona“. Parole davvero incomprensibili, inaccettabili diremmo, se pronunciate da un sacerdote che non dovrebbe occuparsi di laicità, ma di Sacramenti! In sostanza, egli era convinto che la scelta della Chiesa di schierarsi contro queste “legittime” scelte dei cattolici, era un’imposizione, e poiché non si può imporre la religione né ai battezzati e men che meno a chi non crede, si schierò in favore di questa presunta “libertà” – quella di divorziare – andando contro il Papa e contro la Chiesa in campo etico e morale. La quale, a differenza di come la pensava Turoldo, aveva ed ha tutto il dovere e il diritto di guidare i fedeli riguardo ad una sana e corretta interpretazione dell’etica e della morale. Invece ecco la bella pretesa turoldiana: la Chiesa, con a capo il Papa, aveva “sbagliato battaglia”, mentre lui, sacerdote, conduceva la battaglia giusta contro la Chiesa e il Papa, contro l’indissolubilità del matrimonio, che è un Sacramento, e a favore dell’aborto.

PER TUROLDO, FEDE E MORALE CATTOLICA SONO UN “FATTO PRIVATO”. COME PURE DIVORZIO E ABORTO

Tuttavia il vero e proprio snodo della questione stava e sta nel fatto che Turoldo non era né a favore del divorzio né a favore dell’aborto: in verità, egli aborriva entrambi e sosteneva che “erano e sono un male ma che deve essere vissuto solo a livello della fede e della coscienza, nel rispetto di chi non crede che aborto e divorzio siano un male”.

In sostanza siamo davanti ad uno degli errori madornali di questa società e che ha prodotto una delle più gravi apostasie del nostro tempo: definire la fede Cattolica e la morale, con tutto quello che ne deriva, un “fatto privato”. Esattamente il contrario di ciò che insegna la Chiesa, di ciò che predicò Giovanni Paolo II e di quanto lo stesso Benedetto XVI oggi denuncia ripetutamente: la fede della Chiesa, la sua etica e la sua morale non sono un fatto privato. La morale cattolica non è un monopolio del singolo fedele, ma appartiene alla Legge di Dio, a ciò che nel mondo laico è la Legge naturale. Non esiste la Legge di Dio e la legge naturale in contrapposizione o in contraddizione: questa Legge è unica e vale in tutto il mondo e in tutto l’Universo. Non a caso al termine dell’Anno Liturgico proclamiamo la vittoria di Cristo Re dell’Universo: un sacerdote non dovrebbe mai dimenticarlo, ed essere coerente con tale dottrina.

Padre Turoldo era cosciente di mettersi contro l’insegnamento della Chiesa. Affermò limpidamente che, con grande sofferenza, decise di sostenere “il suo pensiero” cercando di “sbagliare il meno possibile“.

Per Turoldo ha più valore la legge della coscienza che non la legge politica. Senza dubbio, ciò è vero. Tuttavia questo è possibile solo se la coscienza è retta ed è ordinata verso il vero Bene, verso la Legge di Dio con la quale non si può entrare in conflitto o che non deve essere usata per votare o vivere contro di essa.

Il voto di Turoldo (che non è stato certamente l’unico voto cattolico contrario alla fede) ha contribuito a spezzare milioni di vite innocenti, uccise nei ventri delle madri, e contribuisce ancora oggi a questo olocausto che sembra non finire mai. La coscienza di un sacerdote non dovrebbe mai sostenere una simile carneficina che, nel caso in questione, prosegue anche dopo la sua morte.

Che valore ha l’aver sostenuto il progetto Nomadelfia, la casa per i bambini orfani, se poi quella stessa coscienza decide, con il suo voto, di far massacrare per legge milioni di vite umane? Forse è anche il caso di citare il noto proverbio, senza estremizzare: “La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

IL SOLITO PAPPONE DEL “CATTOLICO ADULTO”. OSSIA… ADULTERATO

Se fosse stato anche vero (ma Giovanni Paolo II lo smentisce) che la Chiesa non avrebbe dovuto sostenere quei referendum, resta contraddittorio il fatto che Turoldo, per dire alla Chiesa che sbagliava nell’essersi schierata, di fatto si schierò contro la vita nascente… Fu questo il suo “sbagliare il meno possibile”?

Turoldo che poneva “l’Uomo avanti a tutto” finì per contraddirsi votando e sostenendo questi due referendum; ingannò se stesso e chi lo ascoltava e ancora oggi, purtroppo, molti cattolici ritengono che ciò sia giusto, legittimo, lecito.

I suoi “difensori”, sulla vicenda, dicono: “Turoldo non era a favore del divorzio e dell’aborto, ma si sentiva cattolico adulto e voleva matrimoni cristiani convinti, voleva che si facessero i figli con amore…”. Ebbene, ci perdonerete se non riteniamo “cattoliche” certe difese. Al contrario, le possiamo ritenere a ragione “perniciose” – come direbbe anche oggi l’Apostolo delle genti – e dalle quali stare alla larga. Avranno imparato oggi i cattolici, dall’insegnamento di Benedetto XVI, che il termine cattolico adulto è proprio l’essenza dell’apostasia, dell’abbandono della corretta dottrina e dell’innamoramento nei confronti di varie ideologie alla moda?

Come può un cattolico, e per giunta sacerdote, battersi contro gli insegnamenti evangelici e votare a favore della libertà di coscienza? Libertà dalle Leggi di Dio? Suvvia!

RIFIUTANO L’INSEGNAMENTO INFALLIBILE DELLA CHIESA. POI PRETENDONO L’INFALLIBILITÀ DELLE LORO OPINIONI

E’ vero che nella sua biografia si conservano atti gloriosi. Il beato cardinale Schuster lo volle come predicatore in Duomo per la messa domenicale delle 12,30. A Turoldo si deve l’iniziativa di una raccolta fondi, durante quelle messe, per le famiglie disagiate o colpite dalla guerra: un modo nuovo, per quel tempo (siamo ancora nel periodo della messa nella forma antica) di vivere la messa ed essere coinvolti attivamente con il Mistero che viene celebrato. È anche vero, però, che se il Card. Schuster avesse ascoltato le sue esternazioni durante gli anni di quei due referendum (non accadde perché il beato morì nel ’54), non lo avrebbe mai chiamato a predicare in Duomo. Si dice, infatti, che il cardinale Colombo (arcivescovo di Milano dal ’63 al ’79) lo volle allontanare proprio a causa delle sue idee politiche referendarie.

C’è da dire con assoluta franchezza, onestà ed anche serenità che padre Turoldo aveva ricevuto due grandi doni da Dio: la fede e la poesia. Era un poeta e seppe armonizzare esteticamente la sua fede e la passione per la Sacra Scrittura, ma tuttavia non seppe fare discernimento tra ciò che era il vero contenuto della fede e ciò che non lo era e difenderlo poi come tale; non seppe, inoltre, andare in profondità nel “servire l’uomo”, che non può essere lasciato a se stesso, ma deve essere condotto a Cristo. In sostanza, l’uomo ha bisogno di essere guidato, la sua coscienza ha bisogno dell’istruzione, non può essere abbandonato senza alcun punto di riferimento. Del resto egli stesso, Turoldo, “insegnava”, pretendeva di farlo almeno. Non si comprende allora perché certi insegnanti, quando devono apprendere dalla Chiesa, Magistra per antonomasia, la criticano, ne cambiando e modificano gli insegnamenti, e la ritengono fallibile e persino capace di errori anche gravi; mentre invece, quando sono loro a parlare da un pulpito, pretendono di essere ascoltati, di essere considerati infallibili o, se non lo fanno loro, pretendono l’infallibilità per tali “maestri” i loro discepoli.

CONVERTIRSI A CRISTO? “ROBA SUPERATA”

Il cuore del pensiero di Turoldo era che l’uomo non dovesse fare altro che “convertirsi alla sua stessa umanità”: il fatto di “convertirsi a Cristo”, seguendo la dottrina cattolica, era per lui un discorso superato, finito, obsoleto. Semmai la conversione a Cristo si sarebbe raggiunta convertendosi semplicemente alla propria umanità.

Se il discorso vi appare confuso o poco chiaro, non siete i soli. La stessa Chiesa non si è mai inoltrata nel pensiero di Turoldo: alcuni sostengono che sia troppo cavilloso, preferendo fermarsi semplicemente sulla superficie delle sue poesie.

Del resto va detto che, nel post Concilio, ci sono stati anni in cui la Chiesa, per evitare di dover scomunicare gran parte del clero, vescovi compresi, finì per tacere e sopportare pazientemente il ritorno di alcuni suoi figli “controversi” alla ragione della fede, quella dottrinale e della Tradizione, non per nulla cuore stesso di questo pontificato benedettiano.

In uno dei suoi famosi Racconti, Padre Turoldo scrive:

“Anche in fatto di sentimenti, è difficile dire una parola precisa. C’è sempre qualcuno che la vuole calda… Ad ogni modo mi son detto: o creduto o non creduto, io la vendo com’è. E chi vuol leggermi mi legge; chi non vuole, mi metta pure da parte. La predica non la faccio più a nessuno“. C’è da chiedersi, però, fino a qual punto egli sapeva che, come dice oggi Papa Benedetto XVI:

“… il sacerdote non insegna idee proprie. il sacerdote non parla ‘da sé’, non parla ‘per sé’, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito. Non parla di cose proprie. Il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la Verità che è Cristo stesso, la Sua Parola, il Suo modo di vivere” (Udienza del 14.4.2010).

Le battaglie di padre Turoldo, fuori e dentro la Chiesa, e soprattutto quelle contro l’insegnamento morale della Chiesa, furono tante e diverse. Egli stesso riconobbe “molte sconfitte”. A riguardo viene spontanea una domanda: la Chiesa ha fatto proprie le battaglie di Turoldo? No! Già questo dovrebbe farci comprendere molte cose…

L’ “ORA DEI PIPISTRELLI”

Tra il 1972 e il 1976, il grande Tito Casini, autore anche de La Tunica stracciata scrisse una specie di diario, in tempo reale, su ciò che stava avvenendo nella Chiesa di quegli anni rinchiudendo il tutto sotto il titolo: Nel fumo di satana verso l’ultimo scontro. In questo diario, fece anche la bellissima profezia (è davvero curioso che all’annuncio di Paolo VI del cambiamento della liturgia avveniva un’eclissi di sole) avveratasi in quel luglio 2007 a firma del Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI: “Risorgerà, vi dicevo… la Santa Messa Tridentina risorgerà, come rispondo ai tanti che vengono da me a sfogarsi (e lo fanno, a volte, piangendo), e a chi mi chiede com’è che io ne sono certo, rispondo (da poeta, se volete) conducendolo sulla mia terrazza e indicandogli il sole… (…) Così, aggiungevo, è e sarà della Messa – la Messa “nostra”, cattolica, di sempre e di tutti: il nostro sole spirituale, così bello e santo e santificante – contro l’illusione dei pipistrelli, stanati dalla Riforma, che la loro ora, l’ora delle tenebre, non debba finire; e ricordo: su questa mia ampia terrazza eravamo in molti, l’altr’anno, a guardar l’eclisse totale del sole; ricordo, e quasi mi par di risentire, il senso di freddo, di tristezza e quasi di sgomento, a vedere, a sentir l’aria incaliginarsi e addiacciarsi via via, ricordo il silenzio che si fece sulla città, mentre le rondini, mentre gli uccelli scomparivano, impauriti, e ricomparivano svolazzando nel cielo i ripugnanti chirotteri. A uno che disse, quando il sole fu interamente coperto: – E se non si rivedesse più? – rammento che nessuno rispose, quasi non si addicesse, in questo, lo scherzo… Il sole si rivide, infatti, il sole risorse, dopo la breve diurna notte, bello come prima e, come ci parve, più di prima, mentre l’aria si ripopolava di uccelli e i pipistrelli tornavano a rintanarsi“.

FOSSE STATO VIVO, PAPA GIOVANNI GLI AVREBBE RIFILATO UNA PEDATA: LA CORONA DEL ROSARIO SPEZZATA

In mezzo a tanto dolore per le questioni prettamente ecclesiali come la liturgia, Tito Casini non si risparmia nel denunciare cardinali, vescovi, sacerdoti e religiosi che, nell’euforia degli anni della contestazione, sposarono la morale del mondo. Fra questi, egli rivolse un’aspra ma anche caritatevole critica proprio a padre David Maria Turoldo, nel capitolo “la conta”, nel quale è riportato l’atto vandalico e sacrilego di Turoldo che spezza la sua Corona del Rosario in segno di sfida contro la posizione della Chiesa sui Referendum. E’ un commento lungo ma vale la pena di leggerlo:

“Lasciando anche lui il suo Sahara a Sotto il Monte (dove pare che abbia messo le tende per sentirsi più vicino a papa Giovanni… che lo allontanerebbe volentieri con una pedata) e affiancandosi nella corsa al carrettiere principale, il nostro Turoldo (nostro, ce lo consenta, perché lo abbiamo avuto concittadino quando serviva ancora Maria al suo convento della Santissima Annunziata), il compagno padre Turoldo, ‘il frate scomodo che si batte per il divorzio’, come lo chiama elogiosamente con un titolo a cinque colonne in prima pagina quel giornale dei poveri come la Stampa, ch’è il Corriere della Sera, ha detto infatti (con esemplare divorzio dalla grammatica, e palese accordo con Pellegrino): Qualunque che sia il risultato del referendum, esso non costituirà affatto la conta dei cattolici, e perché il risultato fosse quello ch’è stato egli s’è battuto in tal modo, con un tal dispendio di forze, da farci pena e confondere col suo il nostro cervello nell’insolubile problema di saper con qual mai visto animale, di quale mai vista specie, egli intenda identificarsi dicendo, sullo stesso giornale dei poverelli, quanto abbia fatto e, qualunque che sia il bisogno, qualunque che sia in esso la forza, non gli sia possibile far di più: Non ho tempo, non ho più tempo. Sono come un cavallo da tiro al quale ieri staccano i finimenti neppure di notte. Io ho due gambe e una sola testa…”.

“Un cavallo bipede monocefalo…? No, io non conosco una simil bestia da tiro o da zoo, e nel dubbio s’egli vorrebbe aver più piedi, rinunziando ad aver più teste, così da diventar del tutto un quadrupede ovvero un quadrumane, gli auguriamo di ridiventare un cristiano (sinonimo, una volta, d’uomo), di tornare il religioso e poeta padre Davide Maria, con la sua divisa, la sua cintola, la sua corona (i suoi finimenti di servita), come noi lo abbiamo conosciuto e ascoltato e letto, con nostra edificazione e piacere, quando era dei nostri”.

“Che la Madonna lo aiuti, in questo, perdonandogli la sua aberrazione, perdonandogli quella rottura che più di tutto ci ha fatto male nel leggere, su quel giornale di Como, questa spiegazione della sconfitta: ‘Abbiamo perduto perché non si prega più. Se si pensa che Padre Turoldo, a Tirano, sulla piazza del santuario, per indicare che col Concilio tutto si rinnova, ha rotto la corona del Rosario come una sfida, si possono capire tante cose, ossia come la Misericordia di Dio ci possa abbandonare, perché nella Chiesa sono in voga gli pseudocristi e i falsi profeti’”.

“Non lo abbandoni, no, per questo, la divina Misericordia, e se non lo spronerà a meditare quel buon papa di Sotto il Monte, che del Rosario faceva la sua quotidiana gioia, sproni, lui artista, la visione di quel tremendo Giudizio del pio Michelangelo, dove, per non cadere nell’abisso, quelle anime stanno attaccate alla corona con cui l’angelo le tira al cielo, ansiose ch’essa non si rompa”.

ABBASSO LA TALARE. SE SERVE PER MOTIVI POLITICI, PERÒ, LA RIPRENDE

Prosegue Tito Casini descrivendo l’abbandono dell’abito talare e le manifestazioni politiche con la partecipazione di Padre Turoldo ed altri frati e preti:

“Glielo auguriamo e ce lo auguriamo, anche per cancellar dalla nostra mente quell’altra immagine di lui, il già nostro padre Turoldo, con la sua tonaca, sì, con la sua cintola e la sua corona di servita, ma al servizio di un’altra causa che non quella di Maria, e diciamo pur della poesia, come indicava il cartello che i comunisti gli avevano appeso al collo e fatto portare, in corteo, con altri frati e preti, tali alla veste, per le strade di Roma: corteo e cartello di protesta contro il Papa che avendo ricevuto il Xuan Thi, il degno capo-delegazione dell’inumana banda nord-vietnamita, s’era creduto lecito di ricevere anche il cattolico Van Thieu che all’avanzar della banda tentava di resistere anche a nome della sua fede, della civiltà cristiana. Così, e così avevano precisamente disposto, perché più redditizio fosse per il servizio al Comunismo, i capi-compagni, nella convinzione che l’abito facesse nel caso il monaco: che li credessero autentici sacerdoti quelli che sotto tale abito, in tale veste di agnelli, li vedevano pecorilmente sfilare, tristo branco di rinnegati, ignari, come i loro padroni, di quale onore rendessero, così adoprandolo per ingannare gli onesti, all’abito sacerdotale. Tali gli ordini, ed essi, quei preti e quei frati, avevano obbedito riprendendo volenterosamente, ai fini dei senza-Dio, ciò che con tanto disprezzo avevan buttato disobbedendo a chi chiedeva che almeno in chiesa, almeno all’altare, fossero anche esteriormente, agli occhi degli uomini, ciò ch’erano realmente e indelebilmente agli occhi e ai fini di Dio”.

“L’appello a indossare l’abito talare e religioso, da parte di chi spesso e ostentatamente non se ne serve più nemmeno durante i riti sacri, appare come un controsenso, dal quale potrebbero nascere anche abusi di travestimento e di usurpazione di indebita qualifica”.

“Così, a commento del fatto, il giornale del Vaticano, ed è per questo che ‘la conta’ s’impone: affinchè non inganni il travestimento: perché il manto dell’agnello non mimetizzi il lupo, ai danni del gregge: perché la qualifica di cattolici, usurpata da chi lo fu, non induca a crederli ancora, a confonder coi discepoli i Giuda, per differenti che questi siano da quello d’Iscariot”.

SE UN SACERDOTE NON SA PORTARE DIO AGLI ATEI È UN AMEBA

Di recente il cardinale Ravasi ha citato una delle tante poesie di Turoldo, che dice: “Fratello Ateo, nobilmente pensoso, alla ricerca di un Dio che io non so darti, attraversiamo insieme il deserto. Di deserto in deserto andiamo oltre la foresta delle fedi, liberi e nudi verso il Nudo Essere e là dove anche la Parola muore abbia fine il nostro cammino”.

Come fa un sacerdote a parlare de “la ricerca di un Dio che non so darti“?

Senza dubbio “attraversiamo insieme questo deserto”, ma il sacerdote è l’Alter Christus. Come nell’incontro con i discepoli di Emmaus, Cristo è in mezzo a due persone che cercano risposte. Un sacerdote deve perfettamente sapere cosa dare: è il “fratello ateo” che deve essere spronato e convinto che ciò che il sacerdote gli sta offrendo è il Dio che cerca. L’ateo non può essere semplicemente lasciato alla sua idea del divino. Un sacerdote può incontrare delle difficoltà nell’essere convincente riguardo a quello che predica, ma il Dio che porta si fa riconoscere, come ci insegnano molti santi. Il “fratello ateo” deve essere sospinto verso la certezza che ciò che il sacerdote gli offre non è una idea di Dio, ma è Dio che già sta operando attraverso lui che è Suo ministro, che non per nulla viene detto “santificatore”.

E poi: “andiamo oltre la foresta delle fedi? liberi e nudi verso quel Nudo” che certamente è Cristo ma, a questo punto, è un Cristo al di fuori della fede cattolica vista, per altro, come una fra le tante fedi. Un luogo dell’anima dove “anche la Parola muore”: ma ciò non avviene, incruentemente, sull’Altare, dentro la Chiesa? Certo avviene anche in mezzo ai moribondi disperati, ma lui è il sacerdote che deve portare la certezza di questo Dio, non il fratello ateo che spesso lo rifiuta, rigettando l’Istituzione del Corpo di Cristo.

Non si può fare esegesi biblica-dottrinale, come pretende Ravasi, partendo da una poesia… O, per lo meno, occorrerebbe spiegarla dottrinalmente nell’ortodossia, perché è ovvio che una poesia può essere interpretata in diversi modi e il suo linguaggio, volutamente sfuggente, può creare confusione.

LA CRITICA DI MONS. LIVI AL “PROFETA” TUROLDO

Vale la pena di citare come ultima parola, perché ultima non sia mai la “mia”, l’altrettanta interessante, e recentissima, riflessione di mons. Antonio Livi: [il testo integrale lo trovate qui: Turoldo e il mito del profeta inascoltato, del 25.2.2012, in occasione dei vent’anni dalla morte del prete-poeta].

Mons. Livi non ci sta a ricordare Turoldo con le solite frasi trite e ritrite usate come slogan e che abbiamo ricordato in apertura dell’articolo, come quella frase del cardinale Martini, che mons. Livi chiarisce correggendo l’errore (e l’orrore). Scrive infatti:

“Dal punto di vista teologico, si tratta di assurdità, perché pretendono di costruire un’ecclesiologia arbitraria, dove l’opinione (più o meno plausibile, e quindi sempre criticabile) viene spacciata per dogma, mentre il dogma è considerato come se fosse una mera opinione (da criticare perché recepita come espressione di un’ideologia avversa)”.

“È una dialettica che ho illustrato nel mio trattato su Vera e falsa teologia, ma qualunque fedele cristiano adeguatamente formato è in grado di smascherare coloro pretendono di imporre le proprie posizioni ideologiche come se fossero una rivelazione diretta di Dio alla quale dovrebbero adeguarsi anche i Pastori della Chiesa. La commemorazione di padre David Maria Turoldo è stata l’occasione per ripresentarlo come un’icona del profetismo progressista, ossia di quella ‘Chiesa del dissenso’ che si rivolge all’opinione pubblica cattolica con false ragioni teologiche malamente mascherate dai clichés retorici”.

“La retorica è l’arma principale delle ideologie. È per questo che, a partire dagli anni del Concilio Vaticano II, certa religiosità cattolica ‘di sinistra’ si è costruita i suoi idoli, i suoi oggetti di culto e i suoi riti. Ai riti cattolici ‘di sinistra’ è essenziale presentare i propri esponenti non solo come ‘profeti’, cioè come autentici araldi del vangelo, ma anche come ‘martiri’, come ‘preti scomodi’ che sono stati vittime della repressione da parte del potere ecclesiastico. Come già padre Balducci e don Milani e oggi don Gallo (ma l’elenco è lungo, e comprende anche l’ex abate di San Paolo, dom Franzoni), anche la figura e l’opera (soprattutto poetica) di padre Turoldo sono stati utilizzati dalla propaganda ideologica. Le sue iniziative pastorali e culturali sono state presentate come se questo buon religioso fosse davvero soltanto la ‘voce degli oppressi’, un paladino della lotta di classe all’interno della società civile e della comunità ecclesiale”.

“Antonio Borrelli, in Santi, beati e testimoni, ha scritto di lui: Uomo di grande sensibilità, combatté con sdegno le ingiustizie, rifiutando ogni compromesso con il potere; gli aggettivi che meglio lo qualificarono furono, ‘ribelle’ (nel senso nobile del termine), ‘impetuoso’ (nelle sue reazioni ed atteggiamenti), ‘drammatico’ (per le sue vicissitudini), ‘fedele’ (a Dio, alla sua vocazione, alla sua origine)”.

“Già il fatto di distinguere tra fedeltà a Dio e fedeltà alla propria vocazione e alle proprie origini è nonsenso teologico. Ma per la retorica tutto fa brodo.

La sua fu, insomma, la vita di un religioso stimato, di uomo di cultura politicamente impegnato, di un poeta più volte premiato. Solo strumentalizzandola può presentarsi come la vita di un profeta inascoltato. Turoldo non poteva essere ed effettivamente non fu un ‘profeta’: fu semplicemente un uomo di fede, con iniziative pastorali e proposte teologiche che qualcuno potrà giudicare positivamente (ma senza canonizzarle), mentre altri possono legittimamente criticarle”.

“Io, ad esempio, nei discorsi di Turoldo vedo i limiti teologici di quel ‘biblicismo’ che è stato esplicitamente stigmatizzato da Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio. Come molti teologi del tempo egli riduceva la ‘Parola di Dio’ non alla Rivelazione proposta infallibilmente dalla Chiesa ma alla sola Scrittura recepita con il ‘libero esame’, e quindi filtrata attraverso le precomprensioni suggerite dalle categorie ideologiche delle filosofie di moda”.

La più insidiosa di queste categorie filosofiche è quella hegeliana della negatività in Dio, assurdità logica che si ritrova spesso nel linguaggio dei pretesi ‘mistici’ e anche in questi versi di Turoldo: Dio e il Nulla – se pur l’uno dall’altro si dissocia… / Tu non puoi non essere / Tu devi essere, / pure se il Nulla è il tuo oceano“.

CHE LA MADONNA GLI ABBIA TESO UN CAPO DI QUELLA CORONA SPEZZATA. MA RIFIUTIAMO LE IDEE DI TUROLDO

Padre Turoldo, nella sua fede come vediamo, esce illeso da questo breve articolo, ma non si può tacere sulle sue idee, non si poteva tacere sulla grave tentazione per cui, da parte dei suoi discepoli, ancora una volta, si torni a sventolare un mito di cartapesta. Abbiamo parlato “papale papale” senza giudicare l’anima del defunto, per la quale preghiamo e che, con grande fiducia, affidiamo alla Vergine Maria, certa che avrà sostenuto un capo di quella Corona spezzata in un momento di euforia modaiola.

Non è da sottovalutare, però, che sia nella Lettera Apostolica Salvifici Doloris di Giovanni Paolo II, sulla sofferenza dell’uomo, che è del 1984, sia nella enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi del 2007, sulla speranza cristiana dell’uomo, i due pontefici non citino mai padre Davide Maria Turoldo che della sofferenza umana, quanto della speranza ricercata, è stato “cantore”.

Questo non significa una condanna – dobbiamo stare attenti a non equivocare – ma è chiaro che il silenzio non può diventare neppure un’approvazione o, peggio, una canonizzazione, come pretenderebbero i suoi discepoli. Questo tacere significa semplicemente che ben due pontefici, di cui uno beatificato, non hanno ritenuto opportuno citarlo in opere magisteriali, neppure ricorrendo ad una sua poesia. Certo, i papi, nei documenti ufficiali, citano la Scrittura, i Padri e i Dottori della Chiesa, i santi, per dare al documento stesso il carattere ufficiale del Magistero, della sua infallibilità dottrinale, perché essi non scrivono le proprie opinioni. Proprio questo atteggiamento, però, dovrebbe essere osservato ed imitato da tutti i sacerdoti, specialmente quanti si dicono e sono teologi. Un Papa è anzitutto un sacerdote e, in quanto tale, è allo stesso pari dell’ultimo prete di campagna: sono i ruoli che sono differenti. Padre Davide Maria Turoldo, avrebbe dovuto attenersi semplicemente molto di più di come ha fatto all’ortodossia dottrinale e mai separare la dottrina liturgica dalla dottrina sociale della Chiesa, la teologia morale da quella fondamentale, etc. Esse sono inscindibili: chi la pensa diversamente dalla Chiesa Cattolica nell’una, finisce con il falsificare anche l’altra. Chi dissente inizialmente anche in una sola materia dalla Chiesa, finisce per assumere una visione non prettamente cattolica e per insegnare il falso.

Turoldo e il mito del “profeta inascoltato”

È stato ricordato da molti organi di stampa la figura e l’opera di padre David Maria Turoldo, religioso Servita, a vent’anni dalla morte, avvenuta a Milano il 6 febbraio 1992. Nel corso delle esequie il cardinale Carlo Maria Martini, che aveva consegnato a padre Turoldo, pochi mesi prima della morte,  il primo “Premio Giuseppe Lazzati”, ebbe a dire che «la Chiesa riconosce la profezia troppo tardi». (…) La sua fu, invece, la vita di un religioso stimato, di uomo di cultura politicamente impegnato, di un poeta più volte premiato. Solo strumentalizzandola può presentarsi come la vita di un profeta inascoltato. Turoldo non poteva essere ed effettivamente e non fu un “profeta”: fu semplicemente un uomo di fede, con iniziative pastorali e proposte teologiche che qualcuno potrà giudicare positivamente (ma senza canonizzarle), mentre altri possono legittimamente criticarle. Io, ad esempio, nei discorsi di Turoldo vedo i limiti teologici di quel “biblicismo” che è stato esplicitamente stigmatizzato da Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio. Come molti teologi del tempo egli riduceva la “Parola di Dio” non alla Rivelazione proposta infallibilmente dalla Chiesa ma alla sola Scrittura recepita con il “libero esame”, e quindi filtrata attraverso le precomprensioni suggerite dalle categorie ideologiche delle filosofie di moda. La più insidiosa di queste categorie filosofiche è quella hegeliana della negatività in Dio, assurdità logica che si ritrova spesso nel linguaggio dei pretesi “mistici” e anche in questi versi di Turoldo: «Dio e il Nulla – se pur l’uno dall’altro si dissocia… / Tu non puoi non essere / Tu devi essere, / pure se il Nulla è il tuo oceano».

Turoldo e il mito del “profeta inascoltato”