Da Martini a Bergoglio. Verso un Concilio Vaticano III

Come il gesuita Carlo Maria Martini anche il confratello Jorge Mario Bergoglio batte e ribatte sullo “stile” con cui la Chiesa dovrebbe affrontare tali questioni. Uno “stile sinodale” permanente, ossia “un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà”.

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L’Haec Sancta (1415), un documento conciliare che fu condannato dalla Chiesa

Il Concilio di Costanza è annoverato tra i 21 concili ecumenici della Chiesa, ma un suo decreto, l’Haec Sancta è considerato eretico, perché afferma la supremazia di un concilio sul Romano Pontefice.

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FFI, la persecuzione vaticana continua

I processi di ogni regime totalitario ci hanno insegnato che più vaga è l’accusa tanto più difficile, se non impossibile difendersi.

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Eucarestia ai divorziati e gay: ultime di Marx, il cardinale

«Dobbiamo trovare il modo per le persone di ricevere l’Eucaristia. Non si tratta di trovare il modo per tenerli fuori!». A dirlo è il cadinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi che rilancia così le sue tesi già espresse al Sinodo. Come quelle sulle coppie gay, in questo d’accordo con Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago.

di Lorenzo Bertocchi

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Rodriguez Carballo ha “vuotato il sacco”: «La Fedeltà al Concilio non è negoziabile»

di MIC (8 maggio 2014)

Ormai sono venuti completamente allo scoperto: siamo nel più spinto conciliarismo, se mettere in discussione i punti controversi del Vaticano II, significa dare una formazione non solo pre, ma anti-conciliare e questo significherebbe non soltanto «essere fuori dalla storia», ma addirittura «negare la presenza dello Spirito Santo nella Chiesa». Questo è molto grave. Innanzitutto perché è un asserto apodittico senza motivazioni e dalle conseguenze devastanti che stiamo vedendo e, poi, perché si etichetta sommariamente come anti-conciliare anche ogni critica costruttiva, escludendo ogni dibattito.

Ma la Chiesa può – anzi deve – escludere il dibattito solo quando si pronuncia in forma dogmatica. Non può farlo dopo aver cancellato i dogmi e trasformato in nuovo super-dogma insindacabile un concilio definito “pastorale”. Le ragioni sono fin troppo note e non smetteremo di affermarle.

È come se fosse stato aggiunto un nuovo articolo al Credo!

Cambiato il Papa sono cambiati anche “i principi non negoziabili”…

Ricordo quanto affermava il card. Ratzinger ai Vescovi del Cile nel 1988: «…Il Concilio Vaticano II non è stato trattato come una parte dell’intera tradizione vivente della Chiesa, ma come una fine della Tradizione, un nuovo inizio da zero. La verità è che questo particolare concilio non ha affatto definito alcun dogma e deliberatamente ha scelto di rimanere su un livello modesto, come concilio soltanto pastorale; ma molti lo trattano come se si fosse trasformato in una specie di super-dogma che toglie l’importanza di tutto il resto».

(Barcellona / Roma) La Congregazione dei Religiosi è preda di una cattiva nozione di tradizione? Questa domanda è rimasta in sospeso dallo scorso fine settimana. Il francescano José Rodriguez Carballo, da un anno segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha partecipato ad una Conferenza dei Religiosi della Catalogna. Nell’allocuzione tenuta sabato scorso, senza menzionare l’Ordine direttamente, ha dato un primo accenno ufficiale in ordine al motivo per cui i Francescani dell’Immacolata sono stati riprovati dalla sua Congregazione. La ragione riguarda molto il giovane Ordine religioso, ed è di natura fondamentale.

Nel suo discorso, l’arcivescovo Rodriguez Carballo ha detto che la fedeltà al Concilio Vaticano II costituisce un punto centrale per la vita religiosa. Letteralmente, il numero due della congregazione religiosa, ha detto. «Per i religiosi il Concilio è un punto non negoziabile». Chiunque vede nelle «riforme» del Vaticano II, tutti i mali che affliggono la vita religiosa, «nega la presenza dello Spirito Santo nella Chiesa».

La Congregazione è «molto preoccupata»: Formazione non solo «pre-conciliare», ma «anti-conciliare».

L’Arcivescovo curiale ha sottolineato che la Congregazione dei Religiosi è «particolarmente preoccupata» sul tema: «Vediamo le differenze reali». Soprattutto perché «molti Istituti» danno ai loro affiliati una formazione «non solo pre-conciliare, ma anche anti-conciliare», dice Rodriguez Carballo. «Ciò non è consentito, vorrebbe dire stare al di fuori della storia. Si tratta di qualcosa di molto preoccupante per noi nella Congregazione». Una «preoccupazione», ovviamente condivisa dal prefetto della Congregazione dei Religiosi, Cardinale João Braz de Aviz. Anche da Papa Francesco? Ci sono alcuni indizi.

La conferenza è stata organizzata dalla Unión de Religiosos de Cataluña (URC). Sabato scorso è stato aperto a tutti i religiosi in Catalogna. Il presidente e superiore provinciale dei Clarettiani della Catalogna, Maxim Muñoz, ha descritto la nomina di Rodriguez Carballo come segretario della Congregazione dei Religiosi come un «riconoscimento speciale da parte di Papa Francesco».

Papa Francesco aveva nominato il francescano spagnolo Rodriguez Carballo il 6 aprile 2013, appena tre settimane dopo la sua elezione.

Testo: Giuseppe Nardi

[Fonte: Eponymous Flower – Traduzione Chiesa e post-concilio]

© CHIESA E POST-CONCILIO

Viva i Papi del Concilio?

In pellegrinaggio a Loreto, qualche giorno fa, un amico è passato anche a Montorso, località nei pressi della città mariana. Lì si trova il Centro Giovanni Paolo II, da anni utilizzato per vari progetti di pastorale giovanile delle Marche e non solo. Ebbene, su una parete dell’edificio, come si vede dalla foto che alleghiamo, compare uno striscione con le immagini di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. In mezzo c’è la scritta: “Viva i Papi del Concilio”. Il tutto risale evidentemente al tempo del pontificato di Benedetto XVI, perché non c’è ancora l’immagine di Papa Francesco, che comunque è il primo Pontefice negli ultimi decenni a non aver preso parte all’assise conciliare, benché ne incarni alla perfezione il presunto spirito.

La scritta dello striscione desta non poche perplessità. Che significa inneggiare ai Papi del Concilio? Per caso si vuole intendere che tutti i loro predecessori non sono degni di venerazione, riconoscenza, stima e affetto? Forse si vuole trasmettere il messaggio in base al quale solo la Chiesa del Concilio Vaticano II è bella? Sembrerebbe che gli ideatori dello slogan non abbiano molta simpatia per la cosiddetta “ermeneutica della continuità” di cui ha parlato tante volte Benedetto XVI e che dovrebbe guidare il criterio d’interpretazione del Concilio: un evento da leggersi alla luce della Tradizione.

Probabilmente, dalle parti di Loreto, non ci si è accorti che i segni dei tempi stanno dando torto alle aspettative di coloro che attendevano la primavera conciliare. Non viviamo più negli anni Sessanta e Settanta. Anche la pastorale, pertanto, andrebbe cambiata. Se non si fosse accecati dall’ideologia, lo si capirebbe. Contrapporre i Papi del Concilio a quelli del “pre-Concilio” è infatti indice proprio di ideologia. Tra l’altro, vorremmo sapere se gli autori della scritta si riconoscono, tanto per fare alcuni esempi, nella Veterum sapientia del b. Giovanni XXIII, nel “Credo del popolo di Dio” e nella Humanae vitae di Paolo VI; se sanno che Giovanni Paolo I voleva eliminare la massoneria dal Vaticano; se condividono il magistero del b. Giovanni Paolo II esposto nella Veritatis splendor, nella Evangelium vitae, nella Fides et ratio, nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nella Ad tuendamfidem; se guardano infine con favore il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, i suoi insegnamenti sui valori non negoziabili e alcuni documenti da lui redatti quando presiedeva la Congregazione per la Dottrina della Fede, quali la Dominus Jesus o la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica.

Magari condividono e sottoscrivono pienamente questi testi. Noi al momento siamo però più propensi a pensar male. E a pensar male si fa peccato, è vero, ma spesso, come diceva qualcuno, ci si indovina…(F.C.)

Cosa rischia di diventare il Papato?

da Chiesa e post-concilio (25/03/2013)

Sono allibita da quel che vado leggendo nell’ultimo articolo di Sandro Magister: È papa ma non lo vuole dire. Lascio alla vostra lettura e valutazione il discorso, che si fa complesso e innovativo in termini inimmaginabili ed è approfondito e puntualizzato da un articolo di Gianfranco Ghirlanda su La Civiltà Cattolica. Si sta dipanando sotto i nostri occhi e imponendo alle nostre coscienze turbate una nuova “forma” di esercizio del ministero petrino, già potenzialmente inquinato dalla “collegialità”, alla quale si aggiunge ora, del tutto inopinatamente, la cosiddetta “conciliarità”.

Non mi metto a riflettere sul combinato intreccio delle affermazioni di Documenti come la Lumen Gentium (1964), Ut unum sint (1995), Novo millennio ineunte (2001), il Nuovo Codice di Diritto Canonico (1983) che trasformò in legge la collegialità. Ecco cosa scrisse Giovanni Paolo II nel suo decreto di promulgazione del Codice: «Se ora passiamo a considerare la natura dei lavori che hanno preceduto la promulgazione del Codice, come pure la maniera con cui essi sono stati condotti, specialmente sotto i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo I e di poi fino al giorno d’oggi, è assolutamente necessario rilevare in tutta chiarezza che tali lavori furono portati a termine in uno spirito squisitamente collegiale. E ciò non soltanto si riferisce alla redazione materiale dell’opera ma tocca altresì in profondo la sostanza stessa delle leggi elaborate. Ora, questa nota di collegialità, che caratterizza e distingue il processo di origine del presente codice, corrisponde perfettamente al magistero e all’indole del Concilio Vaticano II. Perciò il Codice, non soltanto per il suo contenuto, ma già anche nel suo primo inizio, dimostra lo spirito di questo Concilio, nei cui documenti la Chiesa «universale sacramento di salvezza (Cfr. Cost. Dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, nn. 1, 9, 48), viene presentata come Popolo di Dio e la sua costituzione gerarchica appare fondata sul Collegio dei Vescovi unitamente al suo Capo ».[Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, 25 gennaio 1983]

Il lungo circostanziato articolo del canonista Ghirlanda così conclude: «La X Sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa (Ravenna 8-15 ottobre 2007), nel documento sottoscritto intitolato «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità (documento di Ravenna)» (27), pone la reciproca interdipendenza tra primato e conciliarità al livello locale, regionale e universale, per cui «il primato deve essere sempre considerato nel contesto della conciliarità e, analogamente, la conciliarità nel contesto del primato» (n. 43). Questa visione dà una dinamicità al modo di concepire il ministero pontificio in una proiezione verso un futuro che ogni fedele vorrebbe vedere realizzato [!?]».

Ricordo che il documento di Ravenna – promotore il pluri-citato (dal nuovo Papa) card. Kasper – fu accolto con alcune riserve [documentai a suo tempo le perplessità di diverso ordine del Patriarcato di Mosca], mentre ora viene riproposto sic et simpliciter senza remore. Esso aggiunge alla collegialità la cosiddetta conciliarità, peraltro nel documento non riferita propriamente al Vaticano II. Tuttavia si corre ugualmente il rischio di riconoscere ad esso, in virtù della collegialità che evoca e che si intende realizzare, una ulteriore funzione costitutiva e fondante una nuova realtà che va a toccare il cuore stesso della Chiesa e della sua identità nella persona del Romano Pontefice. Il problema non è solo sugli evidenti segnali di apertura nei confronti dei “fratelli separati” Orientali, ma anche su quelli nei confronti delle altre confessioni cristiane, che non possiamo di punto in bianco non considerare più eretiche. Appaiono scelte che contengono un messaggio preciso, sia nel senso della collegialità episcopale, sia nel senso dell’ecumenismo. Inoltre il problema non è nell’apertura in sé; ma nel fatto che venga escluso il reditus.

Avrei molte riflessioni da fare, ma me ne astengo perché non è il mio ruolo: questioni come questa necessitano di esser prese in considerazione da chi di dovere e meriterebbero una grande smentita dotata della dovuta autorevolezza. Ma temo che queste avvisaglie preludano a tutto fuorché ad una smentita. Non dimentichiamo che qualunque adeguamento ai tempi operato attraverso ‘forme’  su essi modulate, porta lontano dalla fontale primazialità voluta dal Signore. Infatti ogni “forma” veicola e manifesta una sostanza corrispondente pur se implicita. Difendere la manifestazione della sostanza significa difendere la sostanza stessa, nella consapevolezza che la negazione di una dimensione accidentale rischia di essere un ferimento che la sostanza può sopportare solo fino ad un certo punto.

Vi annuncio una grandissima gioia: abbiamo … il vescovo di Roma

LA NUOVA EDIZIONE TYPICA IN LINGUA ITALIANA DELL’UNA CUM  , presentata AD EXPERIMENTUM nell’Arcidiocesi di Ancona-Osimo, iniziando dalla Collegiata di Santo Stefano Martire di Castelfidardo dalla V domenica di Quaresima 17 marzo 2013 .

Ecco il testo “ad experimentum” :

Nella preghiera eucaristica prima o canone romano : ” per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace e la protegga, la raccolga nell’unità e la governi su tutta la terra, con il il Vescovo di Roma Francesco che presiede nella carità tutte le altre chiese , il nostro Vescovo Edoardo “

Nella preghiera eucaristica seconda ” Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra:rendila perfetta nell’amore in unione con il Vescovo di Roma Francesco che presiede nella carità tutte le altre chiese e il nostro Vescovo Edoardo, e tutto l’ordine sacerdotale”.

Nella preghiera eucaristica terza : ” Conferma nella fede e nell’amore la tua Chiesa pellegrina sulla terra: il Vescovo di Roma Francesco che presiede nella carità tutte le altre chiese , il nostro Vescovo Edoardo, il collegio episcopale, tutto il clero e il popolo che tu hai redento”.

Nella preghiera eucaristica quarta : ” Ora, Padre, ricordati di tutti quelli per i quali noi ti offriamo questo sacrificio: del Vescovo di Roma Francesco che presiede nella carità tutte le altre chiese , del nostro Vescovo Edoardo, del collegio episcopale, di tutto il clero” .

Nella preghiera eucaristica quinta/a : ” Fortifica nell’unità tutti i convocati alla tua mensa: insieme con il Vescovo di Roma Francesco che presiede nella carità tutte le altre chiese, il nostro Vescovo Edoardo, i presbiteri, i diaconi e tutto il popolo cristiano”. 

PRECISAZIONE.

LA FORMA DELL’UNA CUM VARIATA CHE HA RECITATO IL REVERENDO PARROCO DI CASTELFIFARDO OVVIAMENTE NON GODE DI ALCUNA APPROVAZIONE NE’ VATICANA E TANTO MENO DIOCESANA  .

MA TANTO SI SA … ORMAI E’ TUTTO UN FAI-DA-TE …

LA NUOVA FORMULA E’ STATA INVENTATA-APPROVATA ED APPLICATA DAL CREATIVO PARROCO  DI CASTELFIDARDO !

OGNUNO E’ PAPA E VESCOVO NELLA PROPRIA PARROCCHIA  E SI COSTRUISCE UN RITO CON DELLE ESPRESSIONI LITURGICHE FAI-DA-TE !!!

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L’ho scritto e lo ripeto : ” … non avrò mai paura di mia madre ( Roma) né di mio padre ( il Papa, il Vicario di Cristo sulla terra)”.

Dopo l’ondata mass mediatica di stampo demagogico-populista seguita all’elezione di Papa Francesco sento aumentare in me il fondatissimo timore che “piccoli papi periferici , vescovi e  preti,  per DNA italico ed innato spirito di cortigiana ruffianeria clericale desiderano essere , nello loro basso, più “ papalini del Papa”.

Mi preoccupo seriamente del “caporalato” ecclesiastico perchè i miei occhi hanno visto , negli anni della mia fanciullezza-adolescenza, le più incredibili piroette da parte di chierici che dapprima erano ferrei custodi della severità dottrinale e liturgica e poi, dopo la ventata dello spirito conciliare, son divenuti ferrei custodi e propagatori delle innovazioni più spregiudicate.

Integralisti prima del concilio.

Ferocemente integralisti dopo il concilio.

A proposito di coloro che vogliono essere ” più papalini del papa” ( ma NON avvenne così con il Pontificato/Via Crucis di Papa Benedetto XVI ) ho messo una foto è stata scattata oggi a latere della Santa Messa per l’inizio del ministero petrino di Sua Santità Papa Francesco.

Si tratta di un gruppo di Arcivescovi-Vescovi.

In primo piano notiamo , gesticolante e con il volto radioso,  S.E.R. Mons. Domenico Padovano, Vescovo di Conversano-Monopoli, autore del progetto pastorale ” Urgenza dell’ora : Educare, basato sulla formazione e l’educazione dei giovani, delle famiglie, degli operatori pastorali e liturgici della Diocesi”.

Il Presule aveva meritato alcuni articoli dopo l’intervento che il 4 novembre 2011  in occasione della presentazione del libro “Come andare a messa e non perdere la fede” del Prof. Don Nicola Bux, teologo, consultore dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice.

Salutando l’Autore  il Vescovo gli aveva detto  : “Don Nicola, forse nella sua stanzetta a Roma, in Vaticano, non arriva luce… lei vede il mondo in grigio-nero (sic!), ma il mondo è a colori! …Venga qui a Monopoli a prendere un po’ di sole, venga a fare un po’ di elioterapia…”

Cosa pensate che Mons. Domenico Padovano abbia detto oggi ai suoi confratelli vescovi  dopo la messa d’inizio Pontificato di Papa Francesco?

Non facciamo alcuna fatica ad immaginare la retorica, mista a demagogia, che è risuonata nella labbra del dotto Presule pugliese .

Ora tocca a noi preoccuparci seriamente  per quanto i caporali, più papalini del Papa, vorranno fare nelle nostre periferiche terre atterrando quel poco che faticosamente Papa Benedetto XVI era riuscito a recuperare ( solo contro tutto e tutti ) .

Confidiamo nella Divina Provvidenza e nell’opera decisa  di Papa Francesco di ripulire, incominciando dalla Curia Romana, la Chiesa che è stata affidata alle sue cure pastorali.

Buona Via Crucis a tutti noi!

Andrea Carradori

Interrogativi sul Concilio Ecumenico Vaticano II

Nel corso dell’anno 2012, si sono svolti, come riportato da alcuni blog, due seminari di studio sul Concilio Vaticano II presieduti da S. Emin. il card. Walter Brandmüller con la partecipazione di studiosi di diverse tendenze, al fine di avviare un costruttivo dibattito su un evento che ha così fortemente segnato la vita della Chiesa e della società intera. Riportiamo di seguito la comunicazione del prof. Roberto de Mattei, svolta a Roma nell’incontro del 17 marzo 2012.

Interrogativi sul Concilio Ecumenico Vaticano II

Comunicazione del prof. Roberto de Mattei – Roma 17 marzo 2012

Una premessa necessaria: la crisi della fede contemporanea

Il problema che affrontiamo non è una questione astratta, ma tocca concretamente il modo di vivere la nostra fede, in un momento storico descritto quest’anno da Benedetto XVI con queste parole: “Come sappiamo, in vaste zone della terra la fede corre il pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più alimento. Siamo davanti ad una profonda crisi di fede, ad una perdita del senso religioso che costituisce la più grande sfida per la Chiesa di oggi”[1] . La discussione non può limitarsi ad un puro interesse scientifico, ma deve partire dalla necessità di comprendere la natura della crisi della fede in atto.

La crisi della fede e il Concilio Vaticano II

Benedetto XVI ha voluto far coincidere l’Anno della Fede, con il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, auspicando che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, “vengano letti in maniera appropriata”, e “vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa”, ovvero vengano integrati nella Tradizione della Chiesa, indicando anche uno strumento per questa assimilazione: il Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Dopo essersi detto convinto che il Concilio è “la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”, il Papa, citando il suo Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, ha ribadito che il Concilio Vaticano II, “se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica”, “può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa”[2]. Benedetto XVI ammette dunque l’esistenza di un nesso tra la attuale crisi della fede e il Concilio Vaticano II, anche se ritiene che questa crisi non si debba al Concilio in sé stesso, ma sia stata favorita da una cattiva ermeneutica, una scorretta interpretazione dei suoi testi.

Problema ermeneutico o problema storico?

Non intendiamo contraddire, quanto afferma il Santo Padre, ma il problema del rapporto tra la crisi della fede e il Concilio Vaticano II esige una risposta non solo sul piano ermeneutico, ma anche, se non soprattutto, sul piano storico. Quale che sia il giudizio sui documenti del Concilio, il problema di fondo non è quello di interpretarli, ma di comprendere la natura di un evento storico che ha segnato il Ventesimo secolo e il nostro. Per sciogliere il nodo dei rapporti tra il Vaticano II e la crisi del nostro tempo, prima di fare opera di ermeneutica dei testi, dobbiamo fare opera di valutazione storica dei fatti. È solo dopo la ricostruzione storica, non prima, che intervengono il teologo o il Pastore, per formulare i loro giudizi. La conoscenza storica non ha per oggetto il significato dei documenti, ma la verità dei fatti[3]. La storia è Das Verstehen: comprensione degli avvenimenti. La capacità dello storico sta nel comprendere l’essenza di un evento, cercando di rintracciarne le cause e le conseguenze nelle idee e nelle tendenze profonde di un’epoca: in questo caso l’epoca del Concilio Vaticano II.

Il Concilio Vaticano II: intenzioni e aspettative

Atteniamoci dunque fatti. Giovanni XXIII, nella allocuzione con cui inaugurò il Vaticano II, l’11 ottobre 1962, spiegò che il Concilio era stato indetto non per condannare errori o formulare nuovi dogmi, ma per proporre, con linguaggio adatto ai tempi nuovi, il perenne insegnamento della Chiesa[4]. Il Concilio sembrò a molti come una straordinaria opportunità di rinnovare la Chiesa. Quel che in realtà accadde è che la dimensione pastorale, per sé accidentale e secondaria rispetto a quella dottrinale, divenne nei fatti prioritaria, operando una rivoluzione nello stile, nel linguaggio, nella mentalità. Il padre John W. O’Malley ben spiegato come alle professioni di fede e dei canoni si sostituì un “genere letterario” che egli chiama “epidittico”[5]. Fu questo modo di esprimersi che, secondo lo storico gesuita, “segnò una rottura definitiva con i Concili precedenti”[6]. Esprimersi in termini diversi dal passato, significa accettare una trasformazione culturale più profonda di quanto possa sembrare. Lo stile del discorso rivela infatti, prima ancora che le idee, le tendenze profonde dell’animo di chi si esprime. “Lo stile è l’espressione ultima del significato, è significato e non ornamento, ed è anche lo strumento ermeneutico per eccellenza”[7].

I risultati del Concilio

Non discutiamo le buone intenzioni di Giovanni XXIII. Tuttavia, altrettanto indiscutibilmente, i risultati non furono proporzionati alle aspettative. Le parole con cui Paolo VI parlava dell’ “autodemolizione” della Chiesa, “colpita da chi ne fa parte”[8] sono del 1968, quelle sul “fumo di Satana nel tempio di Dio (…)”[9], sono del 1972. Mi sia permesso citarmi: “Il crollo della sicurezza dogmatica; il relativismo della nuova morale permissiva; l’anarchia in campo disciplinare, l’abbandono del sacerdozio e della vita religiosa da parte di sacerdoti e di religiosi e l’allontanamento della pratica religiosa di milioni di fedeli, l’infiltrarsi dell’eresia attraverso i nuovi catechismi e i nuovi riti, le continue profanazioni all’Eucarestia, la strage delle anime mentre le chiese si sbarazzavano di altari, balaustri, crocifissi, statue di santi, arredi sacri, quadri finiti nei magazzini di antiquari. La “primavera della fede”, che avrebbe dovuto seguire al Concilio Vaticano II, appariva piuttosto un rigido inverno, documentato soprattutto dal crollo delle vocazioni e dall’abbandono della vita religiosa”[10]. Il bilancio complessivo del quarantennio postconciliare 1965-2005, riguardo alle perdite totali e percentuali dei principali istituti religiosi, sarà ancora più drammatico[11].

La tesi ufficiale

Che cosa è andato storto?, per dirla con il titolo di un libricino del filosofo Ralph McInerny[12]? La risposta che sentiamo ufficialmente ripetere è quella formulata per primo da Paolo VI, che il 23 giugno 1972, negli stessi giorni in cui registrava “il fumo di Satana nel tempio di Dio”, in un suo discorso ai componenti del Sacro Collegio, denunciava “una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa preconciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa «nuova», quasi «reinventata» dall’interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto”[13]. La tesi ufficiale era quella del Concilio “tradito” dai progressisti: in questo tradimento stava, secondo Paolo VI, la radice dei problemi della Chiesa postconciliare.

La tesi progressista: il Concilio tradito

A questa tesi si opponeva quella dei novatori. La Storia del Concilio Vaticano II[14] di Giuseppe Alberigo presenta il Concilio come il tentativo di purificare la Chiesa dal suo passato. Un tentativo felicemente avviato da Giovanni XXIII, ma “tradito” da Paolo VI e dai suoi successori. Il Concilio Vaticano II avrebbe dovuto essere il metro di giudizio della storia e della tradizione della Chiesa. Il ventaglio del progressismo è ampio e variegato, ma oggi l’ex-sacerdote e abate di San Paolo, Giovanni Franzoni, riassume efficacemente questa posizione che, sul piano ermeneutico, si contrappone direttamente a quella di Benedetto XVI: “Volendo sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla Chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili. E a cascata, ogni giorno, noi vediamo giungere dalla cattedra romana norme, decisioni, interpretazioni che, secondo noi, confliggono radicalmente con il Vaticano II”[15].

La tesi tradizionalista

Con il nome improprio di “tradizionalisti” si definiscono alcuni studiosi che hanno espresso critiche e perplessità nei confronti del concilio Vaticano II e dei suoi documenti. Tra queste opere vanno ricordate Iota unum di Romano Amerio[16], gli studi teologici di mons. Brunero Gherardini[17] , ma anche il convegno organizzato dai Francescani dell’Immacolata nel dicembre 2010[18], la Supplica promossa nel 2011 dal prof. Paolo Pasqualucci[19], e i recenti interventi dell’abbé Jean-Michel Gleize[20] e di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira[21].

La mia posizione

Pur associandomi alle richieste di chiarimento di questi studiosi, offro da parte mia un contributo che non è quello del teologo, ma dello storico. Non entro dunque nella discussione ermeneutica sulla continuità/discontinuità dei documenti. Ciò che io narro nel mio studio sono i fatti, ciò che ricostruisco è il contesto storico in cui i documenti del Concilio videro la luce. E su questo piano storico affermo il carattere rivoluzionario dell’evento. Del Concilio Vaticano II, si può dire infatti ciò che gli storici dicono della Rivoluzione francese: “la sua importanza sta anche nel suo essere riuscita a porsi come mito, non solo dopo, ma già durante il suo svolgimento. Il mito, anzi, possiamo dire, è connaturato alla sua essenza”[22]. 

Questioni sul tappeto

Per lo storico della Chiesa, la dimensione storica non può  essere tuttavia separata da quella teologica. Si tratta di due piani distinti, ma connessi e interdipendenti, come lo sono l’anima e il corpo nell’organismo umano. E se i fatti storici pongono problemi teologici, lo storico non può ignorarli, ma deve portarli alla luce, mosso da amore alla Chiesa e non dal desiderio di denigrarla. Alla stesso modo, sul piano teologico, tutti i battezzati hanno il diritto di sollevare problemi e porre questioni alle legittime autorità ecclesiastiche, anche se nessuno ha la facoltà di sostituirsi al supremo Magistero della Chiesa per risolvere in maniera definitiva i punti controversi. Queste sono le questioni tuttora sul tappeto

Prima questione: i documenti del Concilio Vaticano II

Se esiste una questione ermeneutica vuol dire che esistono documenti poco chiari[23]. Come afferma un antico brocardo: in claris non fit interpretatio. E se esistono documenti poco chiari, la mancanza di chiarezza costituisce certamente un limite, e non un pregio, di questi documenti.

Con il termine ermeneutica, che nasce, soprattutto dopo Schleiermacher nel mondo degli esegeti protestanti, si intendono le “tecniche di qualcosa di difficilmente comprensibile”[24]. Ma le difficoltà interpretative che può offrire un testo della Sacra Scrittura non sono ammissibili in un documento pastorale, che si propone di rivolgersi in maniera più efficace agli uomini del proprio tempo. L’esistenza di passi ambigui ed equivoci nei documenti del Concilio Vaticano II è dimostrata dalla necessità di interpretarli e chiarirli. 

Seconda questione: le autorità che hanno governato la Chiesa

Si dice che i documenti del Concilio sono stati mitizzati e “decontestualizzati”. Ma se così è accaduto, la responsabilità ricade solo sugli artefici della mitizzazione e della decontestualizzazione, o anche sulle autorità che avrebbero potuto impedire tale opera e non l’hanno fatto? Perché la cattiva ermeneutica non venne repressa? Da quali diocesi, parrocchie, seminari, cattedre pontificie, vennero rimossi i cattivi ermeneuti? Paolo VI ha definito “falsa e abusiva” una certa interpretazione del Concilio, ma se qualcuno venne rimosso, discriminato, perseguitato, fu chi rimaneva fedele alla Tradizione. E non parlo né di mons. Lefebvre né di mons. de Castro Mayer. Penso ad esempio a mons. Antonio Piolanti, forse il maggior teologo italiano del XX secolo, che fu rimosso da Rettore della Pontificia Università Lateranense. La porpora che a lui fu negata, fu concessa al padre Yves Congar, che attaccava violentemente la “miserabile ecclesiologia ultramontana della Lateranense”[25].

Il Nuovo Catechismo ci viene presentato come uno strumento di rettificazione della mala ermeneutica. Ma a vent’anni della sua promulgazione, la cattiva ermeneutica ha continuato a svilupparsi indisturbata. Non ci si rende conto che se la preoccupazione è quella di salvare le supreme autorità ecclesiastiche da ogni responsabilità riguardo ai mali del post-Concilio, questa impostazione del problema aggrava il male che vuole evitare. Se infatti fosse vero che il Concilio fu tradito dai cattivi interpreti dei suoi documenti, come negare le responsabilità di quelle autorità ecclesiastiche che videro esplodere il male della cattiva ermeneutica e non lo repressero? Se cattiva ermeneutica ci fu, e c’è ancora, se ci si reclamò indebitamente ai documenti conciliari per fare cose diverse da quanto essi stabilivano, di chi è la responsabilità? È solo dei progressisti o è anche di chi ha lasciato che questo progressismo si sviluppasse nella Chiesa senza intervenire per condannarlo e reprimerlo?

Terza questione: l’evento storico

Se alle radici della crisi della fede, non sta l’evento conciliare, ma solo una cattiva interpretazione dei suoi documenti, qual è il giudizio che si dovrà dare sull’evento, considerato nel suo svolgimento concreto, nelle idee e nella psicologia dei suoi protagonisti, nel contesto storico che lo ha circondato, nella mitologia che intorno ad esso si è sviluppata? Il Concilio Vaticano II è stato non solo interpretato, ma vissuto dalla teologia progressista come una svolta nella storia della Chiesa. Si può negare che svolta ci sia stata e che nell’epoca postconciliare non siano avvenuti cambiamenti radicali all’interno della Chiesa? Il dato di fatto oggettivo è che l’ermeneutica della discontinuità, per quanto abusiva, ha prevalso sull’ermeneutica della continuità, già durante il Concilio, caratterizzandolo nella sua essenza. 

Legittime domande

La tesi ermeneutica ufficiale rappresenta una proposta di lettura, degna della massima attenzione, se non altro per la sua autorevolezza. Ma non è un’affermazione dottrinale: è una interpretazione che, come tale, soprattutto quando si sposta dai documenti ai fatti, può essere fallace. Nessuno può dire al Papa che sbaglia. Con che autorità potremmo giudicare il Supremo Pastore della Chiesa? Ma ogni fedele, in quanto battezzato, ha il diritto di porre al Papa delle domande, perché il Vicario di Cristo ha il dovere di confermarci nella fede. E allora pongo queste domande.

Se c’è stata un’interpretazione falsa e abusiva dei documenti del Concilio, di chi è la responsabilità? Solo dei cattivi ermeneuti o non anche dei documenti che, a causa di equivoci o di ambiguità, hanno permesso questa cattiva lettura?

Se c’è stata un’interpretazione falsa e abusiva dei documenti del Concilio, di chi è la responsabilità? Solo dei cattivi ermeneuti o non anche delle autorità che hanno mancato di condannare con sufficiente fermezza le cattive interpretazioni?

Se un’interpretazione falsa e abusiva dei documenti del Concilio ha prevalso nei media di chi è la responsabilità? Solo dei media o non anche dell’evento storico che questi documenti ha prodotto. E’ estraneo il Concilio, come evento, alla crisi del nostro tempo?

L’evento; i documenti o almeno alcuni documenti che questo evento ha prodotto; gli uomini di Chiesa che questo evento hanno promosso e che di questo evento hanno curato l’applicazione e propongono l’interpretazione: ecco i responsabili della crisi della fede attuale. Tacerlo sarebbe fare torto alla verità.

NOTE

[1] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede, 27 gennaio 2012.

[2] Benedetto XVI,  Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, in AAS, 98 (2006).

[3] Henri-Irénee Marrou, La conoscenza storica, tr. it., Il Mulino, Bologna 1988, pp. 199-218.

[4] Giovanni Paolo II, Allocuzione Gaudet Mater Ecclesiae dell’11 ottobre 1962, in AAS, 54 (1962), p. 792.

[5] John W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, tr. it. Vita e Pensiero, Milano 2010, pp. 45-54.

[6] Ivi, p. 47. Si vedano anche, su questo punto, Alessandro Gnocchi-Mario Palmaro, La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi Editore, Firenze 2011.

[7] J. W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, cit., p. 51.

[8] Paolo VI, Discorso al Seminario Lombardo in Roma del 7 dicembre 1968, in Insegnamenti, vol. VI (1968), pp. 1188-1189.

[9] Paolo VI, Omelia per il nono anniversario della incoronazione del 29 giugno 1972, in Insegnamenti, vol. X (1972), p. 707.

[10] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II, Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2011, p. 575.

[11] Cfr. lo studio del claretiano Angelo Pardilla, I religiosi ieri, oggi e domani, Editrice Rogate, Roma 2007. Analogo il quadro delle “religiose”: Id., Le religiose ieri, oggi e domani, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2008.

[12] Ralph McInerny Vaticano II. Che cosa è andato storto?, Prefazione di Massimo Introvigne, Fede e Cultura, Verona 2009.

[13] Paolo VI, Discorso al Sacro Collegio del 23 giugno 2012, in Insegnamenti, vol. X (1972), pp. 672-673.

[14] G. Alberigo, Storia del Concilio Vaticano II, Peeters/Il Mulino, Bologna 1995-2001, 5 voll.

[15] Relazione tenuta il 18 settembre 2011 in un Congresso teologico a Madrid, in “Adista”, 8 ottobre 2011.

[16] Romano Amerio, Iota unum, Lindau, Torino 2009.

[17] Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana, Frigento 2009 e Id., Un Concilio mancato, Lindau, Torino 2011.

[18] Concilio Ecumenico Vaticano II. Un Concilio pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica, a cura di P. Stefano M. Manelli F.I. e P. Serafino M. Lanzetta F.I., Casa Mariana Editrice, Frigento 2011.

[19] Supplica al Santo Padre Benedetto XVI, Sommo Pontefice, felicemente regnante, affinché voglia promuovere un approfondito esame del pastorale Concilio Ecumenico Vaticano II, in www.riscossacristiana.it, 24 settembre 2011.

[20] Si vedano i suoi interventi sul “Courrier de Rome” tra il 2011 e il 2012.

[21] Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, Grave lapsus teologico di Mons. Ocáriz. Confutazione dell’articolo del Vicario Generale dell’Opus Dei pubblicato ne “L’Osservatore Romano”, in www.arnaldoxavierdasilveira.com, 28 dicembre 2011.

[22] Marco Tangheroni, Cristianità, modernità, rivoluzione, Sugarco, Milano 2009, p. 76.

[23] Si vedano, ad esempio, gli interventi di padre G. Cavalcoli O.P. e padre Serafino Lanzetta F.I., in Il Vaticano II. In dialogo in modo critico, in “Fides Catholica”, 1 (2011), pp. 207-232, e il dibattito sul tema ospitato dal sito di Sandro Magister, www.chiesa.espresso.repubblica.it.

[24] Eugenio Cutinelli-Rendina, voce Ermeneutica, in Dizionario di storiografia, Bruno Mondadori, Milano 1996, p. 360.

[25] Yves Congar, Diario del Concilio, San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, vol. II, p. 20.

Il Vaticano III? L’Occidente scristianizzato chiede ben altre risposte. Parla il cardinal Ratzinger

di Lucio Brunelli, da “Il Sabato” (24/10/1992)

Eccolo, il “grande inquisitore della” Chiesa cattolica: all’aeroporto fa la fila al check-in fra i comuni peccatori post-cristiani, niente sale vip, niente autorità ad accoglierlo, niente trilli di telefoni cellulari. In compagnia solo del fido aiutante monsignor Clemens e del saggio padre Duroux, consigliere anziano dell’ex Sant’Uffizio. Torna a Roma, il cardinale Joseph Ratzinger, da Bassano del Grappa. Il «Comune dei giovani» (un’esperienza di laici cattolici spesso incompresa da certa burocrazia clericale) gli ha consegnato un premio. Il prefetto della fede accetta volentieri, in attesa della chiamata di imbarco, di parlare col giornalista del Sabato. Il tema dell’intervista lo interessa.

Eminenza, allora, si va verso un Vaticano III?

Per carità! Le racconto un episodio divertente, in cui un pò mi ritrovo. Durante una riunione del consiglio di segreteria del Sinodo nel lontano 1975, già qualcuno tirò fuori l’idea di un nuovo Concilio. Era presente anche il cardinale Dopfner, mio predecessore alla sede arcivescovile di Monaco. Il porporato levò istintivamente le mani al cielo ed esclamò: «Un nuovo Concilio? Non finché io sarò in vita!» Era spaventato, per così dire, dall’idea di dovere vivere un’altra volta quella esperienza.

A quei tempi l’idea di una nuova assise ecumenica veniva dai circoli della ultrasinistra teologica. Da Küng, Schillebeeckx ed altri…

Sì, loro dicevano che il Vaticano II era ancora incompleto nella radicalità delle riforme. E che era giunto finalmente il momento di un nuovo «balzo in avanti».

Oggi ad invocare un nuovo Concilio sono correnti di segno contrario.

È vero. Ci sono degli ambienti che oggi desiderano il Vaticano III nel senso di una correzione, di una maggiore fermezza sia disciplinare sia dottrinale. Vedono confusione e pensano che questo sia il modo di chiarire la strada che la Chiesa deve percorrere.

E lei che ne pensa?

Io non credo che sia il momento. Sarebbe assolutamente prematuro. Perché il Concilio è sempre un grande impegno, che blocca per un certo periodo la vita normale della Chiesa. E non si può farlo troppo di frequente. Io cito sempre san Basilio che di fronte all’invito di un altro Concilio costantinopolitano disse: «No, non vengo più. Perché questi concili creano solo confusione». E con ciò si riferiva ad un Concilio che, pure, è divenuto molto importante nella storia della Chiesa: quello del 381 che ha definito la divinità dello Spirito Santo. Tuttavia la sua esperienza concreta della situazione verificatasi immediatamente dopo il Concilio era quella: che si era creata troppa confusione, e che non si dovrebbero aumentare il numero di queste assise. Vero è che qualche volta la Chiesa ha bisogno di un Concilio, semplicemente per chiarire alcune prospettive grandi, essenziali, della vita della Chiesa. Ma non si deve moltiplicarli. Perché bloccano per un lungo periodo la normalità della vita ecclesiale e richiedono tanto tempo per essere assimilati e capiti nelle loro vere intenzioni. Dovettero passare due o tre generazioni, ad esempio, prima che il Concilio di Trento desse pienamente i suoi frutti.

Due anni fa, a Rimini, lei polemizzò aspramente con il fenomeno dell’«auto-occupazione» ecclesiastica, che chiude la Chiesa in se stessa invece di aprirla alla realtà. Che incidenza crede abbiano avuto quelle parole?

La mia impressione è che moltissimi si aspettavano una simile parola, e sono stati contenti che qualcuno abbia detto quelle cose. Perché tanti soffrono di questo aumento di burocrazia. Di queste riunioni senza frutto. Di un parlare permanente così, senza nuovi contenuti, autosoddisfatti del proprio stesso parlare. E quindi tanti, dopo quella conferenza, sono stati contenti. E si aspettano anche che quella polemica produca degli effetti reali, in tutti i ceti della Chiesa: cominciando dall’alta gerarchia fino all’ultimo fedele.

Non tutti hanno apprezzato, però.

Ovviamente, ci sono state anche reazioni negative. Alcuni si sono sentiti attaccati, obiettano che quanto ho detto si oppone alla partecipazione dei laici, all’attività comune che fa la Chiesa. Una reazione del tutto prevedibile. Ma per quello che ho potuto personalmente vedere è molto più alto il numero di coloro che sono stati contenti. Perché tanti soffrono la «frenesia delle parole» che purtroppo segna la vita ecclesiale negli ultimi decenni. E che certo non può essere una risposta a quel processo di scristianizzazione che trent’anni fa, ai tempi del Vaticano II, era semplicemente inimmaginabile. Tanto che oggi la Chiesa deve confrontarsi con un Occidente postcristiano. In cui solo una verità verificata nella vita, una testimonianza dal di dentro della vita normale, risulta credibile.