Nuovi preti: sinodali, “moderni”, tutto ma non santi

Ripensare il sacerdozio, questo l’obiettivo del Simposio teologico internazionale progettato dalla Congregazione dei Vescovi e presentato alla stampa dal cardinale Marc Ouellet nel segno dello stare al passo coi tempi e della sinodalità. Nessuno ha parlato della “santità” del sacerdote, la quale, in fondo, è l’unica cosa che conta e che sta alla base anche della soluzione dei cosiddetti problemi concreti.

Continua a leggere “Nuovi preti: sinodali, “moderni”, tutto ma non santi”

Il demonio non è semplicemente l’accusatore: è il calunniatore

Sostenere che chi accusa il papa di deviazioni dalla retta dottrina, di ambiguità e di cedimenti al pensiero del mondo (preferisco dire così piuttosto che usare l’espressione generica, e ingannevole, “parlare male del papa”) si comporta come il demonio è inesatto e, diciamolo, pure scorretto.

Continua a leggere “Il demonio non è semplicemente l’accusatore: è il calunniatore”

Perché la Gerarchia della Chiesa ormai fa politica diretta

Nel regime di Cristianità non era mai accaduto che il potere ecclesiastico si sovrapponesse a quello politico, se non per certe situazioni contingenti. I due poteri erano distinti e autonomi ma unificati dal rientrare ambedue nella società cristiana, che faceva da cornice e da alimento. Fa molto pensare che, una volta distrutto quel sistema nei secoli della modernità, si sia arrivati oggi ad una postmodernità forse più clericale di quella della vecchia societas christiana.

Continua a leggere “Perché la Gerarchia della Chiesa ormai fa politica diretta”

I nuovi princìpi dei vescovi a cui non ci adegueremo

Costituzione, lavoro, democrazia. Dalle parole del presidente CEI, il card. Gualtiero Bassetti, si vede che la lotta dentro la Chiesa ai principi non negoziabili assume strane forme. Ma si dimentica il principio di Dio da cui tutto trae origine. Come non conformarsi a questi nuovi principi non negoziabili.

Continua a leggere “I nuovi princìpi dei vescovi a cui non ci adegueremo”

FFI, Kafka, Curia da’ i numeri…

di Marco Tosatti (03/02/214)

La strana, e per certi versi kafkiana vicenda dei Francescani dell’Immacolata ha vissuto nei giorni scorsi un altro capitolo, che ha messo in rilievo la difficoltà crescente di alcuni pezzi di Curia di chiarire e gestire l’operazione. Il 31 gennaio scorso il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per i religiosi, e il segretario della medesima Congregazione José Rodríguez Carballo hanno tenuto una conferenza stampa.

Alla fine della stessa il segretario Carballo, secondo le agenzie di stampa, dichiarava: “Il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata è partito dopo una visita apostolica durante la quale il 74 per cento dei membri ha dichiarato, in forma scritta, un intervento urgente della Santa Sede per risolvere i problemi interni dell’istituto, proponendo o un capitolo generale straordinario, presieduto da un rappresentante del dicastero, o il commissariamento dell’istituto da parte della Santa Sede…”.

I dati che si ricavano dalle risposte a un questionario dato ai frati dal Visitatore Apostolico mons. Todisco danno cifre diverse. Vi rimandiamo a questo articolo per un esame completo, e ci limitiamo a dire che dal computo sarebbero stati favorevoli al commissariamento non il 74 per cento dei frati , ma al massimo il 45 per cento. Diciamo al massimo perché nella risposta il commissariamento era posto in alternativa a un capitolo generale straordinario.

Lasciamo agli amanti del clericalese il pieno godimento della frase finale, secondo cui un commissariamento, tuttavia, “non è mai una punizione per la Santa Sede” bensì una “benevola attenzione che esprime la maternità della Chiesa”.

Ma resta un grande mistero. E’ stato detto nella conferenza stampa che i problemi sulla Messa Antica, cioè la celebrazione secondo il “Vetus Ordo”, “non è assolutamente il motivo principale di tale intervento”. Sarà, ma intanto, per i frati, ci vuole il permesso per celebrare la Messa nel “Vetus Ordo”; ci vuole il permesso per usare il “Rituale Romanum” nella forma antica; ci vuole il permesso per celebrare la liturgia delle Ore nel “Vetus Ordo”. E nella sua lettera di risposta a un articolo, il commissario il cappuccino Fidenzio Volpi, parlava di “deriva cripto-lefebvriana”. Ma il motivo reale per cui un ordine religioso fiorente, fedele al Papa e alla Chiesa è stato ed è trattato con una durezza che ben altri meriterebbero è ancora un mistero. E la non trasparenza delle autorità su questo punto non rende certamente un buon servizio al Papa, e autorizza ogni ipotesi.

© LA STAMPA

Chiare fresche e torbide acque

Nel giorno del Protomartire Santo Stefano abbiamo avuto l’opportunità di leggere le parole del Cardinal Oullet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, in un’intervista riguardo la rinuncia di Benedetto XVI e la seguente elezione di Papa Francesco.

Il punto centrale è stato la positività attribuita dal porporato ai due eventi sopra menzionati, in particolar modo per l’apertura di una nuova strada, resa possibile dalla rinuncia, così come la “svolta pastorale” di Papa Francesco: praticamente una “grazia”, secondo l’intervistato.

Certamente non si può parlare di questi accadimenti, significativi per la Chiesa, in modo del tutto oggettivo, anche perché sono immersi in una coltra di fumo quasi impenetrabile e continuamente arricchita dai media e da diverse opinioni contrastanti.

In questi ultimi mesi se ne sono lette, viste e sentite davvero di tutti i colori in merito, da ambienti differenti quando non proprio opposti.

Il Cardinal Ouellet è dell’opinione che siano stati eventi positivi per la Chiesa, e le sue parole, comunque piuttosto moderate, si aggiungono al coro di voci incessanti che cantano le lodi della rinuncia del vecchio e della venuta del nuovo.

Più che polemizzare su queste posizioni, su queste vedute discordi, è opportuno notare che ben pochi si sono accorti, oggettivamente, del fatto che molti cambiamenti sono pura illusione.

I problemi che erano attribuiti alla Chiesa, problemi quasi del tutto illusori, come l’autoreferenzialità, lo sfarzo, il trionfalismo, le attitudini bigotta e retrograda, sono svaniti come un vago e triste ricordo del passato, eliminati dal vento fresco ed inarrestabile portato dal nuovo Pontefice, che ora fa navigare la Chiesa in acque limpide.

I veri problemi della Chiesa, alcuni di essi attribuiti solamente a scopo mediatico e, dunque, fortemente manipolati, come la pedofilia – punta dell’iceberg della deriva disciplinare e morale di sacerdoti e religiosi -, come la corruzione finanziaria, come il minimalismo riduttivo del messaggio di Cristo, come l’iconoclastia convertita in un nuovo barocco orrido-moderno, sono invece ancora lì, nonostante sitaccia la loro permanenza altamente dannosa.

I pochi che li combattono vengono visti come oppositori del “nuovo corso” di Papa Francesco, osteggiatori delle aperture antidiscriminatorie.

E questi pochi sono discriminati proprio da chi pensa di opporsi ad una presunta discriminazione, nel silenzio o nelle pubbliche piazze.

Non ci si capisce più niente a leggere le interviste ed a seguire le cronache mediatiche; per questo è importante rimanere attaccati a ciò che non può fallire: la preghiera e il retto agire, cristianamente dunque fermamente.

I fedeli non hanno bisogno di illudersi come immagini arcadiche di aria fresca e acqua limpida, soprattutto mentre la Chiesa naviga incerta nelle torbide correnti del mondo attuale.

I fedeli hanno bisogno di punti saldi, di una fede indiscutibile, di pastori chiari con se stessi e con il mondo, di combattere i veri problemi della Chiesa e del mondo.

© Exsurge Domine (27/12/2013)

Il gaudio della resa, ovvero quando i pastori giocano con i lupi

di Nicodemo Grabber (14/12/2013)

Papa Francesco, nella sua celebre intervista alla Civiltà Cattolica, ha dipinto “la Chiesa come un ospedale da campo dopo la battaglia”. Lo ha fatto per invitare i Pastori a “curare le ferite” dei fedeli, lo ha fatto con espressioni accorate: “Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite …”.

Tutti i media hanno sottolineato la volontà papale di deprecare quella che Francesco sembra giudicare una eccessiva attenzione ai precetti morali: “È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti!”. Molto probabilmente questa era l’intenzione soggettiva di papa Francesco nello svolgere l’immagine dell’ospedale da campo ma le parole fissate sulla carta dicono, nella loro oggettività, molto di più. Un di più tragico che interpella ogni cattolico!

Se la Chiesa può essere vista come “ospedale da campo dopo una battaglia”, ciò significa almeno una cosa certa, che siamo in guerra! E che la battaglia coinvolge i cattolici ferendoli gravemente (il fedele a cui la Chiesa deve prestare soccorso è visto come “ferito grave”).

La Chiesa da sempre è stata anche “ospedale” avendo i Pastori, tra i propri uffici, quello di curare le ferite spirituali dei fedeli. Perché allora Bergoglio dice che “oggi” la Chiesa deve essere “ospedale da campo”? Cosa rende così diverso l’oggi? Non la cura dei feriti, che ci fu sempre, ma il non pensare più la Chiesa come città santa fortificata in cui si dia anche l’ospedale, assieme al cattedra, dove si insegna la Dottrina, il Tempio, dove si rende culto a Dio, e le case sicure dove si distende ordinata la vita cristiana. E’ il pensare la Chiesa principalmente, se non esclusivamente, come ospedale, per di più “da campo dopo una battaglia” il proprio di “oggi”. Fuor di metafora, si dice una Chiesa tutta “cura” senza più difesa dell’ortodossia, insegnamento della Verità, centralità del Culto Divino, ortoprassi morale ordinaria. È ancora il Popolo di Dio una realtà così concepita? Un simile “ospedale da campo” sarebbe fedele alla volontà positiva di Cristo fondatore e Capo della Chiesa?

Anche prescindendo da così gravi interrogativi, ci si domanda: è possibile curare veramente lo spirito ferito d’una persona mettendo tra parentesi la Verità, le virtù e il Culto a Dio? Che cura sarà? Forse, piuttosto, non sarebbe proprio una ritrovata fedeltà alla Verità tutta intera creduta vissuta e pregata la migliore, anzi l’unica medicina?

Ma restiamo alla espressione usata da papa Francesco: se c’è guerra ci devono essere almeno due forze in campo nemiche e irriducibili. Nelle parole di papa Bergoglio non è, però, dato individuarle, tanto più che la Chiesa è presentata come “ospedale da campo”, quasi a indicarne il ruolo non belligerante. Allo stesso tempo, però, si parla di “fedeli” cui si devono “curare le ferite” perché feriti gravemente dalla battaglia che imperversa. Ma i fedeli sono Chiesa e quando vengono feriti è la Chiesa ad essere ferita. Dunque la Chiesa sarebbe contemporaneamente “ferito” e medico. Anche combattente? Sembrerebbe di no essendo i feriti, di cui parla Bergoglio, non i cristiani militanti aggrediti dal mondo, piuttosto quanti dal secolo si sono lasciati circuire vivendone le logiche devastanti sul piano individuale, familiare e sociale.

Proseguendo nella lettura dell’intervista si potrebbe ipotizzare che papa Francesco intenda i Pastori come medici dei fedeli feriti. I fedeli sarebbero le vittime della battaglia mentre i Pastori sarebbero chiamati ad essere medici di quelle gravi ferite.

Resta irrisolto il quesito circa l’identità dei combattenti e la natura della battaglia. Il che non è irrilevante.

La Scrittura e la Tradizione parlano della guerra tra Chiesa e mondo, vita di grazia e mortifero peccato, figli di Dio e figli del diavolo (principe di questo mondo), Luce e tenebre. Quel mondo di tenebre che non accolse il Verbo Incarnato rifiuta e combatte anche i rinati in Cristo, combatte la Chiesa e ne odia i figli. Ma…

Se la “battaglia” di cui parla papa Francesco è la battaglia di sempre tra Chiesa e mondo, perché solo “oggi” e non ieri “la capacità di curare le ferite” diviene “la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno”? E poi perché l’ospedale da campo sarebbe una immagine della Chiesa di “oggi” e non della Chiesa di sempre?

Forse perché la battaglia che si combatte oggi è d’una violenza inedita? Probabile ma non sufficiente a spiegare l’immagine.

E poi, perché la Chiesa, i fedeli non sono pensati militanti, combattenti? Se il fedele d’oggi è preso in considerazione in quanto “ferito grave” e non già in quanto miles Christi impegnato nella buona battaglia vuol dire che il mondo ferisce sempre di più mentre la Chiesa ha smesso di combattere!

La Chiesa, poi, è pensata come “ospedale da campo” e non, invece, come ovile sicuro capace di proteggere le proprie pecore, come fortezza inespugnabile dove vivono sicuri i suoi figli; un pensiero, allora, è inevitabile: la battaglia è data per persa, anzi non la si combatte neppure più! Non c’è più ovile, non c’è più la certezza di chi sia pecora e chi sia lupo, il lupo si è travestito da pecora ottenendo cittadinanza nel gregge e quelle pecore coraggiose che non si lasciano ingannare dai lupi sono spesso accusate di essere loro lupi.

Domina uno spirito di resa dove il massimo che la Chiesa può fare è curare i feriti, non certo impedire che i propri figli vengano feriti gravemente. Tanto più che la Chiesa sarebbe “un ospedale da campo dopo una battaglia” a dire che la battaglia c’è stata ed è stata persa, ciò che resta sono i feriti.

Questo è il quadro completo che apertis verbis papa Francesco tace ma le cui parole implicano. Un Popolo di Dio sconfitto che neppure combatte, che ha scelto la resa, ferito gravemente, un gregge malconcio e sbandato. Pastori incapaci di assicurare la pace dell’ovile e la protezione dai lupi, chiamati, ormai, solo a medicare le ferite che martoriano le povere pecore, a suturare le lacerazioni inferte agli agnelli dai morsi delle fiere o dagli spini dei rovi dove i più inquieti tra loro si sono avventurati senza guida, senza pastore.

Dietro l’euforia ottimistica che sembra dominare la comunicazione di papa Francesco si intravvede uno scenario di macerie e feriti, di guerra persa e dolore.

Sorge spontanea una domanda: perché la Chiesa non è più ovile sicuro? Perché i fedeli sono “feriti gravi”? Chi ha divelto la palizzata, chi ha abbattuto i bastioni di difesa? Chi ha permesso che lupi e rovi ferissero il gregge?

Si dirà: i tempi sono questi, tempi di secolarizzazione e di rivoluzione culturale, non era/è più possibile tenere il gregge al sicuro, i bastioni sarebbero ugualmente crollati …. Ma allora si dovrà dire che questi nostri tempi sono tempi di spine e lupi, “tristissima età” come ebbe a definirla il beato Pio IX. L’ottimismo che proclama le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità deprecando come “profeti di sventura” quegli spiriti lungimiranti e veramente profetici (essi si veramente profetici!) che seppero vedere l’abisso verso cui si dirigeva la modernità, sarà da giudicarsi quanto meno cieco. Non sembra, però, essere la posizione di papa Francesco … e allora?

Se la difesa dei bastioni sociali, culturali e istituzionali non era più possibile, tatticamente si sarebbe potuto optare per la macchia come il clero refrattario nella Francia rivoluzionaria passando da una guerra regolare alla guerriglia, sempre però sapendo che il mondo è nemico e lo spirito della modernità è inconciliabile con la Verità di cui la Chiesa è custode. Clero e laici avrebbero dovuto essere formati per resistere. Non così è stato!

Si sono invece aperte porte e finestre da cui è entrato il fumo di Satana, si sono abbattuti i bastioni di difesa, si è svuotato l’ovile spingendo le pecore verso ignote boscaglie, si è chiesto ai valorosi che ancora erano pronti a combattere per difendere l’ovile di deporre il bastone e di lasciar scorazzare indisturbati i lupi. Tutto questo perché?

Nostro Signore definisce mercenari i pastori che, vedendo arrivare i lupi, abbandonano il gregge. Che definizione dare allora di quanti non si limitano a non difendere le pecore ma addirittura le spingono verso i lupi o conducono i lupi sin dentro l’ovile, magari in nome del dialogo e dopo averne camuffato la pelliccia con posticci velli di pecora? Già l’antico favolista avevano capito come finisce il dialogo tra un lupo ed un agnello! Forse anch’egli era “profeta di sventura” incapace di vedere la bellezza del dialogo?

Ritornando all’immagine dell’ospedale da campo: chi si farebbe curare da un medico che fosse complice di quanti lo hanno ferito? Se il mondo (moderno) ferisce gravemente i fedeli (così dice il Papa), come possono i fedeli feriti, una volta compresa la causa delle proprie piaghe, fidarsi di medici che non cessano di rincorrere quel mondo e di adeguarsi ad esso? Come possono essere medici gli stessi che, volontari o involontari, esercitano l’ufficio di untori dando continuo scandalo al popolo fedele tanto da aver, di fatto, fatto ammalare l’intero gregge? Come può essere curativa una parola se viene continuamente imbastardita con il veleno che produce il male?

La vera misericordia opera ammonendo i peccatori, correggendo gli erranti, istruendo gli ignoranti. La vera carità pastorale è difendere il gregge dai lupi a costo della propria vita. È ritrovare la pecorella smarrita ma solo per riportarla all’ovile, non certo per condurla in mezzo ai pericoli dopo aver scandalizzato il gregge e devastato l’ovile.

Chi chiamerebbe caritatevole o misericordioso quel tale che, dopo aver lasciato torturare un poveretto, magari anche fraternizzando con gli aguzzini, dicesse al ferito tutto il proprio desiderio di curarlo?

©conciliovaticanosencodo.it

Papa Francesco usato come testimonial in una “Lettera di Natale” post-sessantottina

di Mauro Faverzani (26/12/2013)

image

Sono 11 i preti del Triveneto, firmatari di una “Lettera di Natale 2013”, sorta di sperticato panegirico a Papa Francesco, cercando però nel contempo di dettargli anche l’agenda prossima ventura. Intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole: è una sorta di manifesto del cattoprogressismo spinto, farcito coi soliti luoghi comuni contro il celibato dei preti ed a favore del sacerdozio femminile.

Quel che stupisce non è il contenuto, quindi, quanto la fonte, ove i reverendi cercano legittimità per i propri mantra: per la prima volta la individuano nello stesso Pontefice. Lo citano, quando definisce «falso profeta» chi affermi di aver «incontrato Dio con certezza totale»; quando invita ad aprire i conventi vuoti ai «rifugiati, che sono la carne viva di Cristo nella storia»; quando si mostra insofferente verso chi parli «di verità assoluta» e verso chi ostenti «un Dio cattolico». Esaltano la sua esortazione apostolica, l’Evangelii Gaudium, quando spalanca a tutti la partecipazione alla vita ecclesiale e specifica come «nemmeno le porte dei sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi». Esultano quando giudica impossibile «l’ingerenza spirituale nella vita personale», quando dice ai fedeli «buonasera», quando si definisce «vescovo di Roma», quando vive a Santa Marta, si prepara da solo il pasto o va in refettorio tra gli altri, quando usa i mezzi pubblici, quando lascia il posto vuoto al concerto in Sala Nervi, quando parla di odor di pecore, di periferie esistenziali e della Chiesa come «ospedale da campo».

Certo, affermazioni che vanno contestualizzate. Ma che non tutti contestualizzano, anzi che molti strumentalizzano. Ciò era talmente evidente ai Pontefici precedenti, da evitare l’utilizzo di formule o atteggiamenti, che si prestassero all’equivoco. Di quanto importante fosse quella prudenza abbiamo indiretto riscontro oggi. Tanto da spingere i sacerdoti firmatari di questa lettera a individuare espressamente in Papa Francesco «un’evidente discontinuità» rispetto ai suoi predecessori. Gli 11 preti firmatari accarezzano il sogno di un nuovo umanesimo, fatto di «dignità» e «diritti», mai di doveri; vagheggiano un ambientalismo dove la «Terra» (con la maiuscola) è chiamata «madre» ed un femminismo d’antan, che reclama che le donne « vivano finalmente in pace» (non si capisce da cosa). Si presentano come “profeti” di una «teologia del popolo di Dio» contro ogni gerarchia e contro ogni autoritarismo, vanno pazzi per chi ami crogiuolarsi in un eterno dubbio metodico, più comodo dell’accoglier la risposta che è Cristo.

In questa fiera del “politicamente corretto”, non stupisce che chiamino il «papa» (con la p minuscola) confidenzialmente «fratello», esprimendogli «gratitudine» già per il nome, definito «una scelta programmatica e impegnativa», ma proponendo poi la parodia del vero San Francesco all’insegna del peggior pauperismo, del pacifismo spinto e di un acritico dialogo ad oltranza –interreligioso e non, anzi meglio ancora se con atei e mangiapreti-, come se Cristo non si fosse presentato in quanto «Via, Verità e Vita» (Gv 14,6), bensì come uno tra i tanti. Sono i rischi, che si corrono a legger troppo “certi” quotidiani e poco la Sacra Scrittura. Così questi nipotini del Sessantotto finiscono per sognare: la trasformazione dello Ior in una sorta di “banca etica”, la nomina degli otto Cardinali come primo passo verso la collegialità nella Chiesa, la riforma della Curia romana quale premessa d’un pluralismo delle teologie e delle liturgie, vagheggiando in un crescendo rossiniano i soliti spot catto-progressisti della «libertà del celibato, ordinazione di uomini sposati, ministero sacerdotale alle donne». Non mancano ovviamente, nella loro lettera, i “cattivi”, individuati altrettanto ovviamente in quei «membri e movimenti legati a una tradizione chiusa in sé stessa» ed in chi voglia «continuare ad utilizzare la religione come mezzo da affiancare ai vari poteri».

Tutte posizioni fortemente ideologiche, è chiaro. Posizioni, tuttavia (e questo fa indubbiamente riflettere), ch’essi proclamano per la prima volta legittimate proprio dalle parole e dai gesti compiuti da Papa Francesco. Persino un autore quale Georg Wilhelm Friedrich Hegel – che col suo storicismo e col suo idealismo generò correnti di pensiero, come il marxismo, che tanto male fecero alla Chiesa ed all’umanità – si rese conto di come nulla vi sia «di più profondo, di ciò che appare in superficie». Del resto, già per Aristotele la forma era sostanza. Tenendo conto dei primi frutti visibili del presunto “nuovo corso” d’Oltretevere, appare chiara allora l’urgenza di un ripensamento.

© CORRISPONDENZA ROMANA

Con il “metodo Barilla” si tacitano i cattolici irlandesi

cristianesimocattolico:

Il “metodo Barilla” è ormai rodato, sperimentato ed è diventato internazionale. Chi cita il Vangelo o il Catechismo della Chiesa Cattolica in materia di omosessualità viene subito accusato di omofobia e costretto a ritrattare. Succede anche in Irlanda, con la Legione di Maria e Courage che promuovevano un percorso di castità. E la Chiesa non li difende.

di Massimo Introvigne (24-12-2013)

image

In Irlanda nel 2015 si terrà il referendum per introdurre il «matrimonio» omosessuale, e il governo è già sceso in campo per invitare gli irlandesi a votare a favore, per sentirsi – così recita la propaganda – «più europei». Oltre alla carota un po’ andata a male dell’Europa, si comincia a usare però anche il bastone. L’incredibile episodio che è andato in scena questo mese all’Università Nazionale dell’Irlanda, a Galway, mostra esattamente come funziona la macchina brutale dell’intimidazione.

Courage International è un’organizzazione cattolica riconosciuta sia a livello internazionale sia da diverse Conferenze Episcopali, che promuove un apostolato per le persone omosessuali cui propone di vivere in castità richiamandosi esplicitamente al n. 2359 del «Catechismo della Chiesa Cattolica»: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana». L’organizzazione propone un itinerario verso la castità attraverso l’amicizia e la preghiera. Dichiaratamente, non s’interessa invece alle cosiddette «terapie riparative» né ai problemi relativi alla natura e alla genesi dell’omosessualità.

La Legione di Maria è un movimento cattolico fondato negli anni 1920 in Irlanda, che ha oltre due milioni di membri in Irlanda ed è da decenni una componente di fondamentale importanza del cattolicesimo irlandese.

All’Università Nazionale dell’Irlanda nello scorso mese di novembre è stata lanciata una campagna. «Purity matters», «La purezza è importante», patrocinata insieme dal gruppo universitario della Legione di Maria e da Courage International, dove si proponeva alle persone omosessuali l’itinerario di preghiera e amicizia di Courage verso «una vita di castità», con lo slogan «Sono un figlio di Dio: non chiamatemi gay». I poster spiegavano il significato dello slogan: «andare al di là dei confini dell’etichetta omosessuale verso una più completa identità in Cristo».

Subito si è scatenato un putiferio, che ha coinvolto la stampa nazionale irlandese ed esponenti del governo, fino a quando l’Università Nazionale non solo ha vietato il manifesto e ha fatto rimuovere quelli esposti nelle sue sedi, ma ha sospeso ogni attività della Legione di Maria nel campus «con effetto immediato». Il comunicato menziona anche non meglio precisate «leggi europee», che impedirebbero campagne di questo genere in quanto omofobe.

Non basta. Siccome il «metodo Barilla», ormai applicato in tutta Europa, prevede non solo che il reprobo sia punito ma che «si converta» e chieda scusa, la (disciolta) branca studentesca della Legione di Maria dell’Università Nazionale ha dovuto pubblicare un comunicato di scuse. La Legione di Maria nazionale ha emesso a sua volta un comunicato dove afferma semplicemente di «non sapere nulla» della vicenda e «di non essere stata contattata» dalla branca universitaria a proposito della campagna. Il portavoce del vescovo di Galway, dove si trova l’università, ha dichiarato che si tratta di questioni che riguardano la Legione di Maria e non la diocesi, che «l’appello a vivere una vita casta è parte dell’insegnamento cristiano» ma che lo slogan «Sono un figlio di Dio, non chiamatemi gay» è offensivo e non andava usato.

Paradossalmente, non sostenuta dal clero e neppure dai suoi stessi dirigenti, la Legione di Maria dell’Università Nazionale è stata difesa dall’influente organizzazione laica britannica per la libertà di espressione Index of Free Speech, il cui dirigente Padraig Reidy scrivendo sul Telegraph ha protestato perché «un messaggio non violento e non intimidatorio che espone la posizione cattolica ortodossa è stato bandito da un campus universitario», violando «il principio fondamentale della libertà di parola».

È sempre sconsigliabile fare i martiri con il sangue degli altri e, come la nostra testata ha a suo tempo documentato, il clero e il mondo cattolico irlandese vivono una condizione molto difficile a causa delle colpe di alcuni sacerdoti, responsabili di alcuni fra i più gravi casi di pedofilia che si siano verificati su scala internazionale, e delle improprie generalizzazioni della stampa e del governo, che – profittando dello scandalo, purtroppo reale, dei preti pedofili – cercano di regolare antichi conti con una Chiesa che appare spesso stordita dai tanti colpi ricevuti e incapace di difendersi.

Occorre però che tutti difendano – «leggi europee» o no – il diritto dei cattolici a diffondere la loro dottrina in tema di omosessualità, che è quella contenuta nel «Catechismo della Chiesa Cattolica», che Papa Francesco ci assicura essere «lo strumento fondamentale per quell’atto unitario con cui la Chiesa comunica il contenuto intero della fede, “tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede”» (enc. «Lumen fidei», n. 46). In Italia la campagna dell’Arcigay sull’omofobia «Spegniamo l’odio», finanziata con fondi del Consiglio d’Europa, presenta uno spot con frasi «omofobe» che la legge in discussione in Senato dovrebbe trasformare in reati penali, tra cui una dell’avvocato Giancarlo Cerrelli, vice-presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, secondo cui «l’omosessualità in realtà è un disagio». Si tratta, ancora una volta, di una parafrasi del «Catechismo» che al n. 2358 afferma che «questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro [omosessuali] una prova». Una «prova» è certamente un disagio. E le persone omosessuali, per superare il disagio, dallo stesso «Catechismo» sono «chiamate alla castità».

Coloro che, in Irlanda come in Italia, vogliono «spegnere» le voci che ripetono il «Catechismo» violano gravemente la libertà religiosa. Se un clero intimidito dai bastoni del «metodo Barilla» non se la sente di protestare, anzi chiede scusa, noi laici rifiutiamo di farci imbavagliare. Non chiediamo scusa a nessuno, e ripetiamo con il «Catechismo» (n. 2357) che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

Il documento preparatorio per il Sinodo sulla Famiglia del 2014 – proprio quello del fin troppo famoso «questionario» –, fatto inviare da Papa Francesco a tutti i vescovi del mondo, afferma a proposito degli articoli del «Catechismo» che abbiamo appena citato che «l’attenta lettura di queste parti del “Catechismo” procura una comprensione aggiornata della dottrina della fede a sostegno dell’azione della Chiesa davanti alle sfide odierne. La sua pastorale trova ispirazione nella verità del matrimonio visto nel disegno di Dio che ha creato maschio e femmina». Chi diffonde questa «comprensione aggiornata della dottrina della fede […] davanti alle sfide odierne» oggi però in Europa rischia di andare in prigione. E magari di farsi dire da qualche prete che faceva meglio a stare zitto.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

LA DISOBBEDIENZA DEI SUPERIORI

di P. Giovanni Cavalcoli, OP (24/08/2013)

Gli anziani come me ricordano bene l’agitato, chiassoso e scomposto periodo della cosiddetta “contestazione” soprattutto giovanile degli ambienti universitari civili ma anche ecclesiastici della fine anni ’60, che vagamente e confusamente si richiamavano al Concilio Vaticano II scambiato per una specie di Rivoluzione Francese o palingenesi universale dell’umanità, ma con agganci anche ad altri pensatori sedicenti innovatori, come per esempio il teologo Harvey Cox o i “teologi della morte di Dio” per i credenti o il famoso sociologo Herbert Marcuse per i non-credenti e i cattolici sedicenti “aperti”, mentre i comunisti più o meno scopertamente soffiavano sul fuoco o facevano da bordone con i soliti pretesti della liberazione dei lavoratori oppressi dall’oppressione capitalista.

E’ quel fenomeno diffusosi nel mondo occidentale, che è rimasto alla storia col nome di ’68, iniziato negli Stati Uniti all’Università di Berkeley e poi trapiantato a Parigi con l’ancora più famoso “maggio 1968”, dove si vedevano gli studenti dare l’assalto tra le barricate all’Università come i giacobini dettero l’assalto alla Bastiglia.

Io ho vissuto in pieno quel periodo perché allora mi trovavo a studiare filosofia all’Università di Bologna. Quello che allora maggiormente si notava, che turbava e preoccupava l’ambiente civile ed ecclesiale legato nella stragrande maggioranza ad un certo rispetto per le autorità, abituato ad un comportamento sociale tranquillo ed ordinato, erano i frequenti ed impressionanti episodi di spavalda e tracotante disobbedienza e ribellione alle istituzioni della Chiesa e dello Stato, come erano per esempio in campo civile le manifestazioni di studenti all’Università che impedivano il regolare svolgimento delle lezioni, cortei di protesta per le strade urlando l’odio di classe sotto al spinta dell’estremismo comunista.

Di lì a poco sarebbero iniziati i cosiddetti “anni di piombo” per l’azione sediziosa e criminale delle Brigate Rosse, mentre in campo ecclesiastico, anche se naturalmente non con tale violenza, analoghe manifestazioni di ribellioni a docenti e superiori, preti che dichiaravano all’omelia della Messa di volersi sposare, teologi sorpresi nudi sulla spiaggia come fu il caso del famoso Edward Schillebeecxk, teologi come Karl Rahner, affiancati dalla tacita o velata complicità di alcuni Episcopati nazionali, i quali rifiutavano come sbagliato l’insegnamento di Paolo VI contenuto nell’enciclica Humanae Vitae.

Tutto ciò avvenne in nome del rinnovamento della cultura e dell’autonomia degli studenti nei confronti di quelli che allora si chiamavano i “baroni”, assai semplicemente gli insegnanti, sulla base di una concezione della cultura – ho vissuto in prima persona questi avvenimenti –, per la quale lo studente è perfettamente alla pari del professore, ossia non ha nulla da imparare da lui, soprattutto se si tratta di contenuti tradizionali, ma il rapporto studente-professore doveva limitarsi ad un “dialogo” nel quale, se lo studente poteva anche apprendere dall’insegnante, anche questi però doveva accettare quello che diceva lo studente.

Nacque l’uso di interrompere l’insegnante durante la lezione per manifestare critiche e dissenso. Nei posti più educati invece l’intervento dello studente, come era già nell’antica tradizione della scolastica medioevale (le quaestiones quodlibetales), serviva a chiarire questioni anche per il bene della classe. Si introdusse la pratica dei cosiddetti “seminari di studio”, nei quali lo studente aveva una parte organizzativa facendo già tirocinio di insegnamento nei confronti degli altri studenti, sia pur sempre assistito dal professore, qualcosa di simile al medioevale baccalaureus, uno studente intermedio fra il docente e il resto della classe. La grande rivoluzione sessantottina recuperava antiche tradizioni medioevali!

Tuttavia, in un clima di relativismo culturale, quale quello di allora e tipico della modernità, non erano generalmente ammesse verità oggettive comuni, ma i contenuti della cultura dovevano emergere dal “confronto dialettico” in continua evoluzione, dove ogni risultato, mai del tutto scontato, certo e definitivo, poteva sempre esser messo in discussione da quello successivo.

Naturalmente gli studenti in questa rivoluzione non avevano tutti i torti e non erano assenti autentici maestri e formatori ed anche il ’68 non fu privo di aspetti positivi nel sottolineare la responsabilità e l’iniziativa personale dello studente nella propria formazione, mentre certamente idee nuove penetravano nel mondo dell’Università, più favorevoli ad una comunicazione tra studenti e docenti.

Adesso non si doveva più sottostare all’insegnante come a un dio in terra, ma era ammesso proporre o anche imporre ai docenti alcune alternative o limitazioni di potere concordate attraverso trattative e nel reciproco rispetto. Allo studente venivano concesse facoltà di mutare anche i programmi per ragionevoli motivi. L’insegnante doveva tener maggior conto della considerazione nella quale era tenuto dagli studenti. E gli insegnanti più saggi ed aggiornati rinunciavano a certi privilegi che consentivano loro di avere un eccessivo potere sugli studenti.

Avvenivano comunque all’Università agitatissime ed affollatissime riunioni di cinque o sei ore, fino alle cosiddette “occupazioni”, che duravano anche giorni, al termine delle quali, dopo una successione di martellanti e strillanti slogan marxisti, anarchici, maoisti e rivoluzionari, non si concludeva assolutamente nulla e chi pretendeva una conclusione certa e chiara appariva un reazionario, servo dei padroni.

Quanto alla situazione ecclesiale, imparai molto dal libro del Maritain Le Paysan de la Garonne, nel quale egli, con dovizia di documenti e fine umorismo, denunciava il ritorno di modernismo assai peggiore di quello dei tempi di S.Pio X, per una pretestuosa interpretazione del Concilio Vaticano II, che i neomodernisti facevano a loro vantaggio. Quasi nessuno ascoltò il grido di allarme del grande pensatore francese (che non fu il solo!) e per questo oggi ci troviamo nell’attuale situazione disastrata. E sì che Maritain non era un conservatore!

In mezzo a questa confusione e a questi disordini, trovai molta luce e conforto nella tradizione e nella dottrina della Chiesa, compresa quella conciliare e postconciliare. Ero un grande ammiratore di Papa Giovanni e Paolo VI. Proprio in quegli anni nei quali i sovversivi che si dichiaravano vittime dei baroni, preconizzavano una nuova società libera da qualunque autoritarismo, dove loro sarebbero stati i protagonisti e servi del popolo (i vari Capanna, Cohn-Bendit, Margherita Cagol, Toni Negri, ecc.), io studiavo Maritain, Gilson, Garrigou-Lagrange, S.Agostino, S.Bernardo, S.Bonaventura e S.Tommaso, insieme con i documenti della Chiesa con immensa gioia e frutto spirituale. Sentivo nella mia anima una perfetta consonanza e risonanza di quei sublimi insegnamenti e quindi la lealtà e l’onestà, la persuasività e la fondatezza delle loro motivazioni ed esposizioni.

Così maturò in me la vocazione domenicana ed entrai in convento a Bologna nel 1971. Fu allora che mi accorsi quanto il modernismo e la sovversione, sotto falso pretesto di “progresso”, avevano turbato e stavano turbando la Chiesa, dove avvenivano episodi di ribellione simili a quelli che stavano accadendo nella società civile, anche se certo non con la medesima violenza. Ma c’era una violenza più sottile: quella dell’inganno nel campo della fede e della teologia.

Nel contempo constatavo con sgomento il proliferare di errori tra teologi di grido senza che i vescovi intervenissero. Rari ed inefficaci gli interventi di Roma. Erano presi solo i pesci piccoli. Ed io mi domandavo: come mai? Ma che ci stanno fare i superiori? In tal modo gli errori si spargevano a piene mani in tutti gli ambienti ecclesiali: dalla famiglia, alla scuola, negli ambienti di lavoro, nella cultura, nelle parrocchie, nei movimenti, nelle istituzioni accademiche, come un’alluvione fangosa che all’inizio di basso livello, poi cresce e cresce sino a salire ai piani superiori delle case. O, all’inverso, come una seduzione fascinosa che sempre più avvolge fino a far perdere la testa e l’oggettività dello sguardo.

O in altre parole: una “sporcizia”, come avrebbe detto Benedetto XVI trent’anni dopo, che giungeva a contaminare vescovi, superiori, docenti ed educatori, i quali o non si rendevano conto di cosa stava succedendo o lo consideravano con un sorrisetto di compatimento o non facevano niente per non dire che alcuni erano conniventi o nascostamente o apertamente.

Certo Roma continuava sempre ad essere il faro e il centro del comando. Ma mentre il faro continuava ad illuminare – e questo come potrebbe non essere? – viceversa il comando diventava sempre più debole e disatteso da coloro stessi, collaboratori, pastori e superiori, che avrebbero dovuto trasmettere gli ordini alla base. E solo a questo titolo potevano esigere di esser obbediti a loro volta dai sudditi o dagli inferiori.

L’avvento di Giovanni Paolo II pose termine agli anni di piombo, all’espansione del comunismo ed  alle manifestazioni intraecclesiali plateali, eclatanti e violente contro la gerarchia, la Chiesa, il Papa e il Magistero. Ma non smise un lavoro o sotterraneo o anche palese da parte dei teologi e moralisti modernisti nel portare avanti il loro programma di secolarizzazione della Chiesa e le loro idee sovversive nella formare i giovani.

Qui purtroppo il Pontificato di questo grande Papa non poté far nulla. Egli si dedicò con grande impegno e prodigiosa energia, senza risparmio di forze, ad un’opera mondiale e spettacolare  di evangelizzazione con i suoi numerosissimi viaggi e contatti con un’infinità di persone, ma dedicò assai poco tempo a uno studio attento ed approfondito come soltanto il Papa avrebbe potuto e dovuto fare, dei principali problemi dottrinali e morali della Chiesa, onde fornire quei rimedi che solo il Papa avrebbe potuto offrire, ed a fornire la S.Sede di collaboratori competenti, coraggiosi e disinteressati, soprattutto nel campo della custodia della retta fede, sicché il modernismo cominciò di soppiatto a penetrare anche nelle stanze dei bottoni.

Il Papa aveva sempre sulla bocca il problema dei giovani, e aveva con essi una grande capacità di contatto umano, ma purtroppo la formazione seminariale ed accademica, nonché quella  degli studentati religiosi restava in gran parte nelle mani dei modernisti, per esempio i rahneriani. Quali preti e quali vescovi, quali educatori di giovani potevano uscire da questi formatori? Quale concetto dell’obbedienza potevano dare questi formatori, loro che per primi erano disobbedienti alla Chiesa? Lo vediamo oggi.

Ed anzi che cosa successe soprattutto verso la fine del pontificato di Giovanni Paolo II? Che quella debolezza di governo che si era cominciata a notare con Paolo VI, che parlava di “magistero parallelo”, aumentò ulteriormente e ci fu un vero salto di qualità.

Quale? Che fino ad allora la diffusione del modernismo, non repressa come si sarebbe dovuto fare, si era limitata alla sola contaminazione delle intelligenze, e quindi era rimasta ad uno stadio solo teorico, senza conseguenze nel governo della Chiesa, mentre d’altra parte i fedeli sudditi della Chiesa, teologi e buoni pastori,  godevano tutto sommato della libertà di confutare i modernisti e di diffondere la sana dottrina in obbedienza al Magistero, dando essi stessi esempio di obbedienza.

Invece, con la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, i modernisti cominciarono a raggiungere posti di potere sempre più numerosi ed elevati, dai quali potevano imporre con la forza e le minacce quelle idee modernistiche che avevano liberamente assorbito dai loro maestri negli anni o del seminario o della formazione religiosa o dell’Università, intralciando e fermando nel contempo il lavoro dei fedeli obbedienti al Magistero e al Papa, i quali hanno sempre più cominciato a sembrare dei “disobbedienti”, ma disobbedienti ovviamente non al Magistero ma ai superiori modernisti.

Così i sessantottini diventati vescovi o superiori si stanno mostrando ben più duri ed autoritari dei vecchi “baroni”, che essi forse con sincerità avevano contestato da giovani, mentre i vescovi del preconcilio potevano essere sì severi, ma almeno lo facevano in nome della retta fede e dell’obbedienza alla Chiesa. Invece questi nuovi superiori, contrari all’inquisizione medioevale (del resto giustamente), hanno poi istituito clandestinamente una nuova inquisizione, senza alcuna ragione giuridica, ma basata solo sulla loro prepotenza, per imporre con la forza la linea del modernismo.

Così oggi avviene che quegli stessi che trenta o quarant’anni fa con arroganza e sicumera, dai banchi del seminario o dell’Università si ribellavano ai maestri accusati di autoritarismo reazionario, presentandosi come paladini della libertà dello studio, antesignani del progresso della cultura e del futuro della Chiesa, nonchè profeti delle “comunità di base”, adesso che hanno raggiunto il potere dopo infinite vergognose adulazioni e “obbedienze” ai maestri modernisti, considerano i loro propri comandi come precetti divini, disobbedendo ai quali piovono sul ribelle i più rigorosi castighi per aver offeso nel superiore la presenza di Cristo, quando loro stessi per primi se ne infischiano di Papi, di Santi e di Magistero, certi dell’impunità ed anzi coccolati da tutta l’ideologia laicista, massonica o modernista come uomini del dialogo, della tolleranza e del rispetto del diverso.

I loro protetti sono personaggi intoccabili, per cui chi osa criticarli scandalizza i loro devoti, meglio dire fanatici, più che se un credente vedesse profanata l’eucaristia. Viceversa i buoni cattolici sono trattati come pezze da piedi col massimo dispregio, come dementi e indegni di qualunque risposta, anche perché tali superiori, non avendo argomenti seri, non sanno controbattere alle loro obiezioni.

Per quanto un suddito faccia presente con rispettato, lealtà e competenza difficoltà od obbiezioni alle direttive di questi superiori con riferimento alla dottrina della Chiesa o la Magistero del Papa, questi superiori non ascoltano ragione, come se il loro verbo fosse la verità assoluta e la via necessaria della salvezza, castigando questi sudditi che in realtà non desiderano altro che obbedire ad un superiore decente ed obbediente. Accade così che a chi disobbedisce alla Chiesa non capita nulla, ma a chi disobbedisce al superiore modernista, si salvi chi può.

Come uscire da questa situazione gravissima, da questo male spaventoso? Ormai le forze della disobbedienza autolegalizzata sono tali che la S.Sede e i buoni vescovi non sono assolutamente in grado di governare tale la situazione.

Non resta che sperare in una resipiscenza dei responsabili, che in fin dei conti sono rivestiti quasi sempre di autorità legittima (non stiamo a verificare) e dovrebbero sapere qual è il loro dovere. Siano essi pronti ad ascoltare la loro coscienza e, rinunciando ad ogni ambizione e smania di potere, vogliano, con l’ispirazione dello Spirito Santo e l’intercessione della Beata Vergine Maria, temere l’incombente castigo divino e, mossi da un sincero spirito di pentimento, esercitare la loro sacra missione con autentico spirito di servizio alla verità e al bene delle anime.